La moda del momento.

In questi giorni, l’italiano medio esterofilo gongola esaltanto la semplicità della scheda referendaria scozzese, rispetto alle schede elettorali e referendarie italiane (saltando dunque a piè pari, come sua abitudine, secoli di storia, diritto, ecc).

Ancora una volta, costoro si dimostrano provinciali, nel tentativo, affannoso ed affannato, di sembrare il contrario

La memoria degli smemorati.

A chi utilizza la tragedia del golpe fascista in Cile per relativizzare e ridimensionare quella dell’11 settembre newyorkese, non avendo l’onestà intellettuale ed il coraggio sociale per ammettere la propria indifferenza verso le morti americane, ricordo anche:

11 settembre 1857: Coloni Mormoni e Indiani Paiute uccidono 120 pionieri a Mountain Meadows, nello stato dello Utah (USA).

11 settembre 1943: Eccidio di Nola (NA) da parte delle truppe tedesche
-Liquidazione del ghetto a Minsk e Lida da parte dei nazisti.

11 settembre 1970: Tornado causa 30 vittime a Venezia.

“Vasa inania multum strepunt”. I vasi vuoti fanno molto rumore.

Quando l’immigrato che muore lavorando non fa notizia. Un tributo a Lurand Llanaj, camionista

Lurand Llanaj era un ragazzo albanese di 32 anni. Lurand Llanaj non spacciava droga e non tirava bottiglie, ma si dava da fare, producendo per sé stesso e per la comunità. Lurand Llanaj è morto ieri, cadendo in un burrone con il suo camion, presso le cave di Carrara. Lurand Llanaj aveva finito di pagare l’ultima rata di quel camion soltanto un mese fa, ed era al suo primo giorno di lavoro.

Poche testate hanno parlato di lui, e quasi tutte locali.

Uno straniero che muore, lavorando, fa meno notizia di uno straniero che commette un reato (la loro minoranza).

Un pensiero per lui ed una carezza alla sua memoria.

Non dimentichiamo quei piroscafi per Ellis Island. “…ma mamma io per dirti il vero, l’italiano non so cosa sia, eppure se attraverso il mondo non conosco la geografia. In questa nera nera nave che mi dicono che non può affondare, in questa nera nera nave che mi dicono che non può affondare…”

Sparatoria di Napoli.Lo “scugnizzo” e il carabiniere come paradigma di un confronto-scontro sociale e storico dalle radici profonde

La tragica vicenda di Davide Bifolco, il 17enne ucciso a Napoli da un carabiniere per non essersi fermato all’alt dei militari, si è trasformata nella miccia che ha fatto riesplodere lo scontro, antico, tra due categorie diverse ed antitetiche, quella dei sostenitori delle forze dell’ordine e i loro detrattori, entrambe arroccate nel pregiudizio cognitivo e ideologico del “senza se e senza ma”.

I primi vedono negli uomini in divisa lo Stato, o, comunque la rappresentazione plastica di una giustizia maschia, vindice e distributiva, da tutelare e giustificare sempre e al di là di ogni imperativo razionale, mentre i secondi il simbolo di un potere che si fa oppressivo con le libertà dell’individuo per diventare latitante con i suoi bisogni . Come sempre, soltanto asciugando l’analisi del fatto dalle sue componenti più emotive potremo ottenere una visione il più possibile lucida ed equilibrata degli eventi.

Alla sola magistratura, in prima e in ultima analisi, il compito di giudicare, sulla base degli elementi che emergeranno, la dinamica della vicenda e la condotta delle parti in causa, punendo eventuali colpevoli oppure archiviando il caso.

“Gaza, oltre 300 sopravvissuti alla Shoah contro Israele”.Anzi, no. Anzi, si. Anzi, forse.Astuzie e distorsioni

Secondo numerose ed autorevoli fonti giornalistiche, nazionali come internazionali, oltre 300 sopravvissuti alla Shoah avrebbero pubblicato una lettera a pagamento sul New York Times per condannare “il massacro di palestinesi a Gaza” e, contestualmente, gli USA e l’Occidente per il loro appoggio a Tel Aviv.

Un gesto carico di significato, dunque, dal momento in cui la critica ad Israele arriverebbe, questa volta, dal suo interno e, per di più, dai reduci della più grande tragedia abbattutasi sul popolo ebraico nella sua storia conosciuta.

Il ricorso al “fact checking”, tuttavia, farà emergere e consentirà di evidenziare alcune manipolazioni e distorsioni della notizia tese ad alterarne la sostanza, insieme alla forma, a scopo propagandistico.

Non soltanto, infatti, i sottoscrittori non sono 300 bensì 226, ma, cosa più importante, soltanto 32 sono “survivors” ( persone nate prima del genocidio nazista e che vi hanno assistito, sopravvivendogli) e la stragrande maggioranza di loro vive e risiede lontano da Israele, non a diretto contato con il conflitto in corso con l’elemento arabo-musulmano, oggi come dal 1948.

Abbiamo assistito e stiamo assistendo, dunque, ad un caso di propaganda “grigia” (parzialmente falsa), elaborata allo scopo di “caricare” la componente emotivo-emozionale della lettera così da aumentarne la forza d’impatto sulla pubblica opinione

Il “debunking” della storia.Dalle atrocità della Rivoluzione Francese lo smascheramento delle teorie del complotto sull’assassinio di James Foley.

Non appena conquistata la Bastiglia, gli insorti decisero di decapitare il comandante della fortezza, il marchese Bernard-René Jordan de Launay.

Riunitisi intorno al prigioniero, i rivoltosi non riuscivano tuttavia a decidere a chi sarebbe spettato l’ ”onore” di assassinare il militare, ormai indifeso, finché de Launay non colpì con un calcio (forse inavvertitamente) uno di loro, un cuoco.

A quel punto, la folla dispose che sarebbe toccato a lui il compito di vendicarsi del nobiluomo, vendicando così idealmente anche tutta la popolazione francese. Messagli in mano una sciabola, però, il cuciniere non riusciva a portare a compimento la sua “missione”; la spada non era abbastanza affilata.

Tolto dalla tasca un coltellino che gli serviva in bottega, prese allora a tagliare il capo a de Launay, in modo rapido, preciso e definitivo.

Gli insorti decisero subito dopo di fare irruzione anche in altre carceri della capitale, massacrando prigionieri incolpevoli tra i quali numerosi giovani e adolescenti.

Questo macabro frammento di storia e storiografia dimostra tutta la debolezza delle teorie dietrologiche che vogliono l’uccisione di James Foley (o il modo in cui essa è stata presentata) una montatura, dal momento in cui, secondo i complottisti, sarebbe impossibile decapitare un essere umano con un “semplice” coltello.
Se di montatura si tratta o si vuol discutere, non sarebbe certo quella la prova

Perché dire “Italietta” equivale a dire “sporco negro”.L’equivoco del razzismo “endogeno”

Non è infrequente imbattersi, sulle piattaforme virtuali come nei consessi “reali”, in commenti ad episodi di razzismo a loro volta ad elevato dosaggio di pregiudizio biologico. Protagonisti, individui che, nell’intento di manifestare il loro sdegno all’ìntolleranza, finiscono con il palesarne, nella stessa misura di coloro i quali vengo censurati, insieme ai loro atteggiamenti.

Se, ad esempio, l’episodio razzista accade in Italia, costoro si lanceranno in “tackle” sulla comunità e la cultura italiane, in modo generico e generalizzante, attraverso schemi comportamentali e registri comunicativi che respingerebbero con sdegno e vigore, se adottati nei confronti e ai danni di realtà altre e differenti.

Si tratta di una forma di razzismo “endogeno”, la cui pericolosità sociale non viene percepita in tutta la sua dimensione (sfuggendo anche alla classificazioni delle scienze storiche e sociali) in quanto chi la pone in essere lo fa, appunto, contro sé stesso, contro il proprio humus etnico ed ambientale.

Il razzista “endogeno”, inoltre, sarà persuaso di aver compiuto un gesto di elevata qualità civica e civile, screditando il proprio elemento comunitario in quel momento visto come contrapposto ad una categoria solitamente colpita dalla discriminazione.

Questo, renderà la sua correzione ancora più complessa e disagevole.

Politici e costi della politica.Andando controcorrente

Un considerazione forse impopolare, quasi certamente sgradita, ad ogni modo sincera e consapevole; entrando a contatto, per motivi professionali e personali, con chi fa politica, ho avuto modo di rivedere alcuni dei pregiudizi che avevo coltivato, al pari di molti, sulla categoria.

Se svolto con senso del dovere, e soprattutto a certi livelli, si tratta infatti di un esercizio difficile e, si, anche usurante, sul piano intellettivo, psicologico e fisico (considerata anche la mole di responsabilità che un ruolo pubblico comporta).

Da ridimensionare , senza dubbio, il sistema di finanziamenti che nutre gli apparati della gestione collettiva, ma senza offrire punti di entrata al demagogismo ventrale, ottuso ed ottundente. Sarà dunque opportuna una retribuzione adeguata al compito ed alla funzione.

Dal Vietnam a Grenada fino al martirio di James Foley: come nacque il giornalismo “embedded” e perché a volte è necessario.

Forte ai suoi inizi di un consenso diffuso e trasversale, la guerra in Vietnam si trasformò ben presto nella spina nel fianco per gli Stai Uniti, sempre più incalzati dalle proteste e dalle critiche e costretti infine alla ritirata ed alla sconfitta, nel 1975, sotto Gerald Ford.

Complice della progressiva ostilità da parte della pubblica opinione al conflitto, il ruolo dei media, che per la prima volta nella storia portarono “a casa” la guerra, tramite la televisione. Le immagini dei giovani americani uccisi e mutilati, convinsero l’americano medio a dire basta alla campagna militare nata con l’incidente del Tonchino.

Ancora “scottati” da quell’esperienza, le autorità decisero di coprire con la censura l’informazione sullo sbarco di Grenada (1983), ma la scelta si rivelò un errore clamoroso, dal punto di vista politico e comunicativo. Nel tentativo di evitare le polemiche, infatti, l’amministrazione Reagan le attirò, insieme all’accusa di voler ostacolare la libera circolazione delle informazioni e, con essa, la democrazia.

Lo scivolone indusse allora Washington ad un cambio di rotta, che si concretizzò nell’adozione di una “terza via” nel rapporto con i media; né la libertà concessa in Vietnam ma nemmeno la censura adottata per Grenada. Il piano, elaborato dalla “Sidle Commission” (1984), una commissione composta dai vertici militari di allora, era quello, come ebbe a dire il senatore William Fullbright, di una “militarizzazione” della stampa. In buona sostanza, si decise di “ospitare” i giornalisti tra la truppa, consentendo loro di riprendere, fotografare e raccontare, ma, di fatto, sottoponendoli ad un controllo, continuo e costante.

Nasceva così la figura del cronista “embedded ” “(dall’inglese “incastonare”). Incastonato, in questo caso, tra l’esercito e le autorità.

Il giornalismo “embedded ” è spesso avversato da chi ritiene costituisca una forma di asservimento all’establishment, perché privo di una capacità di movimento autonoma e dipendente dalle fonti politico-militari e dalla loro protezione; se, da un lato, l’osservazione può trovare accoglimento, è pur vero che vicende tragiche come quella di James Foley dimostrano tutta l’impossibilità di svolgere la professione di Tucidide in modo sicuro e consapevole. Un consorzio progredito, sul piano civile e culturale, non dovrebbe infatti permettere a chi fa informazione di andare incontro al pericolo ed alla morte, lasciandolo senza forme di tutela e salvaguardia. La vita ha la precedenza su qualsiasi scoop, anteprima o fotografia.

Appunti di storia:Quando Ronald Reagan giocò a Guerre Stellari.

Il sistema antimissile “Strategic Defense Initiative” (SDI), ribattezzato “Guerre Stellari”, fu concepito da Ronald Reagan all’inizio degli anni ’80.

Finalità del progetto, quella di rendere inoffensivo e superato l’arsenale nucleare e termonucleare sovietico, intercettando gli ICBM di Mosca e mettendo così al riparo gli USA e l’intero Occidente dal rischio di “mutua distruzione assicurata” (Mutual Assured Destruction-MAD).

Sebbene lo SDI non sia mai diventato realtà, è opinione di non pochi osservatori che esso sia stata una delle cause del crollo sovietico; secondo la tesi, nel tentativo di tenere il passo di Washington, Mosca avrebbe dato il via alla dispendiosa rincorsa agli armamenti che vibrò l’ultimo colpo alla sua già fragile economia.

Lo SDI avrebbe infatti spostato in modo decisivo ed irreversibile gli equilibri militari in favore del blocco occidentale.