Perché Grillo non attacca mai Berlusconi?

Analisi che personalmente condivido ma alla quale ritengo vadano aggiunte alcune iniezioni valutativeLa contiguità, sotto il profilo antropologico, sociale, politico e culturale tra Grillo e Casaleggio e il “tycoon” di Arcore. Tutti e tre imprenditori, tutti e tre “self made man”, tutti e tre grandi comunicatori, tutti e tre settentrionali, tutti e tre allergici all’impianto pedagogico e normativo del dirigismo sindacale

“Strategists” e “specilaist” dei leader pentastellati sanno bene che la porzione maggioritaria dell’elettorato italiano si riconosce nel moderatismo e nel conservatorismo (segmenti tuttavia distinti e non sovrapponibili), collocandosi a destra; pertanto, un urto costante e virulento contro Berlusconi ed il suo cartello politico-elettorale risulterebbe controproducente perché confinerebbe il M5S a sinistra, nell’immaginario dell’ italiano (esplicativa a tal proposito la presa di posizione, immediata, contro l’abolizione del reato di clandestinità e l’ambiguità su Resistenza e 25 aprile). Berlusconi non è meno rapace di Togliatti ma Grillo e Casaleggio sono più astuti di Giannini.

Grillo e Casaleggio sanno di non avere nessuna possibilità di sopravvivenza, in un confronto diretto con l’arsenale mediatico berlusconiano. Il M5S non dispone infatti (almeno in via ufficiale) di emittenti televisive, radio e nemmeno di testate cartacee (eccezion fatta per una quota de Il Fatto Quotidiano detenuta dal creativo di Ivrea). Attraverso un metodo “mielkiano” di dossieraggio-killeraggio sostenuto dalle sue batterie della persuasione, il Cavaliere è stato in grado di esiliare dalla vita pubblica e politica personalità come Boffo, Fini, Giannino e Marcegaglia, e Grillo non sarebbe certo un bersaglio difficile, considerate le molte zone d’ombra nella sua vita privata come nella sua carriera imprenditoriale (immaginiamo sotto elezioni uno speciale su Canale 5 avente come oggetto un’intervista-confessione a Cristina Giberti, astutamente corredata dalle immagini della sua famiglia prima e da quelle del fuoristrada ridotto in un ammasso lamiere poi. Lo shock emotivo nella pubblica opinione causerebbe un’ emorragia di milioni di voti, per il soggetto pentastellato)

 

Perché Grillo non attacca mai Berlusconi?
Pietro Salvatori Giornalista politico, L’Huffington Post
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In buona sintesi, la risposta alla domanda posta nel titolo è: perché vuole i suoi voti. La spiegazione richiede qualche parola in più. Se si prendono i post delle ultime settimane, su beppegrillo.it non si troverà mai un attacco diretto contro il Cavaliere. Certo, molto risalto è stato dato all’attività dei parlamentari impegnati a finalizzare l’obiettivo della decadenza con voto palese (l’acme è stato raggiunto con la pubblicazione della dichiarazione di voto di Paola Taverna, che l’ha resa una star tra la propria gente), ma nei post che danno la linea politica al M5s, quelli firmati dall’ex comico e quelli non firmati – frutto per lo più dell’attività della Casaleggio&associati – non c’è posto per il leader azzurro.I bersagli preferiti da Grillo e dal guru sono Enrico Letta, aka Capitan Findus, “Matteo Renzie” e Giorgio Napolitano, con rapide puntate contro il malcapitato di turno, che un giorno è Pippo Civati e quello dopo Rosario Crocetta. La linea politica del Movimento è tutta sbilanciata in un attacco costante e salace contro la parte sinistra dell’emisfero politico, quasi trascurando l’altra metà del cielo.

Alessandro Di Battista, solitamente buon interprete della linea dello staff, tra le cose che lo hanno colpito del terzo V-day inserisce il fatto che “a una settimana dal voto sulla decadenza, Beppe non abbia mai nominato dal palco Berlusconi”. Sono lontani i tempi nei quali il blog si scagliava quasi quotidianamente contro lo “psiconano”. Di Battista aggiunge che “inizierò a farlo anche io”, e lo motiva spiegando che “ormai è politicamente morto, la gente non ne vuol più sentir parlare”.

Una presa di distanze che vuole marcare una superiorità metodologica rispetto agli argomenti solitamente usati nella contesa politica. Ma che è anche il modo migliore per incunearsi nel parziale vuoto che la caduta del Cavaliere ha lasciato aperto.

Spostare sulle liste a 5 stelle l’elettorato di centrodestra è uno degli obiettivi che si è dato il Movimento per far fronte all’astensionismo crescente che li vede coinvolti e confermare anche le europee le percentuali conseguite alle politiche.

E la strategia per conseguirlo è duplice. Da un lato non cadere nell’errore storico del centrosinistra, che nel suo continuo attaccare Berlusconi ha portato ad una polarizzazione dello scenario politico che spesso non gli ha giovato, anzi. Dall’altro iniziare a battere, pur con altri modi e con altri toni, sui temi strutturali rispetto ai quali gli elettoridel berlusconismo potrebbero sentirsi orfani. A partire da un pugno tutt’altro che morbido sui temi dell’immigrazione, passando per un forte scetticismo nei confronti di provvedimenti quali l’amnistia e l’indulto, finendo per intestarsi la leadership dell’euroscetticismo.

Su quest’ultimo fronte il V-day è stata un’ottima cartina tornasole, con i suoi tanti grafici, numeri, termini tecnici. Evidenza di come, oltre i generici “vaffanculo” (di cui lo stesso Grillo è stato per una volta avaro), gli strateghi del Movimento stanno provando a creare un humus contenutistico che possa attrarre parte della diaspora del centrodestra.

Senza mai cadere nell’errore di demonizzare (non troppo, almeno) la ‘concorrenza’, per non esasperare gli animi e portare chi ha votato fino a ieri il leader azzurro ad un rigurgito di appartenenza che sarebbe elettoralmente penalizzante per le truppe stellate.

Così gli avversari da battere si trovano dall’altra parte, in un campo nel quale le istanze e i valori fondanti dei 5 stelle non avrebbero in alcun modo cittadinanza. Una grancassa suonata contro i principali esponenti del centrosinistra che ha l’obiettivo di sterilizzare qualunque altro tipo di opposizione, e drenare in direzione di Genova pacchetti di voti fino ad oggi indirizzatisi verso Arcore. Che Grillo e Casaleggio ci abbiano visto giusto saranno le urne di Strasburgo a dirlo.

Rimane il fatto che il V-day sotto le tre caravelle ha celebrato un cambio di passo rispetto al passato (quello stellato in qualche misura, ma soprattutto quello della tradizionale avversione del centrosinistra per il Cavaliere) che potrebbe, nel medio periodo, modificare gli assetti del M5s e quelli del quadro politico tutto.

La tragedia pratese e il qualunquismo della “pietas”

L’interazione con le comunità cinesi si rivela, da sempre, estremamente complessa e difficile, per le autorità dei paesi ospitanti. La loro vocazione esclusivista, la mancanza di un moderno ed evoluto equipaggiamento normativo per quel concerne la cultura sindacale e del lavoro, la presenza, massiccia, di soggetti privi di documenti, fanno si che esse siano, troppo spesso, delle sacche silenziose di anarchismo sociale.

L’urto emotivo e l’astuzia dolciastra delle piattaforme mediatiche per quanto e su quanto successo a Parto, non devono intaccare i nostri meccanismi di filtraggio critico e cognitivo, ammanettandoci alla tentazione di voler individuare un colpevole, ad ogni costo; “Fact checking”, “gatekeeping” e “discovery” non sono, infatti e per fortuna, strumenti accessibili al solo comunicatore, ma anche al fruitore della notizia. A tutt’oggi non abbiamo la certezza vi sia stata un’omissione dei controlli (tantomeno sotto tangente), riguardo le condizioni di vita e di lavoro in quel capannone, ma la valvola del ragionamento critico corale si è subito occlusa, lasciando campo libero alle tautologie qualunquistiche, demagogiche e manichee di ogni genere.

Ancora una volta, l’accusa, indiscriminata e radicale, al sistema Paese, emerge come la “condicio sine qua non” per l’affrancamento da un supposto provincialismo identitario.

Ancora una volta, la colpa non può essere altra e di altri, ma va ricercata, imperativamente, al proprio interno, nel proprio tessuto nazionale, perché non sono, non possono e, soprattutto, non devono essere gli altri a sbagliare, dobbiamo essere noi, imprescindibilmente e sempre, quasi vi fosse, nel nostro bagaglio genetico, un “vulnus” o come se si avvertisse il bisogno di uno snodo catartico che offra l’espiazione per chissà quale colpa

Ancora una volta, il trauma-tabù dell’esperienza fascista (ecco la “colpa”) , allacciato al portato internazionalista marxiano (PCI) e all ‘universalismo cristiano (DC), fanno sentire tutto il loro peso , alterando i nostri schemi valutazionali, esiliando la “ratio” e la maturità della “medietas” del nostro impianto normativo, tramutando la panoramica pensante e pensata nell’approssimazione, ovviamente per difetto.

Centro trattino sinistra.Unicità di un equivoco


Ibrido sprovvisto dell’umanitarismo utopistico del Socialismo classico come del pragmatismo delle socialdemocrazie europee, il PD ha molte “Bad Godesberg” sul suo cammino, prima a di affrancarsi dal timoroso provincialismo che individua il suo arché in quel fascio di vincoli e suggestioni storico-culturali connaturato alla realtà italiana.

Si continua a cercare il modello di riferimento nei democratici americani, in un esercizio demagogico che azzera le dissomiglianze , gigantesche, tra i due paesi. In ogni caso, l’esempio da seguire sarebbe quello dell’ ala NDC clintoniana e non di quella “liberal” obamiana.

Perché Fo deve rimanere su quel palco

Nonostante la mia identità etica e politica si collochi agli antipodi del progetto pentastellato (soprattutto per quel che concerne il suo snodo leaderistico), ho trovato il messaggio di Vauro a Dario Fo insopportabilmente retorico, inopportuno ed intrinsecamente belluino. In sostanza, il vignettista rimprovera al Nobel quella che è una libera e legittima scelta di campo, maturata nel pieno esercizio delle prerogative assegnateci dalla nostra democrazia, e lo fa mediante gli stilemi del didascalismo normativo e pedagogico tipico della sua cultura politica di provenienza. La democrazia, secondo il postulato vauriano, va bene, ma solo quando e finché si posiziona all’interno di schemi e perimetri determinati e predeterminati. Ancora una volta, la rivendicazione liberale si fonde e confonde con il manicheismo e l’assolutismo evangelizzante, disperdendo ed alterando così il suo patrimonio o quello che dovrebbe essere tale. Non si dimentichi, inoltre (e non lo dimentichi Vauro) il legame che probabilmente lega Fo a Grillo sul piano extrapolitico, dopo che il capo del M5S ha ospitato nella sua piattaforma internetica l’omaggio di un uomo alla compagna di una vita appena scomparsa.

Diffidiamo di chi dispensa patenti di agibilità democratica.

Web e propaganda: invisibilità del caos

Anarchica (nell’accezione popolare e non storico-filosofica dell’ espressione), in buon parte incontrollata e, “de facto”, incontrollabile, la rete presenta, propone e nasconde numerose insidie per l’informazione, la sua elaborazione e la sua trasmissione; sabotaggi, alterazioni, manomissioni, falsificazioni, ecc. Atomo primo di ogni manovra di tipo distorsivo è sempre la componente ideologica, politica come extra-politica.

Argomento ancora poco trattato, data la limitatezza dell’esperienza storica del web, un suo elemento attoriale di importanza primaria è stato stato, fino ad oggi, del tutto ignorato: la figura dell’ “opinion maker amatoriale”.

Si tratta di personaggi che riescono, con il tempo e grazie alla loro costante e capillare opera di “informazione” e veicolazione di un determinato tipo di argomenti, tesi e materiale, a costruirsi un “consenso” ed una credibilità agli occhi della loro platea di “followers” ed “amici”. Si profilerà quindi il rischio di vedere accettato ed incamerato qualsiasi loro messaggio, dichiarazione o condivisione, anche i più disancorati dal portato documentale verificato e verificabile e dalla traiettoria logica dell’evidenza. La loro azione è particolarmente insidiosa proprio perché criptica e sottovalutabile, in quanto la “massa” dei contatti che possiamo avere su un “social network” non si presenta nella sua “fisicità” (quindi con un forte potere d’impatto visivo) ma incapsulata e nascosta in un nome e in una cifra. Invece, l’input inquinato giunge e può giungere ad un numero anche elevatissimo di destinatari, i quali saranno portati a disattivare i loro meccanismi di filtraggio cognitivo data la stima ed il rispetto nutrito nei confronti del propagandista (l’ “opinion maker amatoriale” sopracitato).

Sotto certi aspetti,il ruolo, la conformazione e la potenzialità di questi attori della persuasione possono essere accostati a quelli dei micidiali “Four Minute Men” della propaganda wilsoniana (1917)

Marketing e comunicazione.”Così giusto per ricordarlo”

Nella sue ultima campagna autopromozionale, Mediaset lancia ed evidenzia una serie di messaggi concettuali che non possono sfuggire ad una sosta analitica e valutazionale approfondita ed al vaglio delle risorse storiografiche. In alcuni si vedono “everyman”, uomini “qualunque” (muratori, truccatori, ecc) che proclamano alle telecamere, con orgoglio e fierezza, di lavorare per l’azienda; in altri viene ricordato come il gruppo non sia un colosso americano e non usufruisca di finanziamenti pubblici; in altri ancora il messaggio è confezionato nel mito dell’azienda che ha “iniziato da zero”. La chiosa, il “refrain” fisso ed immancabile, ci rammenta come la ricezione dei programmi di Cologno Monzese sia gratuita.

Si tratta di una strategia antica, formulata e concepita in modo da associare al totem berlusconiano l’immagine di una rete “per tutti”, “di tutti”, e fatta “da tutti” (il muratore e la truccatrice), umile, che ha iniziato dal basso, lottando contro potentati e trust (la RAI) e che, a differenza di altri competitors (sempre la RAI) non fa pagare un centesimo alla sua clientela, come ad indicare vi fosse tra i due segmenti, la “gente” e l’azienda, un rapporto affettivo, un legame collocato e collocabile oltre il perimetro delle logiche produttive e commerciali (in realtà, l’offerta migliore del gruppo è affidata a Mediaset Premium, che è a pagamento).

Ma davvero Mediaset non costa nulla?

Davvero Mediaset è il piccolo seme trasmutatosi nella grande quercia?

Non proprio.

E’ grazie a potenti ancoraggi al “palazzo” che Mediaset ha potuto svilupparsi e prosperare (celebre il decreto del 1984, varato in fretta e furia dall’allora Premier Bettino Craxi che mollò un incontro internazionale con la Thatcher a Londra per consentire le messa in onda delle reti del “Biscione”, oscurate da tre procure) ed ottenere il dominio monopolistico delle frequenze grazie al quale domina, tiranneggia ed atrofizza il mercato televisivo privato da oltre un trentennio.

Per quel che concerne i costi, invece, è utile segnalare alla memoria la multa di 130 milioni di euro che lo Stato italiano deve pagare, ogni anno, (la sentenza è della Corte di Giustizia Europea) finché Rete 4 non cederà ad Europa 7 le frequenze che avrebbe dovuto abbandonare dopo aver perso una regolare gara d’appalto nel 1999 nonché il risarcimento di 10 milioni di euro all’imprenditore Francesco Di Stefano, proprietario dell’emittente defraudata dei suoi spazi dal canale berlusconaino. A questo si aggiunga il carico, per l’erario (e quindi per il cittadino italiano) proveniente dal mancato versamento delle imposte che ha portato alla recente condanna del Cavaliere.

Dal 1980, Mediaset si affida a questa traiettoria della persuasione, sottile ed astuta, in virtù della quale è riuscita a sedimentare nelle percezioni di una fetta rilevante della comunità italiana l’idea di un soggetto mediatico “amico”, modificando, contestualmente, l’immagine del suo rivale storico (la RAI), incapsulato nei contorni del monolite stanco, ipocrita, grigio e, soprattutto, esoso (il pagamento del canone). In questo, hanno giocato un ruolo imprescindibile ed apicale alcuni dei personaggi “per famiglie” (Vianello-Mondaini, Corrado, Bongiorno, Bramieri, ecc) che, una volta trasmigrati alla corte dell’ arcoriano, si sono appiattiti sui suoi dettami comunicativi, lanciando e rilanciando l’archetipo di una RAI ingrata ed improba che voltava le spalle a chi aveva fatto la sua fortuna (fu il contrario), a differenza di quel Berlusconi, munifico e lungimirante, che aveva onorato la loro dignità di artisti.

Nulla è gratuito per chi persuade. “Così giusto per ricordarlo”

Berlusconi e la “via giudiziaria” della persuasione. Dalle Crociate a Sallusti: anatomia della-di una “menzogna”

Individuo esecrabile sotto il profilo morale e criminale seriale, Joseph Goebbels era e si dimostrò tuttavia un abilissimo comunicatore, tra i primi ad intuire l’importanza della reiterazione e della sloganizzazione della menzogna nell’impianto propagandistico moderno (le prime forme di propaganda organizzata si hanno già in epoca romana, con gli “Acta Diurna” , e il ricorso alla falsificazione conobbe già un’efficacissima diffusione ai tempi delle Crociate, per iniziativa della Chiesa). Se ripetuta, la menzogna tende infatti a sedimentarsi nei tessuti cognitivi, culturali ed emotivi più profondi del bersaglio, fino ad impregnarli ed orientarli.

Dalla condanna in Cassazione di Silvio Berlusconi, stiamo assistendo alla riproposizione di un refrain, martellante ed uniformante, che vorrebbe l’ex Premier eliminato per “via giudiziaria” e non per via politica, in modo quindi anticonvenzionale e illiberale. Molti esponenti della stessa sinistra si dolgono e rammaricano di quella che , anche ai loro occhi, appare quasi come una sorta di scorciatoia, come se la magistratura italiana fosse in realtà un “gavroche” che ha scippato la democrazia di uno dei suoi fondamenti e non un organismo autonomo che agisce in base ai principi del diritto e dell’equità.

Ecco l’ingresso della “menzogna” nei meccanismi della persuasione, di una menzogna sloganizzata e reiterata, appunto, fino a farsi “verità”. La decisione da parte delle camere di far decadere il Cavaliere, rientra infatti in quella che è la nostra intelaiatura giuridica e normativa; nessun abuso, nessun scorciatoia, nessuna soluzione punitiva “ad personam”, come in tanti altri casi, come per tanti altri casi.

Decadenza:riponete lo spumante.

La decadenza non interverrà a mutare in misura sostanziale ed effettiva il volto della politica italiana, i suoi intrecci e le sue dinamiche più peculiari, profonde e sedimentate. Berlusconi è e resterà un contender insuperabile, in virtù della sua potenza mediatico-economica e della sua capacità di presa su quel segmento, maggioritario, dell’elettorato ex pentapartitista fidelizzato fin dal 1993. L’esempio di Beppe Grillo, leader assoluto e riconosciuto pur non sedendo in Parlamento, è a tal proposito paradigmatico ed esplicativo. Viceversa, l’espulsione dal Senato potrebbe diventare un’arma in più nell’arsenale propagandistico dell’ex premier. Risparmiamo lo spumante per le feste imminenti, con i nostri cari

L’atomo del consenso berlusconiano.

“Siete ancora oggi come sempre dei poveri comunisti”

L’atomo del consenso berlusconiano.

Incapsulata in alcuni fondamenti della propaganda di tipo politico (“ripetizione”, “slogan”, “etichettamento”, “proiezione o analogia”, “semplificazione”) l’accusa di “comunismo” brandita e sostenuta con incalzante continuità dal 1993 ad oggi, si colloca senza tema di smentita come la punta di lancia ed il vertice della strategia autopromozionale berlsuconiana. Attraverso essa, l’ex Premier è infatti stato capace di darsi una riconoscibilità ideologica e politica (vitale per un personaggio proveniente da un settore del tutto altro, diverso ed antitetico) e, cosa più importante, a riorganizzare e polarizzare verso di sé quella piattaforma elettorale e comunitaria vasta , variegata e composita che dal 1946 (e non dal 1948) fino al 1994 aveva sostenuto le forze a vocazione liberale. Berlusconi non ha, infatti, inventato un consenso ma ha riorganizzato un consenso, spostandolo dalle carcasse del pentapartito alla sua nuova intuizione politico-elettorale, in virtù di un medium efficacissimo: la televisione. Si potrà quindi sostenere che, almeno in parte, non abbia operato nessuna mutazione del tessuto antropologico o culturale della comunità italiana, come uno stilizzato refrain vorrebbe invece dare ad intendere. In parte, perché è comunque innegabile come dopo il suo ingresso in politica l’asticella della tollerabilità etica si sia notevolemente abbassata, portando l’elettorato di centro-destra (storicamente e dottrinalmente legato ai valori della linearità morale) ad accettare scorribande comportamentali impensabili soltanto qualche decade fa.

Ancora una volta, opinion makers, agit prop, analisti e spin doctor della parte avversa si sono dimostrati immaturi ed inefficaci, concentrandosi sullo screditamento del fenomeno e non sulla sua lettura e penetrazione

Matteo Renzi: claustrofobia della comunicazione

La strategia della tensione che Matteo Renzi sta adottando nei confronti del Governo Letta,con ultimatum ed avvertimenti puntuali e continui (l’ultimo in ordine cronologico è giunto ieri) rappresenta un errore di calcolo, sotto il profilo comunicativo e su quello politico, che il borgomastro fiorentino potrebbe pagare a caro prezzo.

Nel primo caso (la comunicazione), Renzi rischia infatti di porsi come lo “yuppie” arrembante ed egoista che pur di bruciare le tappe del suo “cursus honorum” non esita a sacrificare la stabilità del governo, essenziale in un segmento congiunturale critico e complesso come quello che stiamo vivendo e sperimentando. Nel secondo caso, quello politico, dimentica come l’esecutivo Letta (al pari di quello Monti a suo tempo) sia fortemente voluto e sostenuto da Strasburgo e Francoforte proprio per garantire all’Italia quella serie di riforme essenziali (sebbene impopolari) per approdare al risanamento del bilancio pubblico e scongiurare in questo modo ulteriori incognite per la comunità continentale (l’Italia è la terza potenza economico-politica europea ed un suo rovescio produrrebbe danni incalcolabili su scala generale). Il disegno promozionale renziano è e si presenta quindi debole e vulnerabile perché orientato sul breve periodo e non sull’elaborazione dei pensieri lunghi della progettualità.

Più di un analista ha visto negli impulsi centrifughi di Fini ed Alfano una “longa manus” europea (e/o statunitense), ma il primo cittadino di Firenze non ha a tutelarlo né l’arsenale economico e mediatico del Cavaliere né la sue genialità intuitiva.