Coloni e colonizzati: perché l’Italia rischia meno della Francia

colonialismo franceseTra i motivi alla base del successo della politica proiettiva matteiana, la differenza tra il passato coloniale italiano e quello delle altre potenze europee ed occidentali.

I Paesi arabi e terzomondisti, produttori e possessori di petrolio e gas, erano infatti più inclini a dialogare con Roma anziché con Parigi o Londra, colpevoli di una plurisecolare e brutale dominazione ai loro danni.

Accanto all’emergenza legata al fanatismo religioso, i fatti di Parigi di questi giorni e di gennaio hanno senza dubbio evidenziato anche un problema di coabitazione tra i figli degli ex oppressi e degli ex oppressori (la maggior parte degli attentatori sono francesi di origine maghrebina), problema che l’Italia non ha o che ha in modo meno dirompente.

Anche per questo, il nostro Paese potrebbe (forse) trovarsi meno esposto alla rappresaglia del fondamentalismo terrorista.

 

Politica di potenza e spettro coloniale: da dove arrivano i problemi di una Francia che non riesce a trovare sé stessa

hollande cat reporter79Quando nel 1956 Francia e Regno Unito decisero di intervenire, senza l’avallo ONU, contro l’Egitto di Gamal Abd el-Nasser che aveva disposto la nazionalizzazione del Canale di Suez, l’allora premier sovietico Nikita Sergeevič Chruščëv rispose intimando loro l’immediata cessazione delle ostilità, pena una rappresaglia termonucleare diretta contro Londra e Parigi. Timoroso di un’escalation che avesse come conseguenza l’innesco di un confronto su larga scala con l’URSS, Eisenhower decise allora di intervenire presso i due alleati, che si videro così costretti al ripiegamento.

Quel 1956 fu dunque una tappa fondamentale nelle relazioni tra gli Stati e per gli equilibri mondiali, il “turning point” che mostrò definitivamente e senza margine di equivoco tutta l’incapacità delle vecchie potenze europee di mantenere il loro status, al di là dei confini nazionali. Una debolezza che si sarebbe evidenziata ancora nel 1987-1988, quando con la firma del documento per l’eliminazione degli euromissili (Trattato INF tra USA ed URSS), il Vecchio Continente che prima aveva protestato contro l’installazione dei Pershing e dei Crusie si trovò questa volta a battere i piedi per il timore di trovarsi da solo, contro un’ipotetica minaccia del Patto di Varsavia*.

Nonostante i processi storici e geopolitici che ne hanno, come abbiamo avuto modo di osservare, bruscamente ridimensionato il ruolo, facendola retrocedere dal rango di “great power” a quello “middle” e “regional power” (al pari dell’Italia), la Francia non ha tuttavia quasi mai abbandonato quella politica “di potenza” figlia del suo passato e di una “grandeur” che mostra ormai tutta la sua pericolosa obsolescenza (fu ad esempio Parigi a boicottare il CED, il progetto di difesa comune europeo)**.

Oltre alla delicata trama di odi e rancori etnici causati dal suo recentissimo passato coloniale e dalla convivenza con i figli di quelle terre assoggettate e brutalizzate per secoli, è proprio questa linea di indirizzo assertiva e proiettiva, incapsulata per esempio e di recente nei raid contro la Siria, che l’ha esposta e la espone alla ritorsione del fondamentalismo, priva dei mezzi per un creare un argine efficace e razionale alla minaccia asimmetrica che le viene portata.

Se, dunque, Parigi e la sponda europea del mondo democratico vorranno proteggersi dall’assalto del terrorismo, dovranno, “obtorto collo”, recuperare quella “solidarietà di blocco” che caratterizzò la finestra storica della Guerra Fredda, unendo le forze al di là degli interessi particolaristici e accantonando quella “raison d’État ” di memoria ottocentesca incapace di sostenere le sfide del mondo contemporaneo.

All’ONU, invece, il compito irrinunciabile di un aggiornamento del suo ruolo direttivo e delle sua intelaiatura, innanzitutto mediante una riforma radicale del Consiglio di Sicurezza che prenda atto della formazione dei nuovi equilibri e del superamento di quel dettato yaltiano che continua ad assegnare a potenze in declino un ruolo guida che non sono più in grado di gestire.

*Secondo gli europei, in caso di attacco delle forze del Patto di Varsavia al Vecchio Continente, Washington avrebbe difficilmente portato un “first strike” per difendere gli alleati contro un nemico che non la stava minacciando in modo diretto, rischiando così una rappresaglia nucleare olocaustica (“second strike”) sul proprio territorio. Questa situazione è nota come “decoupling nucleare”.

**Soltanto François Mitterrand ipotizzò e cercò fattivamente di dare vita ad una coesione di tipo militare con gli alleati europei, in particolare con Bonn e Roma, allo scopo di guadagnare significativi margini di autonomia da Washington e di alleggerirla dal peso finanziario del contenimento del blocco sovietico.

Il perché del semaforo rosso a Paolo Gentiloni. La politica estera italiana tra limiti ed opportunità dal 1945 ad oggi

g7 cat reporter libiaLa sconfitta, drammatica, nella II Guerra Mondiale, obbligò Roma ad un “turning point” radiale della sua politica estera. De facto interdetta nel ricorso all’ “hard power” (si veda l’imposizione alleata dell’Art 11 della Costituzione repubblicana) e vincolata dalle scelte atlantiche post-yaltiane che ne circoscrivevano ulteriormente la libertà di manovra e l’autonomia, l’Italia democristiana decise così di reinventare la sua strategia impostandola su una linea, del tutto inedita nella storia unitaria, di compromesso, dialogo e sostanziale equidistanza tra le parti tra le parti, ovvero tra l’Occidente capitalista e l’ Est comunista, tra il mondo ebraico-cristiano e quello arabo-musulmano.

La scelta, sebbene contestata dai nostalgici di una dottrina muscolarista ormai irrealizzabile, si rivelò in più occasioni vincente, favorendo ad esempio l’ ENI a guida matteiana nei suoi rapporti con i paesi comunisti ed arabi (ad avvantaggiare l’ ENI con gli arabi, anche la migliore reputazione del nostro Paese, rispetto agli atri big occidentali, in ragione della perdita delle colonie) , risparmiando all’Italia lo stesso trattamento imposto dall’ OPEC ad altre nazioni quali USA, Olanda, Portogallo, Rhodesia e Sud Africa* per il loro pieno sostegno d Israele durante la Guerra dello Yom Kippur e sottraendola alle incursioni del terrorismo di matrice islamica.

Un modus operandi proficuo, dunque, nel suo pragmatismo, tanto è vero che non avrebbe subito particolari variazioni nemmeno con la fine della Guerra Fredda (1991).

La decisione renziana di “stoppare” le affermazioni del nostro Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni circa le misure contro l’ISIS in Libia, dovrà quindi venire inserita in quest’ottica di “terzismo” diplomatico; uno “shift” eccessivo verso l’interventismo (senza un pronunciamento definitivo del Palazzo di Vetro), infatti, non soltanto rischierebbe di esporre l’Italia alla rappresaglia del terrorismo (a seguito delle esternazioni del Gentiloni, il Califfato ha non a caso parlato di “Italia crociata”) ma potrebbe minare i rapporti con alcuni stati della sponda araba fondamentali nelle politiche del gas e del petrolio. Roma, inoltre, non avrebbe la facoltà di ricorrere all’ “hard power” (in modalità unilaterale) per tutelarsi quando e se attaccata, sul fronte militare come economico.

In conclusione, l’adeguamento alle traiettorie alleate non dovrà essere letto come una mancanza di decisionismo o di influenza ma come la matura e intelligente presa d’atto di un ruolo, quello di “middle power” (sebbene membro G7 e G20), giocoforza limitato e limitante.

*Crisi energetica del 1973.

Morte al Vaticano ma viva gli Imām

Perché la sinistra femminista, laica ed inclusiva giustifica l’oppressione del radicalismo islamico ai danni di omosessuali, donne, minoranze.

Le ragioni di un abbaglio.

E’ spesso motivo di incredulità e stupore una certa schizofrenia manifestata dai settori più radicali della sinistra italiana (ma anche straniera) tradizionalmente attenta e sensibile alle politiche di genere ed alla cultura dell’inclusione, e poi pronta a legittimare (anche con il silenzio) le declinazioni più aberranti dell’islamismo più fanatico ai danni delle donne, delle minoranze religiose e degli omosessuali.

Le motivazioni alla base di questa incoerenza di primo acchito assurda e indecifrabile, sono tuttavia facilmente rintracciabili e spiegabili analizzando le strategie e il “background” culturale delle piattaforme socialiste, nazionali come internazionali.

Più nel dettaglio, sono due le scelte alla base del loro “appeasement” verso il segmento più oltranzista della comunità arabo-musulmana, una di tipo tattico ed una di tipo storico e culturale.

La prima: l’attuale fase storica sta proponendo il ritorno di un confronto tra una parte del mondo arabo-musulmano e l’Occidente; di conseguenza, la sinistra marxista e antioccidentale (perché anticapitalista) sarà indotta a vedere nell’Islam radicale e nei suoi terreni di coltura l’ alleato in una battaglia comune.

La seconda: molti dei paesi afro-arabo-asiatico-musulmani sono stati e sono vittime della colonizzazione e della neocolonizzazione occidentale; la sinistra marxista, formalmente solidarista, ed antimperialsta, sarà quindi indotta ad interpretare la violenza sviluppata da e in quelle realtà come il prodotto dello sfruttamento e delle politiche aggressive dei paesi più avanzati (in quest’ottica culturale terzomondista andranno inquadrate anche le dichiarazioni di Alessando Di Battista sull’ ISIS-ISIL).

Ecco, dunque, perché individui pronti a battersi per le “quote rosa” e ad accusare la società italiana di maschilismo per la mancanza di sale-poppata per le deputate a Montecitorio, sono poi pronti a giustificare pratiche ripugnanti quali l’infibulazione o l’imposizione del burqa o, ancora, il matrimonio per le giovanissime.

Ecco, dunque, perché individui pronti a raccogliere firme per l’abolizione dell’ergastolo o ad indignarsi per una manganellata di troppo di un poliziotto, sono poi pronti a giustificare il taglio della mano ai ladri o l’impiccagione in Iran.

Ecco, dunque, perché individui pronti a scagliarsi contro l’omofobia sono i primi a giustificare le persecuzioni ai danni degli omosessuali nei paesi dell’Islam radicale.

Ecco, dunque, perché individui pronti ad inveire contro l’esposizione di un crocifisso nel gabbiotto della portineria di un ufficio pubblico, sono poi pronti a giustificare l’islamizzazione di società laiche (casi iraniano ed afghano).

Al di là di ogni scontata censura e condanna dell’oppressione clericale e reazionaria in nome della fede, gioverà ricordare come le teocrazie e le ierocrazie islamiche non abbiano comunque mai espulso il capitalismo dal loro sistema economico e gestionale (mantenendo anzi, in alcuni casi, un sistema fortemente liberista) o le logiche di tipo imperialistico e militarista dalle loro scelte in politica estera (si vedano le guerre di aggressione decise in più di un’occasione dalle loro leadership).

La sinistra più ortodossa muove e muoverà quindi le proprie scelte da una percezione distorta e pregiudiziale della geopolitca, dell’Europa, degli USA e degli stessi paesi della Mezzaluna

Perché Di Battista vuole dialogare con chi mozza la testa ai bambini.Occidente e terzomondismo: cosa dice la storia.

Da molti sottovalutate o etichettate come le pittoresche bizzarrie di un giovane inesperto di geopolitica, le dichiarazioni di Alessandro Di Battista (M5S) sono, al contrario, il frutto di una cultura terzomondista e pregiudizialmente antioccidentale sedimentata e diffusa, in modo trasversale, a livello mediatico, politico e tra la gente “comune”.

Il frame: “Con i droni il terrorismo è la sola arma rimasta a chi si ribella”, rappresenta la summa e la chiave di lettura di questa distorsione cognitiva e concettuale; per l’onorevole pentastellato, infatti, l’ISIS (o ISIL) è , in buona sostanza, un gruppo resistente e partigiano che lotta in piena inferiorità numerica contro l’oppressore, occidentale e statunitense.

Al contrario, L’ISIS è una fazione radicale islamica che mira non già a liberare l’Iraq dallo straniero (Baghdad è indipendente e sovrana dal 1932) o ad affrancarsi da una maggioranza cristiana che non c’è, ma a fare del paese delle mille e una notte uno stato confessionale ( teocratico o ierocratico), come avvenuto nel segmento territoriale che è riuscito fin ora ad assoggettare.

Le persecuzioni ai danni delle minoranze cristiana ed ebrea, trovano, invece, risposta e terreno di coltura nella Jihād (“offensiva”, da non confondere con la Jihād “difensiva”) e nello stesso Corano.

In particolare:

«In verità, coloro che avranno rifiutato la fede ai nostri segni li faremo ardere in un fuoco e non appena la loro pelle sarà cotta dalla fiamma la cambieremo in altra pelle, a che meglio gustino il tormento, perché Allah è potente e saggio» (Sura 4:56).

“La ricompensa di coloro che fanno la guerra ad Allah e al Suo Messaggero e che seminano la corruzione sulla terra è che siano uccisi o crocifissi, che siano loro tagliate la mano e la gamba da lati opposti o che siano esiliati sulla terra: ecco l’ignominia che li toccherà in questa vita; nell’altra vita avranno castigo immenso” (Sura 5;33)

“Uccidete gli infedeli ovunque li incontriate. Questa è la ricompensa dei miscredenti.” (Sura 2:191)

“Vi e’ stato ordinato di combattere, anche se non lo gradite. E’ possibile che abbiate avversione per qualcosa che invece e’ un bene per voi, e può darsi che amiate una cosa che invece vi e’ nociva. Allah sa e voi non sapete. ” (Sura 2:216).

«Instillerò il mio terrore nel cuore degli infedeli; colpiteli sul collo e recidete loro la punta delle dita… I miscredenti avranno il castigo del Fuoco! … Non siete certo voi che li avete uccisi: è Allah che li ha uccisi» (Sura 8:12-17).

«Profeta, incita i credenti alla lotta. Venti di voi, pazienti, ne domineranno duecento e cento di voi avranno il sopravvento su mille miscredenti» (Sura 8:65).

«Quando poi saranno trascorsi i mesi sacri ucciderete gli idolatri dovunque li troviate, prendeteli, circondateli, catturateli ovunque in imboscate! Se poi si convertono e compiono la Preghiera e pagano la Decima, lasciateli andare» (Sura 9:5).

«Combattete coloro che non credono in Allah e nell’Ultimo Giorno, che non vietano quello che Allah e il Suo Messaggero hanno vietato, e quelli, tra la gente della Scrittura, che non scelgono la religione della verità, finché non versino umilmente il tributo, e siano soggiogati. Dicono i giudei: “Esdra e’ figlio di Allah”; e i cristiani dicono: “Il Messia è figlio di Allah”. Questo e’ ciò che esce dalle loro bocche. Li annienti Allah. Quanto sono fuorviati!» (Sura 9:29-30).

«O voi che credete! Se non vi lancerete nella lotta, Allah vi castigherà con doloroso castigo e vi sostituirà con un altro popolo, mentre voi non potrete nuocergli in nessun modo» (Sura 9:39).

«[gli ipocriti e i miscredenti] Maledetti! Ovunque li si troverà saranno presi e messi a morte.» (Sura 33:61).

«Quando incontrate gli infedeli, uccideteli con grande spargimento di sangue e stringete forte le catene dei prigionieri» (Sura 47:4).

Il Califfato, dunque, è ben lontano dal romantico e suggestivo cliché assegnatogli da una certa lettura mediatica, politica e da Di Battista, il cui partito, forse, sta anche cercando di recuperare terreno presso una certa sinistra, radicale e storicamente terzomondista, persa con alcune scelte tattiche e comunicative che hanno spostato a destra il baricentro della creatura grilliano-casaleggiana

Quando c’era Saddam le teste dei bambini venivano tagliate in orario. Perché è sbagliato rimpiangere un tiranno. La ricerca della democrazia come unica soluzione

Le recenti, allarmanti notizie che arrivano dall’Iraq, dove l’ISIS sta sottoponendo la comunità cristiana ad una persecuzione che ricorda molto da vicino la Shoah ebraica (case marchiate, torture, decapitazioni, stupri, sevizie, ecc), stanno determinando, come immaginabile, il fiorire di un nostalgismo diffuso e generalizzato, in Iraq come altrove, per la figura di Saddam Hussein, oggi ammantata di un’aura leggendaria e rilanciata come antica garanzia di pace e stabilità, per l’aera e per i cristiani.

Si tratta di un modo di pensare oltremodo pericoloso, non solo perché rischia di spalancare le porte alla legittimazione della dittatura come soluzione e filosofia gestionale, ma perché fondato in buona parte su un ventaglio di inesattezze e manipolazioni del fatto risultato della semplificazione più grossolana, e sulle quali si renderà opportuno fare chiarezza, così da scongiurarne la sedimentazione nel pensiero comune.

Se, infatti, è indubbio che sotto Saddam Hussein ci fosse una maggiore tolleranza nei riguardi delle comunità cristiane, è altrettanto vero che la loro condizione non era comunque facile, costretti a lottare per ottenere concessioni per la professione del loro culto e difendersi dagli attacchi della cultura islamica di Stato.

Nel dettaglio:

Saddam Hussein era favorevole alla coesistenza orizzontale, tanto è vero che Tareq Aziz, suo vice, era cristiano
FALSO

Tareq Aziz non fu nominato vice del rais in quanto cristiano, ma in quanto amico di infanzia e stettissimo collaboratore di Hussein. Aziz non mostrò mai nessun atteggiamento conciliante nei confronti della comunità cristiana; lo stesso monsignor Jean Benjamin Sleiman, arcivescovo di Baghdad per i cattolici romani, ricorda come Aziz non mosse un dito, quando nelle scuole venne diffuso un testo violentemente anti-cristiano.

Quando c’era Saddam Huissein , i cristiani non venivano perseguitai.
PARZIALMENTE FALSO

Se è vero che Hussein abolì la Sharia una volta salito al potere, è altrettanto vero che lo Stato rimase, de facto, governato dalla legge islamica (soprattutto ad opera delle tribù, veri stati-nello stato in uno stato non-nazione come, appunto, l’Iraq.) Inoltre, con l’acuirsi delle sanzioni dopo il 1991, il rais cercò sempre più di indirizzare il suo regime verso un profilo confessionale.

Da non dimenticare, in aggiunta, le vittime causate da Hussein (sia con armi convenzionali che con armi chimico-battereologiche) nella repressione contro i curdi , gli oppositori , nella guerra all’Iran e in quella di conquista al Kuwait.

Nel dettaglio:

Vittime curde (1988-1990 – imposizione “No fly zone”):

100mila

Profughi: 2 milioni

Villaggi distrutti: 2 mila.

Vittime nella guerra contro Theran (1980-1988), scaturita dall’ invasione irachena dell’Iran, il 22 settembre 1980, senza dichiarazione di guerra:

Iraniani: 450.000/957.000

Iracheni: 450.000/650.000

Prima Guerra del Golfo (determinata dall’invasione irachena dell’emirato del Kuwait, Stato libero e sovrano):

Vittime occidentali: 658

Vittime irachene:20 112

Considerazioni sovrapponibili anche ad altri dittatori e ad Assad, oggi visto da alcuni come una diga all’Islam radicale e, addirittura, come una protezione per i cristiani siriani. Anche in questo caso, se è vero che Asssad può garantire, da un lato, un argine (parziale) al fondamentalismo (comunque attivissimo nelle regioni a Nord della Siria, l’Alta Mesopotamia,) non si dovrà dimenticare si tratti di un un despota reo della morte di migliaia di civili ed oppositori (la recente guerra siriana ha lasciato sul campo qualcosa come 170 mila morti in tre anni).

Si deduce, quindi, come rimpiangere Saddam Hussein per l’attuale situazione irachena od esaltare Assad come “deus ex machina” della democrazia, avrebbe la medesima logica di domandare l’amputazione di un arto come rimedio ad una frattura.

Una dittatura non potrà mai essere letta come una soluzione, tantomeno un dittatore potrà esserlo a lungo termine (dato il limite naturale della sua esistenza); si dovrà cercare, al contrario, sempre ed in ogni caso, la via più democratica e liberale del rispetto e dell’inclusione, spesso non facile ma in ogni caso la migliore.

Impari, l’occidentale-antioccidentale medio, a domandare anche per gli altri quei valori liberali e quelle garanzie di cui gode e che reclama per sé.