La RU-486 e la prepotenza degli antiabortisti

Nei giorni e nei mesi che videro la polemica sull’adozione della cosiddetta “pillola abortiva” (RU-486) arroventare il dibattito politico, la punta di lancia dell’arsenale retorico proibizionista era che l’opzione farmacologica potesse condurre e indurre ad una “banalizzazione dell’aborto”.

Si trattava di un vero e proprio “refrain”, ripetuto e fatto rimbalzare fino allo spasimo ma, a ben vedere, non soltanto svuotato di qualsiasi credibilità morale (conteneva la volontà di un’imposizione) ma, prima di tutto, imperniato su un cortocircuito logico; se, infatti, vogliamo pensare vi sia un legame tra la percezione dell’aborto e la forza dell’ impatto sulla psiche e sul fisico provocata della soluzione utilizzata per la rimozione del feto, per cui una formula il meno possibile invasiva (come la RU-486) possa attenuare e diluire la percezione della “gravità” della pratica abortiva, se ne deduce, seguendo la stessa traiettoria logica, che una strada il più possibile rischiosa, nociva e scioccante tale da conficcare nella donna un trauma fisico e psicologico indelebile azzeri qualsiasi eventualità di prendere sottogamba l’ IVG.

Perché , dunque, non tornare agli obsoleti e rischiosissimi metodi delle “mammane” di un tempo? Perché non tornare ai ferri caldi oppure agli uncini? Perché , ancora, non tornare ai pugni sulle pance? In questo caso, saremo certi, certissimi, che l’aborto non verrebbe mai “banalizzato”. Al contrario, la sventurata ne conserverebbe memoria vivida e pulsante, nel corpo e nella mente, fino al termine dei suoi giorni.

A questi interrogativi, i proibizionisti solevano non rispondere, nonostante venisse loro fatto notare come la RU-486 contribuisse a scongiurare rischi residuali legati all’IVG mediante prassi chirurgica. Non vi era (e non vi è), dunque, nessun interesse per l’incolumità della paziente, bensì la volontà di punirla, esponendola alle incognite dell’aborto “tradizionale”. Questo perché l’autodeterminazione femminile lacera la concezione retriva della donna e del suo ruolo cui i più conservatori sono ammanettati; ella è e deve rimanere confinata nella funzione di moglie e fattrice e guai a volersene affrancare. Pena, la totale mancanza di “pietas”. Oppure un rastrello nella pancia e magari un’infezione.

Silvio Berlsuconi e il “niet” di Strasburgo. A cosa serve l’ennesimo “coup de théâtre”

Benché consapevole dell’impossibilità di presentare la sua candidatura alle imminenti elezioni europee, Berlusconi ha tuttavia deciso di annunciarla pubblicamente (e su tutto il territorio nazionale) così da poter, ancora una volta, mettere in moto la macchina del vittimismo allorquando Strasburgo avesse posto il suo legittimo, prevedibile ed inevitabile divieto. In questo modo, l’ ex Cavaliere mira ad ottenere un duplice risultato, cercando di screditare chi gli ha “impedito” una prima volta di candidarsi (la magistratura italiana) e chi glielo ha “impedito” una seconda (l’UE), cavalcando, nell’ultimo caso, la poderosa ondata di antieuropeismo populistico che sta caratterizzando l’attuale momento storico.

La stessa cosa si potrà affermare a proposito dell’autosospensione dalla Federazione dei cavalieri del lavoro. L’ex Premier sa che il titolo gli sarebbe stato revocato a causa della condanna ed allora cerca di calare l’asso del gesto sprezzantemente nobile e dignitoso.

Festa del Papà…. anche per loro.

Un pensiero ai padri separati, vittime invisibili inghiottite dal cono d’ombra di un controcultura che confonde il rispetto della donna con la mortificazione e la banalizzazione della figura maschile.

Nessun megafono, per loro.

Nessuna alterazione strumentale di questa o di quella statistica.

Nessuna schiera di giornalisti od “esperti” a gridarne il dolore, questa volta autentico, vivido e pulsante.

Un pensiero a loro, un pensiero ai loro bambini.

Aborto ed eutanasia.Perché chi non rispetta la vita vorrebbe imporne la tutela

Esiste da sempre, negli Stati Uniti, una polemica tra progressisti e conservatori in materia di aborto ed eutanasia che vede i primi accusare i secondi di incoerenza allorquando si schierano a difesa della vita, visto il loro manifesto ed inossidabile appoggio alla pena capitale, alle varie campagne militari organizzate dal Paese, alla libera concessione delle armi ai privati cittadini, alle politiche razziali, ecc. A ben vedere la contestazione appare tutt’altro che infondata, dal momento in cui le armi, la guerra, la pena di morte e la discriminazione costituiscono “ipso facto” la negazione più paradigmatica della vita, della sua tutela e protezione.

Si tratta di un’antinomia, di un corto circuito logico che definisce anche la restante porzione del conservatorismo occidentale (anche italiano), pur con le debite e dovute differenze del caso, e che può trovare risposta e spiegazione nella mancanza di una cultura liberale basica nel segmento antiabortista ed antieutanasico riconducibile ai settori del tradizionalismo politico; obiettivo non è, infatti, la tutela della vita bensì l’attacco al libero arbitrio, in special modo quello femminile. Non una battaglia “per”, ma una battaglia “contro”.

Aborto ed eutanasia sono e rappresentano la massima attestazione della libertà individuale, e questo non può essere accettato ed accolto da uno spirito non democratico, tantomeno se a reclamare e a testimoniare la propria emancipazione ed autonomia è un appartenente al genere femminile, da sempre sottomesso e regolato dalle norme del maschilismo più consueto (sposa e fattrice). L’uomo, ma soprattutto la donna, liberi di decidere di sé e per sé, lacerano ogni acquisizione sociale e culturale di tipo reazionario, ed è qui l’archè e lo snodo della “difesa” della vita da parte dei proibizionisti, passaggio esclusivamente funzionale ad un disegno coercitivo e liberticida.

Eutanasia.Il Ministro Roccella e la mannaia torquemadista sul libero arbitrio

Eugenia Roccella: “Sul tema dell’eutanasia ascoltare tutte le parti in gioco, non solo chi è a favore. La visione del Presidente Napolitano sulle problematiche del fine vita rischia di essere parziale e unilaterale se il confronto avviene solamente con le associazioni favorevoli all’eutanasia”.

Non esistono né potrebbero esistere, in tema di eutanasia, “parti in gioco” all’infuori del paziente e del personale medico-sanitario chiamato ad eseguirne le disposizioni. Conscia dell’inesportabilità di un orientamento intrinsecamente autoritario perché in antitesi con il principio del libero arbitrio, Roccella gioca quindi d’astuzia, gettando sul tavolo la carta dell’ecumenismo democratico, invocando la partecipazione di figure che, tuttavia e come premesso, nulla hanno a che vedere con il caso in oggetto. Scelte quali eutanasia ed aborto attengono invero alla sfera più categoricamente intima e personale del singolo, ed è al singolo che spetta la sola ed unica decisione a riguardo; qulsiasi tentativo di intrusione o forzatura dovrà quindi essere letto come una prevaricazione ed un’incursione liberticida e respinto con tutta l’energia di cui si è capaci.

¡No pasarán!

La lezione di umiltà di Jurij Alekseevič Gagarin

Durante il viaggio in pullman che lo avrebbe condotto al Cosmodromo di Bajkonur (la “Città delle Stelle”) dal quale sarebbe stato poi lanciato nello spazio a bordo della navicella Vostok 1, l’allora Maggiore dell’ Aviazione Miltare Sovietica Jurij Alekseevič Gagarin (il “Cosmonauta 1”) guardava il suo vice ed eventuale sostituto, il Maggiore German Stepanovič Titov (il “Cosmonauta 2”) con invidia ed ammirazione, pensando che le autorità del loro Paese avessero deciso di non utilizzarlo per quel primo, rudimentale lancio, con l’intento di tenerlo in serbo per altre e più importanti missioni. Uomo di scienza ed abilissimo polita, la testimonianza ne evidenzia anche la straordinaria statura morale ed umana, fornendo, in ultima analisi, anche un esempio di vita.

“Vedevo Titov di profilo e non potevo impedirmi di ammirare i tratti regolari del duo volto intelligente, la fronte spaziosa sulla quale ricadeva un ciuffo di capelli castani. Allenato come me, era certamente in grado di affrontare prove ben più difficili. Di qui m’ero convinto che i nostri dirigenti, avendo scelto me per il primo volo, volevano tenerlo in serbo per un’altra e più complessa missione”.

Il Maggiore Titov sarebbe stato inviato in orbita pochi mesi dopo, il 6 agosto 1961, a bordo della Vostok 2. Con i suoi 25 anni appena compiuti, Titov è l’essere umano più giovane mai impiegato in una missione spaziale. Ps. Un inciso a carattere “preventivo”: stando alle acquisizioni attuali, la teoria dei “Cosmonauti fantasma” (i comsonauti pre-Gagarin morti nello spazio nel corso di missioni segrete) è cestinabile al pari del “Moon Hoax”.

Chi di volgarità ferisce..

Alessandra Mussolini ha contribuito, in modo attivo e consapevole, all’affermazione ed all’ossidazione di quella cultura e di quel clima di sciatteria comportamentale dei quali adesso sta pagando le conseguenze. Volgarità verbale e concettuale, disprezzo per l’avversario finanche nel suo intimo più recondito (“meglio fascista che frocio”), il tutto nella più rutilante e fragorosa cocciutaggine, senza mai un’esitazione, senza mai un ripensamento od un passo indietro.

Ridicolo ed improbabile chiedere che, adesso, si applichi nei suoi confronti un trattamento differente e le regole del buongusto (che, pure, non dovrebbero mai venire disattese). Ridicolo ed improbabile chiedere per lei la protezione dell’ombrello del “politcally correct”, soltanto in ragione della sua collocazione biologica, del suo genere di appartenenza. Chi tutelò, da lei e dagli altri megafoni del giustizialismo spicciolo e villano, la famiglia Marrazzo?

Il giornalismo americano cane da guardia della democrazia?Breve panoramica di un falso storico

Esiste, anche in ambito giornalistico, la convinzione secondo cui la stampa americana sia un faro ed una stella polare, un esempio al quale rifarsi e da seguire affinhé il cronista sia o torni ad essere un “watchdog” (cane da guardia) e non un barboncino da salotto confortato dalle carezze di questo o di quel potente. Si tratta, ad ogni modo e a ben vedere, di un “must” scollato dalla testimonianza storica e documentale, alimentato, essenzialmente, dal concorso sinergico di tre fattori:

1) la continuità democratica del mondo anglosassone

2) la vittoria nella I e II guerra Mondiale e la collocazione in antitesi al blocco comunista

3) il potere derivante dalla grande distribuzione commerciale di cui, soprattutto il cinema stars&stripes, può godere.

Redazioni cariche di reporter d’assalto alla Hoffman e Redford con le maniche tirate su, la cravatta allentata e pronti a dare la caccia a questo od a quel procuratore, a questo od a quel potente, sono un’affascinante elaborazione filmica e televisiva, una dilatazione, in senso agiografico e mitologico, di un mondo ben diverso e più complesso.

Entrando più nel dettaglio, potremmo suddividere la storia del giornalismo americano in 4 fasi: quella dei pionieri ( “muckrackers” e “penny press”), la nascita della propaganda, la Sidle Commission e l’ informazione “embedded ”, l’ ingresso dei grandi gruppi commericiali nelle redazioni e l’ “infotainment”.

I Pionieri: a cavallo tra il XIX ed il XX secolo, sorse negli Stati Uniti la categoria dei cosiddetti “muckrackers ” (“spalaletame”, da una definizione di Theodore Roosevelt), una pattuglia di cronisti che si occupava delle inchieste contro i grandi trust delle ferrovie, della borsa, dell’edilizia o, ancora, della condizione dei minori, delle donne , degli afroamericani e delle minoranze in genere. A questi coraggiosi narratori della verità, (Lincoln Steffens, William Shepherd, William Hard, Jacob Riis, per citarne soltanto alcuni), si aggiunsero editori come Joseph Pulizer o William Randolph Hearst, capaci di sfruttare le enormi potenzialità che invenzioni come il telegrafo potevano offrire alla stampa, in termini di numero di copie, qualità dell’impaginazione e taglio dei costi (fu in questo periodo che vide la luce la leggendaria “penny press”, la stampa d un centesimo)

Nascita della propaganda: è opinione comune sia stato l’affondamento del transatlantico “Lusitania” la molla dell’entrata in guerra degli USA a fianco delle potenze dell’Intesa nel 1917, ma è un dato soltanto parzialmente corrispondente al vero. L’Amministrazione Wilson, infatti, era già riuscita a convincere la recalcitrante opinione pubblica nazionale attraverso l’opera massiva e massiccia del “Committee on Public Information”, un organismo antesignano delle moderne PR guidato dal giornalista George Creel. Inoltre, nel 1918 il Congresso votò il “Sedition Act”, che vietava qualsiasi forma di opposizione al conflitto. Questi elementi (la rinascita e l’istituzionalizzazione della propaganda e l’ irregimentazione dell’informazione secondo i dispositivi legislativi), contribuirono alla fine del giornalismo d’assalto americano. Sconvolto da una simile manomissione dell’impianto democratico, uno dei padri del moderno giornalismo statunitense, Walter Lippman, nel suo “Liberty and News” gettò si semi del cosiddetto “giornalismo scientifico”, elaborando un vademecum che il cronista doveva seguire per sfrondare il suo lavoro dalle seduzioni e dagli inganni della propaganda, in modo da consegnare al lettore una narrazione il più obiettiva e deontologicamente corretta possibile.

Ingresso delle grandi corporations nei media : nel 1980, la finanza statunitense scoprì il grande potenziale che le piattaforme mediatiche potevano offrire in termini commerciali e pubblicitari. Fu così che colossi come la General Elettric, la Disney, la Twentieth Century Fox o, ancora, la Viacom, fagocitarono le maggiori testate cartacee e i maggiori canali audiovisivi. Effetto collaterale di questa operazione fu la nascita dell’ “infotainment” (“intrattenimento-spettacolo”), un genere di informazione variegato e popolare nato con lo scopo di cooptare il maggior numero possibile di spettatori (e quindi di acquirenti) senza badare alla qualità del prodotto. Da quel momento sarà, di conseguenza e in senso stretto, il privato a fare e a finanziare l’informazione. P.s: inoltre, questi grandi gruppi non possono permettersi un atteggiamento ostile verso il potere. Da qui il bisogno di limitare l’azione delle redazioni poste sotto il loro controllo.

Sidle Commission ed informazione “embedded”: dopo le disastrosa esperienza in Indocina e Grenada, il governo americano decise di dare vita ad un nuovo organismo di controllo che, in tempo di guerra , impedisse ai giornalisti di fare libera e critica informazione, così come avvenuto nelle fasi finali del conflitto con il regime di Hanoi e durante il blitz reaganiano contro lo stato caraibico (Operazione Urgent Fury). Fu allora che venne concepita la Sidle Commission (dal nome di uno dei suoi promotori, il generale Winant Sidle), un soggetto creato non per censurare la stampa di guerra bensì per legarla al potere, disinnescandone il potenziale, quindi, ma senza danneggiare l’immagine delle istituzioni facendole passare per illiberali. Nacque e si sviluppò quindi quella che il Senatore William Fulbright definì “la militarizzazione dell’informazione”; erano i vertici militari a fornire informazioni alla stampa ed a consentirle di seguire le truppe. In questo modo, gli inviati diventavano dipendenti dalle loro fonti (nel caso di specie governo ed esercito) e tra esse incastonati, “embedded ”, per l’appunto, sviluppando un rapporto fideistico che ne avrebbe azzoppato la libertà di movimenti e narrazione.

Una breve ricognizione sulla storia della stampa a stelle strisce, dimostrerà che, Watergate a parte (l’inchiesta ebbe comunque il suo principale motore negli apparato investigativi federali), i cronisti americani non hanno mai cercato di forzare le serrature dei tanti armadi contenenti gli scheletri nascosti dal loro Paese, a partire dagli omicidi dei fratelli Kennedy, di Martin Luther King, di Malcom X, dalla corruzione nelle realtà locali (specialmente a sud della Mason Dixon Line) , allo strapotere delle multinazionali, a progetti come l’MK Ultra, alle torture dei prigionieri nelle zone di guerra, agli errori giudiziari, ecc. ecc. A questo proposito è utile ricordare il totale appiattimento sull’ondata di revanscismo sciovinista seguito all’11 settembre e alle decisioni dell’amministrazione Bush o, ancora, il silenzio assordante sulla contestata elezione dell’ex Governatore del Texas, quando ad una rilevante porzione dell’elettorato ispano-americano della Florida fu impedito l’accesso al voto e non vennero effettuati i riconteggi delle schede in 18 contee dello Stato (il Governatore era Jab Bush, fratello del futuro Presidente). In quel frangente, il tanto decantato giornalismo americano insisteva soltanto affinché fosse proclamato un eletto, indipendentemente dalla validità della consultazione.

Non un “watchdog”, quindi, ma una colonna e un diffusore della “pluralistic ignorance”.

Sessismo e linguaggio politico:non solo un problema di Destra

Ricordiamo che, per esempio, anche apostrofare l’On.Carfagna con epiteti quali “Carfregna” costituisce un modus sessista. Il pregiudizio (misogino, misandrico, razzista o sociale) propone e presenta molteplici forme e declinazioni; se lo si vuole disinnescare e sconfiggere occorre innanzitutto avere l’onestà intellettuale per saperlo riconoscere. Sempre ed in ogni caso. Ricordo, a questo proposito, quando Sabina Guzzanti (appartenente ad una fazione politico-ideologica che ha nel politically correct uno dei suoi cardini) attaccò Giuliano Ferrara sul peso, durante un faccia a faccia televisivo. Immaginiamo che cosa sarebbe accaduto se un uomo avesse utilizzato una simile argomentazione, nell’ambito di un confronto con una donna. Purtroppo, la cultura dominante tende, per ignoranza e ragioni di comodo, ad assegnare ed attribuire il pregiudizio soltanto alla categoria dei maschi caucasici, ma non è così

Fratelli di propaganda.Meloniani e “Porcellum”

Dai loro spazi virtuali, Giorgia Meloni e i suoi si scagliano contro quello che definiscono il “Parlamento dei nominati”, bollano la Legge Calderoli come una “porcata” e polemizzano sulla bocciatura dell’emendamento riguardante l’ introduzione delle preferenze stilato dal loro partito.

Traiettorie di pensiero legittime e condivisibili se non fosse che i nomi illustri di FdI votarono nel 2005 (quando militavano tra le fila di AN) proprio quella legge “porcata” che defenestrò il libero arbitrio del cittadino-elettore. I contrari, è bene ricordarlo, furono Italia dei Valori, Democratici di Sinistra, Margherita e Partito della Rifondazione Comunista.

I barricaderi “neri” di oggi vollero, fortissimamente vollero, quel dispositivo illiberale (per depotenziare la vittoria di Romano Prodi alle consultazioni del 2006). “Le leggi ad personam bisogna contestualizzarle. Sono delle leggi che Berlusconi ha fatto per se stesso. Ma sono leggi perfettamente giuste”. Giorgia Meloni, 7 dicembre 2006