Gesù arabo e il Presepe arabo. Non esattamente.

Crozza675Sulla scia delle polemiche riguardanti l’esposizione di simbologie sacre negli uffici pubblici, si è affermato un “leitmotiv”, ripreso anche da Maurizio Crozza e rimbalzato sui social network, secondo cui i personaggi del Presepe e lo stesso Gesù “erano tutti arabi”.

A questo proposito si rendono necessari alcuni chiarimenti:

1) Gli Arabi arrivarono in Palestina (come invasori) soltanto tra il VI e il VII secolo d.c

2) Gesù di Nazaret era un ebreo di lingua ebraica

3) Gesù di Nazaret nacque all’interno di un regno ebraico (di Erode il Grande, secondo i Vangeli)

4) Il nome “Palestina” (terra dei Filistei”) risale a prima dell’invasione araba

Lo stravolgimento della storia e della storiografia a fini propagandistici produce, sempre ed in ogni caso, effetti negativi e contrari a quelli prefissati.

Berlusconi e l’amico Erdogan, Erdogan e l’amico Putin. L’etica dei gasdotti.

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Oggi percorso da uno scomposto sentimento anti-turco, il movimento d’opinione conservatore italiano sembra dimenticare come l’amicizia con Recep Tayyip Erdoğan sia stata uno dei punti fermi della politica estera, economica e geo-strategica di Silvio Berlusconi e dei suoi governi.

Questo, è bene sottolinearlo, contribuendo all’affossamento di progetti come il Nabucco*, il gasdotto voluto per ridimensionare la dipendenza energetica europea da Mosca, a vantaggio del South Stream, per adesso abbandonato ma concepito da Putin come asse portante della strategia energico-politica russa.

La Turchia è inoltre un partner fondamentale anche per il Kremlino, in ragione del suo ruolo di secondo cliente di Gazprom e di progetti come il Turkish Stream, una pipeline che, aggirando l’Ucraina (facendo di Ankara una hub per 63 miliardi di metri cubi di oro blu), toglierebbe molte castagne dal fuoco ai russi.

*da qui, il riferimento alla narrazione biblica

L’attore Reagan e il politico Reagan: la storia di un liberale tra caccia alle streghe e segregazionismo

Reagan: C’è stato un piccolo gruppo all’interno dello Sreen Actor Guild che si è costantemente opposto alla politica del comitato direttivo. Questa piccola cricca alla quale ho accennato è stata sospettata di seguire, più o meno, le tattiche che noi riteniamo associate al partito comunista

Mr.Stripling: Direbbe che questa cricca ha tentato di dominare il sinbdacato?

Reagan: Beh, cercando di far prevalere le nostre tesi particolari su vari problemi, credo che dovremmo dire che anche il nostro gruppo tentava di dominare, perché lottavamo altrettanto duramente per far accettare le nostre opinioni

MrStripling: Mr.Reagan, quali provvedimenti andrebbero presi , secondo lei, per liberare l’industria del cinema da qualsiasi influenza comunista?

Reagan: Il 99% di noi sa benissimo quello che sta succedendo e penso che, nei limiti dei nostri diritti democratici e senza mai , neppure una volta, calpestare i diritti che la democrazia riconosce a tutti, abbiamo fatto un ottimo lavoro nel limitare le attività di quella gente. Dopo tutto dobbiamo, almeno per il momento, considerarli come un partito politico. Come cittadino, esiterei ad approvare la m,essa fuorilegge di un qualsiadi partito sulla base della sua ideologia politica. Tuttavia, se fosse provato che un’organizzazionme è agente di una potenza straniera, allora sarebbe tutt’altra faccenda.

Così Ronald Reagan durante un’audizione davanti alla Commissione per le attività antiamericane della Camera dei Rappresentanti. Erano gli anni ’50 e in USA si stava scatenando quella che sarebbe passata alla storia (non senza un tocco di pressapochismo retorico) con il nome di “caccia alle streghe”, ovvero la campagna per individuare e combattere gli elementi sospettati di antiamericanismo nell’industria del cinema.

Il futuro 40esimo Presidente fu interpellato in qualità di direttore dello Screen Actors Guild (SAG), una delle più importanti sigle sindacali del cinema e della televisione statunitensi.

Come si può notare, nonostante la solidità delle sue convinzioni patriottiche ed anticomuniste, Reagan dette prova, davanti alla Commissione, di un atteggiamento equilibrato, non rinunciando all’osservanza dei principi della democrazia, del rispetto dell’altro e delle sue prerogative.

A tal proposito, scrisse Peter Goldman, giornalista del Newsweek : “Il SAG e il suo capo direttore (Reagan, ndr) collaborarono alla purga dei lavoratori del cinema sospettati di essere comunisti: non cercarono di porre fine alle ‘liste nere’, ma soltanto di migliorarle confrontandole con liste segrete non ufficiali, aiutando coloro che erano stati accusati ingiustamente a riacquistare credibilità, e anche offrendo a chi era disposto ad ascoltare amichevoli consigli su come comportarsi per sopravvivere”.

“Vai da Ronald”, era infatti il consiglio che gli attori sospettati di attività antiamericane si sentivano dare nei corridoi degli Studios.

Un ventennio dopo, in qualità di governatore della California, “Dutch”* nominò invece due afroamericani alla commissione statale dei barbieri (l’organismo incaricato di rilasciare le licenze per la categoria). “Mi dicono”- disse Reagan- “che un bianco può rifiutarsi di farsi tagliare i capelli da un nero. Se nomino neri nella commissione, questa discriminazione finirà”.

Risalendo alle due diverse fasi della storia politica dell’ex attore (la prima, quella in cui fu un democratico liberal, e la seconda, quella della scelta repubblicano-conservatrice), gli episodi segnalano una continuità nell’azione democratica del 40esimo inquilino del numero 1600 di Pennsylvania Avenue, aiutando a dipanare quella coltre di manomissioni strumentali e propagandistiche che spesso hanno confezionato un’immagine antistorica e non rispondente al vero di Reagan e del reaganismo.

*Dutch era il soprannome di Reagan, datogli dal padre che considerava il nome Ronald non abbastanza “virile”

 

Nota: Altra resistente “urban legend” della pubblicistica internazionale, il cosiddetto “edonismo reganiano”. In realtà, Reagan depose il concetto isolazionista della Old Right taftiana e il sostanziale disinteresse nixoniano-kissingeriano verso la tematica dei diritti umani, recuperando, in parte, l’umanesimo wilsoniano. Gli anni del suo mandato videro un trasferimento dell’impegno collettivo dalla sfera politica a quella sociale, ma non e mai un suo esaurimento.

ISIS e Russia: il dilemma del “male minore”

“Se vediamo i nazisti vincere contro i sovietici, dobbiamo aiutare i sovietici contro i nazisti. Se vediamo i sovietici vincere contro i nazisti, allora dobbiamo aiutare i nazisti contro i sovietici”.

Così, Sir Winston Churchill sul confronto tra la Germania nazista e l’URSS durante la II Guerra Mondiale.

Osservatore acuto e grande conoscitore della politica e della geopolitica, il premier britannico aveva intuito, già prima del 1945, la pericolosità del Paese di Stalin per il mondo libero.

Sebbene la ferocia dell’ISIS e la distanza tra la nostra “way of life” e quella propugnata dall’estremismo islamico generino in noi un schock emotivo dirompente, l’analisi razionale mostrerà come la Russia di Putin, molto più del Califfato, costituisca oggi una minaccia per l’Occidente. Questo, in ragione del potenziale militare di Mosca, della fisionomia del suo establishment, della sua storia, del suo peso globale, delle sue occulte strategie di persuasione e della sua politica assertiva-aggressiva oltre i confini nazionali (specialmente nello scacchiere europeo-orientale).

Benché ogni riproposizione degli schemi guerrafreddiani non abbia diritto di cittadinanza nel mondo moderno, un abbassamento del livello di allerta davanti alla Federazione Russa ed una sua idealizzazione sono e potrebbero essere dunque errori dal costo elevatissimo.

Jet russo: perché non scoppierà la III Guerra Mondiale e perché Putin ha commesso un errore. Lo scenario del 1962.

Turkey-Russia-FlagsTra i momenti più bui della Guerra Fredda vi furono l’abbattimento, da parte della contraerea sovietica, di un areo-spia statunitense U-2 (venne distrutto per errore anche un Mig-19 della Voenno-vozdušnye sily SSSR) e l’abbattimento sui cieli della penisola di Sachalincon, ad opera di un caccia intercettore sovietico Sukhoi Su-15, di un jumbo della Korean Air Lines con a bordo 269 civili, tutti deceduti.

Nonostante la forte reazione emotiva, soprattutto per l’attacco al jumbo sudcoreano (tra l’altro, in quel caso non c’era stata alcuna violazione intenzionale dello spazio aereo dell’URSS), l’Occidente non avviò nessuna rappresaglia di tipo militare contro Mosca; la posta in gioco era troppo alta, e valeva la vita di miliardi di esseri umani.

Allo stesso modo, oggi, il Kremlino è perfettamente consapevole, esattamente come gli USA e l’Occidente ieri, dell’irrazionalità di ogni risposta militare contro Ankara, membro NATO, dopo la distruzione di un suo bombardiere tattico nei cieli turchi.

Non solo la Federazione Russa si trova in una posizione debole sul piano politico-diplomatico (è improbabile che Erdogan abbia ordinato di colpire il bombardiere senza una valida ragione) ma sa che qualsiasi atto ostile verso la Turchia avrebbe come conseguenza una reazione armata e termonucleare occidentale, che porterebbe all’annientamento del Paese.

Lo scenario del 1962 e rischi per Putin

Paragonato più volte a Jurij Andropov per la provenienza di entrambi dal Kgb, Putin è tuttavia più vicino, almeno per quanto riguarda gli indirizzi della sua politica estera, a Nikita Chruščёv. Se, infatti, Chruščёv si dimostrò un riformatore “illuminato” dopo gli anni staliniani (Putin è, invece, un conservatore) in politica estera scelse una linea decisamente aggressiva ed avventuriera.

Forse confidando in una supposta debolezza dell’Occidente dopo l’insuccesso coreano e sottovalutando John kennedy in ragione della sua giovane età, l’ex contadino ucraino abbassò sempre più l’asticella del consentito, fino ad arrivare al punto di non ritorno della Crisi dei Missili di Cuba del 1962. Costretto ad una clamorosa quanto umiliante ritirata per evitare la III Guerra Mondiale (anche se gli accordi tra i due blocchi prevedevano per l’URSS la contropartita del ritiro dei vettori americani dall’Italia e dalla Turchia), il capo del Kremlino fu successivamente esautorato da ogni carica ed emarginato dalla vita politica nazionale.

Al pari di Chruščёv nel 1962, violando lo spazio aereo turco Putin ha commesso una mossa azzardata che, in assenza di una reazione (da escludere per i motivi sopracitati), potrebbe generare pesantissime ricadute sulla sua immagine e su quella del suo Paese.

Dalla Siria al Mali passando per Parigi: il terrorismo e l’incapacità francese di adattarsi ai nuovi equilibri

Pffresentato e rivendicato come risposta alle politiche proiettive dell’Eliseo nello scacchiere africano, il blitz terroristico in Mali dimostra e conferma, al pari degli attentati dei giorni scorsi, come alla base dell’ondata di violenza che sta sconvolgendo la Francia non vi sia soltanto il fondamentalismo di stampo islamista.

Di nuovo, la difficoltà nell’imbastire una coalizione armata occidentale contro l’ISIS segnala tutta l’incapacità della “Grande Nation” di sostenere la sua (obsoleta) politica di potenza.

Un aggiornamento ai nuovi equilibri geostrategici e mondiali ed una presa d’atto del suo ruolo di “middle power” si fanno dunque sempre più urgenti per i nostri vicini, anche se questo comporterà la non facile messa in soffitta della “grandeur”.

Lotta al terrorismo: perché non dobbiamo sopravvalutare la forza della Russia

carro sovieticoIntervistato dal think tank internazionale PS21 (Project for the study of the 21St Century), Sir Lawrence Freedman, ex consulente di Tony Blair ed oggi professore alla facoltà di “War Studies” del King’s College, ha detto che la Russia “di fatto non è una superpotenza perché ha un prodotto interno lordo basso e non potrebbe mai sostenere un conflitto di lunga durata”.

Oltre alle difficoltà legate ad un PIL non particolarmente competitivo (l’Italia è, ad esempio, in una posizione più avanzata), Mosca lamenta anche significative carenze per quanto riguarda le sue forze convenzionali, elementi che non le consentirebbero quindi un’azione su larga scala e di lunga durata contro il terrorismo basata sull’ “hard power” (la scelta termonucleare è, per ovvi motivi, incontemplabile, anche nelle varianti tattica e di teatro).

Ogni ipotesi di convergenza tra Est ed Ovest per la lotta al fondamentalismo dovrà quindi e come prima cosa partire da una visione lucida e realistica delle reali potenzialità del Krermlino.

La “Dottrina MItterrand” e l’ISIS degli altri

E’ auspicabile che i recenti fatti di Parigi e il clima di emergenza nel quale la Francia è piombata ormai da un anno suggeriscano all’Eliseo un ripensamento della “Dottrina Mitterand”, un irrazionale quanto iniquo dispositivo che, sulla base della presunzione francese di detenere un sistema giudiziario più democratico e più etico, protegge da decenni gli Abdelhamid Abaaoud degli altri.

E’ altresì curioso come Mitterrand ospitasse gli uomini di organizzazioni (ad esempio, le BR) che avevano come obiettivo l’abbattimento di uno Stato capitalista ed atlantico esattamente come il suo.

Coloni e colonizzati: perché l’Italia rischia meno della Francia

colonialismo franceseTra i motivi alla base del successo della politica proiettiva matteiana, la differenza tra il passato coloniale italiano e quello delle altre potenze europee ed occidentali.

I Paesi arabi e terzomondisti, produttori e possessori di petrolio e gas, erano infatti più inclini a dialogare con Roma anziché con Parigi o Londra, colpevoli di una plurisecolare e brutale dominazione ai loro danni.

Accanto all’emergenza legata al fanatismo religioso, i fatti di Parigi di questi giorni e di gennaio hanno senza dubbio evidenziato anche un problema di coabitazione tra i figli degli ex oppressi e degli ex oppressori (la maggior parte degli attentatori sono francesi di origine maghrebina), problema che l’Italia non ha o che ha in modo meno dirompente.

Anche per questo, il nostro Paese potrebbe (forse) trovarsi meno esposto alla rappresaglia del fondamentalismo terrorista.

 

Perché la nuova distensione dipende soltanto dalla Russia

putin3Caratterizzati da alterne fortune, i rapporti USA/NATO-Russia del post 1991 hanno conosciuto un brusco peggioramento ed una regressione al clima guerrafreddiano a cominciare dall’era del secondo Bush (2001-2009).

Oggetto del contendere, all’epoca, l’installazione del sistema antimissile ABM in Europa, percepito da Mosca come un tentativo di minare il suo potenziale di dissuasione nucleare, e l’allargamento della NATO ai Paesi dell’ex Patto di Varsavia.

Negli ultimi anni, invece, a gettate benzina sul fuoco nelle relazioni tra Est e Ovest è la politica proiettiva del Kremlino nell’area dell’ex blocco sovietico (Ucraina, Repubbliche baltiche, Moldavia, Georgia, Polonia); è proprio da qui, dall’esigenza di fermare l’avanzata putiniana a danno dei vicini, che prende vita la scelta di imporre a Mosca sanzioni di tipo economico, l’unica alternativa allo scontro militare-termonucleare.

Se, dunque, si vorrà recuperare il filo di un dialogo tra le due sponde della grande politica mondiale (anche in funzione anti-terroristica), il compito di fare il primo passo, rispettando l’integrità territoriale e il diritto all’autodeterminazione delle nazioni, sarà solo e soltanto di Vladimir Vladimirovič Putin.