Appunti di Storia e Sociologia: Giatrus vs Simpson

“Giatrus, il primo uomo” (“Hajime ningen Giatrus”), la serie televisiva giapponese “di nicchia” dalla quale Matt Groening trasse abbondantemente ispirazione per i suoi Simpson. Notevoli le similitudini, nella caratterizzazione grafica come in quella psicologica e sociale dei personaggi. Groening aggiunse al suo lavoro l’impronta del peculiare sciovinismo stars&stripes, frutto e retaggio del “Manifest Destiny” sullivaniano.

Giatrus vs Simpson

 

Padri separati. Vittime invisibili.

Aporie

Il rispetto e la salvaguardia della famiglia “tradizionale” passa (anche) per il raggiungimento e il rafforzamento di una cultura dell’inclusione nei confronti dei padri separati, vittime invisibili (insieme ai loro bambini) di una mitologia che ha le sue mefitiche radici ha nell’arcaismo sociale e in una perversa logica compensatorio-risarcitoria a vantaggio esclusivo della donna-madre. Si sposti la bussola delle intenzioni e dell’ inquietudine; non sono le aspirazioni civili delle coppie omosessuali o “di fatto”, il vulnus della comunità familiare.

Mirabile, a tal proposito, l’esempio svedese (NB: la Svezia non è una “repubblica nata dalla Resistenza” bensì una monarchia con un simbolo religioso sul vessillo nazionale).

Renzi e Berlusconi: perché il Cavaliere non è Lazzaro di Betania

Imputare al Sindaco di Firenze la “resurrezione” di Silvio Berlusconi, dimostra un’ incapacità di analisi e lettura delle dinamiche sociali e storiche alla base del meccanismo politico italiano ostinatamente grossolana e deleteria. La resurrezione presuppone infatti vi sia stata una morte (nel caso di specie politica) ed è in questo equivoco che si staglia tutta la goffaggine della disamina di alcuni osservatori (collocati e collocabili in special modo a sinistra); dato per spacciato dal 1993, il Cavaliere riesce con imbarazzante puntualità a risalire la china, grazie ad ventaglio complesso e variegato di fattori che vanno dalla sua capacità comunicativa, alla forza del suo arsenale mediatico , all’inesauribilità delle sue risorse economiche, alla mancanza di alternative spendibili nel centro-destra. Fondatore e leader indiscusso del cartello conservatore, la sua fine politica coinciderà soltanto con l’esaurirsi della sua parabola esistenziale, come avvenne per Churchill , De Gaulle, Éamon de Valera ed altri. Fino a quel momento, non potrà che apparire logico, comprensibile e indispensabile un dialogo ed un confronto con chi, “obtorto collo”, è il portavoce della metà dell’universo elettorale.

Il carburante della crisi e le insidie della demagogia. La forza del bicameralismo: la lezione francese del 1946.

Il 19 aprile del 1946, i Francesi furono chiamati alle urne per pronunciarsi sul nuovo modello costituzionale elaborato dall’ Assemblea, nata dopo Vichy e a maggioranza socialcomunista. Cardine del nuovo progetto istituzionale, era l’abolizione del Senato e il concentramento dei poteri in un’unica Camera, soluzione voluta e caldeggiata dalla maggioranza di orientamento filo-sovietico decisa in questo modo a sbarazzarsi di un filtro importante come il Senato per poter facilitare la propria ascesa al potere. Aspramente contraria al disegno, la Destra del generale De Gaulle, lontana da qualsiasi alleanza parlamentare ed attestata in orgogliosa e combattiva solitudine. Il governo, presieduto dal socialista Gouin, era sicuro della vittoria e dell’entrata in vigore della nuova Costituzione, ma così non fu: i “NO” vinsero con 10.670.993 milioni di voti contro i 9.130.764 dei “SI” Benché troppo spesso anchilosato, anchilosante e farraginoso, il bicameralismo (come il “parlamentarismo”) si presenta tuttavia come una soluzione di imprescindibile importanza ed assoluta necessità per baricentrare e regolare gli equilibri tra quei poteri che altrimenti rischierebbero di subire pericolosi addomesticamenti verso traiettorie lontane dalla prassi democratica e liberale. Non è peraltro una caso che nel corso della storia gli attacchi più tenaci e virulenti a questo genere di assetto siano arrivati da forze di tipo rivoluzionario o leaderistico. Chi in Italia sostiene che il Senato non sia che un mero rettificatore delle decisioni prese dalla Camera dei Deputati, mette in campo una semplificazione propagandistica (la stessa della sinistra socialcomunista francese del 1946) che ha lo scopo di confezionare l’immagine respingente ed impopolare di un parlamento rallentato e manomesso da un’appendice inutile perché priva di qualsiasi strumento d’interdizione, contrattuale e dialettico, ma così non è (l’ “iter legis” si è arenato tante volte proprio per l’opposizione di Palazzo Madama). Allo stesso modo, l’elevato numero dei parlamentari (fondato e formulato dal 1861 sul criterio della proporzionalità rispetto alla nostra consistenza demografica) risponde e rispondeva all’esigenza di dare rappresentanza completa a tutti i segmenti territoriali, così da favorire l’inclusione e la partecipazione delle nuove realtà regionali inglobate allo stato unitario dopo 1400 anni di divisione e lontananza. Ventralismo, populismo, qualunquismo e demagogia si presentano massimamente solidi e caparbi nei momenti di crisi, sicuri e forti dei punti d’ entrata che la difficoltà e la complessità della contingenza forniscono; sta tuttavia ai soggetti politici più responsabili ed attrezzati sul piano della maturità istituzionale non cedere posizioni al tornacontismo e fornire al cittadino gli adeguati strumenti di scavo ed analisi per difendersi e diffidare dalle insidie dell’omologazione promozionale e persuasiva.

Renzi e Berlusconi: anomalie della normalità

E’ consuetudine accettata, nella prassi democratica, il dialogo tra i leader dei maggiori schieramenti politici, nell’interesse capitale e supremo dello Stato e della nazione. L’incontro tra il segretario del partito di maggioranza relativa e dell’opposizione, rientra quindi nelle logiche dello scambio liberale e di quella “realpolitik” che è condizione imprescindibile per quel pragmatismo gestionale di cui una comunità ha bisogno, in special modo in una fase delicata e complessa come quella sperimentata e vissuta dal nostro Paese nell’attuale momento storico. Il Cavaliere si è tuttavia dimostrato sempre lontano dagli interessi reali e dalle reali contingenze del Paese, ripiegato su traiettorie di tipo smaccatamente personalistico e tornacontista; dal fallimento del “Patto della crostata”, alle trappole tese al maldestro Veltroni, il tatticismo berlsuconiano si muove attraverso direttrici che non hanno mai avuto la loro meta nella soluzione dei tanti e troppi nodi gordiani che imprigionano il sistema Italia, in ogni suo aspetto e declinazione. Renzi non è un ingenuo e non è imprigionato tra le maglie di una crisi di consensi come il Veltroni del 2008, di conseguenza il “do ut des” non rimane che l’unica spiegazione e l’unica chiave di lettura del contestato meeting con il capo di FI. Ma quali, le condizioni? Quali, i parametri e le loro tappe? Qui, la soluzione di un enigma e le risposte per il nostro futuro

Gli incontri di Matteo Salvini

Questo, l’estratto di uno status sulla bacheca del leader leghista Matteo Salvini:

“Nicolò, guardia giurata, mi ferma ora in strada e mi dice: “Mi raccomando, tenga duro. Io l’anno scorso ho votato GRILLO ma mi ha DELUSO, ora proverò con voi”. Soddisfazioni.

Vicenda molto verosimilmente fantasiosa (la guardia giurata non può “fermare” pedoni e/o automobilisti, compito spettante alle forze dell’ordine, e, qualora il leader leghista si stesse riferendo ad un semplice incontro, è singolare che Nicolò gli abbia confidato che professione svolgesse), si tratta tuttavia una chiave di lettura e codificazione importante dell’istologia ideologica e propagandistica di una forza smaccatamente e peculiarmente populista quale può essere la Lega Nord. Salvini riferisce di un incontro in strada con un uomo “della strada”, un uomo qualunque, un “everyman”, ma non solo: la guardia giurata è una figura legata all’idea di legalità, di ordine e di forza, tutti elementi cari al partito verde e fondanti il suo impianto politico e la sua liturgia promozionale. Ancora un volta, l’obiettivo è l’aggancio con la “massa” e con il suo segmento più ventrale (Nicolò racconta di essere stato deluso da Grillo), nella rincorsa ad una semplificazione artificiosa che ha nel ribasso dialettico e concettuale i suoi punti di forza.

James Knox Polk

James Knox Polk, 11º presidente degli Stati Uniti d’America. Il vero “padre” e l’attuatore del Manifest Destiny e del concetto di “Guerra preventiva”.

James Knox Polk

La Guerra messicano-statunitense (voluta da Polk e scatenata con un pretesto) vide il Generale Antonio López de Santa Anna alla guida delle truppe messicane. Si trattava di un eroe e di un patriota, ingiuriato per decenni dalla propaganda hollywoodiana.

Renzi il frainteso

Quel fideismo “evergreen” ma mai “cool”

Scienziato, storico, attivista e giurista, il russo Moisei Ostrogorski è tuttavia passato alla storia per la sua produzione come sociologo e politologo, divenendo, insieme a figure come Max Weber, uno dei padri della moderna Sociologia Politica. Estremamente rivoluzionarie per l’epoca e figlie del complesso assetto congiunturale innescato dell’ultima fase zarista, le teorie di Ostrogorski vedevano nelle masse una sentinella di importanza apicale ed imprescindibile per la tutela della democrazia; per questo, secondo Ostrogorski, era fondamentale che il popolo venisse istruito il più possibile, per tutelarsi dalla classe dirigente e per aumentarne, di conseguenza, la qualità ed il valore. Ma non solo: il sociologo russo individuava una corrispondenza tra l’immobilismo monolitico e dogmatico dei partiti, che assimilava a quello delle religioni, e tra il legame fideistico che si fonda tra credente e religione e quello esistente tra partito ed elettore.

Quest’ultimo tassello dell’indagine ostrogorskiana è utile ai fini della comprensione di quanto avvenuto ieri, dopo la gaffe del primo cittadino di Firenze. I suoi “followers” si sono infatti prodotti e profusi in improbabili quanto cervellotiche indagini, geografie, monitorizzazioni e mappature, al millimetro e al dettaglio, della frase pronunciata dal loro leader di riferimento sull’ex viceministro Fassina, analizzandola e sezionandola in base alle traiettorie della semantica, della semiotica, della sociosemiotica e della fonetica. Una vera e propria battaglia all’ultimo fendente, una novella Isso a colpi di accuse di complotti, interpretazioni e speculazioni teoriche sull’intonazione della voce nel momento “incriminato”, sull’uso del tal pronome e sul suo arché intenzionale; tutto, allo scopo di destrutturare le posizioni degli avversari del momento, che sostenevano la tesi, fondata (almeno agli occhi di chiunque possa contare su una sufficiente padronanza degli strumenti della comunicazione) della gaffe (è mancato all’appello soltanto il “masscult” del “è stato frainteso”). Uno scivolone piccolo e di scarso cabotaggio concettuale, seppur evitabile, nato dallo slancio giovanilistico di un uomo consapevolmente in crescita di consensi e successi, ma amplificato dalla strenua operazione di “maquillage” messa in atto dai “supporters” renziani, dimostratisi incapsulati in quell’equivoco concettuale segnalatoci da Ostrogorski ormai un secolo fa, al pari di quei pentastellati o forzisti tanto e troppo spesso canzonati e sottoposti alla pubblica ordalia per la medesima pulsione ultrastico-partigiana.

La linea della libertà

E’ molto evanescente e sottile, la linea di confine tra realtà ed immaginazione durante l’infanzia. Una porta sempre aperta verso il sogno. O verso la fuga. Niente e nessuno sarà mai libero come un bambino che corre nell’atrio di una scuola elementare o che ruzzola sul cemento per recuperare un pallone, incurante delle ferite o, ancora, che va alla ricerca di un vecchio pezzo di plastica incastrato in una siepe o depositato sul fondo di un rigagnolo, credendo sia un tesoro antico di secoli. In quel momento le classi sociali sono fuori dalla mente e dalla prospettiva, le uniche convenienze di calcolo sono quelle legate all’attaccante più grande, i terremoti sono una seccatura della televisione e in tasca non c’è il coltello.

“I never had any friends later on like the ones I had when I was ten. Jesus, does anyone? “

Reagan e la fine del comunismo. Storia ed ermeneutica di un malinteso

Se il ruolo di Karol Wojtyła come protagonista nella caduta del comunismo sovietico non trova diritto di cittadinanza nella narrazione storiografica internazionale, quello di Ronald Reagan viene, al contrario, spesso dilatato, dalla pubblicistica divulgativa come dalla saggistica accademica più scientifica e rigorosa. In sostanza, si vuole che il brusco programma di riarmo (“Strategic Defense Initiative”) attuato dall’amministrazione insediatasi alla Casa Bianca il 20 gennaio 1981, abbia condotto l’URSS ad una rincorsa esasperata ed esasperante che finì per prosciugarne le già insufficienti risorse economiche (aumento del 45% delle spese belliche) , portandola all’implosione. Si tratta di un’interpretazione scissa dall’elemento fattuale e documentale, risultato di un’elaborazione che trova il suo archè ed il suo snodo nel “quid” più smaccatamente ideologico e partigiano; negli anni ’80 del secolo XXesimo, il Blocco sovietico (sia l’impero “esterno”, ovvero i paesi satellite, che quello “interno”, ovvero l’URSS) aveva infatti assistito all’esaurirsi della fase di relativo benessere che aveva a contrassegnato il decennio precedente ed era piombato in una situazione di grave ed irreversibile crisi e ritardo sotto il punto di vista economico, tecnologico, e sociale, resa ancor più acuta e delicata dal progresso che, in quegli stessi anni, l’Occidente capitalista stava vivendo e sperimentando. Inoltre, i numerosi segmenti etnici che componevano la realtà sovietica stavano facendo sentire sempre di più la loro azione detonante, da est ad ovest, e nel cuore della stessa Russia, dove importanti riviste come “Molodaja guardija” e “Nas Sovremmenik” riscoprivano e rilanciavano il vecchio sciovinismo imperiale, anche come risposta ai disagi provocati dallo sforzo economico che Mosca doveva sostenere per il mantenimento dell’intero apparato. E’ in questo contesto turbolento che si insedia ed inserisce la figura di Michail Sergeevič Gorbačëv , il primo , l’unico ed il solo responsabile di quel processo riformatore che portò alla liquefazione del comunismo in Europa. “Così non si può più vivere, è tutto marcio”, ebbe infatti a dire Gorbačëv a Eduard Shevardnadze, futuro Ministro degli Esteri dell’Unione Sovietica, poco prima della loro ascesa al potere. Eccessiva, intollerabile ed ingestibile la pressione della corruzione, del malessere sociale e del “gap” con il “mondo libero”che stava stritolando quel gigantesco sistema costretto ad una lotta impari, sostenuta e sostenibile soltanto attraverso il sacrificio dei beni diretti alla popolazione in favore di un impianto bellico incaricato di presidiare il regime in ciascuno dei 5 continenti. Ricorda Georgy Arbatov, consigliere per la politica estera di Gorbačëv: “I cambiamenti dell’Unione Sovietica non sono solo maturati ma sono anche nati al suo interno”. Ma la destrutturazione del mito di Reagan carnefice dell’URSS non arriva soltanto dagli ex avversari, ma anche dal”interno degli USA, e per la precisione da un Repubblicano, Gerald. R.Ford, ex inquilino del numero 1600 di Pennsylvania Avenue, che considerava “sopravvalutato” il ruolo dell’ex attore nel crollo del nemico di sempre. A questo proposito, non deve e non dovrà sfuggire alla sosta analitica come i Paesi del Patto di Varsavia fossero rimasti nel più totale immobilismo, durante l’intero primo mandato reaganiano, ovvero prima dell’arrivo dell’uomo della “Perestrojka” e della “Glasnost” .

A “Ronnie” , il merito indubbio e indiscutibile di aver restituito fiducia agli USA e all’Occidente democratico dopo una decade non facile che aveva visto l’affermazione del refrain “il mondo sta andando a sinistra”, offrendo così agli occhi di chi viveva oltre cortina l’idea di un’alternativa allettante. Ma nulla più. Il tricolore russo sventolerebbe sul pennone più alto del Cremlino anche se nel 1984 avesse vinto “Fritz” Mondale o se il tenace Siri avesse scalzato l’ arcivescovo di Cracovia in quel rocambolesco e surreale 1978.