Lotta al terrorismo: perché non dobbiamo sopravvalutare la forza della Russia

carro sovieticoIntervistato dal think tank internazionale PS21 (Project for the study of the 21St Century), Sir Lawrence Freedman, ex consulente di Tony Blair ed oggi professore alla facoltà di “War Studies” del King’s College, ha detto che la Russia “di fatto non è una superpotenza perché ha un prodotto interno lordo basso e non potrebbe mai sostenere un conflitto di lunga durata”.

Oltre alle difficoltà legate ad un PIL non particolarmente competitivo (l’Italia è, ad esempio, in una posizione più avanzata), Mosca lamenta anche significative carenze per quanto riguarda le sue forze convenzionali, elementi che non le consentirebbero quindi un’azione su larga scala e di lunga durata contro il terrorismo basata sull’ “hard power” (la scelta termonucleare è, per ovvi motivi, incontemplabile, anche nelle varianti tattica e di teatro).

Ogni ipotesi di convergenza tra Est ed Ovest per la lotta al fondamentalismo dovrà quindi e come prima cosa partire da una visione lucida e realistica delle reali potenzialità del Krermlino.

La “Dottrina MItterrand” e l’ISIS degli altri

E’ auspicabile che i recenti fatti di Parigi e il clima di emergenza nel quale la Francia è piombata ormai da un anno suggeriscano all’Eliseo un ripensamento della “Dottrina Mitterand”, un irrazionale quanto iniquo dispositivo che, sulla base della presunzione francese di detenere un sistema giudiziario più democratico e più etico, protegge da decenni gli Abdelhamid Abaaoud degli altri.

E’ altresì curioso come Mitterrand ospitasse gli uomini di organizzazioni (ad esempio, le BR) che avevano come obiettivo l’abbattimento di uno Stato capitalista ed atlantico esattamente come il suo.

Coloni e colonizzati: perché l’Italia rischia meno della Francia

colonialismo franceseTra i motivi alla base del successo della politica proiettiva matteiana, la differenza tra il passato coloniale italiano e quello delle altre potenze europee ed occidentali.

I Paesi arabi e terzomondisti, produttori e possessori di petrolio e gas, erano infatti più inclini a dialogare con Roma anziché con Parigi o Londra, colpevoli di una plurisecolare e brutale dominazione ai loro danni.

Accanto all’emergenza legata al fanatismo religioso, i fatti di Parigi di questi giorni e di gennaio hanno senza dubbio evidenziato anche un problema di coabitazione tra i figli degli ex oppressi e degli ex oppressori (la maggior parte degli attentatori sono francesi di origine maghrebina), problema che l’Italia non ha o che ha in modo meno dirompente.

Anche per questo, il nostro Paese potrebbe (forse) trovarsi meno esposto alla rappresaglia del fondamentalismo terrorista.

 

Politica di potenza e spettro coloniale: da dove arrivano i problemi di una Francia che non riesce a trovare sé stessa

hollande cat reporter79Quando nel 1956 Francia e Regno Unito decisero di intervenire, senza l’avallo ONU, contro l’Egitto di Gamal Abd el-Nasser che aveva disposto la nazionalizzazione del Canale di Suez, l’allora premier sovietico Nikita Sergeevič Chruščëv rispose intimando loro l’immediata cessazione delle ostilità, pena una rappresaglia termonucleare diretta contro Londra e Parigi. Timoroso di un’escalation che avesse come conseguenza l’innesco di un confronto su larga scala con l’URSS, Eisenhower decise allora di intervenire presso i due alleati, che si videro così costretti al ripiegamento.

Quel 1956 fu dunque una tappa fondamentale nelle relazioni tra gli Stati e per gli equilibri mondiali, il “turning point” che mostrò definitivamente e senza margine di equivoco tutta l’incapacità delle vecchie potenze europee di mantenere il loro status, al di là dei confini nazionali. Una debolezza che si sarebbe evidenziata ancora nel 1987-1988, quando con la firma del documento per l’eliminazione degli euromissili (Trattato INF tra USA ed URSS), il Vecchio Continente che prima aveva protestato contro l’installazione dei Pershing e dei Crusie si trovò questa volta a battere i piedi per il timore di trovarsi da solo, contro un’ipotetica minaccia del Patto di Varsavia*.

Nonostante i processi storici e geopolitici che ne hanno, come abbiamo avuto modo di osservare, bruscamente ridimensionato il ruolo, facendola retrocedere dal rango di “great power” a quello “middle” e “regional power” (al pari dell’Italia), la Francia non ha tuttavia quasi mai abbandonato quella politica “di potenza” figlia del suo passato e di una “grandeur” che mostra ormai tutta la sua pericolosa obsolescenza (fu ad esempio Parigi a boicottare il CED, il progetto di difesa comune europeo)**.

Oltre alla delicata trama di odi e rancori etnici causati dal suo recentissimo passato coloniale e dalla convivenza con i figli di quelle terre assoggettate e brutalizzate per secoli, è proprio questa linea di indirizzo assertiva e proiettiva, incapsulata per esempio e di recente nei raid contro la Siria, che l’ha esposta e la espone alla ritorsione del fondamentalismo, priva dei mezzi per un creare un argine efficace e razionale alla minaccia asimmetrica che le viene portata.

Se, dunque, Parigi e la sponda europea del mondo democratico vorranno proteggersi dall’assalto del terrorismo, dovranno, “obtorto collo”, recuperare quella “solidarietà di blocco” che caratterizzò la finestra storica della Guerra Fredda, unendo le forze al di là degli interessi particolaristici e accantonando quella “raison d’État ” di memoria ottocentesca incapace di sostenere le sfide del mondo contemporaneo.

All’ONU, invece, il compito irrinunciabile di un aggiornamento del suo ruolo direttivo e delle sua intelaiatura, innanzitutto mediante una riforma radicale del Consiglio di Sicurezza che prenda atto della formazione dei nuovi equilibri e del superamento di quel dettato yaltiano che continua ad assegnare a potenze in declino un ruolo guida che non sono più in grado di gestire.

*Secondo gli europei, in caso di attacco delle forze del Patto di Varsavia al Vecchio Continente, Washington avrebbe difficilmente portato un “first strike” per difendere gli alleati contro un nemico che non la stava minacciando in modo diretto, rischiando così una rappresaglia nucleare olocaustica (“second strike”) sul proprio territorio. Questa situazione è nota come “decoupling nucleare”.

**Soltanto François Mitterrand ipotizzò e cercò fattivamente di dare vita ad una coesione di tipo militare con gli alleati europei, in particolare con Bonn e Roma, allo scopo di guadagnare significativi margini di autonomia da Washington e di alleggerirla dal peso finanziario del contenimento del blocco sovietico.

Lo strano caso dell’Airbus russo e l’ipotesi “win win scenario”

img1024-700_dettaglio2_mappa-aereo-caduto-2L’insistenza con la quale le autorità britanniche sembrano “sponsorizzare” la pista terroristica per l’attentato all’ Airbus A321 della russa Metrojet e l’offerta di una collaborazione nelle indagini fatta dall’FBI ad una Mosca stranamente avara di accuse all’Ovest, potrebbero suggerire, all’osservatore meno ingenuo, l’ipotesi di un “casus belli” costruito da Attori (la Russia* e l’Occidente, appunto) tradizionalmente divisi e rivali ma oggi impegnati nella causa comune contro il fondamentalismo.

Sebbene, infatti, le elaborazioni più radicali dell’Islam abbiano sempre teso a combattere e a sabotare le democrazie atlantiche (per questo furono spesso finanziate e sostenute da Mosca) anche il Kremlino si trova, oggi, a dover affrontare un certo rischio derivato dal fondamentalismo nelle sue regioni a prevalenza musulmana e nello “stato cliente” siriano-assadiano.

*A questo proposito è utile ricordare i sospetti sugli attentati ceceni dei primi anni 2000 e le indagini a riguardo di Anna Politkovskaja e Boris Nemcov, poi assassinati in circostanze misteriose.

Quando l’apparenza inganna. L’Occidente, l’innamoramento per Jurij Andropov e il rischio della suggestione.

Quando il 12 novembre 1982 Jurij Vladimirovič Andropov fu eletto Segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica , la stampa atlantica sembrò, per un attimo, conquistata da questo anziano e sconosciuto (al grande pubblico) ex capo del KGB, salito alla massima carica dell’URSS.

Si pose infatti l’accento sul presunto stile occidentale di Andropov, sul fatto amasse il whisky americano, la pipa e le letture in inglese e francese; un uomo nuovo, si diceva da più parti e con entusiasmo, se confrontato con il suo rigido e “sovieticissimo” predecessore.

Il tempo avrebbe però dimostrato che si trattava di un’illusione. Sebbene, infatti, in politica interna il nuovo leader avesse cercato di avviare un’opera riformatrice rispetto agli anni della corruzione, del clientelismo e della stagnazione brezneviani, creando così i prodromi della rivoluzione gorbacioviana, in politica estera e sul delicato tema di diritti umani mostrò un appiattimento assoluto alle linee di indirizzo che avevano contraddistinto l’URSS fino al momento della sua elezione (si pensi all’abbattimento del Jumbo sudcoreano, allo schieramento in Europa dei missili balistici nucleari a medio raggio SS-20 ed al congelamento delle iniziative sul disarmo).

Ma come fu possibile che gli analisti occidentali del tempo siano caduti in una “wishful thinking” così grossolana, individuando delle chance di cambiamento per il blocco sovietico negli atteggiamenti privati di un vecchio gerarca, ex capo di un servizio segreto come il KGB? Secondo noi la risposta va cercata nel desiderio, forse inconscio, di un “turning point”, in URSS e dunque nel resto del pianeta, che sollevasse l’umanità da quel carico di angosce e tensioni prodotte della Guerra Fredda e dalla contrapposizione ideologica allora dominante.

In buona sostanza, quei giornalisti e quegli osservatori, preda della sofferenza emotiva e della paura della “bomba” esattamente come ogni altro essere umano ed abituati all’immagine rigida, minacciosa e respingente del gigante d’oltrecortina, si illusero, o scelsero di illudersi, al primo accenno di discontinuità rispetto ad un passato invece ben vivo e pulsante.

La storia e l’oggi ci dimostrano, tuttavia, che non si trattò e non si tratta del primo caso in cui un semplice indizio sia assurto al rango di prova, nella percezione di una figura pubblica e nell’analisi della sua azione, sull’onda lunga del coinvolgimento emotivo. Un rischio presente e sempre esistente, dal quale soltanto l’elaborazione razionale può e potrà mettere al riparo.

Sbarchi. Differenze storiche con l’emigrazione italiana.

immigrati-italianiIl ritorno su vasta scala dell’emergenza legata all’arrivo dei profughi sulle nostre coste ha visto un rilancio, nel movimento d’opinione cristiano, socialista e socialdemocratico, del tema legato al passato migratorio italiano.

Attraverso il ricordo degli esodi dei nostri avi (la cosiddetta “diaspora italiana”) si cerca, in buona sostanza, un’immedesimazione che crei un effetto catartico capace di disinnescare la pulsione xenofobo-razzista.

Sebbene lodevole da un punto di vista etico, lo strumento presenta, tuttavia, diverse lacune quando messo al vaglio dell’analisi razionale e del portato storiografico. Se, infatti, l’Italia che accoglie oggi immigrati, profughi e richiedenti asilo è un Paese in fase di contrazione economica, penalizzato nella sua ricettività anche da fattori endogeni quali le ridotte dimensioni territoriali, i luoghi di approdo dei nostri connazionali erano quasi sempre realtà in forte espansione e bisognose di manodopera (che spesso richiedevano), nazioni di grandi dimensioni, giovani e in divenire prive di un reale substrato etnico-culturale ma sviluppatesi proprio dall’iniezione dell’elemento esterno.

Ancora, l’Italia era un ed è un Paese occidentale, democratico (eccezion fatta per la parentesi fascista) e cristiano-cattolico, dunque con un patrimonio valoriale simile o identico a quello dei Paesi di destinazione dei nostri concittadini. Quest’ultimo dato rendeva l’integrazione tra noli e le comunità autoctone meno difficoltoso rispetto a quanto non avvenga oggi tra gli europei e , ad esempio, extracomunitari di religione musulmana e di provenienza araba.

Perché le bombe atomiche salvarono milioni di giapponesi e centinaia di migliaia di americani e sovietici. Il ruolo della storiografia.

hiroshimaIl 70esimo anniversario dello sgancio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki offre l’occasione e lo spunto per un’analisi della vicenda libera da quei legacci dell’emotività che, troppo spesso, ne condizionano ed offuscano la lettura e l’interpretazione.

Allo shock generato da un così alto numero di vittime in rapporto alla brevità temporale del bombardamento si va infatti, molto spesso, a saldare il (trasversale) pregiudizio anti-americano, regredendo la scelta trumaniana al ruolo di arma ideologico-propagandistica contro Washington ed impedendo quindi, come accennato, una visione d’insieme razionale e proficua.

Indagando nel dettaglio l’elemento documentale, potremmo infatti osservare come “Little Boy” e “Fat Man” abbiano causato, nell’immediato, 71mila e 40mila vittime (il numero dei morti nel corso degli anni per gli effetti delle radiazioni è, a tutt’oggi, incerto), contro le 200mila del bombardamento convenzionale di Dresda dell’aprile 1945, le 100mila dell’incursione aerea su Tokyo del marzo 1945, le 150mila giapponesi, tra civili e militari, e le 70mila statunitensi della battaglia di Okinawa dell’aprile-giugno dello stesso anno.

Ogni mese di guerra lasciava in media sul campo, inoltre, circa 177mila uomini.

Ancora, secondo gli storci Wilmott, Cross e Messenger, un prosieguo delle ostilità avrebbe determinato 7 milioni di morti soltanto tra i civili nipponici, ormai stremati dalla fame. In caso di sbarco terrestre americano, a questa cifra andavano aggiunte le vittime militari del Sol Levante e quelle statunitensi, numero stimato dagli analisti militari di Washington intorno al mezzo milione data l’estensione territoriale del Giappone, la morfologia del suo territorio, la sua consistenza demografica e la coriaceità delle resistenza (Hirohito aveva chiesto di resistere fino alla morte anche a donne e bambini e di suicidarsi, come avvenuto ad Okinawa, per non cadere nelle mani americane).

Da associare alla stima anche le potenziali vittime sovietiche, in ragione del fatto che pochi giorni prima dello sgancio Mosca aveva aperto le ostilità con Tokyo.

L’enorme impressione causata dalle atomiche fu inoltre uno degli elementi che contribuirono alla costruzione di quell’equilibrio della paura che indusse i due blocchi ad evitare il confronto bellico durante la Guerra Fredda (1945 – 1992).

La panoramica, senza dubbio di non facile assimilazione da un punto di vista emotivo, si rende tuttavia forte del contributo statistico e fattuale, dimostrando la fragilità delle argomentazioni del movimento d’opinione ostile all’impiego dei due ordigni.

I vincitori, le prime vittime dell’ OXI. “Ponzio” Varoufakis e i motivi di una scelta poco romantica.

Consapevole del fatto che i creditori non faranno marcia indietro nonostante l’esito referendario (anche per evitare un precedente potenzialmente esplosivo) e, dunque, di non avere altra alternativa tra le loro condizioni e il default, Yanis Varoufakis ha deciso di lasciare l’incarico, così da non“sporcarsi le mani” dando l’idea di tradire il mandato popolare.

Un atteggiamento che ha ben poco di quel senso di responsabilità, civile e politica, vagheggiato da qualcuno, molto più vicino al timore pilatesco di un uomo inadeguato al ruolo, imprigionato tra ideologia e senso razionale

Il referendum e il rischio boomerang per Tsipras.

tsipras sitodimassacarraraAcclamato come il grande vincitore di questa domenica di storia, il premier greco potrebbe, invece e paradossalmente, risultare il vero sconfitto della consultazione referendaria.

Difficilmente i creditori ammorbidiranno infatti le loro posizioni (anche per scongiurare un precedente potenzialmente esplosivo), quindi davanti a Tsipras si presenteranno due strade: accettare le condizioni di pagamento (tradendo il mandato popolare e sconfessando la sua stessa politica) o rifiutarle, rispettando le urne ma condannando in questo modo la Grecia al default ed all’uscita dagli organismi continentali.