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Storiografo, giornalista, spin doctor. Come i gatti ho più vite. Ma in tutte la passione di raccontare l'attualità, la storia e la comunicazione.

Chi spaccia bufale? Più pericoloso del terrortista

bufale-702x336Contenitori e distributori su larga scala di false informazioni, sono paragonabili alle bande terroristiche perché, al pari dei terroristi, mirano alla destabilizzazione ed al rovesciamento dello status quo democratico. A cambiare, soltanto la modalità d’azione; per usare un linguaggio importato dal registro comunicativo della geopolitica, il diffusore di menzogne ricorre al “soft power” mentre il terrorista all’ “hard power”. Ma il fine é identico e identica la pericolosità distruttiva.

Vladimir Putin, l’Ucraina, i paesi baltici e gli errori sovietici del 1962. Come e perché l’uomo forte del Kremlino sta rischiando e che cosa sta rischiando.

nato-contro-le-bandiere-della-russia-44228586Una domanda che ancora oggi pungola gli storiografi in merito alla crisi di Cuba del 1962 è come sia stato possibile che i sovietici, solitamente prudenti ed accorti come giocatori di scacchi, possano essersi comportati come giocatori di poker (Claude Delmas), lanciandosi, cioè, in un’avventura tanto azzardata e rischiosa, dalle conseguenze imprevedibili e potenzialmente catastrofiche in primis per l’allora militarmente più debole URSS.

Le motivazioni di un simile passo falso vanno ricercate, a parere di chi scrive, in una sottovalutazione di fondo coltivata dall’establishment sovietico, e soprattutto da Nikita Sergeevič Chruščëv, nei confronti degli USA e di John Kennedy; la mancanza (scontata, per evitare una III Guerra Mondiale) di una risposta militare della NATO alla repressione dei moti ungheresi del 1956, il vantaggio sovietico nella corsa spaziale, la giovane età di JFK e le sue posizioni liberali, avevano infatti persuaso l’URSS, ma anche un certo segmento della pubblica opinione occidentale, del definitivo sorpasso comunista ai danni delle democrazie atlantiche e di una contestuale ed irreversibile debolezza di Washington.

In particolare, Chruščëv aveva avuto modo di corroborare le proprie convinzioni al vertice di Vienna del 1961, quando aggredì verbalmente il suo omologo americano sulla questione della corsa agli armamenti e riguardo il rischio di un escalation termonucleare, senza che JFK fosse in grado di opporre una risposta adeguata efficace (Kennedy si mostrò in quel frangente stupito ed imbarazzato dalla foga del suo interlocutore).

Lo sviluppo della CMC e la risolutezza del presidente statunitense smentirono tuttavia Chruščëv e il Kremlino, che spaventatati dall’ipotesi di un confronto con l’Occidente si affrettarono a ritirare (in cambio di alcune contropartite rimaste all’epoca segrete) i loro vettori dall’isola caraibica.

Allo stesso modo, Vladimir Putin sembra avere sottovalutato Barack Obama e l’Occidente, ma le sanzioni ai danni di Mosca e il brusco rafforzamento della presenza militare a difesa dei paesi baltici stanno smentendo questa “wishful thinking” dell’ex ufficiale del KGB, che adesso dovrà, nell’interesse del suo Paese, cercare di evitare di spingersi troppo oltre, così da non cadere nell’errore che fu di Chruščëv e che tanto costò al prestigio del gigante sovietico, rafforzando quello dell’avversario.

Perché la CMC?
La questione è ancora oggetto di dibattito. Secondo alcuni analisti, l’URSS non puntava alla ricerca di un vantaggio di tipo militare, collocando i suoi missili a Cuba (avrebbe potuto colpire gli USA anche dal suo territorio) ma a dotarsi di una contropartita così da chiedere, in luogo della rimozione dei missili, un trattato di pace con la DDR che portasse allo sgombero di Berlino Ovest da parte degli occidentali.

Confidando nell’assenza di una risposta americana, Chruščëv dette quindi prova di una grave ed imperdonabile mancanza di capacità di lettura geopolitica.

Crack greco: il pericolo BRICS. Un Venezuela del Mediterraneo?

grecia brics cat reporter79Idea difficile a causa di un ampio ventaglio di fattori geografici, economici, politici, storici e strategici, un avvicinamento di Atene ai BRICS potrebbe, ad ogni modo, aprire un “win win scenario” per entrambe le parti.

La Grecia troverebbe infatti un alleato in grado di assorbirne senza difficoltà i problemi finanziari mentre i BRICS otterrebbero un vantaggio enorme in termini di immagine nei confronti dell’Occidente nonché una sponda sul Mediterraneo (e, qualora Atene restasse nella sola UE, Mosca potrebbe sfruttarne il diritto di veto in tema di sanzioni). Rischi anche per la NATO.

Damnatio memoriae. Il Muro ungherese.

ungheria serbia confinePer mezzo secolo il popolo ungherese fu separato dalla libertà e dai diritti civili più elementari, rinchiuso dietro la Cortina di Ferro.

Nel 1956 i suoi profughi, in fuga dai carri armati del Patto di Varsavia, affollavano l’Europa Occidentale (nel comune in cui vivo, Massa, i più anziani ancora li ricordano, smistati nella piazza più importante della città)

Oggi hanno deciso di costruire un muro alto quattro metri, proprio come quello di Berlino, per tenere lontano ciò che furono ieri.

Siamo invasi e l’Europa se ne frega? Non è proprio così

prof2prof1prof3Secondo una ricerca demoscopica britannica, gli italiani si collocano ai vertici dell’ “Index of Ignorance” (Indice di Ignoranza), uno studio sulle false percezioni in merito a varie e differenti tematiche, tra le quali l’immigrazione e la presenza islamica nei vari paesi in esame.

Più nel dettaglio, l’italiano ritiene che il 30% della popolazione sia composta da immigrati (in realtà è il 7%) e che il 20% di questi siano musulmani (sono circa il 4%).

Tale approccio disfunzionale si mostra anche nell’analisi del problema sbarchi; se la maggior parte degli italiani è infatti convinta di sopportare il peso più elevato degli esodi dall’Africa, questa “misperception ” è smentita, di nuovo, dall’elemento statistico e documentale. In Europa il primo Paese per numero di rifugiati è infatti la Germania (200.000), poi Francia (238.000), Regno Unito (126.000) e Svezia (114.000). In Italia i rifugiati accolti sono 76.000, circa uno ogni 1000 abitanti.

Ancora, i primi Paesi al mondo per numero di rifugiati sono i Paesi meno sviluppati, collocati nelle zone più “calde” del pianeta: Pakistan (1,6 milioni), Libano (1,1 milioni), Iran (982.000), Turchia (824.000) e Giordania 736.000). Seguono i Paesi della fascia africana: Etiopia (587.000), Kenya (537.000), Ciad (454.000) e Uganda (358.000).

L’Europa se ne lava le mani?
Si tratta di un altro luogo comune, tanto ingannevole ed infondato quanto diffuso e pericoloso. In base agli accordi di Dublino (siglati, per l’Italia, dal governo Berlusconi III), spetta infatti ai Paesi di prima accoglienza la gestione degli stranieri, così da responsabilizzare ogni singolo Stato sul management dei flussi e rafforzare la sicurezza obbligando alle identificazioni. Sebbene l’approccio europeo sia senza tema di smentita lacunoso e dunque migliorabile, la liquidazione della condotta dei massimi apparati continentali come prova di inefficienza, egoismo nazionalistico ed incapacità sarà pertanto da rigettare.

False percezioni: perché?
Uno dei decani del giornalismo statunitense, nonché celebre e celebrato “muckracker”, Lincoln Steffens, faceva notare come avrebbe potuto creare un’emergenza sociale, una psicosi collettiva, partendo dai normali fatti di cronaca che avvenivano nel quotidiano, amplificandoli attraverso il mezzo mediatico e la sua retorica. Questo perché il cronista è il “medium” tra le masse e ciò che succede e per questo le masse sviluppano nei suoi confronti un rapporto di tipo fideistico. Da tale assunto di base si comprende la delicatezza del ruolo di chi fa informazione; una notizia manomessa, alterata o , peggio ancora, falsa, sporca la percezione che il cittadino ha di sé stesso, del collettivo e di chi lo governa, orientandolo di conseguenza. Il crisismo demolitivo e l’allarmismo che sta delineando il lavoro della stampa nazionale si muove secondo questa nefasta traiettoria. I motivi sono: il dettato politico (quasi tutte le testate hanno una proprietà partitica) ed il bisogno di fare “cassetta”, bisogno che soltanto le notizie ad altissimo impatto emotivo possono garantire, secondo il principio breueriano-freudianio della catarsi (il lettore scarica ed appaga i propri impulsi più violenti nell’acquisizione di una notizia di importante urto adrenalinico ). Si viene meno, però, ai dettami dell’etica deontologica (mirabilmente illustrati e condensati nello “Statement of Principles” del 1975 ) nuocendo alla società, corrodendone le basi e, quel che è peggio, la fiducia, ammanettandola ad una cultura del disfattismo che mostra i contorni del vicolo cieco.

Turchia. Le pessime eredità di Recep Tayyip Erdoğan: il Blue Stream con Putin e Berlusconi.

putin berl erdStoricamente alleata del blocco atlantico, la Turchia si è negli ultimi anni sempre più allontanata dall’Occidente. Le motivazione del distacco, la critica alla campagna contro l’Iraq (2003-2004) e al sostegno americano verso la causa curda.

Ankara si è così avvicinata al Kremlino, con il quale ha realizzato il gasdotto Blue Stream, per il valore di 3,7 miliardi di dollari. Il Blue Stream, che ha visto tra i suoi principali sponsor anche l’Italia di Berlusconi, ha inferto uno dei colpi più duri al progetto Nabucco, una pipeline immaginata per diminuire la dipendenza energetica dell’Europa da Mosca e che avrebbe dovuto appunto transitare anche dalla Turchia.

Non nuova alla pratica della tangente per accaparrarsi gli appalti, Gazpron potrebbe aver utilizzato anche in questo caso la medesima strategia, con Turchia e Italia.

G7: Barack Obama e la “tigre di carta” russa. L’inconsistenza della propaganda muscolare: perché Vladimir Putin sta distruggendo il suo Paese.

obama-putin-better-1024x689“Putin scelga tra Urss e bene della Russia”. Così Barack Obama al G7 di Krun, sulla condotta internazionale del Kremlino.

Un accostamento lucido e puntuale, quello tracciato da Obama tra la Russia odierna e l’URSS. Pur senza avere nemmeno lontanamente la potenza di cui disponeva prima del 1992, Mosca condivide infatti con il passato sovietico la fisionomia di “colosso d’argilla”, forte in apparenza grazie al suo “hard power” ma intrinsecamente debole e, dunque, destinato all’implosione proprio come avvenne dopo gli anni del congelamento brezneviano.

Nonostante la popolarità acquisita sia sul fronte interno che su quello esterno in ragione della scelta muscolare del suo presidente ( e qui sarebbe utile tornare alle teorie leboniane), la Russia sta soffrendo in modo decisivo per le sanzioni imposte dall’Occidente; per un’economia ancora in via di sviluppo, poco diversificata (il 67 % delle esportazioni russe sono in idrocarburi), scarsamente liberalizzata ed arretrata da un punto di vista tecnologico, i rapporti di buon vicinato sono infatti fondamentali per attirare investimenti stranieri, creare fiducia sui mercati e , nel caso russo, ricevere quella tecnologia occidentale che tanto serve agli apparati produttivi del Paese.

Il crollo del rublo (ai minimi storici sul dollaro dal crack del 1998), l’aumento dell’inflazione, il calo del PIL (per la prima volta dal 2000 dietro quello dell’Eurozona), la fuga di capitali stranieri (70-80 miliardi di dollari ) e la massiccia emigrazione giovanile sono solo alcune delle conseguenze che la Federazione sta pagando per la miopia strategico-politica del suo capo (aumentare il consenso interno) e per la sua anacronistica velleità proiettiva in chiave sciovinistica e contenitiva.

Proseguendo su questa strada, l’ex ufficiale del KGB dissiperà presto i risultati ottenuti negli anni 2000, condannando l’ Orso ad uno scenario, umiliante e catastrofico, speculare a quello dell’era yeltsiniana.

Il ritorno della Lega, i pericoli per il PD e la cristallizzazione del M5S

grillo-smorfia-1Il risultato della Lega Nord (12, 9%) appare ancora più straordinario se si considera la grave crisi che il movimento viveva solo fino a pochi mesi fa. Dato per morto dalla quasi totalità degli analisti, il Carroccio è infatti stato capace di una resurrezione che non ha precedenti nella storia recente, tornando ad essere uno dei maggiori attori sulla scena nazionale.

La motivazione del fenomeno non va individuata soltanto nella grande esposizione mediatica di cui ha goduto e gode il suo Segretario ma anche nella sua capacità di intercettare gli umori più profondi della popolazione, da Nord a Sud.

Se vorrà contenerne l’avanzata, la sinistra non dovrà, ancora una volta, commettere l’errore di derubricare il successo leghista come il frutto di una facile propaganda ventralistica ma cercare di comprenderne le cause, scegliendo di conseguenza un approccio meno dogmatico e più realistico a problematiche come gli sbarchi, la microcriminalità o il rapporto con Bruxelles e Francoforte, punti di forza della comunicazione salviniana.

Il M5S conferma invece la sua vocazione di MSI “allargato”, ovvero un partito populista con i voti “congelati” e sostanzialmente incapace di una vittoria elettorale, come fu appunto l’MSI, ma più esteso. Da rilevare, ancora, l’ulteriore emorragia di voti per la creatura di Beppe Grillo, che passa dal 25,56 % del 2013 al 19,6%

I massacri dei Conquistadores e la memoria corta dei loro discendenti

conquistador_by_madspeitersen-d2z6s5cLa dotazione di un apparto di tipo socialista, antitetico al precedente hitleriano, rappresentò, per l’opinione pubblica e la classe dirigente della DDR, un anestetico contro il trauma, morale e storico, del Nazismo.

Ecco, ad esempio, che l’orrore di quanto avvenuto tra il 1933 e il 1945 venne associato alla sola Germania Ovest, facendo tabula rasa di ogni responsabilità al di là del Muro.

Allo stesso modo, i discendenti dei coloni in America Latina* sembrano espellere dalle loro coscienze la violenza degli antichi Conquistadores, associandola ai soli europei ed estraneand

*Il termine “latino”, riferito a spagnoli ed ispanici, è da considerarsi improprio. Gli spagnoli discendono infatti dagli Iberi e dai Celti, spesso definiti “Celtiberi”.osene.

Il Barcellona, l’indipendentismo catalano e quella “macchia” sulla maglia.

barcaL’FC Barcellona è spesso considerata, in ragione del suo grande successo internazionale, il fiore all’occhiello e l’ambasciatrice della Catalogna nel resto del mondo. La squadra sceglie tuttavia di farsi sponsorizzare dalla compagnia aerea di bandiera qatriota, questo nonostante Doha sia uno dei maggiori destabilizzatori della fascia mediorientale e nonostante si tratti di un Paese dittatoriale, munito della Sharia, estremamente repressivo nei confronti dell’opposizione interna e del tutto insensibile alle esigenze più elementari dei lavoratori stranieri (spesso provenienti dal sud-est asiatico), relegati in condizioni al limite della sopravvivenza e della dignità umana**.

Il dato non può che gettare un’ombra sulla società e, di riflesso, sul movimento indipendentista catalano che individua nei blaugrana uno dei suoi maggiori veicoli propagandistici; la condotta dell’Emirato si staglia infatti come del tutto incompatibile con i valori di matrice socialista esibiti dai separatisti.

* Il Qatar ha avviavo ormai da diversi anni un processo di penetrazione in Occidente, che include l’entrata in numerosi brand storici come Louis Vuitton, Glencore, Vinci, Vivendi, Le Figaro (ne possiede la sede centrale), Volksvagen, Porsche, ENI, ecc.

** Si stima che circa 3000 lavoratori immigrati muoiano ogni anno in Qatar, spesso colpiti da infarto a causa delle alte temperature sotto le quali sono costretti a lavorare. Il fenomeno sta assumendo connotati ancora più allarmanti con la costruzione degli impianti sportivi per il Campionato mondiale di calcio che si svolgerà nell’Emirato.