L’atomo del consenso berlusconiano.

“Siete ancora oggi come sempre dei poveri comunisti”

L’atomo del consenso berlusconiano.

Incapsulata in alcuni fondamenti della propaganda di tipo politico (“ripetizione”, “slogan”, “etichettamento”, “proiezione o analogia”, “semplificazione”) l’accusa di “comunismo” brandita e sostenuta con incalzante continuità dal 1993 ad oggi, si colloca senza tema di smentita come la punta di lancia ed il vertice della strategia autopromozionale berlsuconiana. Attraverso essa, l’ex Premier è infatti stato capace di darsi una riconoscibilità ideologica e politica (vitale per un personaggio proveniente da un settore del tutto altro, diverso ed antitetico) e, cosa più importante, a riorganizzare e polarizzare verso di sé quella piattaforma elettorale e comunitaria vasta , variegata e composita che dal 1946 (e non dal 1948) fino al 1994 aveva sostenuto le forze a vocazione liberale. Berlusconi non ha, infatti, inventato un consenso ma ha riorganizzato un consenso, spostandolo dalle carcasse del pentapartito alla sua nuova intuizione politico-elettorale, in virtù di un medium efficacissimo: la televisione. Si potrà quindi sostenere che, almeno in parte, non abbia operato nessuna mutazione del tessuto antropologico o culturale della comunità italiana, come uno stilizzato refrain vorrebbe invece dare ad intendere. In parte, perché è comunque innegabile come dopo il suo ingresso in politica l’asticella della tollerabilità etica si sia notevolemente abbassata, portando l’elettorato di centro-destra (storicamente e dottrinalmente legato ai valori della linearità morale) ad accettare scorribande comportamentali impensabili soltanto qualche decade fa.

Ancora una volta, opinion makers, agit prop, analisti e spin doctor della parte avversa si sono dimostrati immaturi ed inefficaci, concentrandosi sullo screditamento del fenomeno e non sulla sua lettura e penetrazione

Il nazionalismo italiano: soggettività ed oggettività di un tabù

In un mio precedente contributo, evidenziavo come la fragilità della coscienza nazionale italiana non fosse soltanto o principalmente riconducibile alla brevità del nostro percorso unitario e/o alle differenze di tipo culturale e storico tra i vari segmenti locali, quanto al trauma sociale ed antropologico scaturito dall’esperienza fascista, che aveva portato al confinamento del sentimento patrio e identitario ai margini della nuova architettura liberale e civile, etichettandolo come rigurgito e sinonimo di provincialismo, grettezza intellettuale e claustrofobia sociale. Fattori sinergici e solventi a/di questo fenomeno, erano e sono il portato internazionalista di stampo marxiano-marxista, peculiarità della sinistra comunista italiana (estremamente forte e condizionante la vita politica nazionale per oltre mezzo secolo) e l’universalismo cristiano di partiti come la DC, tutti elementi che avevano agito ad impoverire ulteriormente una percezione corale già di per sé incerta e frastagliata.

Esiste, però, nel nostro Paese, una forma di nazionalismo anticonvenzionale molto complessa, che si manifesta mediante una sua compartimentazione ed un suo frazionamento; non è, infatti, l’Italia nel suo insieme ad essere il fulcro della pulsione sciovinista ma le singole realtà territoriali, in special modo regionali. Questo perché , attraverso tale procedura cognitiva, il sentimento patrio si mostra fortemente diluito, camaleontizzato e frenato, non risultando, di conseguenza, più un tabù culturale. Si amo in presenza di in fenomeno che interessa in special modo la Sinistra e che ha come oggetto intenzionale il Meridione, in quanto più esposto, per la sua situazione di maggior disagio economico e sociale rispetto al Nord, al “poltically correct” e per questo meglio paradigmatico delle teorie marxiano-marxiste sulle iniquità del capitalismo. Ecco che i sardi diventano il “popolo sardo”, quasi a voler assegnare loro una dignità ed un’identità altre e antitetiche rispetto alla rimanente porzione del Paese e si attribuiscono loro doti e virtù in un esercizio agiografico che solitamente viene espulso dal nostro impianto normativo quando ci riferiamo all’ Italia nel suo insieme (il caso sardo sia estrapolato dall’eccezionalità emotiva della situazione post-alluvione). Ma non solo: il frazionamento e la compartimentazione dell’istologia culturale comunitario-unitaria diventano una risposta, essi stessi, al trauma-tabù del nazionalismo, mediante una prassi ideologico-politico-culturale che esilia dal centro per trasferirle nella periferia quelle esigenze e velleità di appartenenza intrinseche a chiunque rientri un sistema collettivo ristretto: proclamarsi abruzzesi, sardi, veneti o napoletani, sarà quindi un atto di orgoglio nonchè un’attestazione di apertura ed elasticità mentale, mentre proclamarsi, con la medesima intensità emozionale, “italiani”, sarà percepito come sinonimo e prova di offuscamento reazionario.

E’ interessante notare come nel XIX secolo, nel pieno svolgimento dei processi risorgimentali, questo assetto si presentasse del tutto invertito: le intellighenzie guardavano infatti, da Nord come a Sud, all’idea di stato unitario come ad un trionfo degli ideali di libertà e democrazia sviluppatisi fin dal centennio precedente e viceversa alle realtà regionali come a bozzoli di conservatorismo superato.

Malavita organizzata e separatismo: breve storia di un amore lungo 1000 anni.

Il caso “Trinacria”.

La vicenda giudiziaria del separatista (evito la formula “meridionalista” che ha un significato storico ed un portato culturale e programmatico ben differente) nonché ex Presidente della Regione Sicilia Raffaele Lombardo, incriminato per concorso esterno in associazione mafiosa, non potrà cogliere impreparato il conoscitore di quegli elementi di saldatura tra malavita organizzata, società ed apparto statale propri di alcuni segmenti del territorio italiano. La complessità e la delicatezza della tematica rendono senza dubbio inadeguate e costringenti le potenzialità offerte da un circuito quale può essere un “social network”, ragion per cui farò ricorso alla semplificazione (a limiti dell’ aneddotica) per illustrare, brevemente, i legami di contiguità tra separatismo e malavita che hanno sempre contraddistinto ed ammorbato la politica siciliana, inquinando e manomettendo anche gli stessi movimenti indipendentisti e i loro impianti valoriali.

All’indomani dello sbarco anglo-americano in Sicilia, prese forma un vasto e variegato movimento antinazionale alimentato dal malcontento verso lo Stato dopo la tragedia della dittatura, della guerra guerra ed a causa delle mistificazioni sull’operato ( ineccepibile e responsabile sotto i profili morale, politico e giuridico) di S.A.R Vittorio Emanuele III e del Presidente del Consiglio dei ministri del Regno, Pietro Badoglio (la cosiddetta “Fuga di Pescara”, altrimenti nota come “Fuga di Ortona” , “Fuga di Brindisi” o “Fuga di Bari”) ). Gli Stati Uniti, terra da sempre idealizzata e vagheggiata anche in virtù di un arsenale cinematografico alterante i contorni e la fisionomia istologica del reale, divennero il polo di attrazione delle speranza e delle aspettative di una comunità stremata e in preda al caos; Washington seppe allora cogliere la palla al balzo, organizzando il movimento separatista nel MIS (Movimento per l’Indipendenza della Sicilia) con a capo Andrea Finocchiaro Aprile (l’uomo dalle tre dita) e, addirittura, un suo braccio militare, capitanato dal bandito Salvatore Giuliano. La Mafia fu l’atomo primo di questo velleitarismo autonomista e della sua trama progettuale, quando si reintrodusse, grazie gli Alleati che aveva agevolato nello sbarco, alla guida di numerosi municipi della regione (Calogero “Don Calò” Vizzini fu addirittura sindaco del suo paese). Lo scopo che Cosa Nostra si prefiggeva, soffiando sul vento antitaliano, era quello di ritrovarsi padrona del territorio (quale Stato indipendente o come parte di una nazione lontana migliaia di chilometri e quindi impossibilitata ad un gestione diretta della cosa pubblica), com’era avvenuto dagli Angiò fino all’arrivo del Prefetto Cesare Mori, in epoca unitaria. D’altro canto, anche la Camorra era stata libera di sguazzare nelle miserie della popolazione campana fino all’introduzione della “Legge Pica” (1863), il primo tentativo di contrasto alle mafie istituzionalmente organizzato (tra l’altro, la “Legge Pica” offriva ai briganti una serie di garanzie impensabili sotto il regno delle Due Sicilie).

Raramente il separatismo è ammantabile di nobili propositi e cavalleresche ambizioni.

Il provincialismo dell’esterofilia. Breve analisi di un equivoco.

Tra le più smaccate peculiarità intrinseche alla cultura italiana, trova spazio una forma molto rumorosa di esterofilia, spesso collocata e collocabile ai limiti di una vera e propria pulsione italofoba. Il motivo di questa inclinazione distorsiva viene spesso fatto ricondurre alla brevità del nostro percorso unitario, ma è una tesi, a mio modo di vedere, rispondente soltanto parzialmente al vero. I Paesi latinoamericani, infatti, benché quasi completamente sprovvisti di una storia particolare di rilevante consistenza (mi riferisco alle esperienze comunitarie post-coloniali), privi di una lingua comune ed enormemente e disordinatamente composti, sotto il profilo etnico e culturale, mostrano e vantano una fortissima consapevolezza collettiva, identitaria e di appartenenza. L’ἀρχή di questa vocazione xenofila italiana va cercata invece nel trauma sociale ed antropologico causato dall’esperienza fascista che, insieme al portato dottrinale internazionalista della sinistra di ispirazione marxista-marxiana ed a quello universalista del cristianesimo democristiano, ha confezionato e consegnato il clichè secondo cui l’esaltazione di tutto ciò che è patrio sia elemento ed attestazione di provincialismo, grettezza intellettuale ed obsolescenza sciovinistica, mentre la condivisione di tutto ciò che trova paternità altrove è o sarebbe sinonimo di elasticità mentale, lungimiranza e libertà di vedute. Di saper andare oltre, insomma. Accade, però, che proprio nel tentativo di mostrarsi privo di pregiudizi, colui il quale abbraccia questo genere di posizioni finisca con il rivelarne e coltivarne, in questo caso in senso italofobo e, in seconda battuta, provinciale.

Sotto un link dedicato alla memoria ed all’opera di Alcide De Gasperi ho letto, da parte di un giornalista (stiamo quindi parlando di una categoria intellettuale), affermazioni tese a negare l’italianità e la vocazione irredentista del Trentino (falso), l’appartenenza dell’Alto Adige alla storia ed alla cultura austriache (falso) e il postulato secondo cui a voler l’annessione all’ Italia fosse stata solo e soltanto “una sparuta minoranza di intellettuali. Che si erano fatti un’idea dell’Italia del tutto sbagliata. Pensavano chissà che e invece” (parzialmente vero. Il Nostro, però, ignorava che a quel tempo i livelli, bassissimi, di scolarizzazione e di diffusione mediatica facevano sì che soltanto le ristrette cerchie di élites intellettuali potessero avere una cognizione sufficientemente fondata in merito a ciò che le circondava). Ma si spingeva oltre, arrivando addirittura ad asserire che De Gasperi avrebbe imparato il significato di “democrazia” e onestà sotto Francesco Giuseppe!!!! Il che è tutto dire…… “. Accediamo così ad un livello superiore dell’indagine speculativa, in cui è l’elemento biologico a porsi come discriminante (gli italiani non sarebbero in grado di sviluppare ed elaborare una coscienza democratica, a differenza degli Austriaci). Ecco che la ricerca dell’affrancamento dal pregiudizio si fa essa stessa pregiudizio. Per un attimo sono stato pervaso dalla tentazione di replicare, illustrandogli la storia, antica, medievale, moderna e contemporanea, del Trentino come dell’Alto Adige, ma ho desistito; il suo Ego ne sarebbe stato ferito e si sarebbe chiuso a riccio, ripiegando sulla difensiva. Tempo perso.

Non era sua intenzione offendere e sminuire la comunità di cui fa parte; semplicemente voleva, in quanto condizionato dalle eredità culturali precedentemente illustrate ed analizzate, porsi e sentirsi come uomo libero dagli schemi convenzionalmente accettati, intellettualmente evoluto ed equipaggiato, e per farlo ha scelto come cuneo e punto d’entrata un elemento a fortissima carica identitaria e sciovinista.

Stessa cosa si può dire di una certa porzione dell’ opera revisionistica antirisorgimentale ( in questo caso non di ispirazione neoborbonica) o dei contributi storiografici, giornalistici e cinematografici sull’esercito italiano, dipinto secondo i contorni della macchietta in un esercizio che non ha soltanto dell’iniquo da un punto di vista morale ma che disvela un inaccettabile primitivismo di analisi ed elaborazione del portato documentale (la “Grande Guerra” del socialista Monicelli ne è un esempio paradigmatico ed efficace).

Il IV Novembre e le tante amnesie della destra “nazionale”

Le esperienze ideologiche 900esche ci hanno consegnato la spaccatura immaginifica, sedimentatasi ed ossificatasi nelle nostre strutture culturali più profonde, tra una destra patriottica ed una sinistra antinazionale. Si tratta, però e a ben vedere, di un falso storico, facilmente smentibile dall’osservazione e dallo studio dei processi materiali e filosofici più recenti. Se, infatti, è vero che la sinistra di ispirazione massimalista era ed è portata, in virtù del principio basico dell’internazionalismo marxiano, ad un rifiuto dell’idea di comunità identitariamente organizzata, è altrettanto vero che la restante porzione dell’emisfero “progressista”, nella sua accezione democratica e liberale, non solo ha sempre abbracciato gli ideali della condivisione unitaria ma prende le mosse proprio da quegli uomini e da quei segmenti concettuali che furono anima e linfa dei processi risorgimentali per sfociare, di lì a poco, nella Sinistra Storica e nell’estrema Sinistra Storica. Al contrario, la comunità conservatrice offre e presenta, accanto ad una nutrita pattuglia di ispirazione smaccatamente patriottica, anche un ricchissimo sottobosco antiunitario; da segnalare e da non sottovalutare, altresì, la profonda e preoccupante mutazione culturale che la prima fazione sta avendo per effetto dell’apparentamento politico con la seconda, tradottosi e concretizzatosi nel fiorire di tutta una bibliografia revisionista in senso antirisorgimentale proveniente dagli ambienti ex aenniani ed ex missini un tempo “appaltatori” unici (ed abusivi) degli ideali sciovinisti. Ma non solo: eventi come la prima Guerra Mondiale o le guerre di indipendenza o, ancora, importanti conquiste coloniali come quella di Libia (che segnò l’ingresso del nostro Paese nel club delle grandi potenze), vengono spesso ignorati oppure accolti tiepdiamente proprio dalle destre a vocazione nazionalista-fascista in quanto slegate dalla paternità mussoliniana e, anzi, merito di quell’Italia liberale che l’ex marxista predappiese bollava come “Italietta” e che combatté fino a distruggere, disperdendone le ceneri nell’oblio del trascorso.

P.s: la realizzazione della Repubblica Sociale, entità secessionista e giuridicamente inammissibile perché altra e contraria rispetto alla Stato legittimo delineato nella Brindisi libera da Pietro Badoglio e da Vittorio Emanuele III, è la prova provante dell’aderenza, da parte fascista e vetero-fascista, non agli ideali di “patria” e nazione bensì a quelli mussoliniani e partitici.

La(presunta)superiorità delle élites

“La presunzione è la miglior corazza che un uomo possa portare” – Jerome K. Jerome

Secondo i sociologi King, Bordieu e Bakhtin, le “élites” sono persuase della superiorità, in senso qualitativo, delle loro scelte culturali in virtù di un migliore equipaggiamento formativo di cui sarebbero in possesso e del fatto che, sovente, i generi a loro rivolti siano più elaborati (perché più costosi) rispetto a quelli concepiti per le “masse”. Questa convinzione consegna loro la sicurezza (in realtà del tutto priva di fondamento, oltreché intollerabilmente vanagloriosa) di poter contare su un sistema di filtraggio che li renda immuni dalle incursioni di una certa faciloneria culturale, mediatica e propagandistica. Ma, ripeto, nulla è e può essere più distante dalla verità e dal riscontro fattuale.

Sugli spazi facebookiani ed internetici di molti personaggi, apparentemente ben attrezzati sul piano intellettivo ed accademico, vedo rimbalzare la notizia, riportata con un bizzarro trionfalismo autolesionismo, secondo cui l’Italia sarebbe “fuori dal G8” per un sorpasso, in termini di PIL, da parte di Mosca. In realtà, ben altri sono i parametri che il club degli “8 Grandi” utilizza per accogliere e mantenere i suoi membri: la ricchezza finanziaria, l’aspettativa di vita, l’istruzione, il reddito nazionale lordo pro-capite, gli investimenti per la sanità, ecc. Dati che vedono la Russia, come la superpotenza cinese, al palo. Drammaticamente al palo. Ma le “élites” hanno abboccato, esattamente come la vituperata “casalinga di Voghera”, al primo titolo civetta passato sotto i loro augusti nasi. Un altro esempio, ci è offerto dal recente “scoop” dell’economista (in realtà dottore in Giurisprudenza) inglese (in realtà italiano) della “London School of Economic” (in realtà insegna in Giappone) che dal sito dell’ateneo (in realtà si trattava di un blog privato) lasciava 10 anni di vita all’Italia (in realtà la sua analisi, pur rozza ed approssimativa, confeziona un risultato differente). Anche questo pezzo è stato incapsulato nel sensazionalismo più pecoreccio, condiviso e stracondiviso, quando con un titolo e quando con un altro, da chi si sente ben diverso, ben al di là di una certa “plebe”, quella che, magari e ohibò, guarda Rete 4 o segue il calcio.

Come abbiamo visto, è e sarà sufficiente ricorrere ad un sistema di sfondamento appena elaborato per violare le difese anche del segmento più intellettuale, soggiogandolo ed eterodirigendolo secondo una traiettoria orwelliana, proprio come avviene con e per chiunque altro.

Umiltà.

Lo sciatto quotidiano

Da “Il fatto quotidiano” on line, venerdì 17 ottobre 2013.

Titolo: “Legge di Stabilità, Letta regala alle banche oltre un miliardo”

Sottotitolo: “Nuovi aiuti in arrivo per gli istituti di credito, che potranno godere di un’anticipazione delle detrazioni fiscali, proprio mentre l’Ue sta per fare partire i controlli in vista del passaggio alla vigilanza bancaria europea”

Tra le punte di lancia della retorica persuasiva propagandistica figura e si segnala la “ripetizione”: la ridondanza e la ripetitività del messaggio conducono, come insegnava il nefasto Joseph Goebbels, alla sua sedimentazione nei tessuti cognitivi del bersaglio che si vuole raggiungere. Spesso, interconnessa alla “ripetizione”, c’è la “semplificazione”: quando il concetto è o appare di difficile enucleazione, il propagandista sterza verso un impoverimento del medesimo attraverso coordinate e schematismi a lui favorevoli.

Il pezzo in questione offre una summa ideale e paradigmatica di entrambe le strategie. “Salvare” le banche significa salvare il credito ed il microcredito salvando, di conseguenza, l’economia, imprenditoriale come familiare. Viceversa, il collasso del sistema bancario privato impedirebbe, come sta avvenendo in Grecia, al cittadino di ricevere un prestito per mandare i figli all’università, cambiare l’auto, comprare casa o curarsi e all’imprenditore/esercente (categoria che muove e fa l’economia nei circuiti capitalistici) di pagare i fornitori quando è in perdita o, ancora, di ampliare la propria attività generando, in questo modo, nuovi posti di lavoro e migliorando anche la qualità della propria offerta. L’estensore del pezzo, però, decide di muoversi entro le coordinate conosciute e sicure del populismo e della facile demagogia, associando, per screditarli, Letta ed il suo Governo a quello che è un potere storicamente odiato e malvisto (e qui la storiografia ci porta a Filippo il Bello, Clemente V e la loro guerra all’Ordine dei Templari). In questo modo, si accede ad un nuovo e differente livello della propaganda, ovvero, la “proiezione o analogia”.

Benedetto Croce, liberale e uomo di cultura, credeva che a guidare le masse dovesse essere una cerchia ristretta di intellettuali, ed avversava la democrazia della folla, oclocratica, plebiscitaria o liquida che fosse (chissà come sarebbe inorridito, dinanzi al concetto grillino di democrazia della rete). Il galantuomo di Pescasseroli, però, proveniva da un’epoca nella quale le élites non avevano subito ancora la contaminazione degli umori della piazza, diventandone schiave, com’è avvenuto a più riprese, con l’estensione del suffragio universale in ognuna delle sue varianti di genere. In questo caso una élite , appunto i cronisti de “Il fatto quotidiano”, si mette orgogliosamente al timone del ventralismo più sciatto e roboante (oltreché al soldo di un movimento), dimentica di quel ruolo di “guida” assegnato, un tempo, all’informazione. Almeno a quella di qualità.

Servizio pubblico: tutto purche’ faccia audience

Servizio Pubblico ieri ha totalizzato 2,7 milioni di telespettatori = 12,8% di share. Dispiace per i militOnti di Disservizio Pubblico”.

Questo il commento facebookiano della giornalista Giulia Innocenzi in merito alle polemiche sulla scorsa puntata della trasmissione condotta da Michele Santoro.

Ferma restando tutta la perplessità di chi scrive per lo sguaiato infantilismo dell’ opzione retorica utilizzata dalla più brava ed illustre collega (“militOnti”), simili orientamenti ed esternazioni palesano e dimostrano quello che, senza tema di smentita, è l’impoverimento in senso qualitativo di una fetta consistente del giornalismo italiano, sempre più attenta alle esigenze di cassetta che non alla qualità della proposta. Non importa che il programma sia stato formulato sulle rivelazioni di una “escort” con il volto plastificato in merito alla (presunta) omosessualità di Francesca Pascale, così come non importa che Marco Travaglio sia sceso sotto l’asticella dell’eleganza professionale definendo il Ministro dell’Interno “Angelino Jolie”. Non importa, ancora, che l’ex Presidente del Consiglio Mario Monti sia stato attaccato, da più parti, non potendo opporre una difesa, dal momento in cui non era stato invitato. “2,7 milioni di telespettatori = 12,8% di share”; questo è il volgare refrain, il punto di svolta della quaestio, l’asse attorno al quale ruota e deve ruotare la narrazione cronistica. L’audience, quindi la visibilità, quindi il profitto. L’asservimento all’ Ego ed alle traiettorie convenienziali dell’inserzionista. Esattamente come quell’ “infotainment” capace di distruggere, negli anni ’90, l’ultima testimonianza di “gatekeeping” e di professionalità ed eleganza rimasta nell’universo mediatico statunitense. Santoro e i suoi collaboratori non si sono dimostrati diversi da Matt Drudge, dal “Washington Post” e dai canali ABC, NBC e CBS, che inchiodarono la pubblica opinione, per mesi e mesi, sugli affari di letto (o di scrivania) di Clinton e della sua giunonica stagista (all’affaire venne dedicata una media di 6 servizi per ogni telegiornale), salvo tralasciare, poco tempo dopo, il terribile episodio dei brogli elettorali nei collegi della Florida.

Rimane davvero poco di Walter Lippmann, di William Sheperd, di Ray Baker o del nostro Eugenio Torelli Viollier.

“Un giornale oggettivo intendiamo fare noi; un giornale che, prima e piuttosto di discutere le questioni, le studi, che innanzi di sostenere un punto, lo elucidi; ed anziché parteggiare, esponga. Questo è il compito che si impongono principalmente i giornali inglesi, i giornali del popolo che meglio intende e pratica la libertà; ed è quello che vien più trascurato da molti fogli italiani, soliti a tenere come dimostrare le questioni ed i fatti che a loro piacimento piacciono, ed a sostituire al ragionamento l’affermazione” – Eugenio Torelli Viollier, ideatore e cofondatore del “Corriere della Sera”.

A lezione di modernità da Giovanni Giolitti

« …le leggi devono tener conto anche dei difetti e delle manchevolezze di un paese… Un sarto che deve tagliare un abito per un gobbo, deve fare la gobba anche all’abito » – (Giovanni Giolitti, “Memorie della mia vita”).

Se ai tempi del “Biennio Rosso” (1919 – 1920) l’Italia non scivolò nel baratro di una guerra civile, il merito fu da ascrivere anche ed in special modo alla lungimiranza di un campione del pensiero liberale quale fu Giovanni Giolitti (il vero padre fondatore, tra l’altro e ricordiamolo, dello stato sociale italiano). Respingendo le pressioni provenienti dell’ala più reazionaria della grande borghesia industriale, Giolitti rifiutò infatti l’opzione della forza contro gli operai che avevano occupato le fabbriche e seppe andare incontro alle esigenze di maestranze e sindacati con un accordo su larga scala (18 – 20 settembre 1920) con il quale il Governo riuscì a porre fine alla complessa e pericolosa vertenza, ristabilendo in questo modo la calma e l’ordine nel Paese.

La sinistra francese guarda con preoccupazione alla recente vittoria del Fronte Nazionale nelle elezioni locali di Brignoles (in realtà si tratta di un test dalle limitatissime proporzioni) ma non si interroga sul perché di quella che considera una pericolosa deriva. O meglio, lo fa e lo continua a fare con una sorta di aristocratico quanto superficiale distacco, leggendola come il primitivo rigurgito di un ventralismo sguaiato. Ma si sbaglia. E’ proprio attraverso una politica violentemente buonista che ha messo in secondo piano le istanze di una consistente fetta di Francia, accantonandole come obsolete ed immature velleità nazionaliste, che la Sinistra d’oltralpe ha mortificato l’identità ultramillenaria del suo popolo, costringendolo ad accettare le bizzarrie di un politicamente corretto tanto aggressivo quanto insensato (mi riferisco, ad esempio, allo stravolgimento dell’identità formale genitoriale). Condivisione, dialogo ed accettazione non devono essere prassi, valori e compiti univoci, soprattutto in quello che è un enorme mosaico di popoli e civiltà; al contrario, la legittima tutela del proprio bagaglio culturale e storico è il primo passo (anche) per sottrarre carburante ed argomentazioni all’inganno populista ed alla facile demagogia.

Impari a dialogare, la sinistra chic e benpensante del “Genitore 1” e “Genitore 2”. Esattamente come fece il nostro Giolitti, tanto tempo fa.

Ps. Poi arrivarono Mussolini e gli spaventati plutocrati che lo sponsorizzavano. E quella meravigliosa fase di democrazia risorgimentale fu consegnata alla Storia.

“Ogni uomo mente, ma dategli una maschera e sarà sincero” – Oscar Wilde.

Ai tempi della seconda guerra in Iraq nel 2003, un sondaggio dimostrò come l’86% degli statunitensi che credevano alle informazioni (poi rivelatesi distorte e manipolate) sul regime di Saddam Hussein fosse collocato tra coloro i quali erano comunque favorevoli al conflitto e all’amministrazione Bush. C’era quindi un legame tra queste “misperceptions” (nel gergo della comunicazione “false percezioni”) e l’ideologia-convincimento di base dei cittadini che le accoglievano come veritiere. In poche parole, la propaganda mediatica attecchisce più facilmente se i suoi argomenti sono, in qualche modo, collocati e collocabili sulla stessa traiettoria d’intendimento del bersaglio del messaggio.

Da diversi anni circola in rete e su alcune piattaforme mediatiche una presunta “Relazione dell’Ispettorato per l’immigrazione del Congresso degli Stati Uniti sugli immigrati italiani” datata 1919, nella quale i nostri connazionali sbarcati ad Ellis Island venivano bollati e descritti, tra le altre cose, come di piccola statura e di pelle scura, puzzolenti, dediti all’accattonaggio ed al crimine. Si tratta, però, di un rapporto la cui veridicità non solo non è stata mai provata e dimostrata, sebbene riportata anche da organi come RAINEWS24, ma che viene messa a dura prova da alcuni indizi quali, ad esempio, il linguaggio utilizzato nel rapporto (più simile a quello di un comunicato politico che non ad una relazione governativa) e da alcune discrepanze storiche, come l’utilizzo da parte dei migranti italiani dell’alluminio per costruire le loro abitazioni, materiale in realtà a quel tempo molto costoso e pregiato. E’ e resta comunque innegabile la durezza del trattamento riservato ai nostri connazionali (come alle altre comunità immigrate), per cui nel caso di specie non si potrà parlare di propaganda “nera” (ossia totalmente falsa) ma di propaganda “grigia”, ovvero parzialmente falsa. Scopo di coloro i quali hanno imbastito la (presunta) mistificazione è quello, senza dubbio benefico, di sensibilizzare l’opinione pubblica su una tematica molto delicata attraverso il canale, emotivamente forte, dell’immedesimazione, data la storia recente di disagio economico e sociale che spingeva molti italiani a lasciare la loro terra in cerca di fortuna, e infatti la nota trova larga diffusione ogni volta in cui, purtroppo, si ripetono tragedie come quella lampedusana. E però significativo notare come le strategie della persuasione riescano sempre e comunque a giungere a bersaglio, indipendentemente dal segmento che si desideri cooptare. Non c’è o non sembra dunque esserci differenza tra la vecchina eterodiretta dagli apparati mediatici berlusconiani (e per questo sovente oggetto di scherno ed aristocratico biasimo) e l’intellettuale, apparentemente meglio attrezzato, magari “liberal” e munito di un titolo accademico, che condivide certe informazioni disancorate dal reale senza la tutela del vaglio e della verifica.

Concludo con una piccola digressione storica: è opinione comune sia stato l’affondamento del transatlantico “Lusitania” la molla dell’entrata in guerra degli USA a fianco delle potenze dell’Intesa nel 1917, ma è un dato soltanto parzialmente corrispondente al vero. L’Amministrazione Wilson, infatti, era già riuscita a convincere la recalcitrante opinione pubblica nazionale attraverso l’opera massiva e massiccia del “Committee on Public Information”, un organismo antesignano delle moderne PR guidato dal giornalista George Creel. Creel puntò molto sulla collaborazione con la stampa e sull’azione dei cosiddetti “Four Minute Man” (termine che traeva ispirazione dai famosi “Minuteman”, la milizia che ai tempi della guerra d’indipendenza dagli Inglesi era in grado di intervenire entro 1 minuto). Scopo dei “Four Minute Man”, un corpo di ben 75 mila uomini, era quello di intrattenere i cittadini in luoghi ad alta concentrazione di pubblico come i cinema, i teatri e gli stadi con orazioni patriottiche incisive ma brevi, appunto di 4 minuti. Inoltre, vennero coinvolte le star all’epoca più popolari come Douglas Fairbank e Mary Pickford e i circoli e l’associazionismo, dai clubs femminili ai boy scout, con l’incarico di estendere e diffondere il messaggio interventista e patriottico di casa in casa, di villaggio in villaggio, di città in città. In breve, sugli USA iniziò a soffiare un vento antitedesco che rese possibile non solo l’entrata in guerra ma anche l’accettazione di provvedimenti pesantemente e platealmente illiberali ed anticostituzionali come il “Sedition Act” del 1918, che vietava qualsiasi forma di opposizione al conflitto. Sconvolto da questa torsione collettiva che dimostrava, de facto, l’asservimento dell’opinione pubblica di una democrazia alle opzioni della propaganda, uno dei padri del moderno giornalismo statunitense, Walter Lippman, nel suo “Liberty and News” gettò si semi del cosiddetto “giornalismo scientifico”, elaborando un vademecum che il cronista doveva seguire per sfrondare il suo lavoro dalle seduzioni e dagli inganni della propaganda, in modo da consegnare al lettore una narrazione il più obiettiva e deontologicamente corretta possibile.