Donald Trump e Barry Goldwater: figure diverse per un destino comune

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La candidatura di Barry Goldwater (1909-1998) alla Casa Bianca, con il GOP nel 1964, rappresentò un atto suicidario per i repubblicani, che andarono incontro ad una debacle tra le più brucianti della loro storia.

 

A pesare contro Goldwater e ad avvantaggiare Lyndon Johnson, infatti, non ci fu soltanto l’elemento emotivo (il presidente in carica era entrato al 1600 di Pennsylvania Avenue dopo l’assassinio di JFK) ma anche le posizioni del repubblicano, considerate, anche all’interno del suo stesso partito, reazionarie e pericolose.

 

Benché l’etichetta di estremista sia un giudizio troppo frettoloso per Goldwater* (fu un “prodotto” peculiare della Guerra Fredda, capace anche di slanci liberali), un medesimo scenario potrebbe ripetersi qualora fosse Donad Trump a correre per l’Elefantino, a novembre. Il magnate di New York è infatti inviso alle varie correnti del suo partito, proprio per le stesse motivazioni che “azzopparono” Goldwater negli anni ’60.

*Martin Luther King denunciò in lui addirittura segni di hitlerismo.

La destra italiana e le contraddizioni del putinismo

Nonostante il crollo dell’URSS, la Russia ha mantenuto le sue partnership strategiche con i vecchi alleati dell’era sovietica, rinsaldandole con Vladimir Putin nell’ambito del progetto di rilancio della potenza russa voluto dall’ex ufficiale del KGB.

Questo apre una serie di interrogativi per quei settori della destra italiana (moderata come radicale) “convertiti” al putinismo in reazione alla presenza di Barack Obama alla Casa Bianca; dai rapporti con i paesi socialisti e comunisti superstiti (Cuba, Vietnam, Laos e, soprattutto, Corea del Nord, RPC e Venezuela) a quelli con le teocrazie islamiche (in primis l’Iran) all’amicizia con Israele e alla fedeltà alla NATO, i conservatori di casa nostra si trovano infatti alle prese con le contraddizioni sollevate dalla non facile posizione tra l’incudine e il martello rappresentata, da un lato, dal loro DNA storico e, dall’altro, dalle seduzioni di un potenza precipuamente anti-occidentale e vetero-staliniana.

Corea del Nord: perché Cina e Russia non staccano la spina

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Dopo il lancio di un missile a lungo raggio da parte di Pyongyang (pochi giorni fa, la Corea del Nord aveva annunciato di aver sperimentato anche un’atomica all’idrogeno*) sono in molti, tra gli analisti, a chiedersi per quale motivo Pechino e Mosca, ovvero i maggiori sponsor e finanziatori di Kim, non abbiano ancora rotto con il regime del giovane dittatore, considerato una bomba ad orologeria anche per Russia e Cina.

Con un’estensione di 220 750 km², una popolazione complessiva pari 74 565 898 e il background economico-industriale di Seul, una Corea nuovamente unificata e democratica diventerebbe una potenza paragonabile al Giappone ma libera da quei legacci, conseguenze della sconfitta nella II Guerra Mondiale, che limitano Tokyo. Un insidioso “competitor” per i giganti russo e cinese, dunque, ma anche una sponda militare americana ai confini di casa.

Da qui, le motivazioni che spingono i due Paesi, memori di quanto accaduto nell’Est Europa dopo il 1989-1991, a tenere in vita la tirannia nord-coreana.

Una soluzione non facile
E’ tuttavia necessario ricordare anche la non facile praticabilità di qualsiasi tentativo volto alla distruzione del regime nord-coreano. Chiuso ermeticamente entro i propri confini e privo di qualsiasi esperienza democratica, il popolo non ha infatti gli strumenti per concepire una sollevazione, mentre uno scenario di tipo romeno (un golpe dall’interno con la complicità delle forze armate) è reso improbabile dal fatto che difficilmente i militari rinuncerebbero ai privilegi concessi loro dall’attuale status quo.

*Con un numero limitato di testate, la Corea del Nord è considerata un “junior nuclear state”

Da Zapatero a Sanders passando per Tsipras e Blair: il perché delle “sbandate” della sinistra nostrana

La sinistra italiana viene spesso accusata di provincialismo per la sua disposizione ad “adottare” figure politiche (socialiste o socialdemocratiche) straniere. Questa tendenza, diffusa in misura minore anche all’estero, può invece trovare spiegazione in un’esegesi viziata dell’internazionalismo marxiano-marxista, trasformato in una lettura precipuamente antinazionale.

A fare il resto, la fragilità del sentimento patrio italiano, “vulnus” che ha alla sua base la relativa limitatezza del nostro percorso unitario, il tabù dell’esperienza fascista e l’azione dell’universalismo cristiano da parte di soggetti ed Attori quali, ad esempio, DC e Vaticano.

Perché l’Iran non è la Persia Delusioni e illusioni del terzomondismo.

Le polemiche che hanno accompagnato la visita in Italia del leader iraniano Hassan Rouhani hanno visto anche il rifiorire del dibattito sulla civiltà iraniana e sulla sua storia.

In particolare, come reazione alle critiche al regime di Teheran, il movimento terzomondista (e, più in generale, anti-atlantico) ha rispolverato l’antica memoria dell’impero persiano (quale, dei sei?) per disinnescare le accuse nei confronti della teocrazia iraniana, rea di sopprimere e negare i più elementari diritti, civili come umani.

A questo proposito è bene ricordare come l’attuale Iran sia abitato soltanto per il 50% da Persiani , mentre la restante quota demografica viene ripartita tra Curdi, Azeri, Luri, Baluci, Turkmeni, Arabi, Turchi, Qashqai, Bakhtiari e nomadi. Ancora, se con la civiltà persiana si vuole intendere e indicare l’era achemenide (559 ac – 330 ac), ovvero il periodo di maggior splendore nella parabola storica della regione, non si potrà fare a meno di rilevare l’assoluta incompatibilità tra il modello creato da Ciro e quello che attualmente regola la vita dei cittadini iraniani; ben più tollerante dei regimi precedenti, e in particolare di quello assiro, l’Impero archemenide, infatti, non solo promosse una osmosi con le culture assoggettare (l’arte persiana si avvalse delle conoscenze degli ex nemici) ma, soprattutto, tutelò le loro identità religiose (nell’Iran di Rouhani per il non musulmano è prevista invece la condanna a morte).

Le rivoluzioni islamiche furono percepite dal segmento ideologico anti-atlantico e terzomondista come una riscossa identitaria capace di spezzare le catene del neocolonialismo; messo dinanzi al fallimento delle sue aspirazioni idealistiche e alla violenza repressiva dei nuovi regimi, questo movimento d’opinione (in prevalenza collocato a sinistra) si è dunque presto trovato costretto ad allestire dei dispositivi di difesa e risposta; la riesumazione e la rivalutazione degli antichi fasti delle civiltà oggi dominate dalla Mezzaluna è tra questi. Tuttavia, in ultima analisi e al di là di qualsiasi ricognizione storiografica, ogni accostamento tra la realtà attuale e strutture risalenti a migliaia di anni fa non potrà che dimostrare tutta la fragilità di questo modus operandi.

Gheddafi si, Rouhani no? L’etica schizofrenica delle destre italiane

Il movimento d’opinione conservatore che oggi polemizza per la scelta del governo italiano di ricevere in visita ufficiale Hassan Rouhani, difese ieri, in nome di un’immatura quanto stravagante lettura della “realpolitik” e del “linkage”, l’amichevole diplomazia berlusconiana nei confronti della Libia di Mu’ammar Gheddafi, arrivando persino a giustificare l’allestimento di un serraglio nei giardini dell’ambasciatore libico a Roma e l’utilizzo delle Frecce Tricolori per omaggiare il dittatore.

Ancora, si dimentica (o si ignora?) come l’Iran di Hassan Rouhani sia uno dei principali alleati della Russia (in piena continuità con le strategie sovietiche nell’aera), nazione guidata da Vladimir Putin, nuova icona della destra nostrana.

Gli esodi verso l’Europa: una “novità che ha quasi 30 anni. L’Occidente e quell’eterno dopo Guerra Fredda.

L’entusiasmo venuto a crearsi con i grandi sommovimenti che tra il 1989 e il 1992 rivoluzionarono in senso democratico il mondo, indusse l’opinione pubblica europea e occidentale a cullarsi nell’idea di “un’inerzia positiva che annullasse le distanze e le differenze tra Stati nazionali, popoli, religioni” (C.Jean).

La guerra civile nella ex Yugoslavia socialista rappresentò tuttavia il brusco risveglio da questa trama onirica irrazionale, l’incontro-scontro con una realtà ben diversa da quanto immaginato sull’onda delle primavere dell’Est e dell’utopia gorbacioviana.

La bomba legata all’immigrazione di massa non è, dunque, che una delle molteplici conseguenze di quel “new order” in cui l’Europa occidentale è stata proiettata dopo la fine della Guerra Fredda; a stupire, invece, l’approccio ancora maldestro delle masse e dei governi a questo (ultraventennale) stato di cose.

Putin, Renzi, le sanzioni e l’ombra di Brzezinski: na scommessa che vale la pena tentare

 

Renzi-Putin-1024x620-1425580024Definendo il collasso dell’URSS “la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo”, Vladimir Putin voleva alludere alla scomparsa di una patria per 25 milioni di suoi connazionali, trovatisi da un giorno all’altro all’interno di entità statuali nuove e non russe.

Dall’esigenza di tutelare questa comunità, percepita come minacciata, e da motivazioni di tipo economico-strategico, l’archè della nuova politica assertiva del Kremlino nello spazio dell’ex URSS (Ucraina, Georgia, Moldavia, ecc).

Lo scopo delle sanzioni nei confronti di Mosca è dunque quello di frenare o fermare, senza ricorrere al confronto armato, questo rigurgito neo-imperiale, proteggendo gli stati sovrani nati dal collasso del gigante socialista ed oggi messi in pericolo.

La scelta renziana di negoziare e rivedere le misure restrittive a danno della Federazione Russa ricalca quel “new thinking” brezinskiano-carteriano che, rigettando il precedente “linkage” voluto da Nixon e Kissinger e basato su un sostanziale ripiegamento degli USA sulla tema dei diritti umani nell’Est Europa, subordinava la distensione e gli scambi commerciali con Mosca ad un pieno rispetto, da parte dell’URSS, degli accordi di Helsinki sui diritti civili dei cittadini d’oltre-cortina (terzo “paniere” o “basket”) .

Magari una giocata troppo ardita, da parte del capo del governo italiano (da non sottovalutare, tuttavia, anche i grandi legami commerciali tra i due Paesi) ma forse capace di rendere i frutti sperati, soprattutto in considerazione delle gravi difficoltà patite in questo momento dalla Russia; pur non deponendo l’arma delle sanzioni ma scegliendo una linea più “morbida” e “flessibile” (del “bastone e della carota”), l’Occidente potrebbe, in buona sostanza, indurre Putin a rinunciare alle sue velleità espansionistiche senza che vengano macchiati ed intaccati la sua reputazione ed il suo consenso interno.

Perché Donald Trump non va sottovalutato: la lezione del 1980.

donald-trumpSecondo il columnist del “Guardian” Gary Younge, “il 7 dicembre, dopo aver invocato il divieto d’ingresso negli Stati Uniti per i musulmani, la sua presenza (di Trump ndr) è diventata così ingombrante che anche i critici più sprezzanti hanno dovuto smettere di far finta che non esistesse”.

Non è infatti un caso se nella patria del politicamente corretto, in cui dire “nero” invece di “afroamericano o “bianco” invece di “caucasico” può quasi portare all’incriminazione, un candidato di altro profilo sia rimasto in testa nei sondaggi dopo aver attaccato gay, donne, messicani, cinesi e disabili ed abbia visto aumentare il suo margine di vantaggio dopo un affondo tanto virulento alla comunità islamica.

Questo perché Trump riesce ad intercettare quella fetta di Paese “reale” , bianca e cristiana, che è numericamente maggioranza e che oggi si trova disorientata da una ripresa che stenta ad arrivare, da un minaccia terroristica che ha (ri)alzato la testa, dal trauma per il pantano afghano e iracheno, dalle smargiassate della Russia di Putin e da un mondo globalizzato e multipolare sempre più imprevedibile, ingabbiato nella sua fisionomia di eterno inconsueto.

A questa fetta di nazione, che non ha mai digerito le sottigliezze di un “politically correct” tanto inutile quanto irrazionale, che non è (soltanto) quella in salopette e paglia in bocca narrata da Bageant e dagli stereotipi liberal e che non è necessariamente proletaria o poco istruita, si rivolge il candidato repubblicano, forte anche del suo excursus da “homo novus” capace di richiamare il mito dell’ American Dream.

Sottovalutare o snobbare Trump, consideralo poco credibile per i suoi vezzi estetici e per la sua retorica borderline, sarebbe dunque un errore clamoroso ed una semplificazione puerile, anche alla luce del fatto che le condizioni proposte dal mondo attuale sono molto simili a quelle del 1980, quando Ronald Reagan (pure di ben altro spessore rispetto all’immobiliarista newyorkese) si impose su Jimmy Carter e sul suo realismo pessimista con uno stile che seppe parlare a John Doe delle aspirazioni di John Doe con il linguaggio di John Doe.

Elezioni francesi: perché non bisogna preoccuparsi (ma perché deve preoccuparsi la sinistra)

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La lettura del successo del FN al primo turno delle regionali francesi necessiterà di un’ analisi, il più possibile razionale e disancorata dall’elemento emotivo, del contesto in cui essa si è prodotta e di quelli che sono i suoi reali contorni

Ogni condizionamento partigiano rischierà infatti di inquinare il giudizio su un fenomeno senza dubbio significativo ma (non ancora) dall’impatto e dalle dimensioni dirompenti.

In particolare, si dovrà ricordare:

-la tradizione democratica francese (il Paese non conosce una dittatura dal 1870), elemento che rende impossibile qualsiasi penetrazione ad opera di soggetti e proposte distanti dalla cultura liberale.

-la differenza tra le elezioni di carattere nazionale e quelle di carattere locale. Di rado, infatti, le compagini a trazione radical-populista hanno confermato a livello nazionale i successi registrati nei comuni, nelle province e nelle regioni

-l’eccezionalità e la transitorietà della congiuntura economica (la debolezza della ripresa) e geopolitica (gli attentati di gennaio e novembre) all’interno della quale si è originata l’affermazione del FN

-il cambiamento del partito lepeniano, oggi attestatosi su posizioni meno estremistiche rispetto al passato, fattore, questo, che rende meno probabile l’erosione (anche minima) dell’attuale status quo

Limitarsi alla denuncia isterica del successo di Marine Le Pen, è, da parte della sinistra francese ed europea, uno sterile esercizio di presunzione ed un’azione autolesionistica dal punto di vista elettorale; più proficua, anche per loro, una disamina lucida e raziocinante delle cause all’interno delle quali riposa l’exploit di ieri.

L’incapacità di dare ascolto all’ “everyman”, bollando come demagogica, populista e ventrale qualsiasi iniziativa ad esso diretta e rivolta, è, ad esempio, l’arma in più di partiti come il FN e il “vulnus” delle compagini tradizionali.