ISIS e Russia: il dilemma del “male minore”

“Se vediamo i nazisti vincere contro i sovietici, dobbiamo aiutare i sovietici contro i nazisti. Se vediamo i sovietici vincere contro i nazisti, allora dobbiamo aiutare i nazisti contro i sovietici”.

Così, Sir Winston Churchill sul confronto tra la Germania nazista e l’URSS durante la II Guerra Mondiale.

Osservatore acuto e grande conoscitore della politica e della geopolitica, il premier britannico aveva intuito, già prima del 1945, la pericolosità del Paese di Stalin per il mondo libero.

Sebbene la ferocia dell’ISIS e la distanza tra la nostra “way of life” e quella propugnata dall’estremismo islamico generino in noi un schock emotivo dirompente, l’analisi razionale mostrerà come la Russia di Putin, molto più del Califfato, costituisca oggi una minaccia per l’Occidente. Questo, in ragione del potenziale militare di Mosca, della fisionomia del suo establishment, della sua storia, del suo peso globale, delle sue occulte strategie di persuasione e della sua politica assertiva-aggressiva oltre i confini nazionali (specialmente nello scacchiere europeo-orientale).

Benché ogni riproposizione degli schemi guerrafreddiani non abbia diritto di cittadinanza nel mondo moderno, un abbassamento del livello di allerta davanti alla Federazione Russa ed una sua idealizzazione sono e potrebbero essere dunque errori dal costo elevatissimo.

Jet russo: perché non scoppierà la III Guerra Mondiale e perché Putin ha commesso un errore. Lo scenario del 1962.

Turkey-Russia-FlagsTra i momenti più bui della Guerra Fredda vi furono l’abbattimento, da parte della contraerea sovietica, di un areo-spia statunitense U-2 (venne distrutto per errore anche un Mig-19 della Voenno-vozdušnye sily SSSR) e l’abbattimento sui cieli della penisola di Sachalincon, ad opera di un caccia intercettore sovietico Sukhoi Su-15, di un jumbo della Korean Air Lines con a bordo 269 civili, tutti deceduti.

Nonostante la forte reazione emotiva, soprattutto per l’attacco al jumbo sudcoreano (tra l’altro, in quel caso non c’era stata alcuna violazione intenzionale dello spazio aereo dell’URSS), l’Occidente non avviò nessuna rappresaglia di tipo militare contro Mosca; la posta in gioco era troppo alta, e valeva la vita di miliardi di esseri umani.

Allo stesso modo, oggi, il Kremlino è perfettamente consapevole, esattamente come gli USA e l’Occidente ieri, dell’irrazionalità di ogni risposta militare contro Ankara, membro NATO, dopo la distruzione di un suo bombardiere tattico nei cieli turchi.

Non solo la Federazione Russa si trova in una posizione debole sul piano politico-diplomatico (è improbabile che Erdogan abbia ordinato di colpire il bombardiere senza una valida ragione) ma sa che qualsiasi atto ostile verso la Turchia avrebbe come conseguenza una reazione armata e termonucleare occidentale, che porterebbe all’annientamento del Paese.

Lo scenario del 1962 e rischi per Putin

Paragonato più volte a Jurij Andropov per la provenienza di entrambi dal Kgb, Putin è tuttavia più vicino, almeno per quanto riguarda gli indirizzi della sua politica estera, a Nikita Chruščёv. Se, infatti, Chruščёv si dimostrò un riformatore “illuminato” dopo gli anni staliniani (Putin è, invece, un conservatore) in politica estera scelse una linea decisamente aggressiva ed avventuriera.

Forse confidando in una supposta debolezza dell’Occidente dopo l’insuccesso coreano e sottovalutando John kennedy in ragione della sua giovane età, l’ex contadino ucraino abbassò sempre più l’asticella del consentito, fino ad arrivare al punto di non ritorno della Crisi dei Missili di Cuba del 1962. Costretto ad una clamorosa quanto umiliante ritirata per evitare la III Guerra Mondiale (anche se gli accordi tra i due blocchi prevedevano per l’URSS la contropartita del ritiro dei vettori americani dall’Italia e dalla Turchia), il capo del Kremlino fu successivamente esautorato da ogni carica ed emarginato dalla vita politica nazionale.

Al pari di Chruščёv nel 1962, violando lo spazio aereo turco Putin ha commesso una mossa azzardata che, in assenza di una reazione (da escludere per i motivi sopracitati), potrebbe generare pesantissime ricadute sulla sua immagine e su quella del suo Paese.

La Meloni e la laicità a targhe alterne

Contestando l’utilizzo del velo islamico in Italia, Giorgia Meloni ricorda che il nostro è uno “Stato laico”. Osservazione lucida, condivisibile e rispondente al vero.

Auguriamoci, però, che la giovane leader di FdI dimostri altrettanta solerzia nella difesa della laicità anche davanti alle ingerenze vaticane nella politica italiana od alle pretese di collocare simboli e feticci cristiani negli edifici-uffici pubblici.

Perché la nuova distensione dipende soltanto dalla Russia

putin3Caratterizzati da alterne fortune, i rapporti USA/NATO-Russia del post 1991 hanno conosciuto un brusco peggioramento ed una regressione al clima guerrafreddiano a cominciare dall’era del secondo Bush (2001-2009).

Oggetto del contendere, all’epoca, l’installazione del sistema antimissile ABM in Europa, percepito da Mosca come un tentativo di minare il suo potenziale di dissuasione nucleare, e l’allargamento della NATO ai Paesi dell’ex Patto di Varsavia.

Negli ultimi anni, invece, a gettate benzina sul fuoco nelle relazioni tra Est e Ovest è la politica proiettiva del Kremlino nell’area dell’ex blocco sovietico (Ucraina, Repubbliche baltiche, Moldavia, Georgia, Polonia); è proprio da qui, dall’esigenza di fermare l’avanzata putiniana a danno dei vicini, che prende vita la scelta di imporre a Mosca sanzioni di tipo economico, l’unica alternativa allo scontro militare-termonucleare.

Se, dunque, si vorrà recuperare il filo di un dialogo tra le due sponde della grande politica mondiale (anche in funzione anti-terroristica), il compito di fare il primo passo, rispettando l’integrità territoriale e il diritto all’autodeterminazione delle nazioni, sarà solo e soltanto di Vladimir Vladimirovič Putin.

G20 e club dei 5: l’Italia Paese che conta.

Italy-FlagA margine del G20 (organizzazione di cui l’Italia è parte, come è parte del G7-G8) di Antalya, ci sarà un summit “ristretto” a cinque potenze: USA, UK, Francia, Germania e Italia, per discutere dell’emergenza terroristica.

Una “lezione” in più per chi, in patria, considera Roma un Attore di profilo secondario. Il mancato ricorso all’ “hard power” nelle modalità, improprie ed inopportune, di altri stati (ad esempio la Francia) fa di noi una potenza di serie B soltanto agli occhi di chi non padroneggia gli strumenti dell’analisi geopolitica.

In virtù della sua posizione strategica, della sua consistenza demografica, della sua forza economica, del suo ruolo storico e del suo “soft power”, il nostro Paese è e resta infatti un protagonista, nello scacchiere regionale come in quello mondiale.

Perché Oriana non aveva ragione

fallaci catreporter79Scienze e discipline di inaudita complessità, storia e geopolitica non possono, per questo, essere lasciate all’impulso emotivo ma necessitano di un approccio che sia il più possibile scientifico e razionale.

Senza dubbio notevole come cronista e fondamentale nel suo ruolo di “pioniera” per il genere femminile nell’informazione italiana, Fallaci mancò, tuttavia, della maturità necessaria per affrontare una tematica tanto delicata come il confronto-scontro tra Occidente e mondo arabo-musulmano, mai sopito e tornato con tutta la sua carica vitale dopo l’11 settembre 2001.

L’elaborazione fallaciana era, infatti, basata su un un postulato manicheo che espelleva ogni analisi delle colpe occidentali (colonialismo e neo-colonialismo) per concentrarsi in via esclusiva sull’azione-reazione del fondamentalismo di matrice islamico-radicale.

Così facendo, Fallaci operava, “de facto”, una suddivisione puerile dei contendenti nelle categorie dei “buoni” e dei “cattivi”, laddove i primi erano sempre e comunque gli occidentali, bushani e cristiani, e i secondi i loro oppositori con in testa l’Islam anche nelle sue declinazioni più liberali e rispettose dell’Altro, che la penna fiorentina negava procedendo così ad una semplificazione inaccettabile dell’intera religione-civiltà musulmana e dei processi geopolitici.

Per questo, Oriana non aveva ragione né avrebbe potuto avere ragione.

Lo shock di Parigi e la (triste) normalità di Israele e degli ebrei.

israele francia cat reporterDalla sua nascita (1948) ad oggi, lo Stato di Israele, l’unica e la sola democrazia del Medio Oriente, ha subito migliaia di attacchi di stampo terroristico, per un bilancio di migliaia di morti e feriti.

Attacchi al cuore dei cittadini e del loro piccolo quotidiano, attacchi nei ristoranti, nei bar, nelle gelaterie, nei cinema, nelle scuole. Attacchi ai semafori o per le strade, attacchi con le bombe, con le pistole, con i sassi o, come sta avvenendo nelle ultime settimane, con i pugnali.

Attacchi nei teatri. Attacchi negli stadi.

Dalla sua nascita (1948) ad oggi, lo Stato di Israele, l’unica e sola democrazia del Medio Oriente, ha dovuto affrontare ben quattro conflitti armati con i suoi vicini: la guerra dal 1948-1949 (scatenata il giorno dopo la proclamazione di indipendenza del Paese), la guerra con l’Egitto del 1956, la Guerra dei sei giorni del 1967 e la guerra del Kippur. Conflitti nei quali al posta in gioco non era il Golan o la Cisgiordania ma la sopravvivenza stessa della Repubblica di Davide entro si suoi confini storici e naturali.

Dalla sua nascita (1948) ad oggi, lo Stato di Israele, l’unica democrazia del Medio Oriente, vede negato il suo diritto all’esistenza dalla maggior parte della Lega Araba (con le sole eccezioni di Egitto e Giordania) e dalle massime autorità palestinesi. Anzi, non dal 1948, dal XIX secolo, da quando, cioè, gli ebrei decisero di tornare nella terra dei loro padri.

Quello che ieri sera è accaduto nelle strade di Parigi non è, dunque, che la normalità, una folle normalità, per Israele e gli ebrei, e lo è da quel 1948 o, se preferite, da quel XIX secolo; è la storia di una vita negata, è la storia di un gelato interrotto dall’ululato di una sirena, è la storia di bambini costretti ad abbandonare lo scivolo o l’altalena per gettarsi sotto un tavolo.

Oggi che la Francia è stata colpita, proprio come Israele, forse potrà guardare con maggiore lucidità al suo approccio al dissenso armato (si veda l’inconcepibile ed ancora attiva Dottrina Mitterand), al suo rapporto con la sua comunità ebraica, minacciata da un’ondata di nuova intolleranza antisemita e costretta ad espatriare, e al suo rapporto con Tel Aviv.

Oggi, forse, francesi ed europei potranno capire che i torti e le ragioni non appartengono quasi mai ad una sola fazione e che problemi tanto complessi e delicati non si risolvono con un bollino.

Oggi, forse, potremo sentirci anche un po’ israeliani, anche un po’ ebrei, benché , per nostra fortuna, soltanto per poco, soltanto per un giorno.

Territori Occupati: l’errore del bollino e il gioco a somma zero a vantaggio degli Arabi

Made-in-IsraelSe le decisione europea di “bollare” le merci israeliane provenienti dai territori occupati del Golan e della Cisgiordania (sotto amministrazione di Tel Aviv dopo la guerre di aggressione ai suoi danni del 1967) risponde all’esigenza, senza dubbio lodevole, di creare uno strumento di pressione per il ritorno di quelle zone a Damasco e a Gerusalemme Est, la messa in pratica del provvedimento nelle modalità con le quali è stato concepito avrà, tuttavia, effetti nefasti sull’intero processo di pacificazione del MO.

Mancando un’iniziativa parallela e concomitante volta a indurre i Paesi arabi e le massime autorità palestinesi a riconoscere lo Stato di Israele, il risultato sarà infatti solo e soltanto quello di irrobustire il già ben vivo e vivido pregiudizio anti-israeliano ed antisemita, suggerendo l’idea di un ennesimo, iniquo e d insensato, boicottaggio.

L’indolenza occidentale dinanzi alla riottosità arabo-islamica ad accettare la Repubblica di Davide è, a partire dal XIX secolo, l’ostacolo maggiore ai processi di pace nell’area.

La lungimiranza di Helmut Schmidt, il premier di sinistra che volle gli euromissili

12226418_10206793658913858_1975123561_nSocialista dotato di grande acutezza pragmatica, Helmut Schmdit fui tra i promotori dell’installazione, nel teatro europeo-occidentale, dei missili statunitensi IRBM Pershing-2 e di quelli Cruise da crociera BGM-109 Tomahawk, i cosiddetti “euromissili”.

Il precedente posizionamento, a ridosso della Cortina, dei vettori sovietici a medio-corto raggio SS-20, aveva dato vita ad una situazione potenzialmente pericolosa per gli europei e l’intero asse atlantico: non avendo, gli SS-20, la capacità di colpire il territorio americano, il timore di Schmidt era infatti quello di un “decoupling nucleare”, ovvero di una separazione tra le esigenze strategico-difensive europee e quelle statunitensi.

In buona sostanza, secondo il Cancelliere tedesco-occidentale, in caso di attacco delle forze del Patto di Varsavia al Vecchio Continente, Washington avrebbe difficilmente portato un “first strike” per difendere gli alleati contro un nemico che non la stava minacciando in modo diretto, rischiando così una rappresaglia nucleare olocaustica (“second strike”) sul proprio territorio.

L’installazione dei Pershing e dei Cruise “legò” invece europei e americani, costituendo una deterrenza credibile e razionale nei confronti del blocco sovietico.

La politica schmidtiana sugli eruomissili ebbe come conseguenza il distacco di una parte consistente della sinistra del suo partito (SPD) e il definitivo lancio dei Verdi tedeschi, ma si rivelò, sul lungo periodo e come ribadito dalle dinamiche storiche, opportuna e condivisibile.

Muro di Berlino e Guerra Fredda: irrazionalità di un rimpianto

Berlinermauer“Nell’avvicinarsi del terzo millennio l’umanità è costretta a valutare senza timore e lucidamente un grande numero di problemi non facili: l’esaurimento delle risorse energetiche, la fame, la povertà di decine, centinaia di milioni di uomini e dissesti ecologici che preoccupano quasi tutti in paesi, malattie antiche e anche oggi, nuove e minacciose.

Ma tutti questi e altri problemi di portata internazionale in un modo o nell’altro sono collegati con l’obiettivo dell’allontanamento della minacci della guerra nucleare. Al di fuori del movimento verso un mondo denuclearizzato e non violento, non ci sono strade verso il progresso dell’umanità. È qui la chiave per vincere le sfide che ci lancia questo nostro tempo non facile, drammatico e pieno di promesse”

Così scriveva Michail Gorbačëv nel suo libro “Perestrojka” (1988).

Nonostante il mondo fosse, e ormai da alcuni anni, in piena rivoluzione democratica e vicino all’implosione del blocco sovietico, possiamo notare come per il leader moscovita la minaccia termonucleare costituisse ancora il rischio maggiore e principale, emergendo in tutta e con tutta la sua dirompenza tra le incognite, vecchie e nuove, di quel decennio.

L’anniversario della prima breccia sul Muro di Berlino (la sua definitiva consegna alla storia sarebbe arrivata il 22 dicembre successivo) ci offre oggi l’occasione per un “flashback” a quegli anni delicati e al clima (ben delineato nel passaggio di Gorbačëv ) di angoscia e paura che li caratterizzava per il rischio di un terzo conflitto mondiale, aiutandoci così a mettere da parte qualsiasi nostalgismo per la Guerra Fredda.

Se, infatti, l’instabilità generata dai sommovimenti del 1989-1992 ha portato alla nascita di minacce nuove ed asimmetriche, non dobbiamo dimenticare come nessuna di esse possieda la capacità distruttiva di un ipotetico confronto tra NATO e Patto di Varsavia, il cui spettro non smise di incombere sul genere umano per quasi un cinquantennio.

Ogni ripiegamento verso il passato ed ogni ricostruzione agiografica che lo voglia antica garanzia di una “pax armata” tutto sommato rassicurante e provvidenziale, andranno dunque rigettati e respinti, sussulti immaturi di una “laudatio temporis acti” che non può trovare spazio nell’analisi razionale dei processi storici e geopolitici.