Sembra che la Regione Abruzzo abbia annoverato tra i recenti morti per il Covid anche un autotrasportatore ucraino, annegato e poi risultato positivo al tampone post-mortem. Chi conosce la comunicazione e la Storia (soprattutto) non se ne stupirebbe e non può non domandarsi quanti casi del genere ci siano stati, fino ad oggi. Ma sa anche che certi comportamenti sono destinati, presto o tardi, a ritorcersi contro chi li pone in essere e li sostiene.
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Quel vaccino contro i “poteri forti”
Addditato come strumento di controllo e guadagno dei “poteri forti” , il vaccino anti-Covid sarà, paradossalmente, l’esatto conrtrario.
A trarre beneficio dalla situazione di emergenza che stiamo vivendo sono infatti (tra gli altri) politici, partiti, media e un segmento esteso e influente dell’imprendioria privata, settori riconducibili a quel “sistema” inteso nella sua accezione più comune e che subiranno un danno importantissimo dalla sconfitta del virus. Ad essi andranno aggiunti gli scienziati “televisivi” (volendo usare un cliché informale), ovvero quei tecnici che stanno ottenendo vantaggio dall’esposizione mediatica (anche sui social).
Il proliferare di certe notizie infondate o manipolate che mettono in dubbio l’efficacia di un vaccino, adesso che sembra in dirittura di arrivo, è la prova e la dimostrazione della sua pericolosità, per qualcuno che ha il potere di accedere al grande pubblico.
Mattarella, la stampa italiana e il “solito” Boris Johnson
Mattarella ha indubbiamente ragione quando parla dell’importanza della serietà, rispondendo a Boris Johnson. Tuttavia, serietà significa molte cose, è un concetto, un valore, multiforme, e con svariate accezioni. Serietà vuol dire anche non trascurare milioni di persone colpite ed affette da malattie magari più gravi del Covid, serietà vuol dire anche evitare provvedimenti inutili o eccessivi che mettano a repentaglio la salute mentale, il benessere e la sicurezza economica dei cittadini. Ecc, ecc.
Chi poi abbia fatto lo sforzo di andare oltre i titoli e i commenti di certa stampa italiana, si renderà conto che il premier britannico non ha formulato un’analisi decentrata. Pur tra mille contraddizioni e storture, è infatti innegabile che Londra vanti una tradizione democratica più antica e solida rispetto a molti altri paesi occidentali, elemento questo che porta inglesi e britannici ad assegnare un ruolo fondamentale alle libertà individuali. Se oggi gli italiani non marciano in camicia nera, è del resto anche merito (non dimentichiamolo) del sacrifico di milioni di ragazzi che imbracciarono il fucile sotto la Union Jack.
In un certo senso, Boris Johnson è diventato per una parte dell’informazione e della sinistra di casa nostra ciò che la Boldrini o la Kyenge furono e sono per la destra reazionaria e populista, ovvero il bersaglio ideale (anche a causa di demeriti suoi) per veicolare una propaganda spesso ostile, agitativa e fuorviante.
Se la forma diventa sostanza: i “fascisti” di Colleferro
Sebbene non esista alcuna prova a dimostrare che l’aggressione di Colleferro avesse un movente razziale (Willy Monteiro Duarte è intervenuto a rissa già iniziata), come non esista alcuna prova dell’appartenenza degli assassini all’estrema destra (pare che uno di loro fosse un simpatizzante del M5S, inoltre avevano amici nordafricani e i loro raid colpivano in maniera indiscriminata italiani e stranieri), i Bianchi, Bellegia e Pincarelli sono stati associati quasi subito al Fascismo.
Un binomio suggerito non solo dalle caratteristiche della vittima (un ragazzo di origine capoverdiana) ma anche dall’aspetto esteriore dei quattro giovani e dal fatto praticassero discipline da combattimento. I tatuaggi, i fisici in evidenza e la passione per la lotta hanno cioè attivato dei “frame” in chi ha voluto vederli come fascisti (il cliché di un muscolarismo bellicista che si vuole prerogativa dei soli estremismi di destra), “frame” che hanno aderito al “campo di realtà” di costoro e ai loro sistemi di “credenza”, innescando a loro volta i meccanismi alla base del “grouping” e dell’ “omofilia”.
Detto forse più prosaicamente, anche chi condanna la forma intesa come fattore discriminante e vincolante (la nazionalità e l’etnia nel caso di specie) ha dimostrato la stessa vulnerabilità, cosa peraltro fisiologica.
Per questo, l’esame delle credenze del target e delle sue strutture culturali è un passaggio fondamentale e irrinunciabile nell’ingegneria della propaganda.
La polveriera scuola
Le scuole italiane rischiano un collasso dalle proporzioni inedite e inaudite, schiacciate dal groviglio di normative (spesso inutili, dannose, farraginose e contraddittorie) elaborate per far fronte all’emergenza.
Se ciò dovesse accadere, e se i numeri dei decessi dovessero confermarsi bassi, l’impianto teorico e ideologico alla base delle misure restrittive, dentro e fuori gli istituti scolastici, potrebbe subire un colpo decisivo ed un segmento importante del movimento d’opinione a loro sostegno e a sostegno del governo potrebbe cambiare idea. Pensiamo agli insegnanti (tra i grandi elettori del M5S nel 2018) e/o ai familiari dei bambini e dei ragazzi, ovvero le categorie in questo caso più esposte.
Zingaretti, la mascherina e l’ “abito del capo”
In alcuni contributi precedenti era stata analizzata l’importanza dell’immagine nella politica e nella propaganda, dalle fasi più antiche della storia fino ai giorni nostri. Dal mito greco del “καλὸς καὶ ἀγαθός” alle rappresentazioni degli imperatori romani nel fulgore di un’avvenenza perfetta in realtà inesistente, la fisicità ha sempre costituito un elemento apicale nel modo di essere dell’uomo pubblico e politico, ma è soltanto con l’irruzione dei media audiovisivi che essa si trasforma in un pivot decisivo nelle tecniche di autopromozione (in maggior misura per le forze di tipo populistico e demagogico).
Ecco, ad esempio, che “il corpo del capo” diventa la sottolineatura del muscolarismo-machismo non soltanto di un leader ma anche di un’ideologia (Mussolini). Per “immagine”, tuttavia, non si dovrà intendere la corporeità in senso stretto e limitante ma anche l’insieme di tutti gli ingredienti che realizzano l’involucro del personaggio, “dalla “voce del capo” (Hitler) all’ “abito del capo”, quest’ultimo un aspetto sempre più fondamentale.
Le foto di sé con indosso la mascherina che Zingaretti pubblica sui social con grande frequenza (lo fanno anche altri politici) hanno lo scopo di mostrarlo responsabile e allo stesso tempo battagliero, in prima linea contro l’emergenza. Nel suo caso, è bene ricordalo, interviene pure la necessità di far dimenticare di averla clamorosamente sottovalutata, nelle sue fasi iniziali.
La mascherina prende quindi il posto di un elmo, ma idealmente rappresenta anche il resto dell’armatura, spada compresa. Zingaretti è un guerriero, che combatte per la sua regione e il suo paese, che si è rialzato dopo essere stato ferito. Per questo il tema Covid occupa gran parte della sua comunicazione, come di quella degli altri leader “giallo-rossi”. Di nuovo e concludendo, la mascherina ha anche la funzione di rimarcare una differenza rispetto a rivali come Salvini, che invece (seguendo una scelta diversa ma altrettanto studiata ed elaborata) decidono spesso di farne a meno.
Approfondimento:
Si tratta in ogni caso di una scelta comunicativa tipica sopratutto del leader “agentico”, mentre uno Zingaretti è forse un leader più vicino al modello “cooperativo”
Secondo lo psicologo ed esperto di comunicazione statunitense David Bakan, tra gli aspetti del leaderismo ci sono l’ “agentività” (agency) e la “cooperatività” (communion).
Il leader che adotta uno stile “agentico” tenderà ad essere individualista, ambizioso, creativo, orientato al risultato e all’espansione di sé
Il leader cooperativo sarà invece più attento al gruppo e propenso al gioco di squadra.
Come suggerito da un altro studioso, James David Barber, occorre tuttavia fare attenzione a non confondere la “cooperaritvità” con la mancanza di personalità (errore invece molto comune); nel leader “cooperativo” l’energia caratteriale è infatti semplicemente meno esibita, ma non per questo meno forte ed incisiva
Colleferro – “E se i killer fossero stati neri?” Una domanda che allontana dal problema.
Inserendosi in un contesto rispetto al quale è estraneo e diverso, l’immigrato è sempre e comunque un elemento perturbatore, anche per le società più evolute ed aperte. Quando all’immigrazione si accompagnano criticità reali, ad esempio legate alla convivenza oppure alla sicurezza, una certa diffidenza di fondo può allora (e comprensibilmente) inasprirsi, dato che si vanno ad amplificare problematiche preesistenti o a crearne di nuove. Per questo, chi si domanda in maniera provocatoria cosa sarebbe accaduto se i quattro killer di Colleferro fossero stati neri e la vittima bianca, compie un’analisi superficiale, adagiata sulla crosta.
Di contro, è vero che una parte della sinistra tende ad una certa schizofrenia ideologica, mostrandosi razionale e lucida rispetto ai numeri della criminalità “comune” (l’Italia è uno dei paesi occidentali più sicuri) e poi cedendo all’emotività riguardo gli episodi di razzismo e i crimini razziali (anche stavolta il nostro paese è in coda alle classifiche), delineando un quadro distante dalla realtà. Non a caso lo sdegno per i fatti di Colleferro è praticamente unanime, mentre ad oggi non sono emerse prove dell’appartenenza dei “fighter” laziali all’estrema destra. Ecco perché , al di là dell’irriverenza “naïf” tipica dell satira, il contestatissimo messaggio di un Ghisberto non è del tutto scorretto o esagerato.
Come sempre, tematiche tanto complesse richiedono un approccio il più possibile maturo e distaccato, che rifugga dalle tentazioni della polarizzazione.
Dai “negazionisti” agli immigrati: l’importanza del “nemico” da sinistra a destra
Con poco più di 1000 partecipanti, la manifestazione romana di ieri (che non vedeva solo la presenza di “negazionisti”) è stata un evento abbastanza marginale. Ciononostante i principali vettori e mittenti della comunicazione e della propaganda filo-governative le hanno dato e le stanno dando ampio risalto, come puntualmente fanno ormai da giugno con tutti gli eventi analoghi.
Incapsulata nella propaganda “agitativa”, la ricerca del “nemico comune” è una tecnica tra le più efficaci, che consente di cementare il consenso attorno al mittente e/o di indirizzare l’attenzione del target a suo piacimento. Talvolta può essere legata alla ricerca del “capro espiatorio” e al ricorso al “senso comune”*. Certa destra agisce ad esempio in questo modo rispetto al problema immigrazione ed a quello sicurezza.
Soprattutto volendo considerare come l’emergenza sanitaria sia riuscita ad aumentare le quotazioni del premier e dell’esecutivo (prima in netto e progressivo calo), non è da escludere che la maggioranza e il movimento d’opinione ad essa vicino stiano cercando di esasperare il ruolo e l’importanza di certe frange ostili, così da averne un ritorno di immagine e politico presentandosi quale unica alternativa affidabile e delegittimando un dissenso che oggi sembra irrobustirsi.
*far credere che le opinioni del mittente rispecchino quelle della maggioranza, il senso comune, appunto
Comunicare e gestire i conflitti, anche al tempo del Covid: ascoltare per farsi ascoltare

Esiste ed è disponibile un’imponente produzione bibliografica, anche di carattere scientifico e accademico, a dimostrare come nella comunicazione e nel “problem solving” un approccio ostile ed elitario non solo non paghi ma ottenga l’effetto opposto, mettendo l’interlocutore sulla difensiva e rendendolo sordo alle nostre argomentazioni.
Viceversa, una postura equilibrata e razionale, il valorizzare chi abbiamo davanti, cercare di andare incontro alle sue esigenze ed ascoltarne le ragioni, aiuterà a farci capire meglio e a far passare in modo più agevole il nostro messaggio.
A riguardo, gli esperti di negoziazione dei conflitti e docente ad Harvard Roger D. Fisher e Daniel L. Shapiro offrono un “vademecum” molto interessante:
-esprimere apprezzamento, valutando positivamente ciò che gli altri pensano, sentono o mostrano, (senza pensare che ciò significhi cedimento)
-costruire affiliazione, trasformando l’avversario in un collega grazie alla scoperta di interessi e conoscenze in comune
-rispettare l’autonomia, espandendo nel contempo la propria
-riconoscere lo status delle controparti, e onorarle quando serve, riaffermando nel contempo il proprio status (questa azione rafforza stima e capacità di influenzare
-scegliere per sé un ruolo negoziale pieno, e cioè con un chiaro obiettivo e che sia significativo dal punto di vista personale
Passare, insomma, dal “come faccio fargli cambiare idea?” al “quali parole possiamo trovare che ci accomunano, che consentono una progressiva trasformazione della disputa in collaborazione?”, dal “noi chiediamo”, “noi insistiamo”, “abbiamo diritto a” al “ciò che realmente ci preoccupa è”, “noi temiamo che”, “noi preferiamo”, “lasciateci spiegare i nostri sentimenti a riguardo” (Granelli-Trupia)
Un arsenale basato sul “soft power”, il cui impiego possibile è illustrato in un altro vademecum, in questo caso della Harvard Law School (Principled Negotiation):
-separa le persone dal problema (sii mite con le persone e duro con i problemi)
-concentrati sugli interventi e non sulle posizioni (che tendono a con-fondersi con gli ego delle persone)
-inventa un certo numero di opzioni che puntino a ottenere benefici reciproci prima di decidere il da farsi
-insisti che il risultato della trattativa utilizzi criteri oggettivi
-abbi sempre in testa il tuo BATNA (Best Alternative to a Negotiated Agreement)
E se invece fosse la controparte a manifestare un atteggiamento ostile e respingente? Sarà sempre raccomandabile non lasciarsi coinvolgere in una “rissa” verbale inutile e controproducente. Anche stavolta può venirci in aiuto una tecnica, detta “negotiation jujitsu” (dal nome della famosa arte marziale giapponese). Difendere cioè le nostre posizioni senza attaccare, ma eludendo l’aggressività altrui lasciandola colpire a vuoto così che si spenga. Nel dettaglio:
-usare le domande al posto di affermazioni: le affermazioni creano resistenza, dove invece le domande generano rispose. Le domande consentono alla controparte di spiegare il proprio punto di vista dandoci una visione più ampia. Le domande possono anche essere molto sfidanti e forzare la controparte ad affrontare i punti nodali del problema
-usare il silenzio, una delle armi più efficaci a disposizione: quando la controparte fa una proposta irragionevole o un attacco personale ingiustificato, la cosa migliore da fare è rimanere fermi, neanche troppo turbati e non dire una parola. La controparte sarà così forzata a parlare e a giustificare le proprie affermazioni
Soprattutto in una fase come quella odierna, che vede medici, scienziati e divulgatori commettere spesso degli errori di comunicazione nell’accostarsi all’emergenza Covid e al tema vaccinale, queste linee guida sono più che mai utili e preziose. Cedere al’Ego, all’ira, avere delle cadute di stile o essere troppo criptici e complessi durante un performance che vuole avere carattere divulgativo, non farà altro che aumentare la distanza tra il cittadino e la scienza confinandola in una bolla, a tutto vantaggio di quelle correnti di pensiero e di quei movimenti e anti-scientifici che oggi sembrano, infatti, di nuovo in ascesa.
Riferimenti bibliografici:
Roger Fisher e Daniel Shapiro, “Beyond Reason: Using Emotions as You Negotiate”; Andrea Granelli e Flavia Trupia, “La retorica è viva e gode di ottima salute. Convincere, capire, vaccinarsi ai tempi del web”; Roger Fisher e William Ury, ““Getting to Yes”
I giovani “movidari”, “discotecari”, “vacanzieri” e infine untori: come si costruisce il mostro
« I moralizzatori in servizio permanente di Twitter hanno individuato il nuovo Grande Untore: è l’innocuo turista (spesso giovane e già colpevole di “movida”) di ritorno da Rodi o Corfù. Ma i dati del contagio in Grecia non hanno mai preoccupato » (“Dopo il runner, il nuovo nemico pubblico numero uno è il turista in Grecia”, di David Piacenza su Wired)
In questo caso, come in senso più ampio per quel che riguarda demonizzazione dei giovani, “movidari”, “discotecari” e “vacanzieri”, in atto da un po’ di tempo, stiamo assistendo ad un esempio di propaganda “agitativa” (atta a creare e stimolare reazioni forti come panico, rabbia ed ansia) “interna” (rivolta al pubblico nostrano). Sviluppata mediante le seguenti tecniche:
1a) ricerca del “capro espiatorio” (i giovani)
1b) ricerca del “nemico comune” (ancora i giovani)
2) appello al “senso comune” (la movida, gli assembramenti e le vacanze all’estero sarebbero atteggiamenti considerati fuori luogo dalla maggior parte delle persone in questo momento storico, quindi i giovani andrebbero contro la saggia e prudente maggioranza)
3) “proiezione” e “analogia” (i giovani vengono associati all’immagine negativa e respingente degli irresponsabili e degli “untori”)
4) “ripetizione” (il messaggio viene ripetuto di continuo e da/con tuti i canali possibili e disponibili
5) “semplificazione” (i giovani vengono accusati senza alcuna prova di non rispettare le misure di sicurezza)
6) mal-informazione (la distorsione, la manipolazione e la strumentalizzazione dei fatti, anche reali, come limiarsi a mandare in onda solo le interviste ai ragazzi “negazonisti” in vacanza e in discoteca)
Vettori sono i media (per ragioni commerciali ed editoriali) e le istituzoni e i partiti di maggioranza, in questi ultimi due casi per:
1) invitare alla prudenza e all’osservanza delle normative anti-Covid
2) guadagnare un alibi qualora la situazione dovesse precipitare
3) ottenere il consenso popolare per eventuali nuove chiusure
4) aumentare, più in generale, il proprio conenso, in brusco e inarrestabile calo fino a marzo e a vantaggio del centro-destra (rally ‘round the flag)
5) aumentare il proprio potere di controllo sulle masse
Tecniche per certi versi presenti anche nella “guerra ibrida”, come spiega l’approfondimento sottostante.
L’ingegneria della bufala e della manipolazione
Soprattutto quando studiate ad arte, le “fake news” seguono una precisa catena di elaborazione e comando. Il manipolatore parte cioè da un’impasse in cui si trova il bersaglio, ne esamina le credenze e gli schemi socio-culturali e propone una soluzione, una verità alternativa. Si tratterà allora di “mal-informazione” e “disinformazione”, benché la ricerca di una exit strategy ad una iniziale mancanza di soluzioni sia tipica anche della “mis-informazione”, ovvero tutti noi possiamo creare e far prosperare una “fake news”, inavvertitamente.
L’ingegneria della bufala”, volendo usare un’iperbole, è ben descritta da Fontana in questi 9 passaggi, che incudono l’azione disinformativa contro un target straniero nell’ambito dei conflitti ibridi:
1) verificare le credenze in uso e mappare quelle dei propri pubblici
2) indagare le strutture culturali dei gruppi sociali di riferimento e i prodotti informativi di cui fruiscono
3) monitorare la situazione delle forze (geo)politiche in campo
4) considerare le piattaforme mediatiche in uso che possono modificare messaggi chiave e credenze
5) riconoscere e interpretare le differenti notizie inventate (fake design)
6) definire quali percezioni far vivere da un punto di vista fisico, emotivo, mentale (perception management)
7) identificare e far vivere le nuove narrative individuali e sociali (strategic story-work)
8) definire le azioni pratiche di sense-making: le pratiche e i riti che generano significato in una comunità
9) monitorare in progress i nuovi orientamenti di credenza e i fatti alternativi