In un’intervista rilasciata oggi, Roberto Speranza ha invocato un ritorno allo “spirito di marzo”, accodandosi agli appelli di Zingaretti (due giorni fa in un post dove attaccava i cittadini “colpevoli” di aver contestato Gori) e di Conte (oggi in risposta a Repubblica).
Questi continui richiami all’unità ed alla collaborazione, al “rally ‘round the flag”, sono la cartina di tornasole del fallimento, per quanto riguarda l’approccio comunicativo all’emegenza, dell’asse giallo-rosso. Da mesi, infatti, il governo, i suoi collaboratori, i suoi canali e i suoi sostenitori veicolano una comunicazione ostinatamente allarmistica e ansiogena, accompagnata da una demonizzazione del cittadino che non ha forse precedenti nella storia democratica del Paese (nella stessa intervista, lo Speranza ha non a caso detto che a “fare la differenza sono i comportamenti individuali”).
Non si può, per essere più chiari, trattare il cittadino come un irresponsabile untore, scaricare sulle sue già affaticatissime spalle l’onere della soluzione del problema, spaventarlo oltre ogni logica, e poi chiederne la collaborazione e l’aiuto, pretendere da lui scelte misurate e razionali. Un comportamento che non è solo scorretto e amorale ma anche dilettantesco, perché, come insegna ogni studio sulla gestione delle emergenze, il panico è proprio una delle prime cose da evitare e contenere in uno scenario critico.
“Il Covid si vincerà rispettando le regole e rimanendo uniti. Basta con le intimidazioni e le strumentalizzazioni. Siamo vicino al Sindaco Gori, a tutti i sindaci d’Italia e a chi combatte in prima linea per fermare questa pandemia. Il nemico è il virus, non le regole.”
Così Nicola Zingaretti (che, è bene ricordare, fu tra i primi “negazionisti”) sulle proteste di ieri a Bergamo contro le misure restrittive.
Zingaretti semplifica volutamente la questione, commettendo tre errori:
-Il Covid non si vince, o non si vice soltanto, rispettando le regole. Così facendo, il segretario democratico “scarica” ancora una volta l’onere dell’emergenza sul cittadino
-Il nemico sono anche le regole, laddove ingiuste e/o inefficaci e/o eccesive. Anche se e quando necessarie da un punto di vista sanitario (e lo sarebbero per coprire falle causate dalla politica), avrebbero in ogni caso un peso rilevantissimo sulla vita del cittadino e del lavoratore
-Chi manifesta (e questo è il punto più importante) non è un sovversivo, non un teppista, non è uno strumentalizzatore e non è un fascista, come invece vorrebbe una certa retorica nota dai tempi di Lenin. O meglio può anche esserlo, ma spesso, e soprattutto in questi giorni, si tratta di lavoratori e cittadini che si sentono penalizzati e danneggiati dalle politiche restrittive.
Di nuovo e come molti altri esponenti e sostenitori del governo, Zingaretti sceglie una forma di propaganda “agitativa”, prima chiedendo unità e poi demonizzando il cittadino, ignorandone il malessere e sobbarcandolo di responsabilità che gli spettano solo in parte. Un approccio miope, scorretto ed elitario, destinato a produrre risultati negativi per lui-loro come per gli altri.
Con questo post, Selvaggia Lucarelli (da sempre sostenitrice delle misure restrittive) dimostra la stessa miopia del Primo e del Secondo Stato nel ‘700 francese; ha una posizione economica solida e garantita che le permette anche di spostarsi e far vita sociale, quindi non vive i problemi del resto del popolo e qundi per lei quei problemi non esistono o il loro impatto viene enfatizzato in maniera eccessiva.
Per Lucarelli, il naturale e legittimo bisogno di vivere una vita normale si riduce insomma ad una scusa vergognosa e squallida, ad una bugia simile al trucco del detenuto che vuole scassinare le porte della cella per sottrarsi al giusto castigo. Lucareli vorrebbe di più, perché tanto a subire quel “di più” sarebbero comunque gli altri, il Terzo Stato.
Un approccio (condiviso da molti altri personaggi pubblici favorevoli alle chiusure ed alle limitazioni) non solo limitato ma anche oltremodo offensivo, che allontana dal paese “reale” e fa danno sia a chi lo sostiene che al cittadino.
“Carlo Conti e il Covid, peggiorano le condizioni del conduttore”; così, nei titoli, il Corriere della Sera ed altre testate del gruppo. Approfondendo, si scopre però che Conti è solo passato dal non avere sintomi all’avere qualche linea di febbre e qualche dolore muscolare, come avviene con l’influenza. Teoricamente, è vero, le sue condizioni sono peggiorate, come teoricamente io diventerò più “povero” se perderò un centesimo.
Il Corriere della Sera non è Fanpage o ImolaOggi ma il più prestigioso quotidiano italiano ed uno dei più prestigiosi al mondo, tuttavia non è la prima volta che, in tema Covid, si lancia in titoli allarmistici e/o ospita notizie inesatte o vere e proprie “fake news” senza ricorrere al “fact checking” (si pensi alla bufala di agosto sulle intensive piene a Cremona).
Quale sia il motivo di una simile linea di condotta (incapacità, interesse commerciale o scelta politica) questo la dice purtroppo lunga sullo stato dell’informazione in Italia, almeno nella fase storica che stiamo vivendo.
Alcuni passaggi di un intervento della biologa Antonella Vola a sostegno del DPCM:
“Il coprifuoco non ha una ragione scientifica ma serve a ricordarci che dobbiamo fare delle rinunce” (può essere vero, ma in un post che invita al rispetto delle misure del DPCM e le legittima andranno scelte parole diverse), “che il superfluo va tagliato” (quello di “superfluo” è un concetto relativo, dato che per molti si tratta di attività indispensabili e di lavoro), “che la nostra vita dovrà limitarsi all’essenziale: lavoro, scuola, relazioni affettive strette” (come sopra, con l’aggiunta di un tono inutilmente millenaristico). “L’unica cosa che funziona contro questo virus è limitare il numero di persone che incontriamo nelle nostre giornate” (forse era così in primavera, ma oggi la Medicina ha elaborato soluzioni nuove per contrastare il Covid e il vaccino è ormai dietro l’angolo). “Facciamo tutti la nostra parte: la storia siamo noi!” (esatto solo in parte se con il “noi” si intende il cittadino, che non ha il compito di risolvere e gestire l’emergenza).
Come avviene in altri paesi e/o in altre realtà, medici e scienziati dovrebbero limitarsi nelle loro dichiarazioni pubbliche e farsi sempre affiancare da professionisti della comunicazione. Questa bulimia oratoria, anche se e quando non determinata dall’Ego o dall’interesse personale, è solo dannosa, un problema nel problema.
L’arrivo del vaccino (e poi delle prime cure risolutive) ci pone di fronte ad una sfida con la malacomunicazione forse non inedita, ma che sarà senza dubbio lunga, difficile e sfiancante. Questo perché se tutti coloro i quali stano traendo vantaggio e beneficio dall’emergenza (tra i politici, tra i giornalisti, tra i virologi “mediatici”, tra i divulgatori, tra gli opinionisti, tra gli editori, tra gli imprenditoi, ecc) per adesso si sono limitati a controllare le posizioni conquistate, l’offensiva su vasta scala, e quasi sicuramente decisiva, rappresentata dal vaccino, li obbligherà invece a dover concentrare ogni sforzo, ogni energia e ogni risorsa nella difesa, strenua e disperata, del loro fronte, delle loro stesse linee.
Ciò significa che sfrutteranno qualsiasi intoppo, qualsiasi minimo ritardo, ogni piccolo insuccesso del vaccino per metterne in dubbio l’efficacia, così da mantenere in vita il più possibile uno stato di tensione e di crisi per gli altri destabilizzante e traumatico ma per loro eccezionalmente proficuo.
Uno scenario inquietante ma realistico, che paradossalmente vedrà molti vaccinisti e “razionalisti” far la guerra a quegli strumenti della Medicina e della scienza difesi fino a ieri.
Certe incomprensibili e irresponsabili dichiarazioni sulla presunta pericolosità del vaccino, per spegnere gli entusiasmi sulla sua imminenza e l’enfasi data ad alcuni stop (ovvi e scontati) durante la sperimentazione, sembrano già muoversi in questo senso.
Secondo Andrea Crisanti, le regioni potrebbero manomettere i dati per evitare un lockdown localizzato. Una dichiarazione, se vera e confermata, di una gravità e di una violenza intollerabili. Non è la prima volta che il Crisanti si spinge oltre con le parole, troppo oltre, sconfinando nell’irresponsabilità. L’auspicio è che riveda la sua comunicazione o che qualcuno intervenga a richiamarlo.
Fino a poco tempo fa non era raro imbattersi in una certa sinistra che (provocatoriamente o seriamente?) inveiva contro gli anziani e addirittura ne chiedeva l’eslusione dal voto. La loro “colpa”, presunta, era contribuire in modo decisivo alle vittorie di Berlusconi e del centro-destra, “traviati” da telenovelas e quiz.
Ora, anche quella sinistra si erge a baluardo insuperabile del popolo con i capelli bianchi, dando lezioni di umanità e rispetto a Toti e a chi ne condivide le proposte, magari non efficaci o attuabili ma per nulla discriminatorie e tantomeno “eugenetiche” (sono lanciate anche da scienziati e da politici non di centro-destra).
L’auspicio, al netto di ogni riflessione sui sistemi per contenere questa fase di emergenza (speriamo agli sgoccioli), è che non si tratti di una forma di empatia interessata e strumentale ma che anche loro abbia capito, pur tardi, che ognuno ha diritto ad un’opinione e ad esprimerla, liberamente e senza doversene vergognare, nelle urne.
Le foto dei pronto soccorso e degli ospedali che sembrano vuoti sono l’altra faccia delle falsità allarmistiche circolanti da mesi, sulle quali un certo debunking e un certo “razionalismo” si sono dimostrati e si dimostrano tuttavia indulgenti. Risposte, spesso determinate dal rifiuto della realtà ma soprattutto da una polarizzazione isterica cui ci ha condotto una comunicazione irresponsabile, dilettantistica, immatura e ideologica dell’emergenza, ad ogni livello.
A questo proposito è utile ricordare le recenti parole di Speranza, che ha parlato di crescita “terrificante” della curva (ad oggi abbiamo una letalità intorno allo 0,5% e quasi l’80% delle TI libere), evocando così un “frame” di una dirompenza emotiva e immaginifica spropositata e inutile.
Qualcuno ha detto che il CTS avrebbe bisogno di un linguista e di uno storico: ha ragione.
1) Chi passa troppo tempo sotto i riflettori o davanti ai microfoni non ne passa abbastanza tra i pazienti o in laboratorio
2) Non c’ è motivo di ascoltarli quotidianamente o quasi. Non c’è una novità degna di nota tutti i giorni.
3) Spesso non sono veri “addetti ai lavori” e a volte non sono neanche medici, nonostante sconfinino in ambiti di competenza esclusiva della Medicina
4) In alcuni casi vivono e lavorano all’estero, qundi non hanno il polso della situazione italiana
5) Ultimo ma forse più importante. Hanno tutto l’interesse che questo stato di emergenza prosegua, il più a lungo possibile. Per loro è come un “gioco a somma zero”. Questo perché di base godono di un reddito stabile e garantito (essendo accademici o dipendenti di strutture ospedaliere) e in più stanno avendo a disposizione un’ampissima gamma di opportunità nuove da un punto di vista economico, professionale e personale (collaborazioni, inviti, pubblicazioni, ecc, cosa che può anche esporli a possibili conflitti di interessi). Lo dimostra la freddezza con la quale accolgono ogni notizia anche solo vagamente positiva, dalla stagionalità del virus all’imminenza di vaccini e cure (emblematiche in tal senso le incomprensibili dichiarazioni di un noto entomologo veneto sulla presunta pericolosità dei vaccini anti-Covid). Sotto questo aspetto sono come i mercanti d’armi o gli imprenditori dell’acciaio in tempo di guerra.