L’illusione della potenza britannica nelle parole di un diplomatico sovietico

cat reporter inghilterra

« A Mosca, la Gran Bretagna è ancora considerata una grande potenza, nonostante il palese declino delle sue fortune nell’ultimo secolo. I russi condividono con gli inglesi una sorta di nostalgia del XIX secolo e sono perfettamente consapevoli che in quell’epoca i russi e gli inglesi contribuirono a dar forma a molte delle strutture del mondo moderno. I risultati non furono sempre per forza eccellenti ma la rivalità tra i due imperi, anche se accanita, creò una sorta di legame che ha reso i russi molto rispettosi degli inglesi, con il risultato che gli uomini politici sovietici e ora russi continuano a riconoscere alla Gran Bretagna un ruolo che va ben al di là della sua potenza effettiva e del suo ruolo nel mondo. Ma se l’importanza di Londra come destinazione diplomatica* risiede ampiamente su un potere britannico che non esiste più, devo dire che gli inglesi sono bravi a sfruttare quest’illusione a buon fine. »

Queste, le parole di Boris Dmitrievič Pankin, ex ministro degli esteri sovietico (1991) e ambasciatore a Praga, Stoccolma e Londra. Le considerazioni di Pankin, diplomatico di lungo corso, giornalista ( fu caporedattore della “Komsomolskaya Pravda”) e grande esperto di politica internazionale, sono senza dubbio utili per la lettura e la comprensione degli enormi mutamenti prodotti nel coso del ‘900 da fenomeni come le due guerre mondiali e la decolonizzazione, che stravolsero, forse in modo definitivo ed irreversibile, gli equilibri nello scacchiere mondiale e la fisionomia geopolitica.

Ma c’è di più: Pankin analizza e constata come la Gran Bretagna sia riuscita a sopravvivere indenne, almeno da un punto di vista politico e “mediatico”, a queste enormi magnitudo novecentesche. “Middle power” per le sue caratteristiche economiche, demografiche e territoriali (al pari dell’Italia) , Londra continua infatti a preservare uno status, quello di “great power,” che van ben al di là delle sue doti effettive.

Perché? Il motivo va forse rintracciato nel suo legame storico e culturale con gli il gigante d’oltreoceano e con la capacità di trovarsi (come la Francia) dalla parte vincente in entrambi i conflitti mondiali, insieme all’alleato vincente (gli USA). La cristallizzazione dell’ONU ad assetti ormai scomparsi, inoltre, rappresenta un indubbio vantaggio per i britannici.

*Pankin scrisse questa valutazioni nel settembre 1991, dopo la sue nomina ad ambasciatore a Londra.

Renzi, la maggioranza silenziosa e il TINA Factor. Il perché del feeling tra l’ “enfant prodige” e l’italiano medio

renzi_italia_europa-640x400Durante i suoi anni a Downing Street , Margareth Tatcher elaborò un concetto, destinato ad imporsi nel gergo della politica internazionale, per spiegare come non vi fossero alternative (ovviamente dal suo punto di vista) alla ricetta liberista di risanamento economico dopo i difficili momenti del “mal britannico”. Si trattava del “Fattore TINA” (Tina è l’acronio di “there is no alternative”) oggi trasferito anche in altri ambiti e contesti del dibattito politico, diversi da quello strettamente economico*.

Il Fattore TINA potrebbe contribuire a spiegare la nascita e il radicamento del consenso di cui Mattero Renzi gode tra le masse italiane, confermato dal boom alle scorse europee (risultato che è secondo soltanto all’acuto fanfaniano del 1958) come dalle indagini demoscopiche più autorevoli. Ma quali sono le motivazioni che inducono l’ ”everyman” italiano a pensare non vi siano alternative all’ex sindaco di Firenze?

Eccone alcune:

-L’effettiva debolezza degli avversari. Berlusconi è oggi un personaggio usurato e minato nel suo prestigio internazionale, Salvini non riesce né mai riuscirà ad intercettare i segmenti moderati ed è imprigionato in un localismo da cui la sua offensiva a Sud non è riuscita a liberarlo, Grillo, anch’egli incapace di convincere i moderati, appare in declino, mentre la sinistra “dem” e le sue ricette sono reduci da bocciature plurime che la rendono non competitiva.

-il suo decisionismo (reale come propagandistico)

-la sua giovane età, che suggerisce freschezza, dinamismo e novità, in aperto contrasto con l’immagine, “dinosaurica”, della classe politica nazionale

-il suo moderatismo, fattore tranquillizzante e stabilizzante

-l’assenza di elementi di ricatto nel suo passato (trascorsi estremisti, ecc)

-la sua capacità comunicativa, incentrata su un efficace populismo

-alcuni risultati, indubbi e significativi, ottenuti dopo anni di stagnazione

-il progressivo ridimensionamento della crisi e dei suoi effetti più negativi e perturbanti

E’ dunque in virtù di questo ventaglio di fattori, spesso agenti e reagenti in funzione concomitante e sinergica, che la “silent majority” guarda con fiducia (o almeno con minore sospetto) a Renzi rispetto agli altri protagonisti della politica italiana. Un dato sul quale gli avversari, troppo spesso più attivi nell’opporre che non nel proporre, dovranno riflettere e meditare, se non vorranno condannarsi alla marginalità od alla sudditanza.

* Il fattore TINA è stato utilizzato anche da Beppe Severgnini per spiegare l’appeal berlusconiano, negli anni d’oro dell’ex Cavaliere.

Lo scoglio armeno e l’integrazione turca nella UE

detay-turchia-mogherini-avverte-erdogan-per-entrare-in-ue-risolva-la-questione-armenaIl genocidio degli Armeni avrebbe potuto assumere contorni ancor più drammatici se la Repubblica Democratica di Armenia nata nel 1920 a seguito del Trattato di Sèvres non avesse deciso, intimorita dalla ripresa dell’espansionismo turco, di entrare nell’orbita sovietica ( Repubblica Socialista Federativa Sovietica della Transcaucasica, nata nel 1922, poi divenuta repubblica autonoma dell’URSS nel 1936)*.

Il negazionismo arrogante di Ankara, inaccettabile sotto il profilo morale prima ancora che politico, rischia oggi di gettare una pietra tombale (se tale linea di indirizzo non andrà incontro a modifiche) sul processo di integrazione della Turchia in seno alla UE.

*Da qui, il motivo dello smaccato atlantismo della Turchia durante la Guerra Fredda (divenuta rampa naturale dei missili USA-NATO puntati contro l’URSS) e i problemi sulla questione, potenzialmente pericolosissima, del Nagorno Karabakh.

Quando antieuropeismo ed europeismo sono le facce della stessa medaglia. Il nodo tedesco.

Euro-Europa-300x288Irrazionale, ottuso ed obsoleto come l’antieuropeismo estremista, il filoeuropeismo “senza se e senza ma” e manicheo, ossia l’atteggiamento di rifiuto di qualsiasi critica all’attuale assetto continentale, alle sue dinamiche di funzionamento, alla sua architettura normativa ed alle sue “governace”, centrale come periferiche.

In particolar modo, la difesa della linea merkeliano-tedesca risulterà azzardata e controproducente come lo fu, nella prima decade del 2000, quella della politica bushana; entrambe visioni unilateraliste, entrambe velleità di potenza, entrambe esumazioni di un “old thinking” ottocentesco basato sulla “raison d’etat” e l’egoismo nazionale, entrambe fallimentari.

Il peggior nemico del progetto dei padri comunitari è e sarà dunque questa miopia acritica, risposta inadeguata ed emotiva a quell’insofferenza verso Bruxelles e Strasburgo dilatata dalla non facile congiuntura economica post 2008.

Quando il PSI faceva il tifo per i carri armati del Patto di Varsavia. I “carristi”

psi--400x300Tra i “capi d’accusa” rivolti al PCI ed alla sua condotta politica nel corso della settantennale storia di Botteghe Oscure (1921-1991), l’appoggio ad alcune violazioni del diritto internazionale da parte del blocco sovietico, come la repressione dei moti ungheresi del 1956.

La critica, che omette di segnalare il notevole dibattito interno e la grande emorragia di consensi che interessarono il partito per questa scelta d’indirizzo, proviene, anche e non di rado, da ambienti del socialismo italiano, “depuratisi”, agli occhi dell’opinione pubblica nazionale, dei loro trascorsi massimalisti in ragione del craxismo e del sostegno ai governi atlantici nelle ultime tre decadi della I Repubblica.

Sarà a questo proposito utile ricordare come anche dal PSI giunsero, nel 1956, voci favorevoli all’invasione della capitale ungherese , da una forte corrente filo-sovietica che sarebbe stata ribattezzata dei “carristi” (in opposizione a quella degli “autonomisti”) e che avrebbe dato non pochi problemi a Nenni anche in seguito, come ad esempio ai tempi della crisi dei missili di Cuba (1962), considerata da Washington un test decisivo per sondare l’affidabilità atlantica del partito quando ormai la fase del “centrismo” aveva esaurito la sua spinta e si rendeva vitale la ricerca di partner per la DC*.

* La CMC segnò l’esordio sui palcoscenici più importanti della politica per Bettino Craxi, all’epoca 28enne. Il futuro leader del Garofano venne infatti consultato da un funzionario del Dipartimento di stato americano, George Lister, proprio per sondare gli umori dei socialisti in merito alla crisi con Mosca.

G8: perché l’italiano è dalla parte delle forze dell’ordine. Il garantismo schizofrenico

g8 poliziaGli errori, le omissioni e le mancanze da parte delle autorità investigative e del decisore nella gestione dei fatti di Genova, sono il prodotto di un intreccio di fattori, politici e sociologici, che hanno avuto come inevitabile conseguenza la condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo.

La presenza al G8 di sigle appartenenti alla sinistra radicale come vettori della protesa e gli episodi di violenza urbana verificatisi nel capoluogo ligure, hanno indotto e inducono infatti, l’ “everyman” italiano, culturalmente e politicamente conservatore (e non moderato), a schierarsi con le forze dell’ordine, confondendo il diritto con la rappresaglia, il legittimo dissenso con la violenza eversiva, il manifestante rispettoso della legge con il teppista. Per lo stesso motivo, una legge contro la tortura sarà di difficile concezione ed applicazione, nel nostro Paese, lasciando così aperto un varco all’abuso.

Una dimostrazione ulteriore dell’invasività dell’elemento politico nel giudizio sulla vicenda genovese, il diverso metro adottato dal cittadino nell’approccio alla violenza dei “Forconi” e rispetto alle prevaricazioni (o presunte tali) della magistratura nei confronti di esponenti del blocco conservatore o della “governance” travolta da Mani Pulite.

Il neocolonialismo cinese Quella collaborazione mai nata tra la “campagna del mondo”

La Cina vede oggi uno dei punti di forza della sua “foreign strategy” proprio nei suoi trascorsi di Paese colonizzato, grazie ai quali è in grado di porsi nella veste di amico e non di oppressore nei confronti di quelle nazioni del Terzo-Quarto mondo vitali per i suoi interessi economici.

Analizzando le sue linee di indirizzo, potremo tuttavia renderci conto di quanto Pechino sia, a tutti gli effetti, una potenza a vocazione neocolonialista, non diversa da quelle occidentali e forse addirittura più invasiva, facendo così lettera morta quelle aspirazioni terzomondiste di una convergenza Sud-Sud nate con la Conferenza di Bandung del 1955.

La tabella, i cui dati sono il prodotto di un’analisi effettuata dal Ministero della Difesa italiano, ci mostra le differenze tra la filosofia cinese e quella europea (UE) in materia di cooperazione con i Paesi africani.

UE
Obiettivi:
-Eliminazione della povertà attraverso lo sviluppo sostenibile
-Raggiungimento del Millennium Development Goals
-Pace e sicurezza
-Democrazia, good govenrnance, rispetto dei diritti umani e delle libertà

Principi:
-Titolarità e responsabilità africana
-Partnership
-Uguaglianza e solidarietà
-Dialogo politico sulla base del presupposto che i miglioramenti della good governnace sono fondamentali per lo sviluppo sociale ed economico

CINA
Obiettivi
-Promozione della pace e della stabilità
-Sviluppo economico e sociale
-Sviluppo armonioso
-Prosperità comune

Principi:

-Reciproco vantaggio
-Amicizia
-Uguaglianza e solidarietà
-Reciprocità (reciproco sostegno sostegno e stretto coordinamento, reciproco apprendimento, ricerca di uno sviluppo comune)
-Coesistenza pacifica
-Principio di una sola Cina
-Non ingerenza negli affari interni e rinunzia alle condizioni

Come possiamo notare, mentre la UE coniuga le esigenze dello sviluppo economico-sociale e della stabilità a quelle della democrazia e del rispetto dei diritti umani, la Cina esclude queste ultime opzioni dal suo ventaglio programmatico.

I motivi vanno ricercati nella fisionomia politico-istituzionale del Dragone (Paese non liberale) e nei suoi contenziosi interni con le repubbliche indipendentiste del Tibet, di Taiwan (“Principio di una sola Cina”, punto 6 dei “Principi”) e dello Xinjiang ; Pechino non può permettersi l’appoggio ad una dottrina che abbia la democrazia (e di conseguenza l’autodeterminazione dei popoli) e la tutela della libera partecipazione tra i suoi obiettivi, mentre il passaggio riguardante la “promozione della pace ed ella stabilità” dovrà essere letto come uno sostegno alla repressione di ogni velleitarismo democratico minante lo status quo.

Un attore che mira al raggiungimento del proprio interesse esclusivo, dunque, come confermato dallo “scambio ineguale” (altro carattere distintivo del neocolonialismo) con l’Angola.

Elezioni in Israele: una lettura diversa

Molto è stato scritto e molto è stato detto, sulle recenti elezioni israeliane. Dal testa a testa tra Netanyahu ed Herzog, con il rischio di una paralisi per la Knesset, alla vittoria al fotofinish del Likud, alla reazione (senza dubbio fuori luogo) di Barack Obama che non telefona a “Bibi” per congratularsi con lui, alle paure per una convergenza tra il premier e la destra di Naftali Bennet, Avigdor Lieberman e Moshe kahlon.

Tuttavia, poco, troppo poco, è stato detto, e troppo poco è stato scritto, sulla presenza e sul successo della Lista Araba Unita di Ayman Odeh, il partito degli arabi d’Israele che si pone come terza forza con ben quattordici seggi.

Proviamo infatti per un istante a giocare con la fantasia ed immaginiamo una lista di ebrei in Palestina, oggi governata da un soggetto (Hamas) che ha come obiettivo statutario la cancellazione di Israele, od in qualsiasi altro Paese della Lega Araba, organizzazione che vede soltanto due membri (Egitto e Giordania) riconoscere Tel Aviv; possiamo immaginarlo, ma dopo pochi secondi la ratio ci direbbe che, no, non è proprio possibile. In Israele, invece, un arabo-musulmano, Ayman Odeh, può candidarsi alla guida del Paese, ed un altro arabo-musulmano, Raleb Majadleh, può rivestire la carica di ministro per le Scienze e le tecnologie (2007, Governo Olmert).

Al di là di ogni speculazione mediatica, Israele dimostra dunque con i fatti di essere la sola democrazia completa ed inclusiva dell’aera, l’unica comunità in cui ognuno può sentirsi a casa, nel rispetto ed entro il rispetto dell’Altro.

Il delitto di Terni – Due incognite a confronto.

raggiLa vicenda del giovane David Raggi non dovrà trasformarsi in un ariete di sfondamento per il razzismo di matrice xenofoba (fattore già eccessivamente perturbante la convivenza nel nostro Paese) ma nemmeno dovrà essere risucchiata nei termini, semplificatori, dell’inclusione e dell’accoglienza “senza se e senza ma”.

Due elementi di rischio, il pregiudizio e la mancanza di un pragmatismo razionale sul fenomeno immigrazione dal Mediterraneo, differenti nella loro impostazione e sistemazione ideologica ma dagli effetti ugualmente devastanti.

Il Donbass ucraino e i tanti Donbass russi. Una via d’uscita

cARRI ARMATI RUSSILa fine della “koinè” sovietica ha rilanciato uno scenario del tutto simile a quello nato con Versailles, ovvero ampie porzioni etniche ritrovatesi al di fuori dei loro nuovi e particolari spazi nazionali.

Qui, trova la sua spiegazione e la sua motivazione anche la crisi del Donbass , con la minoranza russa “imprigionata” entro confini che non le appartengono più, non più sovietici e non e mai russi.

Ad un bivio la diplomazia mondiale e i decisori locali; concedere ampi margini di gestione all’elemento russo oppure sterzare verso il principio dell’autodeterminazione dei popoli (mutando così gli assetti sovrani di Kiev), attraverso una consultazione referendaria monitorata dai più alti organismi internazionali. Quest’ultima strada potrebbe sembrare, a tutta prima, la più razionale, democratica e proficua ma aprirebbe non poche incognite anche per Mosca, dilaniata all’interno da istanze separatiste a partire dal 1991-1992.

Tra chi domanda il distacco dalla Russia, infatti, le Repubbliche di Sacha (ex Jakutija), Carelia, Bashkortostan (ex Bashkiria ), Tatarstan (ex Tatarija), Inguscezia , Cecenia, Daghestan, Tuva, il territorio autonomo di Primor’e la regione autonoma di Sverdlovsk .

Un problema di non facile soluzione, dunque, che potrebbe avere nell’esempio altaoetesino (sebbene con le differenze del caso) una via d’uscita. Ogni ipotesi dovrà e dovrebbe, ad ogni modo, avere come stella polare il principio dell’ “equal footing” e il rispetto dell’interlocutore; ossessionata dalla sua sicurezza, Mosca cerca infatti da Pietro il Grande ad oggi la protezione di “stati cuscinetto” a ridosso delle sue frontiere, un timore che la politica di potenza adottata da Washington negli ultimi anni (Clinton-Bush jr) ha senza dubbio contribuito a dilatare.