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Storiografo, giornalista, spin doctor. Come i gatti ho più vite. Ma in tutte la passione di raccontare l'attualità, la storia e la comunicazione.

Sbarchi e immigrazione: il fanatismo dell’intolleranza e quello dell’accoglienza “senza se e senza ma”.

MAPPAMONDOA complicare la gestione dell’impasse legata all’esodo di profughi ed immigrati, l’attività di pressione, da parte dell’opinione pubblica, del sentimento xenofobo come di quello xenofilo.

Entrambi, infatti, sono il prodotto di un fanatismo, quello dell’emotività ideologica, che compromette e allontana la visione razionale del problema, incapsulandolo in immagini stereotipiate e ideali, localizzate ai poli, in cui lo straniero rappresenta il male assoluto o, viceversa, un impegno morale e civile inderogabile, nonostante i limiti di ricettività delle comunità ospitanti.

Il “muro” ungherese. Perché non è colpa di Orbán.

filo-spinato-RIDLa diffidenza verso il premier ungherese in ragione della sua appartenenza ideologica e l’impatto emotivo scaturito dalle immagini del muro al confine con la Serbia e del suo filo spinato rappresentano un cocktail che altera la visione dell’emergenza-profughi, suggerendo reazioni ventrali, concentrate ai poli.

E’ tuttavia utile e necessario ricordare come la limitata capacità ricettiva dell’Ungheria (un Paese di soli 93.030 km², con un’economia ancora in fase di ristrutturazione dopo il cinquantennio comunista) e la latitanza di Bruxelles non lascino a Budapest altre soluzioni al di là di una politica di contenimento.

Alle istituzioni comunitarie il dovere e l’obbligo di alleggerire il peso sostenuto dagli stati oggi diventati le porte di accesso della disperazione (sono 3000 gli arrivi di migranti nelle ultime 24 ore nonostante la barriera voluta da Orbán ), abbandonando l’ipocrisia inerte e sterile delle condanne a questa od a quella cancelleria.

Sbarchi. Differenze storiche con l’emigrazione italiana.

immigrati-italianiIl ritorno su vasta scala dell’emergenza legata all’arrivo dei profughi sulle nostre coste ha visto un rilancio, nel movimento d’opinione cristiano, socialista e socialdemocratico, del tema legato al passato migratorio italiano.

Attraverso il ricordo degli esodi dei nostri avi (la cosiddetta “diaspora italiana”) si cerca, in buona sostanza, un’immedesimazione che crei un effetto catartico capace di disinnescare la pulsione xenofobo-razzista.

Sebbene lodevole da un punto di vista etico, lo strumento presenta, tuttavia, diverse lacune quando messo al vaglio dell’analisi razionale e del portato storiografico. Se, infatti, l’Italia che accoglie oggi immigrati, profughi e richiedenti asilo è un Paese in fase di contrazione economica, penalizzato nella sua ricettività anche da fattori endogeni quali le ridotte dimensioni territoriali, i luoghi di approdo dei nostri connazionali erano quasi sempre realtà in forte espansione e bisognose di manodopera (che spesso richiedevano), nazioni di grandi dimensioni, giovani e in divenire prive di un reale substrato etnico-culturale ma sviluppatesi proprio dall’iniezione dell’elemento esterno.

Ancora, l’Italia era un ed è un Paese occidentale, democratico (eccezion fatta per la parentesi fascista) e cristiano-cattolico, dunque con un patrimonio valoriale simile o identico a quello dei Paesi di destinazione dei nostri concittadini. Quest’ultimo dato rendeva l’integrazione tra noli e le comunità autoctone meno difficoltoso rispetto a quanto non avvenga oggi tra gli europei e , ad esempio, extracomunitari di religione musulmana e di provenienza araba.

Perché le bombe atomiche salvarono milioni di giapponesi e centinaia di migliaia di americani e sovietici. Il ruolo della storiografia.

hiroshimaIl 70esimo anniversario dello sgancio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki offre l’occasione e lo spunto per un’analisi della vicenda libera da quei legacci dell’emotività che, troppo spesso, ne condizionano ed offuscano la lettura e l’interpretazione.

Allo shock generato da un così alto numero di vittime in rapporto alla brevità temporale del bombardamento si va infatti, molto spesso, a saldare il (trasversale) pregiudizio anti-americano, regredendo la scelta trumaniana al ruolo di arma ideologico-propagandistica contro Washington ed impedendo quindi, come accennato, una visione d’insieme razionale e proficua.

Indagando nel dettaglio l’elemento documentale, potremmo infatti osservare come “Little Boy” e “Fat Man” abbiano causato, nell’immediato, 71mila e 40mila vittime (il numero dei morti nel corso degli anni per gli effetti delle radiazioni è, a tutt’oggi, incerto), contro le 200mila del bombardamento convenzionale di Dresda dell’aprile 1945, le 100mila dell’incursione aerea su Tokyo del marzo 1945, le 150mila giapponesi, tra civili e militari, e le 70mila statunitensi della battaglia di Okinawa dell’aprile-giugno dello stesso anno.

Ogni mese di guerra lasciava in media sul campo, inoltre, circa 177mila uomini.

Ancora, secondo gli storci Wilmott, Cross e Messenger, un prosieguo delle ostilità avrebbe determinato 7 milioni di morti soltanto tra i civili nipponici, ormai stremati dalla fame. In caso di sbarco terrestre americano, a questa cifra andavano aggiunte le vittime militari del Sol Levante e quelle statunitensi, numero stimato dagli analisti militari di Washington intorno al mezzo milione data l’estensione territoriale del Giappone, la morfologia del suo territorio, la sua consistenza demografica e la coriaceità delle resistenza (Hirohito aveva chiesto di resistere fino alla morte anche a donne e bambini e di suicidarsi, come avvenuto ad Okinawa, per non cadere nelle mani americane).

Da associare alla stima anche le potenziali vittime sovietiche, in ragione del fatto che pochi giorni prima dello sgancio Mosca aveva aperto le ostilità con Tokyo.

L’enorme impressione causata dalle atomiche fu inoltre uno degli elementi che contribuirono alla costruzione di quell’equilibrio della paura che indusse i due blocchi ad evitare il confronto bellico durante la Guerra Fredda (1945 – 1992).

La panoramica, senza dubbio di non facile assimilazione da un punto di vista emotivo, si rende tuttavia forte del contributo statistico e fattuale, dimostrando la fragilità delle argomentazioni del movimento d’opinione ostile all’impiego dei due ordigni.

Grillo, lo yacht e la Costa Smeralda: la buccia di banana del leader pentastellato

Beppe_Grillo_a_mareBenché Giuseppe Grillo non sia un marxista-leninista ( e nemmeno un socialdemocratico) e benché non si sia mai schierato contro il capitalismo come metodo, le sue posizioni antisistemiche e a vocazione rivoluzionaria (nell’accezione letterale della formula) non possono che risultare incompatibili con l’ elevato tenore di vita mostrato, ad esempio, in Sardegna.

Godendo del meglio offerto dal sistema, ottenuto e guadagnato grazie ai mezzi messi a disposizione dal sistema, l’ex comico consegna infatti più di una perplessità sulla sua genuinità rivoluzionaria, soprattutto in una fase storica dolorosa e delicata come quella attuale, dominata dalla crisi economica e dall’empasse ellenico.

Per molto meno (la “famosa” barca), l’immagine di Massimo D’Alema, socialdemocratico e non comunista, risultò definitivamente compromessa, lacerata dal qualunquismo propagandistico più severo e intransigente.

Germania 1919 e Grecia 2015: un paragone non ha ragion d’essere. Tra metodo storiografico e analisi politica.

Big_fourTra le conseguenze della crisi ellenica, il regresso del dibattito pubblico a tematiche che sembravano definitivamente affidate alla memorialistica ed alla storiografia. Tra queste, oltre alla polemica sul mancato pagamento dei debiti di guerra tedeschi dopo la II Guerra Mondiale, il paragone, utilizzato come monito, tra la presunta umiliazione che le nazioni vincitrici avrebbero inflitto alla Germania con il Trattato di Versailles (1919) e l’attuale condotta delle istituzioni europee nei confronti di Atene.

Si tratta, ad ogni modo, di un accostamento improprio nel metodo come nel merito, destinato a cedere sotto l’azione del lavoro di scavo razionale.

Nel primo caso (il metodo) viene infatti omesso il criterio della contestualizzazione, cardine ed atomo primo dell’analisi storiografica; se, infatti, le clausole del 1919 possono sembrare severe all’osservatore attuale, non va dimenticato come l’imperialismo germanico (ed asburgico) fosse responsabile di quella che, fino ad allora, era stata la guerra di gran lunga più violenta e sanguinosa di ogni tempo (15 milioni di morti accertati), suscitando così nell’opinione pubblica democratica una riprovazione, forte e legittima, di cui oggi non possiamo avere l’esatta percezione.

Nel secondo caso (il merito), Atene non può disporre, per ragioni demografiche, geografiche, economiche e militari, della potenza per scatenare una rappresaglia revanscista paragonabile a quella del 1939.

La Grecia, inoltre, non è una nazione sconfitta ma semplicemente un debitore insolvente.

Un paragone del tutto irrazionale ed ingenuo, quindi, utilizzato più con finalità intimidatorie che come una consapevole e produttiva elaborazione politica e storica.

Grecia. La necessità delle riforme e il dilemma referendum.

Euro-Europa-300x288I problemi che attanagliano la Grecia vanno al di là dei numeri del suo debito ma riposano nella stessa struttura economica del Paese e nella sua cultura sociale più diffusa e profonda.

La mole di dipendenti pubblici, la massiccia presenza dello Stato nei maggiori apparati produttivi e le enormi sacche di spreco e privilegio a vantaggio (anche) del restante segmento privato, fanno di Atene un paradosso unico nel suo genere, quello di uno Stato privo di una reale economia di mercato tuttavia inserito nella zona Euro e nei circuiti del capitalismo mondiale e continentale.

Benché discusse e discutibili, nella forma come nella sostanza, le riforme sono dunque necessarie come unica terapia d’urto per far uscire il Paese dall’eterno empasse nel quale è avvoltolato; senza di esse, infatti, nessuna ristrutturazione del debito (peraltro giù attuata) e nessuna concessione risulterebbero decisive, sul lungo periodo, lasciando nuovamente esposti i creditori.

Perchè il referendum?
Si sta discutendo sulla motivazione che abbia spinto il giovane ledaer di Syriza a indire un referendum (del costo di 60 milioni) contro un piano da 8 miliardi per accettarne, una settimana dopo, uno ben più severo, di 12, “tradendo” in questo modo il mandato popolare e disperdendo il capitale di fiducia e credibilità conquistato dopo l’affermazione dell’ OXI. E’ verosimile che Tsipras e il suo ex ministro delle finanze abbiano sopravvalutato il potere contrattuale ( e di ricatto) di Atene confidando che, timorosi di un effetto domino o di un apparentamento greco con Mosca e Pechino, Bruxelles e Francoforte avrebbero accettato qualsiasi condizione per scongiurare il Grexit.

Constatata la determinazione della maggior parte dei paesi della moneta unica a fare a meno di Atene (che contribuisce al budget europeo per un modesto 2%), la governance ellenica si è forse spaventata, accettando così , “obtorto collo”, le proposte degli interlocutori per evitare la catastrofe.

Né rigore teutonico né lassismo greco. La “terza via” che potrebbe salvare l’Europa.

de gasperi adenauer schuman cat reporter79La soluzione ai problemi europei dovrà passare da un approccio razionale che faccia tabula rasa di ogni emotività revanscista e rigetti il manicheismo dal sistema normativo della politica come del singolo.

Da qui, l’esigenza di formulare una via di mezzo tra il rigorismo, la cui conclusione non potrà né potrebbe essere “sine die”, e il solidarismo, aprioristico e ideologico, verso quelle mentalità gestionali d’impronta mediterranea inadeguate al confronto con l’economia moderna e incompatibili con le regole alla base di una proficua e giusta convivenza.

Una “terza via”, dunque, come soluzione unica per far tornare l’Europa alla Carta di Nizza ed allo spirito di Messina nonché ad una reale e solida capacità competitiva in grado di affrancare il Vecchio Continente dall’altra sponda dell’Oceano come dai giganti euroasiatici.

Calamità: Luca Zaia e quella pecunia romana che, a volte, non puzza.

renzi zaia catreporter79Come spesso accade, il Veneto si è trovato esposto alla furia degli elementi, con ingenti danni al suo territorio. E, come sempre accade in simili circostanze, la Regione ha invocato, giustamente, lo stato di calamità ed il sostegno del governo centrale, quello di Roma.

Ci auguriamo che l’ “indipendentista” Zaia e il movimento d’opinione che condivide simili istanze facciano tesoro, per onestà intellettuale e raziocinio politico, di esperienze come questa, ringraziando chi, da Lampedusa a Predoi passando per la Campania, contribuisce e contribuirà ad aiutare i veneti a rialzarsi.

“Chi desfa bosco e desfa pra’, se fa dano e non lo sa”

Da dove nasce la polemica sui debiti di guerra tedeschi: i pericoli per un’Europa che guarda indietro.

tedeschi grecia catreporter79Il trauma delle due guerre mondiali, apogeo nefasto di rivalità particolari ultramillenarie, e l’esigenza di creare un argine al blocco sovietico, avevano traghettato l’Europa occidentale verso un’ unità di intenti e politica assolutamente inedita nella storia del Vecchio Continente.

Ecco, ad esempio, la nascita della CEE e poi della UE, ed ecco che alla vecchia “raison d‘Etat” , stella polare delle cancellerie continentali fino al 1945, si sostituiva la “ragion di blocco”, espressione di una vera e propria “solidarietà di blocco” in virtù della quale i popoli tra Lisbona e Berlino Ovest si fondevano, nel segno di uno spirito collaborativo e solidaristico, in una sola anima contro un avversario comune e contro quegli egoismi nazionali che per troppo tempo avevano diviso la famiglia europea.

Oggi, la moneta unica e i problemi ad essa legati stanno risvegliando quel magma di rivendicazioni, rancori e pulsioni identitarie che sembravano definitivamente consegnati alla storia ed alla storiografia; le polemiche sul pagamento dei debiti tedeschi, in risposta all’austerity voluta e promossa da Berlino, la riesumazione di un dibattito contrappositivo sul 1914-1915 ed il 1939 e, addirittura, l’utilizzo delle politiche ottocentesche dei maggiori Paesi europei (Germania, Francia, Regno Unito e Italia) come cartina di tornasole per la lettura delle loro condotte attuali, sono segnali preoccupanti di una regressione, culturale, politica e sociale, a quel claustrofobismo degli stati-nazione già manifestatosi in tutta la sua devastante pericolosità.

Un turning point nelle linee di indirizzo di Bruxelles e Francoforte si staglia dunque come vitale e indispensabile, se si vorrà evitare la trasformazione della nuova e moderna comunità Europa in un campo di battaglia tra opposti populismi ed opposti particolarismi.

In gioco, oggi, c’è molto più dell’Euro.