La condanna di Dell’Utri, il MPS, la “caccia alle streghe” e il benaltrismo analgesico di una società immatura

Chi scrive ha spesso avuto modo di soffermarsi sulla figura del bielorusso Moisei Ostrogorski (Hrodna, 1854 – Pietrogrado, 1921) , considerato tra i padri fondatori della sociologia politica moderna. Profondo conoscitore dei meccanismi alla base del consenso, Ostrogorsky era convinto vi fosse un parallellismo tra il fideismo religioso e quello politico; per il sociologo di Hrodna, infatti, chi segue un’ideologia mostra molto spesso le stesse caratteristiche del devoto, consegando ad essa la sua capacità di analisi razionale.

Seguendo su Facebook una discussione riguardante la condanna e l ‘arresto dell’ex senatore Marcello Dell’Utri (FI), hanno attirato la mia attenzione due commenti, in particolare, provenienti da due persone distinte ma collocate nell’emisfero ideologico e partitico opposto a quello degli avversari dell’ex parlamentare (il cripticismo e l’interpretabilità della formula sono voluti). In un caso, si faceva ricorso alla parabola della trave e della pagliuzza, con l’immancabile vicenda MPS nella veste della trave idealmente posata sulle spalle del cittadino italiano (in realtà, i fondi destinati alla ricapitalizzazione dell’istituto sono soltanto a titolo di prestito ), mentre, nell’altro, l’estensore dell’intervento manifestava la sua stizzita preoccupazione per quello che considerava un ritorno alla “stagione di caccia alle streghe” con “avversari percepiti come nemici, come merda da distruggere”.

Sostando sulle due considerazioni, potremmo notare come non vi sia ne vi possa essere legame alcuno tra la vicenda giudiziaria che vede coinvolto Marcello Dell’Utri, il caso MPS od altre inchieste o scandali, così come non potremo che rilevare l’improbabilità che la magistratura di uno stato democratico attui una selezione mirata e strategica dei suoi interventi e tantomeno delle mistificazioni “ad hoc” (“stagione di caccia alle streghe”), riuscendo addirittura a portarle a compimento ed affermazione fino all’ultimo grado di giudizio. Inoltre, come già accennato, non saranno i cittadini a ripianare la voragine debitoria dell’istituto senese. Tuttavia, i due utenti hanno sospeso e ricusato la loro capacità di scavo razionale, sospinti dal fideismo ideologico più emotivo, tracciando legami improbabili ed illogici tra argomenti diversi ed antitetici tra loro, anestetizzando qualsiasi esigenza verificatoria. Ecco che un plurindagato e condannato in Cassazione diventerà, “stricto sensu”, una vittima dell’odio politico e sociale, ecco che una vicenda, pur grave, disinnescherà l’enormità di una seconda. Ecco che il sistema normativo espellerà da sé gli anticorpi a salvaguardia dell’indagine consapevole, affidandola al ventralismo più mortificante ed esiziale.

Sessismo e linguaggio politico:non solo un problema di Destra

Ricordiamo che, per esempio, anche apostrofare l’On.Carfagna con epiteti quali “Carfregna” costituisce un modus sessista. Il pregiudizio (misogino, misandrico, razzista o sociale) propone e presenta molteplici forme e declinazioni; se lo si vuole disinnescare e sconfiggere occorre innanzitutto avere l’onestà intellettuale per saperlo riconoscere. Sempre ed in ogni caso. Ricordo, a questo proposito, quando Sabina Guzzanti (appartenente ad una fazione politico-ideologica che ha nel politically correct uno dei suoi cardini) attaccò Giuliano Ferrara sul peso, durante un faccia a faccia televisivo. Immaginiamo che cosa sarebbe accaduto se un uomo avesse utilizzato una simile argomentazione, nell’ambito di un confronto con una donna. Purtroppo, la cultura dominante tende, per ignoranza e ragioni di comodo, ad assegnare ed attribuire il pregiudizio soltanto alla categoria dei maschi caucasici, ma non è così

Fazio, chi ti paga? Gli inserzionisti. Anatomia di una leggenda populista


Ed anche quest’anno, con l’inesorabile puntualità di un’ingiunzione di pagamento, arriva la polemica sui cachet di presentatori ed ospiti del Festival di Sanremo . Il “masscult” confezionato dalla propaganda che fa della semplificazione la sua arma vincente, vorrebbe infatti che i compensi destinati a Fazio, Littizzetto , Casta e via discorrendo provengano dai soldi del Canone, quindi dalle nostre tasche, per usare un’espressione cara al ventralismo più modaiolo. Ma è davvero così? No, non proprio. Anzi, niente affatto. Manifestazione storicamente di grande successo con medie di milioni e milioni di telespettatori ogni sera, il Festival della Canzone Italiana attira infatti l’interesse dei grandi inserzionisti, disposti a sborsare cifre da capogiro per vedere i loro marchi inseriti negli spazi della kermesse.E’ da questi introiti che la RAI prende le risorse per gli ingaggi delle sue “vedette”, esattamente come fece con Grillo nel 1978, nel 1988 e nel 1989 (nell’edizione del 1989, l’attuale leader pentastellato percepì ben 350 milioni delle vecchie lire, circa 392.000 euro attuali).

Andando più nel dettaglio, i ricavi dai pacchetti pubblicitari ammonteranno quest’anno a ben 20 milioni e 200mila euro, ai quali vanno aggiunti 600mila euro di ricavi RAI dalla vendita dei biglietti. A fronte di un costo totale di 11 milioni di euro (comprendenti i cachet), più 7 milioni di convenzione con il comune di Sanremo, avremo quindi un attivo di circa 2, 8 milioni di euro.

Un inciso: una certa memorialistica vuole Grillo ostracizzato da Viale Mazzini per una battuta sul Partito Socialista Italiano. L’episodio in questione risale al 1986 (Fantastico 7) e l’anno successivo il comico presenziò al Festival di Sanremo.

Renzi e Berlusconi: anomalie della normalità

E’ consuetudine accettata, nella prassi democratica, il dialogo tra i leader dei maggiori schieramenti politici, nell’interesse capitale e supremo dello Stato e della nazione. L’incontro tra il segretario del partito di maggioranza relativa e dell’opposizione, rientra quindi nelle logiche dello scambio liberale e di quella “realpolitik” che è condizione imprescindibile per quel pragmatismo gestionale di cui una comunità ha bisogno, in special modo in una fase delicata e complessa come quella sperimentata e vissuta dal nostro Paese nell’attuale momento storico. Il Cavaliere si è tuttavia dimostrato sempre lontano dagli interessi reali e dalle reali contingenze del Paese, ripiegato su traiettorie di tipo smaccatamente personalistico e tornacontista; dal fallimento del “Patto della crostata”, alle trappole tese al maldestro Veltroni, il tatticismo berlsuconiano si muove attraverso direttrici che non hanno mai avuto la loro meta nella soluzione dei tanti e troppi nodi gordiani che imprigionano il sistema Italia, in ogni suo aspetto e declinazione. Renzi non è un ingenuo e non è imprigionato tra le maglie di una crisi di consensi come il Veltroni del 2008, di conseguenza il “do ut des” non rimane che l’unica spiegazione e l’unica chiave di lettura del contestato meeting con il capo di FI. Ma quali, le condizioni? Quali, i parametri e le loro tappe? Qui, la soluzione di un enigma e le risposte per il nostro futuro

Renzi e il nuovo sicuro. Cicli e ricorsi di una rottamazione


Scelta tattica di insostituibile importanza perché punto di collegamento con il segmento più ventrale ed istintuale dell’elettorato, il “rottamismo” renziano paga tuttavia una vistosa quanto ingenua lontananza dai pensieri lunghi della progettualità strategica, “vulnus” destinato ben presto a far arenare nelle secche dell’equivoco il primo cittadino di Firenze e le sue ambizioni più eloquenti e sostanziose.

Imbastire la propria architettura comunicativa sul principio della determinatezza e della deteriorabilità del “cursus” politico e gestionale, è infatti un’arma che Renzi vedrà ritorcerci contro, non appena l’entità cronologica del suo iter pubblico acquisirà sempre un maggior peso ed una maggiore visibilità.

In poche parole, non saranno molte le candidature e le leadership che il segretario democratico potrà sostenere ed alle quali potrà ambire prima di finire, anch’egli, nella gogna e nel gorgo dei “rottamandi”, pronto allora a difendersi, come altri prima di lui, a colpi di “latinorum” inconforme e relativista.

Renzi il frainteso

Quel fideismo “evergreen” ma mai “cool”

Scienziato, storico, attivista e giurista, il russo Moisei Ostrogorski è tuttavia passato alla storia per la sua produzione come sociologo e politologo, divenendo, insieme a figure come Max Weber, uno dei padri della moderna Sociologia Politica. Estremamente rivoluzionarie per l’epoca e figlie del complesso assetto congiunturale innescato dell’ultima fase zarista, le teorie di Ostrogorski vedevano nelle masse una sentinella di importanza apicale ed imprescindibile per la tutela della democrazia; per questo, secondo Ostrogorski, era fondamentale che il popolo venisse istruito il più possibile, per tutelarsi dalla classe dirigente e per aumentarne, di conseguenza, la qualità ed il valore. Ma non solo: il sociologo russo individuava una corrispondenza tra l’immobilismo monolitico e dogmatico dei partiti, che assimilava a quello delle religioni, e tra il legame fideistico che si fonda tra credente e religione e quello esistente tra partito ed elettore.

Quest’ultimo tassello dell’indagine ostrogorskiana è utile ai fini della comprensione di quanto avvenuto ieri, dopo la gaffe del primo cittadino di Firenze. I suoi “followers” si sono infatti prodotti e profusi in improbabili quanto cervellotiche indagini, geografie, monitorizzazioni e mappature, al millimetro e al dettaglio, della frase pronunciata dal loro leader di riferimento sull’ex viceministro Fassina, analizzandola e sezionandola in base alle traiettorie della semantica, della semiotica, della sociosemiotica e della fonetica. Una vera e propria battaglia all’ultimo fendente, una novella Isso a colpi di accuse di complotti, interpretazioni e speculazioni teoriche sull’intonazione della voce nel momento “incriminato”, sull’uso del tal pronome e sul suo arché intenzionale; tutto, allo scopo di destrutturare le posizioni degli avversari del momento, che sostenevano la tesi, fondata (almeno agli occhi di chiunque possa contare su una sufficiente padronanza degli strumenti della comunicazione) della gaffe (è mancato all’appello soltanto il “masscult” del “è stato frainteso”). Uno scivolone piccolo e di scarso cabotaggio concettuale, seppur evitabile, nato dallo slancio giovanilistico di un uomo consapevolmente in crescita di consensi e successi, ma amplificato dalla strenua operazione di “maquillage” messa in atto dai “supporters” renziani, dimostratisi incapsulati in quell’equivoco concettuale segnalatoci da Ostrogorski ormai un secolo fa, al pari di quei pentastellati o forzisti tanto e troppo spesso canzonati e sottoposti alla pubblica ordalia per la medesima pulsione ultrastico-partigiana.

Il centro-destra e l’ “opposizione permantente”

L’impianto strategico ed autopromozionale del centro-destra italiano si fonda e snoda su una scelta di importanza decisiva ed irrinunciabile, sfuggita alla sosta analitica di buona parte degli osservatori ( politologi, massmediologi , sociologi della comunicazione, cronisti, ecc.). Si tratta della capacità che il segmento berlusconiano ha di porsi e proporsi come “permanent opposition ”, quando presiede il governo così come, più in generale, per quel che con concerne le ultime due decadi della vita politica nazionale (l’intera Seconda Repubblica) che hanno visto una preminenza temporale a Palazzo Chigi di FI-PdL ed alleati. In questo modo, il centro-destra riesce a “liberarsi” di “colpe” e responsabilità appartenenti e riconducibili alla propria gestione trasferendoli, nella percezione collettiva, ai suoi “competitors” (il centro-sinistra).

Il successo di questa operazione di “abiezione dislocata”, va ricondotto, innanzitutto, a due elementi: la potenza dell’arsenale mediatico (quindi persuasivo e propagandistico) berlsuconiano ed il portato storico recente-repubblicano, che ha visto la sinistra (nelle sua varie declinazioni e ramificazioni) ricoprire un ruolo senza dubbio più attivo ed assertivo rispetto ad una destra marginalizzata ed automarginalizzatasi che si sovrappone, nella cultura italiana, all’intero comparto moderato e conservatore.

“E io pago”. Le insidie del ventalismo.

L’importanza del finanziamento pubblico a stampa e partiti.

Presente, accettato e consolidato nella maggior parte degli stati, il finanziamento pubblico ai partiti è deve essere considerato un presidio democratico di irrinunciabile importanza e di insuperabile efficacia. Suo scopo è, infatti, quello di garantire l’aspetto ed il ruolo inclusivo e partecipativo della politica, impedendo che la dialettica e la prassi gestionale diventino terreno di caccia e patrimonio esclusivo di “lobbies” e potentati economici, così come avveniva fino al secolo XIXesimo e, in parte, fino alla prima metà del secolo XXesimo. Il dispositivo sta tuttavia diventando il catalizzatore di un un malessere generale e trasversale che parte da altrove, ovvero dall’arroganza miope di una classe politica abbarbicata su anacronistici privilegi da “Ancien Régime ” francese e decisa a non cedere posizioni e ad elargire concessioni sul piano del buongusto e della responsabilità istituzionale. Sta, ancora una volta, alle forze più equipaggiate sul piano della maturità civile, evitare che soggetti meno avveduti manipolino e plasmino il disappunto popolare, facendone un “ must” e un “middle must” da orientare e addomesticare verso soluzioni che danneggerebbero in modo definitivo la partecipazione corale e collettiva.

P.S: L’assunto è trasferibile e sovrapponibile anche sul tema del finanziamento alle testate giornalistiche; se è vero che l’irruzione di internet ha allargato le maglie della comunicazione, consentendo la nascita e lo sviluppo di realtà come il “citizen journalism” e di figure quali i “presumers” , è altrettanto vero che un buon servizio di informazione non potrà, mai ed in nessun caso, prescindere dalla voce economica. Una testata in carenza di fondi non sarà difatti in grado di essere pienamente operativa e funzionale, e questo ne manometterà e limiterà la funzione civica, sociale e culturale propria del giornalismo.

Matteo Renzi: claustrofobia della comunicazione

La strategia della tensione che Matteo Renzi sta adottando nei confronti del Governo Letta,con ultimatum ed avvertimenti puntuali e continui (l’ultimo in ordine cronologico è giunto ieri) rappresenta un errore di calcolo, sotto il profilo comunicativo e su quello politico, che il borgomastro fiorentino potrebbe pagare a caro prezzo.

Nel primo caso (la comunicazione), Renzi rischia infatti di porsi come lo “yuppie” arrembante ed egoista che pur di bruciare le tappe del suo “cursus honorum” non esita a sacrificare la stabilità del governo, essenziale in un segmento congiunturale critico e complesso come quello che stiamo vivendo e sperimentando. Nel secondo caso, quello politico, dimentica come l’esecutivo Letta (al pari di quello Monti a suo tempo) sia fortemente voluto e sostenuto da Strasburgo e Francoforte proprio per garantire all’Italia quella serie di riforme essenziali (sebbene impopolari) per approdare al risanamento del bilancio pubblico e scongiurare in questo modo ulteriori incognite per la comunità continentale (l’Italia è la terza potenza economico-politica europea ed un suo rovescio produrrebbe danni incalcolabili su scala generale). Il disegno promozionale renziano è e si presenta quindi debole e vulnerabile perché orientato sul breve periodo e non sull’elaborazione dei pensieri lunghi della progettualità.

Più di un analista ha visto negli impulsi centrifughi di Fini ed Alfano una “longa manus” europea (e/o statunitense), ma il primo cittadino di Firenze non ha a tutelarlo né l’arsenale economico e mediatico del Cavaliere né la sue genialità intuitiva.

“Non siamo né destra né sinistra”. Ovvero, la banalità prevedibile della comunicazione politica dei “fratelli minori”.

Caratteristica comune a tutte le forze politiche a trazione demagogico-populistica o di ispirazione rivoluzionaria, è l’ostensione dell’alterità, reale o presunta, dagli altri altri partiti, i cosiddetti “partiti tradizionali”.Questa alterità viene manifestata anche e soprattutto mediante il linguaggio e l’estetica, sempre anticonvenzionali, informali e detonanti gli schematismi della prassi politica più consueti ed accettati. C’è, però, un altro elemento che si fa punta di lancia di detta strategia promozionale: il rifiuto, radicale ed insistente, delle categorizzazioni di “destra” e “sinistra” e dell’incapsulamento al loro interno (modus cogitandi atque operandi iniziato con i comunisti russi e proseguito con le forze di ispirazione fascista e, in epoca democratica, ripreso dall’ UQ; il famoso “Abbasso tutti” di gianninaia memoria). Se a tutta prima può sembrare un argomento di una qualche densità concettuale, un lavoro di scavo più rigoroso e capillare dimostrerà e paleserà tutta l’insipienza propagandistica della soluzione. Con “destra”e “sinistra”, infatti, si intendono, principalmente e comunemente, delle coordinate di riferimento per orientarsi ed orientare all’interno della galassia politica e non intenzionalità demolitive del patrimonio di questo o di quel partito o il tentativo di ingabbiarlo in allestimenti predefiniti, omologati e omologanti. Le forze sopracitate, però, attuano una distorsione dei percorsi intenzionali dei loro interlocutori in modo da porsi in posizione a loro (e più un generale) antitetica ed opposta.