Più volte ho espresso la mia contrarietà alla politica intesa nell’ accezione ideologica e non storico-etimologica del termine, auspicando un ritorno alla sua funzione meramente amministrativa (πόλις – τέχνη, “gestione della città”) con il “buon ragioniere” di gianniniana memoria al posto dell’odiato uomo politico di professione. Le ultime vicende nazionali mi hanno però indotto a rivedere, almeno in parte, questa convinzione, un tempo in me tanto solida e radicata. Il professionismo politico aveva ed ha infatti dalla sua una dote ed un punto di forza di cui l’improvvisazione popolare è sprovvista: la gavetta. A meno che non si possieda una dote da spiattellare sul tavolo, tanto ricca e pesante da consentirci di saltare a piè pari i gradini della gerarchia, fare politica significa partire dal basso, da quella che una volta si chiamava “cellula”. Questo non si traduce soltanto nell’attaccare manifesti o nel distribuire volantini nei mercati, ma anche nell’acquisire, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, gli strumenti necessari all’interazione ed al confronto con la stampa, con i settori della società civile e delle istituzioni. Significa imparare a conoscere il territorio, strato per strato, con le sue problematiche e le sue multiformi complessità, e gli attori e le leve della sua gestione. I Grillini stanno dimostrando tutta la pericolosità della loro inesperienza, tanto più devastante in considerazione della delicatezza del momento che stiamo vivendo e dell’opportunismo elettoralistico del loro leader, sempre più novello uomo del “niet”; gestire una comunità non è un gioco, non è uno scherzo e non è impresa per tutti. E, soprattutto, la vita del cittadino non è un terreno sul quale provare la forza dei propri muscoli in un braccio di ferro con le “kaste”, vere o immaginarie che siano.
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Si stava meglio quando….
Non avrei mai ipotizzato di giungere a tanto, ma dopo una gestazione sofferta della durata di due decadi, il parto che ne segue e consegue è un grido di dolore che ha le tonalità del qualunquismo più disperato e disperante. Ebbene, signore signori, qui lo dico e qui lo nego: rimpiango il pentapartito e la rassicurante ala pinnata di quella Balena Bianca avveduta e interclassista che ci rese adulti, seppur con la paghetta. Rimpiango, altresì, quella bussola yaltiana senza la quale il Bel Paese è smarrito come un bambino povero dentro un megastore di balocchi. Rocco Casalino alle consultazioni è stata l’ultima, il forcipe che ha estratto da me questo urlo straziante, questo figlio dello smarrimento che mi guarda angosciato dicendomi: “papà, scappiamo”
Miguel Angel Torres diventi la Sigonella degli anni 2000. No all’estradizione.
Mentre in Italia infuria la polemica sulla “restituzione” dei fucilieri alle autorità indiane e sull’annullamento della sentenza di assoluzione nei confronti della Knox e di Sollecito (uno sviluppo che avevo previsto dopo il giudizio di primo grado, date le pressioni esercitate da Washington, salvo sentirmi dare del matto da qualche buontempone ignorante), c’è un problema, ben più concreto, sul quale la nostra sovranità nazionale, residua dopo il 1945, gioca le sue ultime carte: il caso Miguel Angel Torres. Torres è accusato di omicidio di primo grado (quello della moglie) dalle autorità della Pennsylvania. Latitante dal 2005, è stato catturato una settimana fa a Bologna, dove viveva sotto il falso nome di Renè Rondon, lavorando come badante nella casa di due ricchi pensionati. Si dà il caso che in Pennsylvania viga ancora la pena capitale (Paese civile, gli Stati Uniti, vero?) e che il diritto italiano vieti l’estradizione nei paesi in cui tale, barbara, pratica sia ancora prevista dal codice penale. Gli USA hanno addirittura chiesto alle autorità italiane l’espulsione di Torres in quanto introdottosi illegalmente nel nostro territorio nazionale, e questo proprio per aggirare il “problema” etico-giuridico di cui sopra. Ricordiamo come nel 1996, il TAR della Puglia negò la consegna di Pietro Venezia, reo di omicidio negli Stati Uniti, proprio perché avrebbe rischiato di salire sulla sedia elettrica, e questo, molto più di Sigonella, seppe rappresentare un atto di coraggio nei confronti di Washington, la madre matrigna che non manca mai di far sentire a noi, ai tedeschi ed ai giapponesi, il calore soffocante del suo abbraccio. L’associazione “Nessuno tocchi Caino” si sta già muovendo per strappare Torres al boia, facendo così valere i principi della nostra carta costituzionale;questo il link ( http://www.nessunotocchicaino.it/news/index.php?iddocumento=17302988) che rimanda all’iniziativa, in modo che chiunque lo desideri possa fornire il proprio contributo a questa battaglia di civiltà trecentosessantagradista. Coraggio, Miguel
L’Italia,i Maro’ e quella liberta’ che non sappiamo di avere
« Dobbiamo morire per restituire al Giappone il suo vero volto! È bene avere così cara la vita da lasciare morire lo spirito? Che esercito è mai questo che non ha valori più nobili della vita? Ora testimonieremo l’esistenza di un valore superiore all’attaccamento alla vita. Questo valore non è la libertà! Non è la democrazia! È il Giappone! È il Giappone, il Paese della storia e delle tradizioni che amiamo. »
Queste le parole pronunciate da Yukio Mishima prima di compiere il suicidio rituale. Era il 25 novembre del 1970. Mishima, paramilitare e patriota, non poteva tollerare quello che reputava un asservimento del Giappone agli USA e all’Occidente entro i termini, durissimi (ma giusti), del Trattato di San Francisco. Tale carta impediva infatti al Giappone di possedere un esercito, che non fosse di autodifesa, affidando la protezione dei confini agli Stati Uniti. Dopo la resa, l’ex impero del Sol Levante subì un’occupazione “manu militari” da parte di Washington che si protrasse per anni ed il totale smantellamento della sua architettura costituzionale, sociale e culturale. Stessa sorte toccò alla Germania e all’Austria. Solo una potenza, tra quelle uscite sconfitte dall’esperienza bellica, seppe scampare ad una punizione tanto dura: l’Italia. Questo perché la co-belligeranza del demonizzato Maresciallo Badoglio (demonizzato da chi non possiede gli strumenti di analisi necessari all’interazione con le scienze storiche oppure è accecato dal furor ideologicus) ed il ruolo della lotta partigiana, indussero gli Alleati a concedere a Roma un trattato di pace entro termini più morbidi ed elastici rispetto a quelli dei nostri ex compagni si sventura. Evitammo così l’occupazione del suolo nazionale, la destrutturazione del nostro edificio civile e potemmo disporre, e possiamo disporre, di una libertà di manovra mai concessa, o concessa molto tardivamente, a Berlino e Tokio (si pensi alla coraggiosa ed illuminata politica filo-araba di Craxi e della DC, a Sigonella, alla possibilità di inviare truppe all’estero già dagli anni ’40-50, di possedere portaerei e di progettare armi nucleari per una “force de frappe” con Parigi, progetto poi accantonato all’inizio degli anni ’80, al numero relativamente limitato di truppe americane sul nostro suolo, ecc). A molti nazionalisti a corrente alternata che fanno spallucce, per mero e squallido calcolo elettorale e di pentola, quando Bossi&co dicono di volersi mondare l’orifizio anale con il tricolore, piacerebbe che Monti inviasse la portaerei Cavour nell’Oceano Indiamo o i Tornado armati di bombe nucleari sui cieli di Nuova Dehli, ma il nostro Paese non può farlo, e non può farlo, ripetiamolo, perchè ha perduto quella scommessa armata scelleratamente voluta da Benito Mussolini e perchè per 50 anni ha avuto bisogno (come la Germania, il Giappone e la Sud Corea) della subordinazione-protezione degli ed agli USA in ragione del nostro ruolo di cuscinetto tra l’EST e l’OVEST. Motivo, tra l’altro, per cui abbiamo dovuto soprassedere sul Cermis, così come tedeschi, giapponesi e sudcoreani soprassiedono, dal 1945-1953, sui crimini che gli “yankees” perpetrano spavaldamente in casa loro. Per quel che concerne il caso Marò, Monti non avrebbe potuto fare altrimenti, salvo condurre alla garrota 400 aziende italiane che operano in India per un fatturato di 10 miliardi di euro e migliaia di posti di lavoro. Indubbio, ovviamente, esista un “secret deal” sotto forma di piano b che consenta a noi di riportarle in patria i fucilieri non appena placatasi la tempesta e ai nostri “contenders” di salvare la faccia.
“Ius Soli”
Lo Ius Soli ha dalla sua parte la Storia, intesa non già come scienza statica ma come portato di un meccanismo dinamico e di un’attitudine a fondamento della comunità umana stato e, successivamente, nazione. Per questo, anche per questo, si allo Ius Soli. Illogico ed amorale negare la cittadinanza ad un individuo che nasce in Italia, che in Italia studia e che magari parla uno dei nostri dialetti
C’è’ un grande vecchio in Danimarca (però vive a Genova e dà i voti al Governo Bersani).
All’osservatore sufficientemente esperto in materia di informazione mediatica, non potrà sfuggire la singolarità dell’attenzione rivolta, ben prima delle ultime consultazioni politiche, al Movimento 5 Stelle. Mai, infatti, un raggruppamento ancora sprovvisto di una rappresentanza parlamentare (a Roma come a Strasburgo) e che, nel caso della legione pentastellata, solo una manciata di mesi fa aveva raggranellato un misero 3% nella capitale economica del Paese, era stata concessa una simile esposizione. Corsivi, incontri, schermaglie speculative tra i più illustri sociologi della politica e , soprattutto, il grande palco, il più ambito ed efficace: la televisione. Perché? Le motivazioni trovano spazio in un ventaglio sicuramente molto ampio, e tra di esse fa capolino una che strizza l’occhio alla dietrologia, ma forse no; non è infatti un mistero come nei tempi più oscuri della nostra storia unitaria, forze interne e/o esterne note o meno note abbiano sostenuto dietro le quinte partiti e movimenti allo scopo di stabilizzare, o ristabilizzare, il Paese. Il PNF (esperimento com’è noto sfuggito grossolanamente di mano), l’UQ, i partiti a sinistra del PCI, il PRC, il PdCI, la Lega, FI avevano, nelle intenzioni dei loro criptici mecenati, lo scopo di arginare le frange e le fronde più radicali della politica e della piazza. In un segmento storico tanto complesso e difficile come quello attuale, con una crisi che si presenta come la più virulenta dal 1929 e il termometro dell’antipolitica che ha ormai fatto schizzare il mercurio fino al soffitto, il M5S può riuscire ad incanalare nel rassicurante alveo dell’istituzionalità quei soggetti, quelle aspirazioni e quelle rivendicazioni che, altrimenti, potrebbero trovare risposte nell’estremismo anticostituzionale e nel giacobinismo più violento. Immaginiamo un Paese come l’Italia, membro del G8, fondatore dell’Unione Europea, ottava potenza economica planetaria e quarta continentale, una comunità di 61 milioni di abitanti con la nona macchina militare mondiale e un carico storico e culturale pentamillenario, preda della folla e di progettualità contrarie allo status quo; quale potrebbe essere l’impatto di una simile sterzata nella percezione e nelle sensibilità degli altri popoli del circuito occidentale? Rifondazione e il PdCI sfilavano a Genova con le bandiere rosse per poi allearsi con Dini e Mastella e votare tutte le iniziative militari dell’esecutivo cui appartenevano e quei provvedimenti, come il Protocollo sul Welfare, che hanno fatto diventare maggiorenne il precariato. Allo stesso modo, la Lega è passata dai riti neopagani nei boschi alla richiesta di apporre la croce sulla bandiera nazionale. “Issue parties”, cuscinetti tra il potere e l’istintualità più ribollente e centrifuga che hanno contribuito a tappare i buchi della malagestione nazionale. Che sia, adesso, il turno delle armate grilline? Forse no, ma intanto lo zoppo Pier Luigi ha l’incarico, e questo alle mie orecchie sussurra una parola: appeasement.
Sant’Iene
Ricordiamoci qual è la proprietà del canale televisivo che manda in onda “Le Iene”. Ricordiamolo, prima di farci prendere la mano da facili entusiasmi e prima di costruire vitelli d’oro da mettere sugli altari della cultura civile. I più attenti ricorderanno l’operazione sistematica di demonizzazione posta in atto dal programma ai danni dell’operatore di telefonia mobile Blu dopo che Berlusconi aveva ritirato le sue quote azionarie dal gruppo.
Ancora sui Maro’:dietro lo specchio
Da “Internazionale”:
“Dietro il tradimento italiano si nasconde un sofisticato razzismo”, scrive First Post. L’Italia non sta contestando il crimine o la colpevolezza dei marinai, e alle famiglie delle vittime è stato anche offerto un risarcimento: semplicemente il governo italiano non può accettare che dei giudici indiani dalla pelle scura possano giudicare i suoi cittadini”.
Si tratta di “arroganza razziale” anche per The Hindu Business Line: “i mezzi di comunicazione e l’opinione pubblica italiana hanno sempre mostrato indifferenza verso la morte dei due pescatori indiani”. Secondo il quotidiano per gli italiani i popoli del sudestasiatico sono rappresentati “dallo stereotipo dell’immigrato che vende fiori per le strade di Roma”.
Ecco perché, per l’Italia, “salvare i loro marinai da un “paese del terzo mondo” è un motivo di orgoglio nazionale più che di obbligo politico.
Aggiunta personale: il “secret deal” tra i due governi è poi tutt’altra cosa. Un segreto di Pulcinella di cui sono a conoscenza anche le stesse opposizioni indiane. Nuova Delhi deve giocare a fare la voce grossa per un po’, forse in cambio di un voto favorevole in sede ONU da parte di una potenza del G8 come l’Italia sulla questione Kashmir. A scanso di equivoci, chi scrive proviene da una famiglia di militari. La mia analisi è scevra da qualsiasi pregiudizio di tipo ideologico.
Francesco I e il complottismo che si fa tifo.
L’elezione di Jeorge Mario Bergoglio al soglio pontifico ha acceso, come prevedibile, il motore dell’ovvietà complottardo-complottistica più truculenta e fragorosa. Persone che fino a ieri confondevano Jorge Rafael Videla con un bagnoschiuma aromatico e i Gesuiti con i cugini minori di Gesù Cristo, adesso si scoprono dotti dell’esegesi e delle scienze storiche contemporanee. A costoro, in perenne ricerca di qualche proto-para verità wikipediana che ne mascheri l’ignoranza e la debolezza intellettiva e di analisi, si affiancano gli ultras dell’ideologia, i frondisti del manicheismo più intransigente ed immaturo. “Se non vivrà come uno straccione, allora non sarà degno del nome che ha scelto”, è, per sommi capi, il refrain della categoria, il grimaldello arrugginito con il quale tentare di scardinare il portone dell’edificio che custodisce la credibilità di quello che reputano il “nemico”. Nessun leader, spirituale o politico che sia (Francesco I addiziona entrambe le cose), può e deve permettersi inversioni di marcia troppo brusche e radicali. Sarà la Storia, con il suo dinamismo fatto della somma delle singole istanze ed energie, ad arricchire il puzzle del progresso in ogni sua declinazione, tassello dopo tassello. Auguriamoci che il nuovo Pontefice sappia e voglia colorare questo grande mosaico, ma sarebbe sciocco ed ingenuo attenderci sforzi che travalichino il suo ruolo e le sue possibilità. Non si commetta, con Francesco I, lo stesso errore fatto a suo tempo con Barack Obama o Jimmy Carter. A tal proposito, ricordiamo come persino il Mahatma Gandhi non poté dire di no alla massiccia militarizzazione del proprio Paese (tra i pochi a disporre di una Triade Nucleare), e questo per contenere le mire sino-sovietiche, oltre al (ri)montante sciovinismo britannico. Per adesso, nelle sue prime due uscite, il Vescovo di Roma ha saputo fornire segnali di rottura e cambiamento, così come fecero Giacomo della Chiesa e Albino Luciani. Accontentiamoci di questo primo, piccolo, tassello
Tutti gli uomini sono uguali,ma i Maro’ sono piu’ uguali di Forti
Dopo l’entrata in guerra nel 1940, in Italia ci fu, come prevedibile, un brusco calo nell’offerta dei carburanti per le aziende che gestivano il trasporto pubblico (la precedenza veniva assegnata ai mezzi militari). A questo si sommarono l’arresto della circolazione automobilistica privata e la difficoltà nel reperire pezzi di ricambio per i veicoli a motore. Il risultato fu un sovrautilizzo dei bus e dei tram, che in brevissimo tempo si trasformarono in veri e propri carri bestiame stipati fino al limite dell’immaginabile. Dal momento in cui tale condizione favoriva coloro i quali salivano senza biglietto, le aziende del trasporto pubblico imposero che non si potesse salire se non dalla porta posteriore e uscire da quella anteriore, in modo che chiunque fosse costretto a passare davanti al bigliettaio. Enormi erano i disagi per i passeggeri, costretti ad uno slalom soffocante tra decine e decine di persone, ma c’era una categoria che, in barba alle regole, si arrogava il diritto di salire dalla parte anteriore (quella adibita alla discesa) evitando così questa stressante gimkana: i poliziotti. Ad essi si aggiunsero nel giro di brevissimo tempo i Vigli del Fuoco, poi ancora le Fiamme Gialle, i militari della Milizia e via discorrendo. Non avevano nessuna dispensa per godere di un tale favoritismo, ma veniva loro concesso perché indossavano una divisa. Tutto qua. Celebre fu il caso di una vecchietta che, stremata dalla fatica, chiese al controllore di salire dalla parte anteriore, cosa che le fu negata. “Se ne stia a casa. Siamo in guerra!”, fu la sentenza di quel piccolo e “solerte” capetto, anch’egli munito di un’ uniforme, di una parvenza di testosteronica autorità. Ora, i Marò rimpatriati e tenuti in Italia in barba (almeno ufficialmente) agli accordi con l’India, sono rei dell’uccisione di due poveri pescatori, due padri di famiglia, scambiati per pirati. La macchina ideologica patriottarda (spenta e parcheggiata quando il micropartito Lega Nord dice di volersi pulire il culo con il tricolore), si è subito messa in moto per “liberare” i due reclusi, alimentata e sostenuta dalle forze delle istituzioni e dei partiti, in uno sforzo comune che ha prodotto i risultati attesi: Salvatore Girone e Massimiliano Latorre sono e resteranno a casa. Potere di quella divisa, di quel catalizzatore di pulsioni ideologiche che, invece, un Chico Forti non può vantare e mettere in campo. Mentre io sto scrivendo e voi mi state leggendo, Forti si trova in una cella di 2 metri X 2 di un penitenziario federale della Florida, tra spacciatori, mafiosi, stupratori ed assassini, per un crimine che, molto verosimilmente, non ha commesso e sulla base di un impianto accusatorio lacunoso ed indiziario. Ma per lui nessuno si muove, anzi; l’ex ministro degli Esteri Frattini depose il sigillo sul’ amara condizione di quel nostro connazionale con un laconico e sgangherato: “la giustizia americana non è quella dei films”. Qual prodigio di ars bene loquendi, il nostro ministro, nevvero? In un’eterna riproposizione dei ruoli di forza, del concetto orwelliano di disparità mascherata dal garantismo più ipocritamente ecumenico, ai due Marò potremmo assegnare il ruolo di quei poliziotti che montavano sui tram e sui bus dalla parte anteriore, e al povero Forti quello della vecchietta.
