Lotta alla Mafia. Quando la vera piaga è il disfattismo militante

Eventi come l’anniversario della strage di Via D’Amelio dovrebbero rappresentare l’occasione anche per segnalare ed illustrare gli eccezionali, indubbi e indubitabili progressi compiuti negli ultimi decenni dallo Stato nella lotta alla Mafia (decapitazione della banda dei corleonesi, cambio nella cultura dell’omertà, drastico calo degli omicidi, ecc).

Si tende, al contrario, ad evidenziare, spesso dilatandoli, soltanto gli elementi negativi, come se le istituzioni non avessero fatto nessun passo avanti contro l’organizzazione.

Ricordiamo che Cosa Nostra estende i suoi tentacoli sulla società dal XIII secolo (nacque sotto la dominazione angioina dell’isola) e non è di conseguenza pensabile né razionale una sua sconfitta a breve termine; tuttavia, un “modus cogitandi” più equilibrato e positivo si staglia come condizione imprescindibile per portare a termine, con successo, la battaglia contro questo tipo di piaga ed afflizione.

Il romanticismo ci ha insegnato che un atteggiamento pessimistico e disfattistico corrisponde ad una visone lucida della realtà e ad una più accentuata allergia sensoriale; non è così.

Da Cervantes un inno alla letteratura italiana

Nel capitolo VI del libro primo del Don Chisciotte, il barbiere e il curato dell’eccentrico cavaliere fanno un inventario dei volumi presenti nella sua biblioteca, allo scopo bruciare quelli da loro ritenuti responsabili della follia del mancègo . Tra un’opera e l’altra, Miguel de Cervantes trova l’occasione per lodare la letteratura italiana e i suoi protagonisti. Questi, alcuni brani del capitolo:

“ Questo è lo Specchio della Cavalleria — Ah! lo conosco molto bene, rispose il curato; ecco qua il signor Rinaldo di Montalbano cogli amici e compagni suoi più ladri di Caco, e i dodici paladini col loro storico veritiero Turpino! In verità che sarei per condannarli soltanto ad eterno bando, non per altro se non perché hanno avuto gran parte nella invenzione del celebre Matteo Bojardo, d’onde ha poi ordita la sua tela il cristiano poeta Lodovico Ariosto; al quale, se qui si trovasse, e parlasse un idioma diverso dal suo proprio, non porterei rispetto, ma se fosse nel suo linguaggio originale, me lo riporrei sopra la testa. — Io lo tengo in italiano, disse il barbiere, ma non l’intendo. — Non è neppur bene che da voi sia inteso, rispose il curato; e perdoniamo per ora a quel signor capitano che lo ha tradotto in lingua castigliana, togliendogli gran parte del nativo suo pregio”.

“Questi, disse il barbiere aprendo un altro volume, sono i Dieci libri della fortuna di Amore composti da Antonio di Lofraso poeta sardo. — Per quanto vale il giudizio mio, disse il curato, da che Apollo è Apollo, muse le muse, e poeti i poeti, non fu composto giammai libro tanto grazioso e spropositato a un tempo medesimo quanto questo; per la sua invenzione è il migliore e il più singolare di quanti n’uscirono mai alla luce del mondo, e chi non lo ha letto può far conto di non aver letto mai produzione veramente gustosa: datelo qua, compare, ché sono più contento d’aver trovato questo libro che se qualcuno mi avesse regalata una veste di raso di Firenze”.

“Qui seguono tre libri uniti insieme: la Araucana di don Alonzo d’Erciglia; l’Austriada di Giovanni Rufo Giurato di Cordova; e il Monserrato di Cristoforo di Viruez, poeta di Valenza — Non esistono, disse il curato, libri di verso eroico scritti in lingua castigliana più pregiati di questi, e possono stare in competenza co’ più illustri d’Italia: si custodiscano come le più preziose gioje poetiche che vanti la Spagna.”

Si potrà notare l’alto credito di cui all’epoca (come in altri momenti storici) godeva la letteratura italiana. Benché, ad ogni modo, si tratti di una delle fasi più illustri e feconde per i nostri autori, essa viene spesso sottovalutata (si pensi al Boiardo), a vantaggio della produzione di altri paesi e civiltà.

“Libero”e Giacomo Matteotti usuraio e sovversivo

Una lezione di metodo: che cos’è la storiografia e come si fa. E come non si fa.

Il quotidiano “Libero” sceglie di ricordare la figura di Giacomo Matteotti con un articolo di stampo revisionistico particolarmente duro nei confronti dell’onorevole veneto e della sua memoria, e lo fa ricorrendo agli stralci di un libro dello “storico” Gianpaolo Romanato (Dottore in Filosofia) in cui Matteotti viene accusato di usura e di aver fomentato i segmenti più radicali e violenti della sinistra durante il cosiddetto “biennio rosso” (in realtà, Matteotti faceva capo all’ala più moderata del PSI, poi maturata, in epoca repubblicana, nel PSDI saragattiano).

Tuttavia, potremmo notare come né l’estensore del corsivo (tal Francesco Borgonovo) né il Romanato forniscano, a questo proposito , alcun elemento documentale verificato e verificabile (quindi certo), allontanandosi così dal principio dell’analisi storiografica su base logica e razionale (ricordiamo come la storiografia propriamente detta sia una scienza e non un’arte, una disciplina umanistica o dialettica, come invece, al contrario ed appunto, è la filosofia).

Entrando più nel dettaglio, il Romannato dice che Matteotti non si oppose al clima di violenza di quegli anni (al quale contribuirono anche le squadre fasciste) “per non perdere il rapporto con il suo elettorato polesano”. O, ancora, sulle tensioni che regnavano all’epoca nel Polesine, zona di provenienza di Matteotti: “I due maggiori leader, prima Nicola Badaloni e poi Matteotti, operarono per moderare tali spinte e incanalarle in un’azione politica organizzata e più disciplinata. Ma dopo la guerra, quando il conflitto si accese, Matteotti ebbe sempre meno spazio per le mediazioni, non avendo neppure più la sponda di Badaloni. È questa la fase, siamo nel cosiddetto “biennio rosso”, in cui Matteotti apparve in Polesine più un piromane che un pompiere. Altra era invece la linea che teneva a Roma, dove il confronto era dialettico e non “pugilistico”. Questa duplicità gli fu rimproverata da tutti i suoi avversari, liberali, cattolici e fascisti”.

Come appare evidente, le sue analisi patiscono l’assenza di ogni conforto probatorio, esibendosi come un mero florilegio di congetture e ragionamenti apodittici più vicini al relativismo filosofico che non al rigorismo della ricerca e dell’elaborazione storica. Del tutto inesistente la produzione speculativa in merito all’accusa di usura.

Dispiace dover constatare, ancora una volta, come una certa destra non riesca ad approdare ad una sua Bad Godesberg, 130 anni dopo la nascita di Benito Mussolini, come dispiace cerchi la manomissione storica mediante dilettantismi di questo genere.

“Sutor, ne ultra crepidam” (Ciabattino, non andare oltre le scarpe), dicevano i Romani.

Renzi e quel trionfo che sa di 1948. Il ruggito silenzioso dei moderati

Annunciata come un referendum sul Matteo Renzi, questa consultazione elettorale è stata, invece, un referendum su Beppe Grillo ed il suo partito. A premiare l’ex sindaco di Firenze sono stati senza dubbio il suo giovanilismo dinamico (cosa abbastanza rara, in un grande dirigente politico italiano), il conseguimento di alcuni successi ed il ritorno, pur timido, ad una congiuntura economica favorevole.

Tuttavia, la reale motivazione di un trionfo tanto imprevisto quanto imprevedibile va rintracciata nella paura che il M5S ha suscitato nella fetta più rilevante dell’elettorato italiano; i toni sempre troppo alti, i contenuti violenti, il manicheismo aggressivo del “chi non è con me è contro di me”, un ecumenismo schizofrenico e confuso, le minacce eversive, gli insulti tambureggianti agli avversari ed alle alte cariche istituzionali e l’inappellabile quanto ansiogeno catastrofismo, hanno messo in allarme il “travet”, disorientato anche da una nebulosità programmatica emersa in tutta la sua evidenza durante il “tete a tete” con Bruno Vespa. Con una piccola concessione alla retorica, si potrà quindi affermare che queste elezioni siano state un “revival” di quelle del 1946 e del 1948, con il moderato che ha individuato nel Pd renziano ciò che i suoi padri e i suoi nonni videro nella DC degasperiana.

Non cada, il M5S, nella tentazione di abbandonarsi all’alibi-accusa nei confronti del destino “cinico e baro” e/o dell’italiano medio che “non ha capito” (secondo una liturgia tipica di una certa, defunta, sinistra) ma faccia autocritica. Impari a dialogare, apprenda le dinamiche del confronto democratico e scenda da quel piedistallo al quale si è incatenato, lasciando per strada 3 milioni di voti.

P.s: sbaglia chi individua il bonus da 80 euro come “archè” dell’acuto renziano. I beneficiari della misura rappresentano infatti soltanto 1/5 del copro elettorale.

L’Italia riscopre Giovanni Giolitti: bene. Ma tardi

Da qualche giorno, sta girando su Facebook un’ immagine che affianca Giovanni Giolitti e Matteo Renzi, corredata dalla scritta: “Italian Prime Minister: what the fuck happened?” (Primi ministri italiani: che ca**o è successo?”) come ad indicare la superiorità di Giolitti rispetto all’ex sindaco di Firenze.

Non entrando nel merito di un giudizio sull’attuale inquilino di Palazzo Chigi, mi rallegro per la riscoperta di quello che, forse, si pone come il più grande statista del nostro percorso unitario. Si tratta, ad ogni modo, di una riscoperta tardiva, dal momento in cui Giolitti non fu mai visto di buon occhio dai suoi contemporanei e dalle generazioni successive, accusato di simpatie socialiste e comuniste per il suon rigetto del militarismo fanatico e per l’ambizioso programma di riforme sociali (più tardi ed in parte ripreso dal Fascismo) con il quale rivoluzionò il nostro Paese.

Come è perché “Playboy” ha cambiato il giornalismo e la società. La rivoluzione di Hugh Hefner

A dispetto di quanto suggeritoci da una certa memorialistica “liberal”, il giornalismo statunitense e, in certa misura, occidentale, deve a “Playboy” le sue più moderne acquisizioni.

In particolare, fu il magazine fondato nel 1953 dal magnate Hugh Hefner ad inaugurare l’epoca delle interviste ai grandi personaggi (la rivista incontrò, tra gli altri Bob Dylan, Robert De Niro, Malcom X, Gabriel García Márquez, Jean Paul Sartre, Yāsser ʿArafāt, ecc) ed a lanciare un modello di intervista a “tutto campo”, in cui la celebrità veniva e viene seguita per una settimana intera, registrandone e riprendendone ogni parola ed ogni gesto.

“Playboy”, inoltre, contribuì in maniera decisiva alla grande rivoluzione sessuale e dei costumi che avrebbe trasformato il mondo occidentale negli anni ’60 e ’70.

Il tour di Matteo Salvini al Sud

Quello che molti meridionali i quali, comprensibilmente, hanno fischiato Matteo Salvini non intuiscono, è il vero motivo del tour del leader leghista nel Sud dello Stivale; lo scopo è quello di creare un collegamento tra le varie forze separatiste italiane (nel caso di specie con i capi dei nostalgici di Francesco II), così da portare, insieme, l’assalto allo stato unitario. La buona fede di tanti meridionali viene quindi strumentalizzata e la loro dignità messa in secondo piano e sacrificata in nome di un meschino calcolo di bottega con chi ha definito i napoletani “colerosi”, invocando l’ira del Vesuvio sulla città.

Il tifo pericoloso e il mito irrazionale del “modello inglese”

Ogni volta in cui la delinquenza ultras torna a far parlare di sé, la terapia consigliata, sovrapponibile ad ogni circostanza, è la “ricetta” Thatcher , ovvero una serie di dispositivi ammantati di aura mitologica che l’ex premier britannico avrebbe varato per “spezzare le reni” alla terribile piaga hooliganistica.

Si tratta, ad ogni modo, di una posizione qualunquistica e concettualmente fragile, sostanzialmente per due motivi: i maggiori provvedimenti contro il tifo violento inglese furono attuati dopo il ritiro della “Lady di Ferro” dalla vita politica. 2: la differenza, enorme, tra i problemi determinati dalle curve d’oltremanica rispetto a quelle di casa nostra. Nato nella prima metà degli anni ’70, il fenomeno hooligan causò infatti migliaia tra morti e feriti (anche bambini), arrivando alla devastazione di impianti sportivi ed infrastrutture, in patria come fuori, e questo per quasi 30 anni (fino agli anni 2000).

Se ne deduce, di conseguenza, l’irragionevolezza di un accostamento di qualsiasi tipo tra le due realtà, anche per quel che riguarda diagnosi e rimedi.

Beppe Grillo: dalle grida a difesa di Aldrovandi al tatticisimo del silenzio (a difesa dei poliziotti).

Panoramica di una metamorfosi

Nel silenzio, assordante, di Beppe Grillo sull’increscioso episodio degli applausi agli aguzzini del giovane Federico Aldrovandi, c’è tutta la metamorfosi di un leader e della sua creatura, politica e culturale. L’ex comico fu infatti tra i primi e più attivi protagonisti nella battaglia di civiltà a difesa della memoria del 18enne ferrarese e contro la violenza delle forze dell’ordine, ospitando sul suo blog il documentario “E’ stato morto un ragazzo”, scrivendo numerosi articoli di denuncia sulla vicenda e chiedendo, a più riprese, l’allontanamento e l’arresto degli agenti.

Questo avveniva qualche anno fa, quando il M5S era ancora un “movimento” nell’accezione politica della formula, quando ancora era un soggetto di forte orientamento progressista, dimora delle energie civili più genuine, cantiere delle loro progettualità per il collettivo. L’ingresso nell’agone elettorale e gli imperativi della competizione, hanno tuttavia modificato il dna della creatura pentastellata, orientandola ed orientando il suo leader verso il tornacontismo tattico più classico e consueto, quello che porta a pesare gli utili e le perdite, in termini di voti e consensi, sul bilancino del farmacista.

Grillo è ben consapevole di non potersi schierare apertamente contro gli uomini in divisa, vista la provenienza da destra di oltre metà dei suoi simpatizzanti e perché qualsiasi forza miri all’intercettazione del ventre dell’uomo comune non potrà e non potrebbe mostrare un atteggiamento critico verso i tutori della legge, dato l’indefesso ed inossidabile appoggio del “travet” nei loro confronti; ma sa anche di non potersi lanciare in una loro difesa aperta, perché rischierebbe di allontanare dal M5S i consensi che, ancor numerosi, giungono da sinistra e dai movimenti.

Ecco allora che un ecumenico e discreto silenzio-assenso si rivelerà l’ “exit strategy” e l’opzione migliore, posizionandosi sul piattino degli utili in quel bilancino, quello del farmacista che si fa politico.

P.S: Non dimentichiamo, inoltre, gli appelli rivolti dall’ex comico alle forze dell’ordine perché queste si unissero ai Forconi. Impensabile possa schierarsi, oggi, contro gli uomini del SAP.

Beppe Grillo e la “peste rossa”. Le ragioni di una svolta strategica.

Il nuovo “tackle” grilliano sulla sinistra (definita “peste rossa”, secondo una formula propria della borghesia industriale ed agricola 800esco-primonovecentesca e delle SS), si inserisce nell’ottica di una strategia di avvicinamento, ben precisa e delineata, che il leader pentastellato sta mettendo in atto nei confronti dell’elettorato berlusconiano.

Con FI e l’ex Cavaliere in piena (e, forse, irreversibile) emorragia di consensi, infatti, Grillo ha capito di poterne inglobare i voti e le preferenze, e per questo cerca di accostare la sua retorica a quella del vecchio capo di Arcore; se dovesse riuscire nell’ intento, allora si prospetterà una nuova era per l’Italia, contrassegnata da un ininterrotto dominio pentastellato.

Come Berlusconi 21 anni fa, ed il quadri-pentapartito agli albori della Repubblica, infatti, Grillo impugnerà nelle sue mani il testimone dell’elettorato conservatore (non moderato), maggioranza nel Paese.