Referendum.Le insidie dell’indipendenza e il monito di David Cameron.

Rivolgendosi agli elettori scozzesi, il Primo Ministro britannico David Cameron ha chiesto di votare contro l’indipendenza di Edimburgo perché , ha aggiunto, «non ci sarà modo di tornare indietro».

La frase non è, come potrebbe sembrare, il colpo di coda di una retorica unitaria timorosa delle debacle, ma un messaggio, sottile, che l’inquilino di Downing Street ha voluto lanciare alle spinte centrifughe che minacciano di modificare la fisionomia del Regno Unito quale è oggi.

L’indipendentismo, europeo e occidentale, tende, infatti, a dare per scontati l’attuale status quo basato sulla democrazia e il rispetto della legalità internazionale e la sua prosperità economica (pur non mancando i periodi di crisi), considerandoli come acquisizioni naturali, quindi immutabili.

Non è così, e l’ombrello di Londra, Roma, Madrid, Berlino, ecc, potrebbe, un giorno, venire rimpianto.

Importanza storica ed imperativo etico del Concordato e dell’ Accordo di Villa Madama

Imperfetto, obsoleto e senza dubbio da riformare, il Concordato del 1929 tra l’allora Regno d’Italia e la Santa Sede intervenne tuttavia a ricomporre una frattura sessantennale, potenzialmente pericolosa per la stessa integrità nazionale italiana, venutasi a creare con la presa di Roma nel 1870.

Entità sovrana e riconosciuta dalla comunità internazionale fin dal 787 dopo le vittorie di Pipino il Breve e di Carlo Magno contro i Longobardi ma “de facto” già presente sulla scena storica tra i secoli IV e VI, lo Stato della Chiesa aveva quindi sulle spalle oltre un millennio di vita quando fu attaccato, invaso ed annesso da un Regno neonato (una soluzione di questo genere collocata nel presente scatenerebbe la reazione armata del mondo democratico) che lo spogliò delle sue prerogative legittime e consolidate.

Chi, in special moda a sinistra, parla di “invasione” in riferimento alla guerra contro il Regno delle Due Sicilie (dimenticando la tradizione risorgimentalista del PCI), cambia invece traiettoria logica e “modus cogitandi” quando l’analisi sosta sul 1870; si tratta di un doppiopesismo che trova origine e spiegazione nella partigianeria ideologica più immatura (in questo caso sotto forma di anticlericalismo).

Chi scrive è un risorgimentalista ed un sostenitore di Giovanni Lanza, ma prima di tutto un tecnico ed un tecnico imparziale (mi sia perdonata l’immodestia)

I Forconi e le proteste diverse.

“Balbum melius balbi verba cognoscere”

All’Università “La Sapienza” di Roma, dove si sta svolgendo la Conferenza Nazionale sulla “Green Economy”, le forze dell’ordine hanno caricato alcuni giovani che (in modo violento ed antidemocratico) stavano manifestando contro il Governo. Contestualmente, i “Forconi” si vedono, “de facto”, liberi di paralizzare l’economia del Paese e di minacciare e colpire, anche fisicamente, i cittadini e i lavoratori che rifiutano di soggiacere ai loro diktat.

Coincidenza?

Strategia?

Dietrologia?

Doppiopesismo?

E in caso affermativo (doppiopesismo), perché ?

Continguità ideologica?

Oppure..

Qualche giorno fa, il segretario generale del Siulp ha rivolto un duro attacco all’esecutivo Letta, spingendosi a travisare, volutamente, il gesto del casco, annunciandolo come una condivisione, da parte di poliziotti che si sentirebbero vessati ed oppressi dalle tasse, delle idee dei “forconiani”. In effetti, sul tavolo del Governo giacciono molti interrogativi e molte richieste, da parte dei sindacati di PS, in merito ai tagli ed alla spesa stanziata per le forze dell’ordine.

Se si sta verificando o si è verificata una differenza di trattamento tra i due segmenti politici in piazza, questa potrebbe spiegarsi come un tentativo di pressione attuato nei confronti del Governo da qualcuno per ottenere in cambio qualcosa?

Sicuramente, no. Dopotutto, alla “Sapienza” c’erano alcune alte cariche istituzionali da proteggere. Nelle piazze pugliesi, no.

Ma le manganellate al “Popolo delle carriole”, allora? A chi potevano far male, gli aquilani terremotati? Le vedove, gli orfani..

No, sicuramente no……

Berlusconi e la Shoah : potenza e squallore di un colpo di genio

La nuova boutade berlusconiana confezionata nel paragone tra le (presunte) ambasce patite dalla sua famiglia e le persecuzioni ai danni degli ebrei sotto il regime nazista (“i miei figli dicono di sentirsi come dovevano sentirsi le famiglie ebree in Germania durante il regime di Hitler. Abbiamo davvero tutti addosso”) è e rappresenta un altro saggio di finezza propagandistica da parte dell’ex Presidente del Consiglio. Essa, infatti, è funzionale a due esigenze e strategie differenti ma complementari e sinergiche: spostare l’attenzione da sé (decadenza, crisi interna al PdL, ecc) attirandola su di sé , scatenando, cioè, un turbinio di indignazioni, insulti ed animosità sulla sua persona. Così facendo catalizza, ancora una volta, la solidarietà dei popolo di centro-destra e del circuito conservatore, tradizionalmente ostili all’elemento ebraico e sensibili, invece, a quello familiare (nel caso di specie proposto e presentato vittimisticamente come sotto attacco) perché considerato e percepito come forziere e custode dell’idea e del concetto di tradizione. E ci sta riuscendo. Come da prassi, i suoi sciocchi avversari si sono fatti prendere al laccio, quando la più rozza ed elementare conoscenza delle dinamiche storiche e sociologiche alla base della comunicazione politica ne suggerirebbe il disinnesco attraverso la noncuranza.

P.s: di grande interesse anche la posizione assunta dal Presidente della comunità ebraica di Roma , Riccardo Pacifici, il quale all’inizio non assume un orientamento chiaro e definito (“frase molto infelice, ho bisogno di tempo per riflettere”) e, di seguito, evita la contrapposizione tra il mondo ebraico italiano e il Cavaliere (“non deve delle scuse agli ebrei, ma a se stesso” ). Il legame di contingenza tra il centro-destra berlusconiano, gli Stati Uniti e Israele è ed è stato infatti troppo solido ed importante perché le comunità ebraiche rischino di comprometterlo attraverso incursioni dettate dall’impulso e dalla rivalsa.

Sulla reale disperazione. Un abbraccio a Giuseppe Giangrande

Uno dei miei amici più cari è ipovedente, un timpano fracassato, problemi osteo-articolar­i, epatici e un’invalidità al 75%. Vive, da solo, in una casa sporca e fatiscente, con i 300 euro di pensione trasmessigli dalla madre defunta e non lavora, perché il sistema burocratico glielo impedisce, nonostante abbia diritto alla 104. Ah, dimenticavo: è terremotato. Eppure, nonostante questo arsenale di sventure (che la stragrande maggioranza di chi adesso mi sta leggendo non ha, per fortuna, mai vissuto, nemmeno in piccola parte), è ed è sempre stato nel novero delle persone più ottimiste e solari che abbia mai avuto l’opportunità ed il piacere di conoscere e frequentare. Sento parlare di “problemi”, per lo sparatore di Roma. Sento parlare di “disperazione”.­ E ne sento parlare a sua, irresponsabile,­ semplicistica, modoaiola e criminogena giustificazione­. Giuseppe Giangrande, il militare ferito in modo più grave, ha subito un’importante lesione midollare nel tratto cervicale; questo significa tetraparesi. Il tetraplegico non è “soltanto” impossibilitato­ all’uso degli arti, inferiori come superiori, ma perde la sensibilità dalla zona della lesione in giù, perde la capacità di termoregolazion­e, la funzione erettile ed è costretto ad espletare i propri bisogni fisiologici in modo meccanico (deve avere qualcuno che gli metta un dito nell’orifizio anale). Inoltre, nel caso in cui la sezione trasversa sia alta, vivrà il resto dei suoi giorni attaccato ad un tubo respiratore, messo in pericolo dal primo malannetto di stagione, di cui noi ci liberiamo con una spremuta e una spruzzata di Vicx Sinex. Pensateci, pensiamoci, prima di parlare di “problemi”, prima di parlare di “disperazione”,­ per un beota che getta la propria esistenza su un tavolo da gioco. Non facciamoci abbindolare dal filtraggio di una certa mitologia internetica che stravolge, in senso mistificatorio,­ la realtà. Pensiamo a chi è costretto a guardare il mondo da un occhio solo ed appannato..o dal letto antidecubito di una stanza d’ospedale, sognando la mano della propria moglie divorata dal cancro pochi mesi prima.

P.s: purtroppo, trova larghissima diffusione una mentalità assolutoria ed autoassolutoria­ nei confronti del “popolo” e da parte del “popolo”. Si tende ad attribuire pilatescamente la colpa e la responsabilità ultima di qualsiasi male alle istituzioni, come se esse fossero entità astratte, separate dalla gente, dal “popolo”, appunto. Lo Stato, le istituzioni, siamo noi, sono l’insieme del singolo, e lo sono, soprattutto, dalle grandi rivoluzioni liberali del ‘700 e dell’800. Siamo noi, con il nostro quotidiano, a fare la differenza, e solo noi possiamo imprimere quel cambiamento che tanto invochiamo. Una dimostrazione? Non frammentare il nucleo familiare in due, tre, quattro parti, per evitare la tassazione sulla casa, frodando così il fisco e, di conseguenza, il nostro prossimo. (esempio ormai “datato” ma esplicativo)

“Il popolo sopporta di essere derubato, purché non si smetta di adularlo” -Nicolás Gómez Dávila

La marcetta su Roma

Traffico romano in tilt. Che strano; ai tempi in cui Grillo esaltava Tony Blair, noi che andavamo a Genova o nelle piazze romane e fiorentine ad alzare la voce contro le acrobazie del turbocapitalism­o e le guerre della Unocal, venivamo bollati, anche da lui, come “terroristi”. Adesso che si vuole sfrattare un capo di Stato eletto secondo dettato costituzionale,­ si parla di “difesa della democrazia”. Alla salute, folla sfollata.

L’Italia,i Maro’ e quella liberta’ che non sappiamo di avere

« Dobbiamo morire per restituire al Giappone il suo vero volto! È bene avere così cara la vita da lasciare morire lo spirito? Che esercito è mai questo che non ha valori più nobili della vita? Ora testimonieremo l’esistenza di un valore superiore all’attaccamento alla vita. Questo valore non è la libertà! Non è la democrazia! È il Giappone! È il Giappone, il Paese della storia e delle tradizioni che amiamo. »

Queste le parole pronunciate da Yukio Mishima prima di compiere il suicidio rituale. Era il 25 novembre del 1970. Mishima, paramilitare e patriota, non poteva tollerare quello che reputava un asservimento del Giappone agli USA e all’Occidente entro i termini, durissimi (ma giusti), del Trattato di San Francisco. Tale carta impediva infatti al Giappone di possedere un esercito, che non fosse di autodifesa, affidando la protezione dei confini agli Stati Uniti. Dopo la resa, l’ex impero del Sol Levante subì un’occupazione “manu militari” da parte di Washington che si protrasse per anni ed il totale smantellamento della sua architettura costituzionale, sociale e culturale. Stessa sorte toccò alla Germania e all’Austria. Solo una potenza, tra quelle uscite sconfitte dall’esperienza bellica, seppe scampare ad una punizione tanto dura: l’Italia. Questo perché la co-belligeranza del demonizzato Maresciallo Badoglio (demonizzato da chi non possiede gli strumenti di analisi necessari all’interazione con le scienze storiche oppure è accecato dal furor ideologicus) ed il ruolo della lotta partigiana, indussero gli Alleati a concedere a Roma un trattato di pace entro termini più morbidi ed elastici rispetto a quelli dei nostri ex compagni si sventura. Evitammo così l’occupazione del suolo nazionale, la destrutturazione del nostro edificio civile e potemmo disporre, e possiamo disporre, di una libertà di manovra mai concessa, o concessa molto tardivamente, a Berlino e Tokio (si pensi alla coraggiosa ed illuminata politica filo-araba di Craxi e della DC, a Sigonella, alla possibilità di inviare truppe all’estero già dagli anni ’40-50, di possedere portaerei e di progettare armi nucleari per una “force de frappe” con Parigi, progetto poi accantonato all’inizio degli anni ’80, al numero relativamente limitato di truppe americane sul nostro suolo, ecc). A molti nazionalisti a corrente alternata che fanno spallucce, per mero e squallido calcolo elettorale e di pentola, quando Bossi&co dicono di volersi mondare l’orifizio anale con il tricolore, piacerebbe che Monti inviasse la portaerei Cavour nell’Oceano Indiamo o i Tornado armati di bombe nucleari sui cieli di Nuova Dehli, ma il nostro Paese non può farlo, e non può farlo, ripetiamolo, perchè ha perduto quella scommessa armata scelleratamente voluta da Benito Mussolini e perchè per 50 anni ha avuto bisogno (come la Germania, il Giappone e la Sud Corea) della subordinazione-protezione degli ed agli USA in ragione del nostro ruolo di cuscinetto tra l’EST e l’OVEST. Motivo, tra l’altro, per cui abbiamo dovuto soprassedere sul Cermis, così come tedeschi, giapponesi e sudcoreani soprassiedono, dal 1945-1953, sui crimini che gli “yankees” perpetrano spavaldamente in casa loro. Per quel che concerne il caso Marò, Monti non avrebbe potuto fare altrimenti, salvo condurre alla garrota 400 aziende italiane che operano in India per un fatturato di 10 miliardi di euro e migliaia di posti di lavoro. Indubbio, ovviamente, esista un “secret deal” sotto forma di piano b che consenta a noi di riportarle in patria i fucilieri non appena placatasi la tempesta e ai nostri “contenders” di salvare la faccia.