Sull’otto marzo

L’8 marzo può essere “morattianament­e” snobbato, valorizzato, discusso o ridotto ad una semplice occasione di svago e di convivialità, anche trivialmente spiritosa. Può, ancora, diventare un ottimo palcoscenico per tematiche trascurate o banalizzate, come per esempio la sicurezza, declinazione prima e primaria del concetto di libertà troppo spesso, de facto, negata alle donne in nome di una lettura distorta ( e ideologica) della problematiche sociali alla base dell’attitudine­ criminale. Quando però si trasforma nella cassa di risonanza del revanscismo di genere più violento e frustrato, nel volano del sessismo misandrico e nella crudeltà sleale della semplificazione­, allora un campanello di allarme dovrebbe intervenire con tutta la sua invadenza cacofonica, e questo, innanzitutto, nell’interesse della donna. Buona ricorrenza, donna d’Onna

Televisione….

Nei primi anni ’90 del XX secolo, i ricercatori e sociologi Robert Kubley (Rutgers University) e Mihaly Csikzsentmihalyi (University of Chicago) condussero uno studio riguardante gli effetti dell’esposizione televisiva sui più giovani. Basandosi su un campione di 1200 soggetti, i due osservatori approdarono alle seguenti conclusioni: “la televisione rende passivi, nervosi, incapaci di concentrazione; l’atto di mangiare richiede un impegno mentale ed una concentrazione maggiori di quanto ne richieda l’atto di guardare la televisione; inoltre, sebbene la gente pensi che la televisione offra svago e relax, in realtà essa peggiora il nostro umore”

 

No VietCong ever called me nigger

“No VietCong ever called me nigger” La frase con la quale Muhammad Ali scioccò l’America perbenista (white come black), il refrain del suo rifiuto ad imbracciare il fucile contro i contadini Vietnamiti. Ali perse il proprio titolo, per questo; perse denaro, perse la libertà, finì a pulire padelle e rischiò addirittura la fucilazione. Poi tornò, più forte di prima, dentro e fuori, a riconquistare il tetto del mondo pugilistico. Questo, anche questo, ha fatto di lui il personaggio più riconoscibile del secolo XXesimo, un’icona superiore ai Beatles, ad Elivis e JFK. Maradona si fa tatuare il volto di Ernesto Che Guevara sul petto, si erge a barricadero antisistema, poi piange ai microfoni dei telegiornalisti perché il fisco italiano, al quale deve decine di milioni di Euro, gli porta via l’orecchino e l’orologio (qual violenza!). E i pecoroni, magari senza lavoro, gli danno anche ragione.

Populismo latino e Unione Europea

Se si osserva la storia dei paesi latini, dal Centro-Sud America alla Romania, noteremo come ad unirne i percorsi vi sia un comune denominatore, una costante distintiva: il populismo. Assumiamo l’esempio sudamericano (porzione continentale abitata prevalentemente da ispanici ed italiani); è qui che il populismo storicamente nasce e vede il suo sviluppo più ampio ed articolato. Dai coniugi Peròn, a Batista, a Stroessner, a Pinochet, a Menem (tutti ancora amatissimi), passando a Lula, Mujica e Chavez, mutano i cromatismi politici ma non l’architettura ideologica e propagandistica sostanziale. Stessa cosa per l’Europa (con la sola eccezione della Spagna post-franchista); nell’Italia unitaria, il populismo presenta un corredo di esempi estremamente vasto e variegato, con De Pretis, Crispi e Giolitti nel secolo 19esimo per poi esprimersi nella sua manifestazione più eclatante tramite Mussolini, Giannini e, in tempi più recenti, con la Lega Nord, Berlusconi e Grillo (si potrà parlare di mutazione teratologica del populismo, che diventa “populismo mediatico”). Purtroppo, questa traiettoria conosce ben poche inversioni di tendenza, e raro, rarissimo, è il punto di rottura. Le urne infatti consegnano sempre uomini e programmi smaccatamente volti e improntati al consenso, privi di una visione lunga e focalizzati sulle passioni del momento (il rottamatore Renzi è paradigma ideale di questo genere di mentalità e strategia). Il leader all’occidentale, per usare una formula di agevole comprensione, viene tacciato di inconsistenza e le sue proposte percepite come punitive, elitarie e pertanto cestinate. Va detto che la comunità latina europea ha invero un vantaggio, rispetto a quella sudamericana: la UE. Il mio auspicio è quello che l’Unione aumenti sempre di più il proprio controllo sui singoli stati, così che il timone rappresentato dalle grandi democrazie di tipo anglosassone possa dirigere anche la nostra sgangherata barca. In gioco c’è molto più di quanto la sterile propaganda identitaria pancista (smemorata sulle incursioni antiunitarie delle Lega) voglia far credere. Non dimentichiamoci di Adenauer. Io me lo tengo ben stretto.

L’Oriana Furiosa,Tina Merlin e Teresina Bontempi

Dispiace dover constatare come molti amici di mentalità aperta e formazione liberale (non nell’accezione del termine consegnata dalla ed alla comune vulgata) (s)cadano nella trappola dell’esaltazione di Oriana Fallaci. Se infatti da un lato, nella prima parte della sua esperienza umana e professionale, Fallaci ha saputo rappresentare una figura importante del giornalismo italiano fungendo da apripista alle donne nel complesso e fino ad allora maschilissimo mondo dei reporter, dall’altro, nelle fasi finali della sua parabola esistenziale, è scivolata nella semplificazione e nella banalizzazione più isterica e volgare, ponendosi de facto alla testa di un ventralismo xenofobo e razzista infoiato ed eterodiretto dal dispositivo mediatico irregimentato post Siddle Commission. Chiunque abbia dimestichezza con la saggistica accademica in materia di scienze storiche, politiche e sociali, sa bene quanto argomenti dell’ importanza, della complessità e della consistenza di quelli proposti da Fallaci debbano passare attraverso il vaglio della metodologia scientifica, fuggendo da qualsiasi orpello-legaccio ideologico e tantomeno da incursioni improntate alla rozzezza retorico-argomentativa, nel caso della giornalista fiorentina più bassa e puerile. Io consiglierei di guardare a figure come quella di Tina Merlin, oppure, virando verso il fronte opposto, Teresina Bontempi.

Le élites? Comicamente scontate

Generalmente le élites non amano i lavori cinematografici su di loro; la cosa le fa sentire un po’ meno élites. Generalmente le élites sono molto prevedibili. Le monografie possono andar bene, purchè, ovviamente, siano distribuite da case editrici fuori dal “sistema”. Quel “sistema”, mai dimenticarlo, che mette la benzina nelle loro auto, che fa andare i loro pc, i loro cellulari, le loro lampadine e che riempie le cartine che si rullano nei circoli..

Chi ha paura di Grillo? Un nuovo metodo Boffo-Fini

E adesso, l’icona Fo diventa una prostituta politica, un reietto “trotskista” dal quale prendere le distanze, e Grillo viene addirittura accostato ad Adolf Hitler. Il metodo Boffo-Fini è un’anomalia trasversale. In principio fu Filippo Turati; poi, fu Nenni, poi i movimenti e Capanna, il PSIUP e il PDUP, poi fu Craxi (e qui non si avevano tutti i torti ma nemmeno tute le ragioni). Poi, sul recente, Garavini, poi Orlando, poi Bertinotti, poi ancora i movimenti, poi Vendola (ma per poco), poi Ingroia e adesso Grillo. Quando si perde una competizione, di qualsiasi natura essa sia, l’errore più sciocco, più pericoloso e puerile, è quello di dare la colpa all’avversario, o, comunque, agli altri contenders. Faccia, la sinistra italiana “liberal”, un’analisi attenta delle sue strategie comunicative e programmatiche, anche in considerazione del superpotere mediatico berlusconiano, e non punti livorosamente il dito verso il nulla. Si gira in tondo.

Anoressia Vs Obesità

Molte energie sono state spese per far conoscere e comprendere il dramma dell’anoressia in tutte le sue più oscure declinazioni, mentre l’obesità è ancora, purtroppo, incorniciata da un’ironia becera e fuorviante. obesi sul molo

Se a nessuno verrebbe infatti mai in mente di canzonare una ragazza o un ragazzo ridotti alla consunzione più scioccante, così non è per l’obeso, oggetto, anche qui rete, del bullismo più rozzo, crudele e soprattutto pericoloso. Troppo spesso si ignora che a origine di un peso corporeo abnorme possano covare fattori endocrini e psicologici, spasmi esistenziali che conducono all’odio verso se stessi e all’autodistruzione, esattamente come nel caso dell’anoressia.

Fu vera (contro)informazione?

Tra i tanti miti sull’informazione, spopola e prospera quello che vorrebbe la (contro)informazione e le sue varianti come oasi di onestà deontologica, libero scambio di idee e proposte e volano per l’estro speculativo più genuino. Nulla di più falso e ingannevole. Sarà infatti sufficiente assumere a paradigma alcune delle bufale cui i social network stanno facendo da cassa di risonanza negli ultimi anni, per rendersene conto. Prendiamo la panzana della Grecia in balìa di scontri e violenze e con i supermercati assaltati; in questo caso, la controinformazione fa ricorso ad alcuni degli strumenti tipici dell’informazione “ufficiale”, generalmente bollata e snobbata come asservita. Eccone alcuni: propaganda di tipo “grigio”. Si parte da una verità di fondo (la crisi economica greca e gli scontri del 2010) per ricamare una facile trama ad uso e consumo delle menti più pigre e suggestionabili. Il motivo? Creare un grimaldello per scardinare la credibilità dell’UE e di Paesi come la Germania, la Francia, l’Inghilterra e l’Italia. Ecco allora che si passa alla fruizione del “capro espiatorio” (le grandi potenze e l’eurozona), del “senso comune” (linguaggio familiare per esprimere concetti familiari, in modo da far credere allo spettatore-lettore che le posizioni del propagandista siano le stesse dell’uomo comune e del comune sentire), e dell’enfatizzazione della paura (precipitare nell’anarchia e nella violenza a causa dei sopracitati capri espiatori). Come si può facilmente osservare, i virtuosi dell’informazione “libera” non sono differenti, nella sostanza e nella morale, dalle agenzie di comunicazione assunte dalla NATO durante le operazioni di guerra o dagli “embedded”, i cronisti “incastonati”, inquadrati nei conflitti per dire quello che l’occidente e le multinazionali petrolifere di turno desiderano.

Pregiudizi

Troppo spesso tendiamo ad attribuire al pregiudizio una dignità didascalica e una valenza paradigmatica che in realtà è ben lungi dal possedere. Il pregiudizio non fotografa, nasconde; non spiega, semplifica. Personalmente, non mi sento in imbarazzo per chi ne è vittima, bensì per chi ne è portatore e diffusore.