Da Zapatero a Corbyn passando per Tsipras: perché la sinistra italiana guarda (sempre) oltreconfine.

corbynTra le basi dell’edificio ideologico socialista, l’internazionalismo marxiano-marxista tende a subire, transitando nel filtro interpretativo della sinistra italiana, una degenerazione radicale e snaturante, vendendo declinato in una forma di anti-italianismo “de facto”.

Tra le motivazioni del fenomeno, senza dubbio la fragilità del nostro sentimento unitario, humus sociale, storico e culturale nel quale si va ad incastonare il già dirompente inclusivismo social-comunista.

Da qui ed anche da qui, l’attrazione per la sinistra di casa nostra (radicale come socialdemocratica) verso ogni leader della medesima estrazione, affermatosi oltreconfine; l’ultimo e più recente esempio, quello del laburista Jeremy Bernard Corbyn.

Nda:  Ecco, ad esempio, il paradosso di una sinistra “dem” che esalta i radicali di Syriza quando contribuì all’uscita di PRC, PDCI e Verdi dal parlamento italiano.

Il “Pirro” Tsipras e le motivazioni dell’astensionismo record.

tsiprsNel braccio di ferro con i partner europei, la convinzione di Alexis Tsipras era quella di poter trattare da una posizione di forza in ragione del timore suscitato dall’interessamento russo-cinese verso la Grecia e da un possibile effetto domino in caso di uscita di Atene dalla moneta unica e dalla UE (il referendum sul pacchetto di austerity voluto da Francoforte e Berlino andrà inquadrato proprio nell’ambito di questo “modus cogitandi”).

Resosi conto dell’infondatezza della teoria e, anzi, della volontà di alcune cancellerie di espellere il suo Paese dal consorzio monetario unico, il premier e leader di Syriza si è così visto costretto ad una brusca marcia indietro, accettando le misure prima bollate come diktat e tradendo, in modo eclatante e definitivo, il responso referendario.

In una democrazia evoluta, questo avrebbe comportato la fine della sua esperienza politica e la consegna alla disamina storiografica, ma l’elettore greco ha comunque voluto punirlo con un astensionismo record (quasi il 44%). Quest’ultimo dato offrirà all’osservatore razionale più di uno spunto di riflessione sulla nuova affermazione del giovane ingegnere di Atene.

Porta Pia e l’importanza del Concordato.

brecciaportapia3Grazie ai Patti Lateranensi del 1929, il Regno d’Italia e la chiesa cattolica posero fine alla cosiddetta “questione romana”, nata con la presa di Roma del 1870 e vera e propria spina nel fianco per il giovane ed ancora fragile stato unitario.

Senza dubbio discusse e discutibili (soprattutto per il movimento d’opinione laico) le sue clausole erano e sono, dunque, una contropartita accettabile per la salvaguardia dei nostri assetti unitari e della nostra stabilità. Un dato, questo, che è utile e doveroso ricordare nell’anniversario della breccia di Porta Pia.

Nda: non dimentichiamo, infatti, che la Chiesa fu da sempre uno dei nemici più irriducibili dei progetti unitari, non solo ottocenteschi.

“Nostra patria è il mondo intero”; purché lo sia sempre.

L’emergenza legata al grande afflusso di profughi e richiedenti asilo ha fatto tornare d’attualità, nel movimento d’opinione migrazionista, il motto “Nostra patria è il mondo intero”, tratto da una canzone dall’anarchico italiano Pietro Gori e utilizzato per denunciare una (presunta) illogicità della rappresentazione giuridica dei confini e per rilanciare l’esigenza, morale, dell’ospitalità.

Senza dubbio suggestiva e seducente, la farse si scontra, tuttavia, con la condotta dello stesso movimento d’opinione (o di una sua parte) nell’approccio alle rivendicazioni nazionaliste e identitarie di comunità come, ad esempio, quella palestinese, zapatista o curda ed alle politiche di irrobustimento militare-atomico di Paesi quali la Russia, la Cina, la Corea del Nord o l’India.

All’internazionalismo anarco-marxiano si va sostituendo così una visione socialista-nazionalista, e dunque deviazionista e di opportunità contingente, delle dinamiche geopolitiche.

Orban, Putin e il dilemma della sinistra antioccidentale.

orban putinViktor Orban fa parte, insieme ad altri leader europei e non europei, di quella “collana di perle”* euroasiatica che costituisce, ad oggi, la base della forza proiettiva della Russia putiniana.

Un dato, questo, che dovrebbe offrire più di uno spunto di riflessione a quel settore della sinistra italiana che individua nel leader del Kremlino un modello ed una possibile alternativa agli indirizzi atlantici.

*Il termine “Collana di Perle” (String Of Pearls), coniato nel 2005 dal Dipartimento della Difesa statunitense, identifica in origine la strategia marittima con cui Pechino cerca di evitare il cosiddetto “Dilemma di Malacca”, ovvero la preclusione delle rotte oceaniche. Le perle della collana sono entità statuali alleate ed amiche della RPC e sue basi di appoggio negli oceani.

Tra croce e mezzaluna. La schizofrenia supponente della sinistra italiana.

Esiste, in una parte della sinistra nazionale, un certo snobismo per le tradizioni religiose italiane (specialmente meridionali), bollate e schernite come retaggio di una subcultura superstizioso-escatologica nemica del progresso e del materialismo illuminato.

Di contro, lo stesso movimento d’opinione legittima, giustifica e promuove retaggi ben più oscurantisti, retrivi ed esiziali, legati ad altre culture e religioni, soprattutto all’Islam e all’universo arabo-terzomondista.

Questo atteggiamento, motivato da una pretesa di inclusivismo liberale, è, in realtà, il frutto maligno di un pregiudizio anticristiano ed antinazionale, tanto elitario quanto ipocrita ed immaturo.

Sbarchi e immigrazione: il fanatismo dell’intolleranza e quello dell’accoglienza “senza se e senza ma”.

MAPPAMONDOA complicare la gestione dell’impasse legata all’esodo di profughi ed immigrati, l’attività di pressione, da parte dell’opinione pubblica, del sentimento xenofobo come di quello xenofilo.

Entrambi, infatti, sono il prodotto di un fanatismo, quello dell’emotività ideologica, che compromette e allontana la visione razionale del problema, incapsulandolo in immagini stereotipiate e ideali, localizzate ai poli, in cui lo straniero rappresenta il male assoluto o, viceversa, un impegno morale e civile inderogabile, nonostante i limiti di ricettività delle comunità ospitanti.

Il “muro” ungherese. Perché non è colpa di Orbán.

filo-spinato-RIDLa diffidenza verso il premier ungherese in ragione della sua appartenenza ideologica e l’impatto emotivo scaturito dalle immagini del muro al confine con la Serbia e del suo filo spinato rappresentano un cocktail che altera la visione dell’emergenza-profughi, suggerendo reazioni ventrali, concentrate ai poli.

E’ tuttavia utile e necessario ricordare come la limitata capacità ricettiva dell’Ungheria (un Paese di soli 93.030 km², con un’economia ancora in fase di ristrutturazione dopo il cinquantennio comunista) e la latitanza di Bruxelles non lascino a Budapest altre soluzioni al di là di una politica di contenimento.

Alle istituzioni comunitarie il dovere e l’obbligo di alleggerire il peso sostenuto dagli stati oggi diventati le porte di accesso della disperazione (sono 3000 gli arrivi di migranti nelle ultime 24 ore nonostante la barriera voluta da Orbán ), abbandonando l’ipocrisia inerte e sterile delle condanne a questa od a quella cancelleria.

Sbarchi. Differenze storiche con l’emigrazione italiana.

immigrati-italianiIl ritorno su vasta scala dell’emergenza legata all’arrivo dei profughi sulle nostre coste ha visto un rilancio, nel movimento d’opinione cristiano, socialista e socialdemocratico, del tema legato al passato migratorio italiano.

Attraverso il ricordo degli esodi dei nostri avi (la cosiddetta “diaspora italiana”) si cerca, in buona sostanza, un’immedesimazione che crei un effetto catartico capace di disinnescare la pulsione xenofobo-razzista.

Sebbene lodevole da un punto di vista etico, lo strumento presenta, tuttavia, diverse lacune quando messo al vaglio dell’analisi razionale e del portato storiografico. Se, infatti, l’Italia che accoglie oggi immigrati, profughi e richiedenti asilo è un Paese in fase di contrazione economica, penalizzato nella sua ricettività anche da fattori endogeni quali le ridotte dimensioni territoriali, i luoghi di approdo dei nostri connazionali erano quasi sempre realtà in forte espansione e bisognose di manodopera (che spesso richiedevano), nazioni di grandi dimensioni, giovani e in divenire prive di un reale substrato etnico-culturale ma sviluppatesi proprio dall’iniezione dell’elemento esterno.

Ancora, l’Italia era un ed è un Paese occidentale, democratico (eccezion fatta per la parentesi fascista) e cristiano-cattolico, dunque con un patrimonio valoriale simile o identico a quello dei Paesi di destinazione dei nostri concittadini. Quest’ultimo dato rendeva l’integrazione tra noli e le comunità autoctone meno difficoltoso rispetto a quanto non avvenga oggi tra gli europei e , ad esempio, extracomunitari di religione musulmana e di provenienza araba.

Grillo, lo yacht e la Costa Smeralda: la buccia di banana del leader pentastellato

Beppe_Grillo_a_mareBenché Giuseppe Grillo non sia un marxista-leninista ( e nemmeno un socialdemocratico) e benché non si sia mai schierato contro il capitalismo come metodo, le sue posizioni antisistemiche e a vocazione rivoluzionaria (nell’accezione letterale della formula) non possono che risultare incompatibili con l’ elevato tenore di vita mostrato, ad esempio, in Sardegna.

Godendo del meglio offerto dal sistema, ottenuto e guadagnato grazie ai mezzi messi a disposizione dal sistema, l’ex comico consegna infatti più di una perplessità sulla sua genuinità rivoluzionaria, soprattutto in una fase storica dolorosa e delicata come quella attuale, dominata dalla crisi economica e dall’empasse ellenico.

Per molto meno (la “famosa” barca), l’immagine di Massimo D’Alema, socialdemocratico e non comunista, risultò definitivamente compromessa, lacerata dal qualunquismo propagandistico più severo e intransigente.