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Storiografo, giornalista, spin doctor. Come i gatti ho più vite. Ma in tutte la passione di raccontare l'attualità, la storia e la comunicazione.

Dall’Iraq al Vietnam passando per il Covid: come vinceremo la guerra contro il virus, perdendola

In autunno torneranno le chiusure e le forti restrizioni, indipendentemente dai Green Pass. Questo perché i vaccini non sono in grado di assicurare quel “rischio zero” (tantomeno l’azzeramento dei contagi) cui l’establishment italiano e i suoi canali di appoggio guardano ancora, di fatto.

Se tuttavia all’inizio sarà facile farle accettare, magari dando la colpa ai non-vaccinati (che non dovrebbero in ogni caso interferire con la vita dei vaccinati), una volta raggiunta un’ampia copertura la cosa diventerà sempre più difficile. Dopo le molte promesse e le aspettative create, diventerà soprattutto complicato convincere della necessità di limitazioni dalla durata indefinita chi ha effettuato l’intero ciclo.

Tutto ciò, unito alla progressiva insostenibilità dell’impianto emergenziale in ogni altro ambito (economico, sociale, sanitario, politico, ecc), indurrà le classi dirigenti a cambiare strategia, a compiere una “ritirata strategica”; come è avvenuto per alcune missioni militari internazionali o per guerre come quella del Vietnam o la spedizione sovietica in Afghanistan, ci si renderà conto dell’impossibilità di ottenere una vittoria piena e completa o , comunque, che essa non potrebbe più compensare gli sforzi fatti e da fare. Impantanati in una guerra di logoramento senza sbocchi, i governanti italiani, e più in generale quelli dei paesi che appartengono al fronte “chiusurista”, accetteranno allora il Covid per quello che è ed è sempre stato (una causa di morte come tutte le altre), limitandosi, razionalmente, alla protezione vaccinale dei fragili.

Il Covid, la politica e la “reductio ad Corea del Nord”

L’annullamento o la compressione delle libertà individuali e politiche possono verificarsi e si verificano anche all’interno dei regimi democratici, non sono una peculiarità esclusiva di quelli dittatoriali, totalitari e autoritari.

Se è vero che la democrazia italiana non sembra a rischio, è altrettanto vero che non considerare le disposizioni attuali (nonché quelle passate e quelle annunciate) per ciò che realmente sono, ossia una limitazione della libertà del cittadino e una riduzione della qualità della sua vita, sarebbe miope e pregiudizievole.

Mette allora in atto una mistificazione consapevole chi cita l’esempio di paesi come la Corea del Nord per ridimensionare il peso e la portata di quello che stiamo vivendo e sperimentando. Un’estremizzazione ed una forzatura, la “reductio ad Corea del Nord”, che denota, in ultima analisi, la fragilità argomentativa di chi la propone, incapace di confrontarsi attraverso contenuti più razionali.

Il Covid e quegli amici “a corrente alternata” degli Ebrei

Giampaolo Pansa diceva che, per taluni, l’unico ebreo buono è quello morto. Una provocazione, senza dubbio molto forte, con cui il giornalista e scrittore di Casale Monferrato intendeva denunciare l’ipocrisia di chi ricorda la Shoah solo in maniera strumentale, per poi attaccare a prescindere lo Stato d’Israele, gli Ebrei e i loro amici e alleati.

Paragonare il Green Pass alla Stella di Davide imposta dai nazisti è anti-storico e fuori luogo, ma è altrettanto fuori luogo, e oltremodo ipocrita, che a scandalizzarsi siano certi personaggi, siano certe aree della politica.

Il vaccino, gli indecisi e quell’immaurità democratica

Le invettive contro gli indecisi sul vaccino (indeciso non vuol dire no-vax) e le richieste di spogliarli delle libertà sancite dalla legge e dalla Costituzione, addirittura di negar loro le cure mediche qualora venissero colpiti dalle forme gravi del Covid, possono amareggiare ma non stupiscono.

Non stupiscono se si considera che, spesso, simili sortite giungono da individui e/o da settori della politica privi di un reale background democratico perché legati, per anni, a dottrine, ideologie e modelli illiberali solo di recente sconfessati (a volte nemmeno in maniera chiara e definitiva).

L’acquisizione di una mentalità realmente democratica e inclusiva passa da percorsi lunghi e difficili, non o non solo dal semplice cambio di una sigla, di un nome o di un simbolo, da segnali esterni ed esteriori.

Genova 20 anni dopo: dall’estintore al Green Pass

A 20 anni dal G8 di Genova, un segmento (forse nemmeno trascurabile) dei “ribelli” di ieri è passato dall’altra parte della barricata, sostenendo multinazionali farmaceutiche, techno-corporation, multimiliardari statunitensi, media mainstream, potentati politico-economici continentali e difendendo misure sanitarie fortemente limitative delle libertà individuali e la narrazione alla loro base.

Una metamorfosi di per sé non sbagliata o negativa (dipende dai punti di vista) ma a ben vedere prevedibile. Molti di quei “ribelli”, presenti fisicamente o idealmente nel capoluogo ligure, erano e sono infatti dei “borghesi”, volendo usare un termine “retrò” ma senza dubbio esplicativo. Persone nate, cresciute e formatesi nella società borghese di un Paese ad economia capitalista del Primo Mondo; non falsi rivoluzionari o rivoluzionari da salotto, come sosteneva, magari in modo troppo “tranchant”, Ernesto Guevara, bensì parti integranti del “sistema”, dello status quo, di questo status quo.

Il “boomer”, il Covid e l’empatia a singhiozzo

Non è raro che il refrain (stupido e senza senso) “ok boomer” venga usato da soggetti che fanno anche parte del movimento d’opinione più “prudente” e rigido rispetto alla crisi sanitaria. Quelli che si battono (o dicono di farlo) per la strenua difesa dei “nostri anziani”, tra i quali vi sono proprio i “boomer”.

Un paradosso che dimostra come, per alcuni, il Covid e l’ “emergenza” siano solo una questione ideologico-politica e non etico-morale, un baluardo identitario avulso da ogni autentico e genuino afflato empatetico.

I vaccini e quella sciagurata “strategia della tensione”

Chi ha deciso di non vaccinarsi non è sempre e soltanto un no-vax. Molte volte si tratta di persone magari anche favorevoli, in linea di principio, ai vaccini, ma in questo caso titubanti, per paura degli effetti collaterali di un ritrovato comunque nuovo e perché ancora non sanno, non ci viene detto, cosa e quanto sarà eventualmente concesso e garantito a chi si è immunizzato. Se, in parole povere, potremo tornare alla vita di prima (come sarebbe giusto e logico), una volta fatta l’iniezione.

Demonizzarli, metterli nel mucchio dei “complottisti” e degli “irresponsabili” e poi sparare su quel mucchio, significa non vedere o non voler vedere i loro timori e i loro bisogni legittimi. Significa restare in superficie, artefici e allo stesso tempo vittime di una polarizzazione brutale e irrazionale che contribuirà solo a rimandare la soluzione del problema rendendo quelle persone ancor più scoraggiate e indecise.

Bill si potrà anche vaccinare senza “rompere il ca**o”, ma un essere umano, un cittadino, è molto più di un meme. Forse, negli ultimi mesi, qualcuno lo ha dimenticato.

Il Green Pass e quelle ambiguità che spaventano

Al netto di ogni valutazione di natura costituzionale e giuridica, il Green Pass avrebbe una sua logica ed una sua utilità, dal punto di vista sanitario e politico, se inserito in un progetto razionale, responsabile e realistico, che punti al ritorno alla normalità per gli immunizzati e una volta coperti quanti più “fragili” possibile.

Se invece l’obiettivo è arrivare o avvicinarsi al chimerico “rischio zero” (come ventilato da Roberto Speranza, Gualtiero “Walter” Ricciardi e altri), continuando ad “inseguire” i semplici positivi e assegnando al loro numero la stessa importanza di quello dei morti e degli ospedalizzati, allora, con i vaccini oggi disponibili, il Green Pass diventerebbe carta buona per le uova o il pesce (in parte è già così).

La titubanza di molti, che ancora non hanno deciso se vaccinarsi o meno, nasce anche da questa ambiguità, da questo equivoco di fondo.

Ancora sui nemici del vaccini

In piena ed aperta campagna vaccinale, l’opinionismo catastrofistico di certi ben noti pseudo-esperti (sarebbe superfluo farne i nomi), sempre presenti sui media ad annunciare senza alcuna prova alla mano che ogni nuova variante potrebbe “bucare” i vaccini e/o l’imminenza di nuovi ceppi capaci di fare altrettanto , è oltremodo pericoloso. Questo perché rischia di creare sfiducia e scoramento, convincendo le persone a non immunizzarsi, che sarebbe inutile immunizzarsi.

Benché possa sembrare una soluzione drastica, il governo e i partiti di maggioranza dovrebbero allontanare, e avrebbero il potere di farlo, questi personaggi (che peraltro non hanno spesso alcun ruolo nella gestione della crisi sanitaria) dalla ribalta mediatica, o, al limite, consigliare loro un profilo più basso, maggiore prudenza, maggior rigore scientifico.

Allo stesso tempo, la comunicazione istituzionale andrebbe rivista e corretta anche sotto questo aspetto, perché paventare nuove chiusure pur con una sufficiente copertura delle categorie “fragili” genera ugualmente scetticismo tra i cittadini sull’efficacia e l’utiltà finale della vaccinazione,

La comunicazione d’emergenza è ambito assai complesso e delicato, che impone competenze specifiche e non ammette l’avventurismo o l’improvvisazione.

Cuba Libre? Purché non vada di traverso

Nell’accostarsi alla situazione cubana, molti occidentali, spesso anche analisti di indubbio prestigio, commettono l’errore di usare i loro parametri, i parametri del mondo occidentale, del Primo Mondo. Di conseguenza il confronto non potrà che risultare, nella maggior parte dei casi, impietoso per l’isola. Analizzando la realtà di Cuba inserendola in quello che è il suo contesto geografico e geopolitico, cioè l’area caraibica e meso-americana, apparirà invece un quadro molto diverso del Paese della “Revolución”.

Cuba non è una democrazia (non lo era nemmeno prima del 1959) e non è un Paese ricco, ma anche gli altri stati limitrofi hanno sperimentato o stanno sperimentando regimi non democratici o democratici solo sulla carta e sono storicamente imprigionati in una condizione di arretratezza e ritardo. A differenza loro, però, i cubani hanno potuto godere di 62 anni di stabilità, autonomia, sicurezza e, soprattutto, possono fare affidamento su un sistema avanzato in settori-chiave della società, come l’istruzione, la sanità e il welfare, con parametri non lontani, se non talvolta superiori, a quelli occidentali.

Sandro Pertini diceva che la peggiore delle democrazie è preferibile alla migliore delle dittature, ma un lucido esercizio di realismo impone, in casi come questo, riflessioni più approfondite e disincantate. Il Cuba Libre è buono ed ha un buon sapore, ma se la fine del Socialismo (di ciò che ne resta) significa tornare ad essere una “repubblica delle banane”, una delle tante, un bordello e un casinò a cielo aperto, terreno di caccia degli USA , dei potentati stranieri e delle mafie, se i cubani devono vedersi portar via, in nome di qualche obsoleta teoria pseudo-liberista, i diritti sociali acquisiti , o, peggio, se devono trovarsi scaraventati in una drammatica instabilità come quella dei popoli usciti dalle “primavere arabe”, allora, forse, è meglio posarlo sul bancone e rimandare la bevuta.