Il centro-sinistra, tra punti di forza e debolezze: maneggiare con cura Giorgia Meloni

Se Berlusconi si dimostra grottescamente fermo agli anni ’90 (qui gioca forse un ruolo anche una certa debolezza senile), con l’uscita sul sudore, le braghe corte e le salsicce, Salvini conferma invece quella parabola declinante della sua comunicazione (sempre più orientata ad accorciare le distanze e guadagnare visibilità, ma in un modo che sfocia nel ridicolo) che è uno dei motivi della progressiva perdita di voti subita dal Carroccio negli ultimi anni. Tutto ciò potrebbe favorire il centro-sinistra, se saprà creare un fronte unitario, progressista e liberale, sul solco di quell’esperienza draghiana che ha ottenuto il favore della maggioranza degli elettori almeno secondo gli istituti demoscopici più autorevoli.

L’incognita, tornando alla comunicazione, è però rappresentata dalla vera big del campo avversario, ossia Giorgia Meloni. Se da un lato evocare la “paura nera” potrebbe servire a serrare i ranghi e ad ottenere il tanto agognato “voto utile”, dall’altro rischierebbe di fornire una sponda ideale a FdI; storicamente quel tipo di destra, come i populismi più in generale, gioca infatti molto bene in difesa, dove riesce ad accreditarsi quale unica e sola barriera ai “poteri forti” ed al “pensiero dominante” e per questo da essi odiata, ostacolata e ostracizzata.

Il centro-sinistra dovrà quindi cercare un punto di equilibrio, un “giusto mezzo” tattico-strategico per compattarsi senza servire assist decisivi ai rivali. La “gioiosa macchina da guerra” può insomma uscire dal garage, ma con il motore ben revisionato e l’elettronica aggiornata.

L’ alleanza “vaginale”: un trucco nel falso Eden polinesiano

A contribuire al falso storico che voleva e vuole i popoli polinesiani e micronesiani mansueti e in perfetta armonia con la natura e l’Altro, c’è il fatto che spesso condividessero le loro compagne con gli occidentali e festeggiassero insieme a loro.

Come spiega bene, tra gli altri, l’antropologa Lévêque, non si trattava sempre di gesti di amicizia e di azioni disinteressate; in questo modo gli indigeni volevano infatti anche suggellare un’alleanza militare con esseri che ritenevano superiori e carpirne i “poteri”, che si sarebbero trasferiti nei figli nati dalle relazioni miste.

Al pari di quasi tutte le società umane, pure quelle del Pacifico, e più in generale quelle assoggettate dai bianchi, avevano problemi e conflitti, gli stessi delle società europee.

Missili e lupare: Mosca e la tradizione degli “avvertimenti”

“Ci si è spinti troppo avanti. I popoli baltici sono minacciati da gravi pericoli, dovrebbero sapere verso quali abissi essi sono spinti dai leader nazionalisti. Se gli scopi che costoro si prefiggono fossero raggiunti, le conseguenze potrebbero essere catastrofiche pe i loro popoli, verrebbe messa in discussione la loro stessa capacità di sopravvivenza”; questo un passaggio della dichiarazione del Comitato Centrale del PCUS sui fermenti autonomisti (non ancora compiutamente indipendentisti) in Estonia, Lettonia e Lituania.

Cosa intendeva, la leadership sovietica, parlando di possibili “conseguenze catastrofiche” e di possibile messa in discussione della “capacità di sopravvivenza” delle nazioni baltiche?

Nonostante queste dichiarazioni risalissero all’estate del 1989, ovvero piena era gorbacioviana, l’apocalittismo minatorio rimaneva una costante invariabile nel repertorio comunicativo e propagandistico di Mosca. Una scelta mantenuta dal Kremlino anche dopo il 1992, come sta dimostrando la disputa con Kiev.

Meno di due anni più tardi, le repubbliche baltiche avrebbero ottenuto la libertà e l’indipendenza.

Il Covid e quello strano “terzo polo” che guarda alla Russia di Putin

Nel calderone sincretico filo-russo italiano non trovano spazio solo quei lembi di sinistra ossificati ad una visione novecentesca della Russia e la “solita” destra ammaliata dal mito dell’ “uomo forte”, ma anche ampi settori del movimento d’opinione che non ha accettato le (comunque discusse e discutibili) misure anti-pandemiche italiane e occidentali.

Per reazione questa comunità ha così trasferito le sue simpatie al campo-modello che vede opposto all’Occidente, al modo di fare e intendere dei nostri politici, a ciò che considera la loro naturale nemesi e il loro naturale contraltare, non rendendosi però conto o non sapendo che la Russia è un regime autoritario (quindi ben più severo di quello contiano-draghiano-speranziano) e che lo stesso Putin ha adottato soluzioni rigidissime per arginare il virus, da lui fortemente temuto (com’è ben noto) e paragonato alla tragedia della Seconda Guerra Mondiale (!).

“Last but not least”, il più importante alleato di Mosca è attualmente la Cina (regime totalitario), dove il Covid è nato e si è sviluppato anche per le inadempienze e i silenzi delle autorità locali.

Le scuse di Bergoglio ai nativi: un passo di cui è capace solo l’Occidente

Le scuse di Francesco alle tribù native dell’odierno Canada ci segnalano e ricordano una cosa molto importante: pur con tutti i suoi limiti, l’Occidente sa riconoscere le colpe commesse, sa chiedere perdono. Questo a differenza di altre culture e società, con un passato altrettanto oscuro od ancora più oscuro. Malvagità, cupidigia e pregiudizio sono, è bene non dimenticarlo, mali universali e trasversali.

La ricchezza “ostacolata” dell’URSS gorbacioviana

Nell’ottobre 1989 il Primo Ministro sovietico Nikolaj Ivanovič Ryžkov denunciò che sulle banchine dei porti del Baltico giacevano più di un milione di derrate alimentari e più di 180.000 container per un milione e duecentomila tonnellate di prodotti vari.

Nello stesso mese la “Pravda” segnalò invece che alla stazione di Mosca erano fermi 1387 vagoni carichi di “ogni ben di Dio”, mentre in città e nella provincia venivano razionati lo zucchero, i cibi per i neonati e i beni durevoli.

Prodotti inutilizzati e destinati ad andare a male per le lentezze burocratiche, l’incuria, la corruzione e l’irresponsabilità dei funzionari delle dogane, i problemi di scarico e trasporto.

A minare e pregiudicare il nuovo córso gorbacioviano, condannando di fatto l’URSS a morte, furono anche, come vediamo, le mancanze degli apparati dello Stato (piccoli, medi e grandi), talvolta anche intenzionali, dunque veri e propri sabotaggi per bloccare le riforme.

Vogue, i crimini di guerra russi e l’indignazione intermittente di alcuni intellettuali italiani

Gli intellettuali nostrani sdegnati per le foto dei coniugi Zelens’kyj (lo facevano anche i leader alleati durante la II Guerra Mondiale), tacciono ora davanti alle immagini dei prigionieri ucraini evirati e bombardati a tradimento ed a quelle dei civili ucraini ammazzati insieme ai loro cani ad una fermata dell’autobus. Come ieri tacevano davanti agli orrori di Buča (o li negavano). In un certo senso costoro sono peggiori dei carnefici russi, perché a differenza dei carnefici russi sono nati e si sono formati in una società libera e democratica (pur con tutti i suoi limiti e le sue storture) e non sono direttamente coinvolti nel conflitto, nel contenzioso politico e storico tra Mosca e Kiev. La loro è quindi solo partigianeria ultrastica, il loro è solo “tifo”, tifo gratuito che azzera e schiaccia ogni elaborazione razionale e soprattutto ogni afflato compassionevole. Tifo, o peggio ancora, un contratto.

La debolezza muscolare di Lavrov

“La Russia ha rivisto gli obiettivi della sua operazione militare in Ucraina, che ora vanno oltre il territorio del Donbass. La geografia ora è diversa. Non ci sono solo le repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk ma anche le regioni di Kherson e Zaporizhia e una serie di altri territori, e questo processo continua, in modo costante e ostinato”; così Sergey Lavrov, che tuttavia aggiunge: “All’Ucraina è impedito di compiere passi costruttivi in vista di un accordo di pace con la Russia. Viene letteralmente riempita di armi ed è costretta ad usarle in modo sempre più rischioso”.

E’ proprio questa seconda parte a contenere un grande elemento d’interesse; chiedendo, di nuovo, la cessazione delle forniture di ami a Kiev, Lavrov ammette infatti implicitamente i problemi (comunque lampanti e innegabili) che essa sta causando alla Russia. Il primo passaggio del suo discorso potrebbe quindi essere solo una minaccia (un ampliamento delle ambizioni putiniane sul teatro ucraino sarebbe d’altro canto irrealistico), per spaventare le controparti e convincerle ad optare per il “male minore” (appunto la perdita del “solo” Donbass)*.

La minaccia, non va dimenticato, è di per sé un indicatore di debolezza e insicurezza, e Mosca e i suoi canali di appoggio vi stanno facendo in questi mesi un ricorso massiccio e smodato, molto più del solito.

*Medveded ha non a caso lanciato un “avvertimento” simile nelle stesse ore

Il fondamentalismo scientista: un caso degli ultimi due anni

“Scientismo” e “ufficialismo” sono esempi di “fondamentalismo” e il fondamentalismo, indipendentemente dalla sua natura (religiosa, politica, ideologica, ecc), idealizza sé stesso ed esclude e rifiuta la differenza, mirando, in ultimo, ad annichilirla e schiacciarla. E’, insomma, totalizzante, spesso collegato al narcisismo. Intrinsecamente distruttivo.

Non diversi quindi, per questo e in questo, da “complottisti”, “no-vax” (per principio) e anti-scienza, perché fondamentalisti allo stesso modo, nella sostanza benché non nella forma.

Da qui si comprende come persone “insospettabili” ed istruite abbiano, in questi due anni, sposato un approccio dogmatico e fideistico, tradendo gli stessi criteri del metodo scientifico, e attaccato con ferocia e livore il dissenso e il dissenziente (anche perché condizionati dal clima emotivo particolarissimo e da una certa narrazione istituzionale e mediatica).

Caduta Draghi: la sinistra, il caro nemico e il fascino di quell’eterna “resistenza”

Un secolo di sconfitte ha plasmato il DNA di una certa sinistra, rendendola oppositiva per principio, “contro” e non “per”, orientandola cioè a preferire l’opposizione al governo, a vedere nella protesta in quanto tale la propria dimensione, la propria fonte di energia. Una rivoluzione ed uno scollamento rispetto agli stessi indirizzi socialisti.

Ecco perché, oggi, quella sinistra festeggia la caduta di Draghi, pur sapendo che a breve sarà quasi certamente un centro-destra a guida meloniana ad avere le chiavi del Paese.