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Storiografo, giornalista, spin doctor. Come i gatti ho più vite. Ma in tutte la passione di raccontare l'attualità, la storia e la comunicazione.

Putin e la “nuova” Russia: ciò che la destra ha capito bene, a differenza della sinistra

Anche nell’approccio alla Russia, la destra si dimostra, di nuovo, molto più pragmatica e lucida della sinistra*. In Putin hanno infatti riconosciuto un affine, “uno di loro”, un potenziale e preziosissimo alleato (molto più di un Trump, che era un alleato “a tempo”), per questo non si sono fatti alcun problema a passare sopra la sua storia recente di comunista kappagibbista ed alla storia recente del suo Paese, a passare sopra la loro stessa storia recente fatta di un atlantismo e di un americanismo che, almeno per adesso, non servono più. Come sono disposti a passare sopra persino al recupero di una certa memoria sovietica e staliniana da parte del Kremlino, dal momento in cui hanno capito perfettamente che è solo propaganda utile a Putin, che un’URSS ormai defunta da 30 anni non rappresenta alcun pericolo concreto. E propaganda è pure il mito della “denazificazione”, che anzi consente alle destre di rifarsi una verginità, ecco spiegato il motivo per cui lo cavalcano o non lo mettono in discussione, perché da buoni pragmatici sanno che ciò che conta davvero è il presente, è il futuro, non il passato con i suoi feticci statici.

A sinistra sono invece cristallizzati ad un’immagine novecentesca e romantica della Russia, il che li costringe ad adattarsi in modo disperato a ciò che la Russia è realmente, snaturandosi e imbrigliandosi in (involontarie?) alleanze paradossali. Il loro stesso anti-atlantismo e a-strategico ed antitetico ad ogni indirizzo leniniano, poiché viene anteposto per partito preso ad ogni altra elaborazione razionale, finendo con l’avvantaggiare e rafforzare gli avversari storici (lo è anche Putin, uomo di destra e reazionario) che al contrario e a dispetto delle “amicizie” dell’ultima ora rimangono, nel profondo, sempre uguali, sempre fedeli ai loro princìpi-guida e ai loro obiettivi.

*termini generici e “amplipensanti” per indicare quei segmenti delle due comunità politiche e ideologiche che guardano a Mosca

I “falsi amici” di Samantha Cristoforetti

Il movimento d’opinione che si indigna per le domande sui figli a Samantha Cristoforetti (e non ai colleghi uomini) è spesso lo stesso che sostiene ed esalta il primato genitoriale materno e svilisce e mortifica la figura paterna. Pensando di fare cosa e buona e giusta, costoro veicolano teorie che oltre ad essere prive di fondamento sono anche intrise di una mentalità maschilista ed obsoleta secondo cui la donna sarebbe sempre o meglio predisposta alla genitorialità. Da qui, da questo humus, certe domande

L’importanza di ascoltare Lavrov (ma)

Sergej Viktorovič Lavrov non è un Orsini qualunque ma il Ministro degli affari esteri della Federazione Russa ed uno dei più stretti collaboratori di Putin, dunque ascoltare il suo punto di vista è fondamentale per comprendere il conflitto in Ucraina, per averne una visione il più possibile completa. E fondamentale è conoscere le sue posizioni su di noi, sull’Italia, la NATO e l’Occidente.

Le sue dichiarazioni sugli ebrei, come pure le farneticazioni nuclear-belliciste dell’establihment russo e dei media russi e le loro invettive contro la comunità LGBT, accusata di corrompere l’Ucraina, dovrebbero ad ogni modo far riflettere quella sinistra che si ostina a coltivare un’immagine tanto romantica quanto irrealistica e superata della Russia. E’ infatti del tutto paradossale e illogico combattere i reazionari in patria e in Occidente per poi esaltare o difendere i loro omologhi ad Est e/o in altre parti del globo.

« Non c’è bisogno di gridare, compagno Ligačëv, né di farmi la predica. Non sono un ragazzino e questa è la mia posizione di principio. Devo dirvi, compagni, in tutta sincerità che è difficile lavorare quando invece di un aiuto amichevole concreto ricevi ramanzine o bruschi richiami. A questo proposito, compagni, sono costretto a pregare il Politburo di liberarmi dalla meschina tutela di Raisa Maksimovna [Gorbačëva] , dalle sue telefonae e lavate di testa quasi quotidiane […]. Si parla molto, compagni, ma le cose non procedono bene e per il momento l’uomo della strada da tutti questi discorsi sulla perestrojka non ha ricavato alcun vantaggio […] E’ ora di passare dalle parole ai fatti, di fare uso del potere. E noi il potere lo abbiamo, ci è sta affidato dal popolo e se non lo usiamo per difendere i veri interessi del popolo dagli ingordi, perché ci perdiamo nelle chiacchiere, allora la nostra perestrojka non porterà ad alcun risultato. »

Così Boris El’cin il 21 ottobre 1987, al Plenum del Comitato Centrale del PCUS

Sebbene questo intervento fosse costato ad El’cin l’obbligo di una pesante autocritica pubblica al gorkom (comitato cittadino) di Mosca dell’11 novembre e l’espulsione dal Politbjuro (di cui era membro supplente) e dal Presidium del Soviet Supremo, pochi mesi dopo riconquistò la scena, tornando a tuonare contro i “burosauri” del PCUS nel corso di un’intervista alla BBC del giugno 1988 e della XIX Conferenza del PCUS del giugno-luglio dello stesso anno. A metà maggio, inoltre, El’cin era stato difeso pubblicamente dall’amico Mikhail Poltoranin, direttore del prestigioso quotidiano “Moskovskaya Pravda” e in quell’occasione intervistato dal “Corriere della Sera”. Dopo la seduta del 21 ottobre 1987 e prima della sua temporanea defenestrazione, “Corvo bianco” era invece stato nominato “Primo Vice Presidente del Comitato Statale dell’URSS per l’Edilizia col rango di Ministro dell’Unione Sovietica”.

Nonostante il suo “siluramento” avesse preoccupato gli osservatori internazionali, già pronti a paragoni con gli anni ’30, il fatto avesse avuto il coraggio di simili dichiarazioni e la sua rapida “riabilitazione” (va detto che El’cin serviva comunque a Gorbačëv come alleato contro i conservatori del partito e dell’eserecito) attestano un livello di “democrazia” ed un’ “apertura” impensabili nell’ufficialmente democratica Russia odierna, nonostante l’URSS del tempo fosse invece uno stato totalitario.

Nota: El’cin si era scagliato anche contro Eduard Ševardnadze, potentissimo Ministro degli affari esteri dell’URSS e amico di Gorbačëv, accusato di lassismo e inconcludenza in merito alla questione afghana (che secondo il futuro presidente russo andava risolta con l’immediato ritiro delle truppe)

I falsi automi russi, ieri e oggi

Leggendo Kaledin, Vojnovich o la più conosciuta Aleksievič, potremo renderci conto di quanto fosse infondato il mito che voleva i russi, i sovietici, automi al servizio del regime, privi di coscienza critica.

Un cliché, come disancorata dalla realtà è l’idea che dei russi ha il putiniano Pjotr Tolstoj, vicepresidente della Duma, secondo cui “quando è in gioco la sopravvivenza del Paese, quando bisogna proteggerlo dall’aggressione di tutta l’alleanza occidentale, per l’uomo russo l’aumento dei prezzi di qualche rublo in più non è una tragedia. Fa muro. Non scende in piazza”. In realtà, le loro nuove generazioni sono nate nella globalizzazione e in un relativo benessere, non hanno quindi lo stesso spirito di sacrificio delle precedenti e ancor meno sarebbero portare a considerare la guerra in Ucraina come necessaria per la “sopravvivenza” del Paese.

Siamo in guerra? (no, e attenzione a chi ve lo dice)

Chi sostiene che il nostro Paese e l’Occidente siano in guerra con la Russia, intesa non come una proxy war ma come una guerra “aperta”, “diretta”, “calda”, sta spesso facendo della propaganda. Sta cioè cercando di far leva sulla paura del bersaglio, e di far leva su argomenti indubbiamente nobili come la difesa della pace e della vita, per indebolire il fronte anti-russo senza esporsi e tradirsi.

In realtà, ed è bene non dimenticarlo mai, sono gli ucraini e i soldati russi a vivere la guerra, a subire la guerra, ad essere in guerra. L’Italia e l’Occidente restano nella loro “comfort zone”, che non hanno mai voluto e non voglio compromettere (giustamente) proprio per evitare conseguenze imprevedibili.

Il Caucaso, per capire la Russia e i russi

« Così come la Russia è fredda e bianca, il Caucaso è tiepido e verde. Gli orizzonti sterminati, la malinconia affliggente della Siberia – paesaggio ancestrale dell’uomo russo – cercano inconsapevolmente – così come ognuno va alla ricerca di ciò che Jung chiamava la propria “parte ombra” – il chiuso delle montagne, l’asprezza dei cespugli che crescono sulle rocce , l’insinuarsi dei torrenti tra le colline. Di nuovo, il Caucaso si configura come grande smentita e come grande conferma. Da una parte, cioè, spezza l’equivalenza che solo ciò che è grande è bello, dall’altra lascia intendere che se coinvolto, se inglobato, può diventare estensione della grandezza russa e completamento della sua bellezza. Per questo la partecipazione del Caucaso all’integrità territoriale russa è considerata indispensabile, più del Tatarstan o di altri territori, perché senza il Caucaso la Russia perderebbe un carattere diverso non omogeneo alla sua identità e sarebbe non tanto più piccola – di pochissimo, viste le dimensioni delle repubblichine nordcaucasiche – ma soprattutto più povera, meno variegata.»

Una visione suggestiva, quella della giornalista italiana Francesca Sforza, alla quale se ne accompagna un’altra, forse più “pragmatica”: « Nell’immagine del ceceno rozzo, selvaggio, renitente alla vita civile (immagine che in cuor suo ogni russo accredita per buona) c’è un tratto consustanziale alla stessa identità russa. Di fronte al ceceno, e più in generale ai popoli caucasici, il russo si sente infatti pienamente europeo. Quell’imbarazzo, quell’ingiustificato sentimento di inadegatuezza che tanti russi possono provare in una stazione balneare frequentata da francesi o belgi o in una cena dopo il lavoro con colleghi tedeschi, si dissolve immediatamente se al posto di quei francesi, begi e tedesci ci sono georgiani, daghestani od osseti. E la cosa è assolutamente indipendente dal livello sociale degli interlocutori: un francese maleducato e ignorante è in grado di mettere in soggezione un russo molto più di un autorevole e brillante georgiano. »

Da un lato abbiamo quindi uno dei motivi, stavolta non più e non solo di carattere strategico, della presa di Mosca sul Caucaso, dall’altra (ma lo spiegava in un certo senso già Tolstòj) vediamo come l’ “anima russa” guardi all’Occidente, all’Europa. Il perno culturale e politico del Paese, le sue metropoli, sono non a caso nella Russia Europea, dove ebbe origine anche l’elemento etnico russo. Un legame allentatosi a partire dalla fase sovietica ma destinato a rinsaldarsi, in futuro

Perché Lavrov è tornato a parlare di Terza Guerra Mondiale

Ogni qualvolta l’establishment russo evoca lo spettro della Terza Guerra Mondiale e/o dello scontro atomico, i due argomenti diventano le ricerche di tendenza su internet. E’ successo anche nelle ultime ore, dopo le dichiarazioni del ministro Lavrov (comunque riportate in modo non del tutto esatto da molti organi di informazione).

A Mosca sanno bene che una guerra convenzionale contro la NATO li vedrebbe sconfitti, mentre una guerra nucleare li vedrebbe annientati, e allora perché questa insistenza? Si tratta, lo abbiamo già detto, di una forma di propaganda “grassroots”*, diretta non ai nostri leader ma appunto a noi. Lo scopo è spaventare l’opinione pubblica dei paesi “avversari”, per destabilizzarli e metterli in difficoltà, per farli retrocedere (ad esempio su temi come i rifornimenti di armi a Kiev e le sanzioni).

Una strategia, peraltro frequente nella storia russo-sovietica, che tuttavia rivela una certa debolezza di fondo (le difficoltà dei soldati di Putin sono evidenti) e che a lungo andare potrebbe perdere credibilità e quindi efficacia.

*“Grassroots propaganda”, diretta al “grass”, il “prato”, l’uomo comune. E’ “verticale”, ovvero creata da gruppi di potere (in questo caso dal governo russo e dai suoi alleati esterni, anche in Occidente). La ”treetops’ propaganda“ intende invece quel tipo di propaganda diretta agli strati più “alti” della popolazione (intellettuali, artisti, scrittori, cineasti, scienziati, cronisti, opinion makers, ecc). “Treetops” sta infatti a indicare i rami più alti dell’albero.

L’URSS che perse la Seconda Guerra Mondiale nel 1991: il “filo rosso” tra i problemi di ieri e quelli di oggi

Alla fine degli anni ’90 Hans Modrow osservò che “l’Unione Sovietica fu l’unica tra le potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale ad aver perso la guerra per così dire a posteriori”. Con una una buona dose di realismo, l’ultimo leader “di fatto” della Germania Est non si riferiva tanto allo sfaldamento dell’URSS quanto alla “cessione”, da parte di Mosca, delle sue sfere di influenza all’Occidente pressoché senza alcuna contropartita tangibile.

Uno scenario che, a ben vedere, non sarebbe stato inevitabile ma che fu soprattutto il risultato di una certa mancanza di pragmatismo e lucidità di Michail Gorbačëv (la cui leadership restò, non va dimenticato, abbastanza solida fino al 1990).

Come spesso ricordato anche da Vladimir Putin, molti dei problemi odierni derivano proprio da quello “squilibrio” improvviso, da quel “disallineamento” (comunque traumatico) nello scacchiere geopolitico, e non solo geopolitico.

Stepan Bandera, il rogo di Odessa e i “nazisti” ucraini: come agisce la propaganda del Kremlino

Tra i temi più ricorrenti nella propaganda anti-ucraina, russa e filo-russa, c’è il prestigio di cui Stepan Andrijovič Bandera, leader dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini e alleato dei nazisti tedeschi nella II Guerra Mondiale, gode ancora presso una parte dell’opinione pubblica del Paese. Si tratta ad ogni modo di una semplificazione deliberata, che ignora qualsiasi criterio di indagine razionale e scientifica. Bandera non è infatti ricordato in quanto “nazista” ma in quanto patriota che lottò, come altri sovietici-non russi, per l’indipendenza di Kiev dall’URSS staliniana, durante un momento storico in cui il dominio di Mosca era ancor più insopportabile a causa della tragedia dell’Holodomor. Facendo un parallelismo con l’Italia, molti padri risorgimentali furono massoni e la Massoneria ebbe senza dubbio un certo peso nei nostri processi unitari, tuttavia oggi non sono celebrati perché massoni ma, appunto, perché fautori dell’unità politica nazionale. L’Ucraina, non va dimenticato, è stata inoltre la repubblica sovietica che più di ogni altra patì l’occupazione nazista, in termini umani come materiali; più nel dettaglio, diede oltre 7 milioni di soldati all’Armata Rossa (a fronte di poche migliaia di collaborazionisti), mentre circa 8-10 milioni furono gli ucraini morti nel conflitto, tra militari e civili, e 2,4 milioni i deportati in Germania. Il 20% dei deportati slavi in Germania era composto da ucraini. 250 mila ucraini servirono inoltre negli eserciti occidentali, contro l’Asse.

La stessa grossolana semplificazione agisce, e sempre per ragioni politiche e propagandistiche, nella vicenda della Strage di Odessa del 2014, presentata come un blitz dei nazionalisti ucraini contro una locale sede sindacale (si cerca quindi di richiamare alla memoria l’ostilità delle destre naziste, fasciste e più in generale reazionarie verso le libere rappresenanze dei lavoratori). Dalle scarse informazioni ad oggi in nostro possesso sappiamo però che l’incidente avvenne nell’ambito di uno scontro tra unionisti e secessionisti e che questi ultimi cercarono riparo all’interno della Casa dei sindacati cittadina, palazzo da cui e contro cui partì un lancio di moltov. Pure stavolta mancano elementi certi e non è chiaro di chi fu la responsabilità del rogo, ma è chiaro non si trattò di un attacco pianificato ad un simbolo politico in quanto tale.

Anche i partiti di estrema destra Svoboda, Pravi Sektor e il Partito Radicale erano e sono i principali accusati, dalla Russia e dal movimento d’opinione filo-russo, di essere gli autori della rivoluzione contro Viktor Janukovyč e della metamorfosi “nazista” dell’Ucraina. La modestia della loro forza elettorale-popolare (Svoboda ha un seggio in parlamento, Pravi Sektor zero, stessa cosa il Partito Radicale mentre il “famigerato” Battaglone Azov consta di soli 1000 uomini ed è stato peraltro assorbito nell’esercito regolare e svuotato della sua natura originaria) è una prova, ulteriore, dell’infondatezza del teorema. Numeri che appaiono ancor più trascurabili se si considera che l’Ucraina è un Paese sotto attacco da molti anni e che solo nel 1991 ha riacquistato la propria indipedenza dopo decenni di controllo straniero, tutti fattori che in genere tendono a favorire proprio il revanscismo e il nazionalismo.

L’accusa di nazismo e fascismo è, per concludere, un “tòpos” delle scuole propagandistiche di tradizione socialista, usata con frequenza dall’URSS come dalla Russia putiniana, negli ultimi anni anche contro baltici, polacchi, moldavi, georgiani, ceceni. E’ meglio nota come “proiezione” o “analogia”*, poiché associa il bersaglio ad un’immagine negativa e respingente. La leadership russa vi fa ricorso anche per far leva sul ricordo della “Grande Guerra Patriottica”, la Seconda Guerra Mondiale contro Hitler e i suoi alleati, ancora vivo e presente con tutto il suo carico emotivo.

*nei casi sopra descritti si può parlare altresì di “propaganda grigia” o di “mal-informazione”, cioè la distorsione e la manipolazione di fatti parzialmente veri

Approfondimento

“L’estrema destra in Russia e quella alleata della Russia”

Se è ben nota l’amicizia tra Vladimir Putin e formazioni di destra od estrema destra al di fuori dei confini della Federazione Russa si sa forse meno della presenza, all’interno del gigante euroasiatico, di sigle che guardano al nazismo ed al fascismo, e della loro contiguità con il Kremlino. Tra queste organizzazioni spiccano, in particolare, Mestnye (Locali) e Nashi (I Nostri), oltre ad una galassia di associazioni di skinhead.

Xenofobia

Nell’estate del 2007, Mestnye avviò una campagna per il boicottaggio dei taxisti non russi, attraverso volantini che mostravano un giovane , russo e biondo, rifiutare il servizio di un tassista dalla carnagione olivastra. Il volantino recitava lo slogan: “Noi non andiamo nella stessa direzione”.

Nel settembre 2007, sempre Mestnye organizzò una vera e propria trappola ai migranti che lavoravano in un mercato di Yaroslavskoe Shosse , nel nord est di Mosca, usando come esca l’offerta di un impiego in un cantiere edile. Giunti a destinazione, i migranti trovarono ad attenderli gi uomini dell’ufficio immigrazione, che misero le manette a 73 persone per ingresso illegale nel paese. Benché non vi sia un legame ufficiale tra queste iniziative e il governo, esse ricalcano comunque la linea di indirizzo del Kremlino in materia (nell’aprile 2008, Putin emanò un decreto con il quale veniva proibito ai lavoratori stranieri il commercio nei mercati al dettaglio della Russia).

La Putnjungend

Ufficialmente legato al presidente ed al suo partito, è invece Nashi, organizzazione giovanile con circa 120 mila iscritti, ribattezzata la Putinjugend, a richiamare la famigerata Hitlerjugend di Baldur Benedikt von Schirach . In un raduno estivo nel 2007, i suoi militanti di distinsero per un’agguerrita campagna diffamatoria nei confronti delle autorità estoni, con la distribuzione di materiale raffigurante i governanti di Tallin come fascisti (nel solco della tradizione propagandistica sovietico-russa) e le donne dell’opposizione nazionale come prostitute. Ancora, nel meeting venne promossa un’iniziativa “moralizzatrice”, che chiedeva alle ragazze la consegna della biancheria intima più succinta in cambio di indumenti ritenuti più morigerati.

Per aver partecipato ad un incontro con le opposizioni nel giugno del 2006, l’allora ambasciatore britannico Anthony Brenton venne invece perseguitato per mesi dai giovani di Nashi, con continue irruzioni durante i suoi suoi discorsi pubblici (i militanti bloccavano l’entrata e l’uscita degli edifici nei quali si tenevano i discorsi del diplomatico, fischiandolo ed insultandolo).

Pestaggi e intimidazioni

Nel 2006, l’assassinio nella città di Kondopoga di due russi in una scazzottata scatenò la reazione dei gruppo di naziskin del Paese, con pestaggi, intimidazioni e sabotaggi ai danni degli stranieri dalla pelle scura, che vennero cacciati dalla città. L’anno successivo, sempre i neonazisti aggredirono un gruppo di ambientalisti che ad Angarsk protestavano contro la realizzazione di un impianto di uranio voluto dal governo, ammazzando barbaramente un attivista.

Dal quadro, senza dubbio preoccupante, appena delineato, emerge come l’accusa di compromissione con l’ideologia nazifascista, punta di lancia del propagandismo putiniano, potrebbe e dovrebbe essere “girata”, invece, alla Russia dell’ex ufficiale del KGB, oggi molto più impregnata di estremismo nero rispetto a paesi come l’Ucraina o le piccole repubbliche baltiche, periodicamente (e ingiustamente) indicati dalla Russia e dai suo sostenitori esterni come terreni di coltura dell’ odio razzista e xenofobo.

Formazioni russe o filo-russe di estrema destra impegnate in Ucraina e nel Donbass:

La propaganda del Kremlino pone molto l’accento sul Battaglione Azov, unità pramilitare di estrema destra ucraina (circa 1000 uomini), tuttavia anche Mosca può contare nel fronte ucraino su forze paramilitari, numerose e ben organizzate, legate all’estrema destra, alla destra nazionalista e all’ultra-destra religiosa. Eccone una lista parziale:

-Battaglione RNU (l’equivalente filo-russi dell’Azov. Il suo simbolo richiama la svastica e dalle sue fila proveniva Pavel Gubarev , primo “capo di Stato” dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Doneck)

-Battaglione Svarozhich (o Battaglione di unificazione e rinascita slavo)

-Esercito russo orodosso

-Alba ortodossa (gruppo di volontari bulgari)

-Legione Santo Stefano (gruppo di volontari ungheresi

-Distaccamento Jovan Šević (gruppo di volontari serbi)

-Movimento contro l’immigrazione illegale

-Battaglione Rusich

-Battaglione Ratibor

-Interbrigades

-Sputnik e Progrom

-Movimento Imperiale Russo

-Brigata Oplot

-Brigata Kalmius

-Battaglione Voshod

-Battaglione Sparta

-Battaglione Varyag

-Unità continentale

-Esercito russo-ortodosso

-Battaglione Leshiy

-Battaglione Varyag

Oltre al già citato RNU, molti di questi gruppi riportano nei loro simboli una variante della svastica nazista, ad esempio i battaglioni “Rusich”, “Svarozhich” e “Ratibor”.

E’ inoltre da rilevare come molte compagini che si richiamano al comunismo sposino in realtà un nazionalismo radicale, incompatibile con il dettato marxista-leninista. Ecco cosa ha scritto in proposito Andrea Sceresini, inviato nel Donbass per Il Manifesto: « Quando sono andato per la prima volta in Donbass, nel 2014, speravo di poter raccontare una nuova guerra di Spagna. Mi ero lasciato illudere da tutte quelle bandiere (anche se veder sventolare una bandiera rossa su un tank invasore un po’ dovrebbe far riflettere), dagli slogan antifascisti e dal “No pasaran!” scritto a caratteri cubitali sulla “Doma administratsiya” di Donetsk. Ma poi avevo visto anche altre cose. C’erano le bandiere zariste, quelle putiniane, e c’erano i centinaia di volontari di estrema destra che erano venuti a combattere sotto quelle insegne. Ho poi capito che l’antifascismo, a Donetsk, è ben diverso dal nostro. L’antifascismo, per i russi, è l’Armata patriottica di Stalin che respinge l’invasore tedesco (deriva da qui il concetto di “denazificazione” utilizzato da Putin, che non significa la sconfitta del nazismo come ideologia reazionaria, ma più genericamente la sconfitta dei nemici della Russia). LA BANDIERA ROSSA simboleggia il potere imperiale sovietico, che aveva barattato l’uguaglianza col sogno di dominare il mondo. Perciò la falce e martello, a Donetsk, non era poi così in antitesi con i ritratti di Nicola II e le tesi dei suprematisti russi – e accorgersene, stando lì, non era per nulla difficile. Un giorno, dovendo trascorrere una mezza mattinata con un leader locale del Partito comunista del Donbass – e parlando io poche parole di russo e lui nessuna d’inglese – volli provare a fare un gioco. Gli elencai alcuni personaggi storici, chiedendogli di farmi capire chi gli piacesse e chi no. I nomi di Stalin e dell’ultimo zar furono accolti con un sonoro «karasciò». Più moderato fu l’entusiasmo per Mussolini – che in fondo li aveva invasi ma era pur sempre un nazionalista – mentre Lenin fu salutato con una mezza storta di naso. I più strapazzati furono Marx ed Engels, che il mio interlocutore bollò con un lapidario aggettivo – «Pederàst, finocchi». Ma in fondo è l’ironia delle parole, che una volta svuotate del concetto possono voler dire qualunque cosa. Così le insegne bolsceviche – che nel 1917 simboleggiavano l’unione della classe operaia mondiale contro la guerra – oggi vengono fatte sventolare da giovani coscritti che ammazzano altri giovani coscritti in nome della patria e dei sacri confini. » (Andrea Sceresini , “Per chi sventola la bandiera rossa nella terra contesa del Donbass”, Il Manifesto del 22 Marzo 2022)

L’estrema destra nella politica russa:

Forze di estrema destra e nazonaliste legalmente riconosciute e tollerate sono oggi attive anche nel panorama politico russo, come peraltro già evidenziato nella prima parte del contributo. Eccone una lista parziale:

-Partito Eurasia

-Block Fact

-Unione Euroasiatia della Gioventù

-Santa Rus

-Stato maschile sostiene il patriarcato e il nazionalismo russo

-Narodny Sobor

-Comitato Nazione e Libertà

-Alleanza Nazionale dei Solidaristi Russi

-Associazione di Resistenza Popolare

-Gol russo

-Unione dei portabandiera ortodossi

-Unione del popolo russo

-Partito Liberal Democratico della Russia (fondato da Vladimir Zhirinovsky nel 1992, è uno dei partiti più importsnti in Russia)

-Congresso delle comunità russe

-Grande Russia

-L’altra Russia, dello scrittore nazionalista EV Limonov

-Rodina

-Unione Nazionale Russa