In queste ore sta circolando la notizia di file e temutissimi assembramenti a Napoli, per l’acquisto del nuovo iPhone 12. Tutto vero. Anzi, no. Perché le code ci sono state, si, ma ordinate, e soprattutto risalenti al 12 novembre, quando Napoli e la Campania erano ancora in zona “gialla”.
Organi di informazione “mainstream” e noti opinionisti non si sono tuttavia lasciati sfuggire la ghiotta occasione, dipingendo i partenopei come irresponsabili untori, maestri del “chiagni e fotti” che prima si lamentano, mettono a soqquadro una città, e poi però hanno 1200 da spendere per un telefonino. Magari prendendoli da sussidi vari e redditi di cittadinanza. Beh, dopotutto si sa come sono quelli lì, no?
Spiccano per zelo inquisitorio Iannuzzi (napoletano), che tuona un “non cambieremo mai” e l’immancabile e infaticabile Scanzi (penna vicina a quel M5S che ha fatto il pieno di voti al Sud e più volte si è erto a vessillifero della revanché borboneggiante) che sentenzia: “Non abbiamo speranze” (in compenso abbiamo Speranza).
Ma per quale motivo tanto accanimento? Forse la risposta è da cercare nelle proteste disperate degli ultimi giorni, che hanno fatto del capoluogo campano una spina nel fianco del governo. Screditare i napoletani, già dipinti come camorristi durante le manifestazioni, diventerebbe quindi un imperativo. Una “mission possible”, molto possible, tra l’altro, dato che basterà far leva, come in questo caso, sui peggiori cliché razzisti a disposizione.
Le ipotesi per spiegare il comportamento di Donald Trump dopo il voto sono molteplici, ad esempio ribaltarne l’esito per via politica o giudiziaria, preparare il terreno per il 2024, ottenere delle immunità o il semplice e “banale” orgoglio personale.
Da un punto di vista strategico, comunicativo e propagandistico, il “tycoon” potrebbe ad ogni modo star seguendo un passaggio del “codice del dominio” (da lui usato a piene mani), ovvero stressare ed esasperare la situazione fino a portarla vicino al limite di rottura, così da volgerla a proprio favore.
Ma come?
Vicino al limite di rottura, appunto, ma ritirandosi in tempo, dando l’impressione di fare, lui, delle aperture, di trattare, lui, da un punto di forza. In questo caso riprenderebbe in parte anche il cosiddetto “Equilibrio di Nash” (teoria dei giochi), in cui i “players”, trovatisi in un momento di stallo, devono giocoforza fare delle concessioni agli altri per uscire dall’impasse e ottenere un risultato.
Quale sia questo risultato, per “The Donald”, lo chiariranno i prossimi mesi.
Qualche giorno fa, ha fatto il giro dei social e del web la frase “e guardacaso chi è che trova il vaccino…? un’azienda farmaceutica ….ho detto tutto …… “, postata su Twitter dal profilo satirico “ffffjd”. Profilo satirico, ma preso dannatamente sul serio da semplici utenti come da testate giornalistiche, pagine e gruppi.
Questo offre alcuni spunti di riflessione, anche oltre l’argomento in oggetto, come:
-il ricorso (ma appunto non è forse questo il caso) a vettori fittizi che diffondano teorie improbabili e bizzarre così da screditare e delegittimare la critica, pur se e quando razionale, alle narrazioni dominanti
-la presenza di piattaforme social (pagine, gruppi, ecc) all’apparenza apolitiche e distanti dalla politica e dall’attualità (ad esempio “Io amo la pasta”) ma in realtà usate per veicolare questo o quel messaggio, approfittando del fatto che, in quel momento, l’utente avrà la guardia abbassata. Una strategia usata, in un certo senso, anche da Berlusconi in passato, ma in televisione.
Noa: l’incredibile attenzione concessa ad “Angela da Mondello” rientra anche in questa strategia, cioè delegittimare la critica ad una certa narrazione governativa e mainstream usando un argomento fantoccio, un esempio indifendibile e imbarazzante.
I vaccini sono una delle imprese più straordinarie della Medicina e dell’ingegno umano, capaci non solo di bloccare sul nascere una malattia potenzialmente letale ma anche di eradicarla, di farla “sparire”. Quelli, imminenti, contro il Covid, sono poi un’impresa nell’impresa, data la rapidità con cui sono stati realizzati. Un traguardo del quale dovremmo andare fieri, tutti, come appartenenti al genere umano. Eppure, in un’intervista di qualche giorno fa, quello della Pfizer (che ha un’efficacia del 90%) per Andrea Crisanti non sarebbe che un “barlume di luce”. Nella stessa intervista e in altre successive, l’entomologo si spinge poi oltre, riciclando interrogativi (già risolti) come quello sulla catena del freddo o sull’efficaia del vaccino stesso, arrivando persino a sollevare dubbi in merito ad una possible speculazione borsistica da parte della Pfizer.
In questi mesi di incessante visibilità mediatica, il Crisanti ha abituato gli italiani a messaggi non improntati all’ottimismo (per usare una formula eufemistica), secondo una posa tanto monotematica che difficilmente potrebbe essere ricondotta ad una volontà di razionale realismo (si vedano alcune fake news come quella sulle TI piene a Padva in estate). Una simile “guerra” al vaccino da parte di un uomo di scienza, che pure in questo caso non è un “addetto ai lavori”, appare tuttavia anomala e incomprensibile. “Guerra”, perché già a ottobre aveva detto che un vaccino a fine anno sarebbe stato pericoloso in quanto non testato sul campo, facendo finta di ignorare le procedure, rigorosissime, che pure davanti ad un’emergenza un farmaco ed un vaccino devono superare per essere immessi sul mercato. Una dichiarazione sconcertante, capace di dare la stura ai peggiori complottissimi “no vax”.
Crisanti non è un vero “addetto ai lavori”, come abbiamo accennato, ma non è uno sciocco e non è un ingenuo. I più maliziosi potrebbero dunque pensare che dietro questi “timori” vi sia la consapevolezza che, facendo sparire il Covid, il vaccino farebbe sparire dalla ribalta anche i personaggi come lui. Ma noi non siamo maliziosi, e non lo pensiamo…
Covid, Zingaretti: “Troppe persone nel corso dell’estate hanno detto cretinate”
“Troppe persone nel corso dell’estate hanno detto troppe cretinate”. Tipo “che il coronavirus era scomparso, che le mascherine erano inutili, che era un malore”. Ecco, “quelle voci forse hanno contribuito a far abbassare quell’attenzione che era necessaria”. Sono le parole di Nicola Zingaretti, presidente della Regione Lazio e segretario Pd a Live – Non è la D’urso su Canale 5. Il Covid “non era scomparso e non bisogna avere fastidio delle regole ma del virus” prosegue Zingaretti. Infatti “è sbagliato far finta che il problema non esista, tornare a essere liberi vuol dire fare cose in maniera diversa, dire ‘tanto è finito è stato sbagliato, per molti è una cosa lieve ma per tanti significa morire, non si deve perdere di vista che questa è una tragedia”.
Il segretario Pd torna poi a sottolineare l’importanza in questa fase di “non abbassare la guardia” perchè siamo di fronte a “un evento che forse l’uomo non ha mai vissuto”. Di questo “io me sono accorto il 18 agosto quando sono cominciate a tornare tante persone dalle vacanze, persone che stavano bene ma poi col tampone in aeroporto a Fiumicino o al porto di Civitavecchia risultavano positive”. Ecco, “forse iniziare da metà agosto con un enorme tracciamento un po’ è servito”. “Ma – conclude – non si deve abbassare la guardia e si deve combattere”.
Poi venendo agli aiuti economici necessari alle attività produttive messe in ginocchio dalla pandemia, il governatore del Lazio sottolinea: “Credo che il problema più grande che abbiamo avuto sia stata la velocità e non la quantità, dico però che l’economia tornerà a crescere e il lavoro a tornare solo quando sconfiggeremo il CoViD”.”Dobbiamo avere meno timore in certi passaggi per batterlo” spiega ancora Zingaretti, spiegando che comunque gli aiuti per “ristoranti e bar cominciano ad arrivare nei conti”. Adesso, però, “la cosa più importante è dare fiducia, che significa velocità” avverte Zingaretti “questo ci aiuterà a unirci non contro le regole ma per fermare il virus, perchè finchè non lo fermiamo l’economia non riparte”.
Quello riportato è un articolo di Roma Today su un’intervista rilasciata da Nicola Zingaretti (che, ricordiamo, fu tra i primi “negazionisti”) a Barbara D’Urso qualche giorno fa.
Concentriamoci subito sulla prima frase: “Troppe persone nel corso dell’estate hanno detto troppe cretinate, tipo che il coronavirus era scomparso, che le mascherine erano inutili, che era un malore”; il segretario democratico si riferisce, tra gli altri, anche al Prof. Zangrillo (che pure non voleva intendere che il virus fosse scomparso). Zangrillo o qualche minimizzatore, vero o presunto, non potrebbero ad ogni modo aver scatenato, da soli, la seconda ondata, e infatti, appena dopo, il segretario democratico “colpisce” il vero bersaglio: “Quelle voci forse hanno contribuito a far abbassare quell’attenzione che era necessaria”. Ancora: “Non era scomparso e non bisogna avere fastidio delle regole ma del virus”. Ancora: “E’ sbagliato far finta che il problema non esista, tornare a essere liberi vuol dire fare cose in maniera diversa, dire tanto è finito è stato sbagliato, per molti è una cosa lieve ma per tanti significa morire, non si deve perdere di vista che questa è una tragedia“. Ancora: “Io me sono accorto il 18 agosto quando sono cominciate a tornare tante persone dalle vacanze, persone che stavano bene ma poi col tampone in aeroporto a Fiumicino o al porto di Civitavecchia risultavano positive”. Infine: “Non si deve abbassare la guardia e si deve combattere”.
Il vero bersaglio, si è detto: il cittadino. Sempre e comunque, secondo una retorica colpevolizzante e divisiva mai fermatasi e andata di pari passo con una narrazione allarmistica che mai ha fatto concessioni alla speranza, all’ottimismo, all’incoraggiamento.
Il cittadino, cui spetta il combito di distruggere, da solo, il virus, il cittadino che ha “fastidio delle regole”, il cittadino irresponsabile untore perché runner e “movidaro”, vacanziero e bagnante (tutte cose concesse o incoraggiate dal governo con i bonus), reo della colpa, terribile e imperdonabile, di voler vivere. O almeno di provarci.
Un approccio che non è solo immorale ma anche anti-scientifico, dal momento in cui la seconda ondata ha colpito, come previsto e prevedibile, tutta Europa, essendo il Covid-19 un virus stagionale che attacca le vie respiratorie.
Lo Zingaretti e la sua maggioranza scelgono tuttavia di continuare ad accanirsi su fatti di mesi e mesi fa e sui cittadini comuni, cioè su coloro i quali sopportano quasi tutto il peso dell’emergenza, e lo fanno per coprire e nasconderefalle e ritardi che si ripropongono da gennaio. Un modus operandi inedito nella storia recente del mondo libero, che presenterà ineviabilmente il conto all’asse giallo-rosso e ai suoi sostenitori.
Nota: incomprensibile il passaggio: “Un evento che forse l’uomo non ha mai vissuto” (!). Lo Zingaretti dimostra in questo caso delle lacune profondissime in ambio storico.
Nella comunicazione del governo, dei suoi influencer, dei suoi canali propagandistici e, come conseguenza finale, dei suoi simpatizzanti, potremo oggi notare un abbondante ricorso all’escamotage dell’ “argomento fantoccio”. Una “fallacia logica che consiste nel conf”utare un argomento proponendone una rappresentazione errata o distorta”, un’estremizzazione ed una semplificazione spesso ad elevato impatto emotivo.
Più nel dettaglio e nel caso di specie (l’emergenza Covid), la critica, anche quando razionale, alle scelte dell’esecutivo e/ o alla sua versione dei fatti, viene dirottata su un argomento diverso, su un piano concettuale diverso, ad esempio il “negazionismo”, l’accusa di “negazionismo”. Lo scopo è togliersi da una situazione difficile mettendoci l’interlocutore/avversario. Una tattica comunicativa e propagandistica che è parente stretta della “proiezione” o “analogia” e dell’ “attacca il messaggero”.
Ad essa si sta accompagnando l’uso della “falsa dicotomia” (o “falso dilemma” o “fallacia della falsa scelta”), per cui l’unica alternativa alle soluzioni del Conte II ed alla narrazione dominante sarebbe abbandonare i malati, come farebbero in Svezia e in Svizzera (non è vero).
I “negazionisti” esistono, anche se per fortuna sono pochi, ma non sono certamente tutti coloro i quali esprimono e stanno esprimendo il loro dissenso riguardo l’approccio governativo e mediatico alla crisi sanitaria.
Quello che il biologo Bucci, e molti altri, non comprendono o forse non vogliono comprendere, è che non si chiede agli scienziati, ai divulgatori, ai politici e ai giornalisti di essere “ottimisti” sull’emergenza Covid (la scienza non dovrà essere né ottimista né pessimista) e tantomeno di dire bugie rassicuranti, ma solo di evitare una comunicazione inutilmente martellante, ansiogena, allarmistica, schizofrenica e fuorviante, basata su supposizioni prive di ratio e concretezza se non proprio su “fake news” o esagerazioni (si pensi ad un noto entomologo padovano che in estate aveva parlato di intensive piene nel suo ospedale quando invece non era affatto così).
Una comunicazione dannosa, da un punto di vista psico-fisico, per il cittadino, ma anche per le stesse istituzioni politiche e sanitarie, che oggi si trovano a dover fronteggiare nei pronto soccorso e negli ambulatori orde di cittadini spaventati da una linea di febbre o da un colpo di tosse. Non a caso, e questo lo insegna ogni studio o manuale sulla gestione delle emergenze, il panico è proprio una delle prime cose da evitare e contenere in uno scenario critico.
Una comunicazione che, dicevamo, è l’esatto opposto di quel rigorismo scientifico, di quella verità e di quella serietà deontologica di cui parla (giustamente) Bucci e di cui l’immagine del muro usata da lui stesso nell’articolo è l’emblema, evocando un “frame” catastrofico, terrorizzante, definitivo.
Forse, anzi, sicuramente, chi si occupa di scienza ed è pubblicamente esposto dovrebbe pesare di più e meglio le parole e le uscite mediatiche, facendosi coadiuvare da esperti della comunicazione e del linguaggio. Questo nell’interese di tutti, loro come della comunità nel suo insieme. In gioco non c’è solo il nostro presente, ma anche il nostro futuro.
Nota storica: La scienza non dovrà essere né pessimista né ottimista ma limitarsi ad osservare i fatti per ciò che sono espellendo ogni criterio emotivo e sentimentale, tuttavia l’Illuminismo, il Positivismo e il Razionalismo (fondamentali nella storia della scienza moderna e nella costruzione della sua identità) erano ontologicamente ottimistici, esaltando il primato della ragione e dell’uomo e auspicando e immaginando il loro trionfo (è casomai il Romanticismo ad avere un’anima pessimistica).
In un’intervista rilasciata oggi, Roberto Speranza ha invocato un ritorno allo “spirito di marzo”, accodandosi agli appelli di Zingaretti (due giorni fa in un post dove attaccava i cittadini “colpevoli” di aver contestato Gori) e di Conte (oggi in risposta a Repubblica).
Questi continui richiami all’unità ed alla collaborazione, al “rally ‘round the flag”, sono la cartina di tornasole del fallimento, per quanto riguarda l’approccio comunicativo all’emegenza, dell’asse giallo-rosso. Da mesi, infatti, il governo, i suoi collaboratori, i suoi canali e i suoi sostenitori veicolano una comunicazione ostinatamente allarmistica e ansiogena, accompagnata da una demonizzazione del cittadino che non ha forse precedenti nella storia democratica del Paese (nella stessa intervista, lo Speranza ha non a caso detto che a “fare la differenza sono i comportamenti individuali”).
Non si può, per essere più chiari, trattare il cittadino come un irresponsabile untore, scaricare sulle sue già affaticatissime spalle l’onere della soluzione del problema, spaventarlo oltre ogni logica, e poi chiederne la collaborazione e l’aiuto, pretendere da lui scelte misurate e razionali. Un comportamento che non è solo scorretto e amorale ma anche dilettantesco, perché, come insegna ogni studio sulla gestione delle emergenze, il panico è proprio una delle prime cose da evitare e contenere in uno scenario critico.
“Il Covid si vincerà rispettando le regole e rimanendo uniti. Basta con le intimidazioni e le strumentalizzazioni. Siamo vicino al Sindaco Gori, a tutti i sindaci d’Italia e a chi combatte in prima linea per fermare questa pandemia. Il nemico è il virus, non le regole.”
Così Nicola Zingaretti (che, è bene ricordare, fu tra i primi “negazionisti”) sulle proteste di ieri a Bergamo contro le misure restrittive.
Zingaretti semplifica volutamente la questione, commettendo tre errori:
-Il Covid non si vince, o non si vice soltanto, rispettando le regole. Così facendo, il segretario democratico “scarica” ancora una volta l’onere dell’emergenza sul cittadino
-Il nemico sono anche le regole, laddove ingiuste e/o inefficaci e/o eccesive. Anche se e quando necessarie da un punto di vista sanitario (e lo sarebbero per coprire falle causate dalla politica), avrebbero in ogni caso un peso rilevantissimo sulla vita del cittadino e del lavoratore
-Chi manifesta (e questo è il punto più importante) non è un sovversivo, non un teppista, non è uno strumentalizzatore e non è un fascista, come invece vorrebbe una certa retorica nota dai tempi di Lenin. O meglio può anche esserlo, ma spesso, e soprattutto in questi giorni, si tratta di lavoratori e cittadini che si sentono penalizzati e danneggiati dalle politiche restrittive.
Di nuovo e come molti altri esponenti e sostenitori del governo, Zingaretti sceglie una forma di propaganda “agitativa”, prima chiedendo unità e poi demonizzando il cittadino, ignorandone il malessere e sobbarcandolo di responsabilità che gli spettano solo in parte. Un approccio miope, scorretto ed elitario, destinato a produrre risultati negativi per lui-loro come per gli altri.
Con questo post, Selvaggia Lucarelli (da sempre sostenitrice delle misure restrittive) dimostra la stessa miopia del Primo e del Secondo Stato nel ‘700 francese; ha una posizione economica solida e garantita che le permette anche di spostarsi e far vita sociale, quindi non vive i problemi del resto del popolo e qundi per lei quei problemi non esistono o il loro impatto viene enfatizzato in maniera eccessiva.
Per Lucarelli, il naturale e legittimo bisogno di vivere una vita normale si riduce insomma ad una scusa vergognosa e squallida, ad una bugia simile al trucco del detenuto che vuole scassinare le porte della cella per sottrarsi al giusto castigo. Lucareli vorrebbe di più, perché tanto a subire quel “di più” sarebbero comunque gli altri, il Terzo Stato.
Un approccio (condiviso da molti altri personaggi pubblici favorevoli alle chiusure ed alle limitazioni) non solo limitato ma anche oltremodo offensivo, che allontana dal paese “reale” e fa danno sia a chi lo sostiene che al cittadino.