Matteo Salvini si lamenta dell’eccessiva dipendenza energetica dalla Russia e del disimpegno occidentale dall’Afghanistan, dall’Iraq, dal nord Africa e dall’Albania. Lo stesso Salvini che fino a ieri chiedeva il ritiro dell’Italia dai massimi consessi atlantici e occidentali (NATO, UE, Euro, ecc) e invocava maggiori e più stretti legami con Mosca. Il “Capitano” ha una mente in continua evoluzione, non c’è che dire.
L’aver vissuto l’esperienza drammaticamente eccezionale della pandemia (sindemia), esasperata da una narrazione irresponsabile, ci rende molto più vulnerabili ad una crisi come quella ucraino-russa.
Il carico simbolico millenaristico-apocalittico di una guerra (pur limitata) alle porte, con una grande potenza termonucleare nelle vesti di aggressore, tende cioè ad aumentare, a dilatarsi oltre la ragionevolezza. Si fa strada l’idea, più vicina alla suggestione che alla razionalità, di una consequenzialità catastrofica, come se le due vicende fossero legate.
Il discorso di Michail Gorbačëv davanti al Soviet Supremo in occasione del 70esimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre (7 novembre 1987) deluse in parte i molti che, specialmente al di là della cortina, si aspettavano un altro 1956, l’emersione di linee dirompenti e straordinarie.
Forse proprio perché memore della sorte toccata a Chruščëv, Gorbačëv difese infatti le sue riforme ma restò ad esempio fermo nella critica a Trockij ed al trotskismo, esaltò il primato del partito mentre di Stalin denunciò, sì, i crimini*, ma ne elogiò i programmi economici, di riorganizzazione dello Stato e la sua condotta durante la II Guerra Mondiale.
In riferimento alla guerra, in particolare, difese il patto Molotov-Ribbentrop sostenendo che Francia e Gran Bretagna stavano “tramando” per spingere la Germania in guerra con l’URSS, “dimenticando” tuttavia la clausola che prevedeva la spartizione della Polonia e l’annessione delle repubbliche baltiche.
Come possiamo vedere, anche un leader riformista e democratico quale Gorbačëv non scampava al suggestioni della “sindrome di accerchiamento” (benché ne soffrisse molto meno di certi suoi predecessori e successori), né si faceva scrupolo di giustificarla con manomissioni storiche.
*Destò qualche polemica il fatto avesse parlato di “migliaia” e non di “milioni” di morti, al che il membro del Politburo e suo collaboratore Aleksandr Nikolaevič Jakovlev sbottò: “Perché la pensate così? Credete che se avesse detto milioni si sarebbe espresso in modo più sincero di quando invece ha parlato di migliaia? […] Conosco le voci che circolano in Occidente […] Ma io credo che molte di queste voci si trovino sulla coscienza di certa gente”
Le restrizioni e i boicottaggi ai danni degli artisti, degli scienziati, degli sportivi russi e dei figli di loro milionari rientrano in una scelta d’ecezione* che è l’unica possibile per cercare di arginare l’espansinismo putiniano in Ucraina, tuttavia fanno emergere una serie di interrogativi importanti sia sul piano morale che su quello politico-strategico.
Nel primo caso vengono infatti colpiti singoli di fatto incolpevoli, spesso addirittura costretti ad una pubblica abiura come di fronte ad un tribunale della Santa Inquisizione, mentre nel secondo si rischia un autogoal a livello comunicativo e di immagine, che potrebbe rialzare le quotazioni di Putin e dare la stura ad un pericoloso “rally ‘round the flag’ effect” proprio adesso che il Kremlino è in difficoltà su ogni fronte e quindi vulnerabile.
*la questione del corso su Dostoevskij cancellato a Milano è invece ancora da chiarire
“Non ci hanno lasciato nessuna possibilità di agire diversamente. Restiamo uniti”; così recitano questi manifesti affissi in Russia nelle ultime ore. Un segnale di debolezza fortissimo, perché (come previsto e prevedibile) la pur limitata operazione in Ucraina si sa rivelando difficile e non solo non si è verificato il “rally’round the flag’ effect” ma nonostante la censura e la propaganda i russi si stanno dimostrando contrari all’avventurismo putiniano.
Le difficoltà russe possono rappresentare un vantaggio, ma anche un pericolo. Per questo occorre agire presto e bene con la diplomazia in modo da favorire un “win win scenario”, ovvero una situazione in cui ciascuna delle parti salvi la faccia e ne esca bene.
Quando Putin accusa Gorbačëv di aver posto fine alla potenza russa, dimentica che il sistema sovietico era già al collasso prima del 1985. Non a caso lui stesso brindò insieme ai commilitoni (si trovava di stanza a Dresda) all’annuncio della morte di Černenko, convinto che questa avrebbe significato la fine dell’URSS. E dimentica come Jurij Andropov, suo capo al KGB e mentore, sia stato il vero “padre” della perestrojka e della glasnost’, avviando un piano di riforme ed una critica interna mai viste dal 1956. Dimentica infine che proprio Andropov segnalò Gorbačëv come suo successore alla guida del Paese.
Il refrain che vuole l’Occidente diviso e le sanzioni e i boicottaggi inutili, poco utili o controproducenti, è spesso confezionato o rilanciato dalle sponde del Kremlino oltreconfine (giornalisti, blogger, influencer, opinionisti, ecc). Una forma di propaganda “agitativa” ben nota già ai tempi della Guerra Fredda, non a caso poi vinta dalle democrazie atlantiche e non da Mosca. L’esistenza di divisioni e contraddizioni è fisiologica, ma facciamo attenzione ai canali che veicolano certe notizie e certi concetti.
Nato e formatosi sotto il regime sovietico, ex ufficiale del KGB e membro del PCUS, Vladimir Putin dimostra tutti i limiti del leader a cavallo di due epoche, completamente diverse. Una condizione per certi versi paragonabile, volendo fare alcuni esempi noti, a quella di un Francesco Giuseppe o di un Vittorio Emanuele III.
Al di là delle motivazioni di natura propagandistica legate a quest’ultima iniziativa, il muscolarismo, la paura dell’accerchiamento e quella di un blitz di Kiev per “riprendersi” la Crimea rientrano proprio in una visione superata del mondo e delle dinamiche geopolitiche. Una visione, nel caso di specie, tipica di quella Guerra Fredda che Putin ha vissuto per oltre la metà della sua esistenza.
Il discorso di Michail Gorbačëv davanti al Soviet Supremo in occasione del 70esimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre (7 novembre 1987) deluse in parte i molti che, specialmente al di là della cortina, si aspettavano un altro 1956, l’emersione di linee dirompenti e straordinarie.
Forse proprio perché memore della sorte toccata a Chruščëv, Gorbačëv difese infatti le sue riforme ma restò ad esempio fermo nella critica a Trockij ed al trotskismo, esaltò il primato del partito mentre di Stalin denunciò, sì, i crimini, ma ne elogiò i programmi economici, di riorganizzazione dello Stato e la sua condotta durante la II Guerra Mondiale.
Un vero elemento di novità arrivò tuttavia dalla riabilitazione, giuridica o politica, di alcune vittime illustri delle “purghe” staliniane (1936-1938), tra le quali gli ex ministri e collaboratori di Lenin Viktor Michajlovič Černov e Arkady Pavlovich Rosengolts, l’ex Commissario per gli Affari Interni Aleksej Ivanovič Rykov e, soprattutto, Nikolaj Ivanovič Bucharin, Segretario generale del Comitato esecutivo dell’Internazionale Comunista dal 1926 al 1929, editore capo della Pravda dal 1918 al 1929 e tra le figure più influenti e importanti della prima storia sovietica.
Occorre tuttavia precisare come secondo molti analisti e osservatori la riabilitazione di Bucharin, sostenitore di Stalin in campo politico ma contrario, sulla scia delle indicazioni dell’ultimo Lenin, alle ricette economiche del dittatore georgiano (in particolare la rapida industrializzazione e la collettivizzazione forzata), fosse in realtà funzionale alla nuova dirgenza gorbacioviana per legittimare sé stessa e la Perestrojka.
Nota: il processo di riabilitazione di Bucharin era già iniziato nel 1956, per poi arenarsi. Sostenuto in primis, almeno per un certo periodo, dalla vedova e dal figlio, nel 1962 aveva portato alla caduta delle accuse di terrorismo e spionaggio, ovvero quelle che gli erano costate la condanna a morte. Ripreso nel 1985 con l’arrivo di Gorbačëv al Kremlino, ebbe un impulso decisivo in quel 1987 per poi concludersi un anno dopo.
Nei suoi primi anni al Kremlino, Vladimir Putin era stato capace di stabilizzare politicamente e far ripartire economicamente un Paese ancora nel caos dopo l’implosione sovietica e a restituirgli prestigio, autorevolezza e centralità nello scacchiere internazionale. Un bilancio senza dubbio positivo, compromesso tuttavia dalle sue scelte successive (soprattutto dopo il 2008).
Al di là di una certa fascinazione che può esercitare in alcuni segmenti della pubblica opinione, interna ed esterna, l’anacronistico muscolarismo putiniano ha infatti determinato tra le sue conseguenze più evidenti l’isolamento progressivo di Mosca, danni enormi di immagine e ad un’economia in fase di sviluppo (e dunque bisognosa di buone relazioni con i partner stranieri) e l’inimicizia dei vicini, con i quali il sottovalutato El’cin era invece riuscito a intessere spesso ottimi rapporti (nel caso ucraino concretizzatesi ad esempio nella cessione dell’arsenale nucleare da parte di Kiev).
Anche se adesso (e siamo sempre ad una 4GW limitata con PsyOps) riuscirà a far rientrare l’Ucraina nell’orbita russa e/o a sottrarle altre porzioni di territorio e/o ad allontanarla dalla NATO, la frattura creata con il popolo ucraino gli sopravvivrà (come le ripercussioni delle nuove sanzioni), rendendo complicate le relazioni future tra i due popoli e pregiudicando, di nuovo, gli interessi della Federazione Russa.
Il mito del grande giocatore di scacchi è, insomma, in larga misura infondato e da revisionare.
Approfondimenti
Veicolate con qualsiasi mezzo e strumento, dai media storici ai “new media”, le PsyOps (ovvero “Psychological Operations”) possono contare su una rete molto più potente ed efficace rispetto a quella su cui si appoggia chi fa della persuasione in ambito politico, proprio perché hanno dietro governi, organizzazioni governative e servizi segreti. Il loro scopo è soprattutto manipolare la psiche e i comportamenti di un target, amico, nemico o neutrale, in pace o in guerra, così da rendere più facile e agevole il raggiungimento dei propri obiettivi.
Nello specifico, “esse comprendono le attività psicologiche strategiche, le operazioni psicologiche di consolidamento e le attività psicologiche proprie del campo di battaglia” (fonte NATO).
Al pari della comune propaganda, si dividono in “bianche” (quando la fonte è nota e conosciuta), “grigie” (deliberatamente ambigue e attribuibili a fonti non-ufficiali o difficilmente attribuibili) e “nere” (la linea di comando è ignota e coperta dal segreto militare)
Le PsyOps sono, in ultima battuta, una forma di propaganda “interna” come “estera”, “politica” come “sociologica” (più ampia, meno definibile e meno percettibile), “agitativa” come “integrativa” (alzare o abbassare i toni, aizzare o calmare il target), “grasstroots” (rivolta al grande pubblico) come “treetops” (rivolta ai segmenti più evoluti di un comunità).
Le 4WG, questo il loro acronimo, sono letteralmente le “guerre di quarta generazione”, ovvero conflitti dove l’uso delle armi è quasi del tutto scomparso e a combattersi non sono più singoli stati ma soprattutto istituzioni sovranazionali e meta-gruppi. Ciò avviene con cyber attacchi e tecniche di manipolazione, persuasione e propaganda veicolate attraverso i media storici come i new media. “Battaglie narrative”, in cui missili e bombardieri sono stati appunto soppiantati dalle PsyOps (“Psychological Operations”), le operazioni psicologiche.
Le guerre di quarta generazione stanno a loro volta cedendo il passo, secondo alcuni osservatori, a quelle di quinta e ultima generazione (5GW), conflitti sostanzialmente simili ma ancor più impercettibili, dove le tecnologie odierne saranno sostituite da quelle ipersoniche, spaziali e nano, e in cui non sarà da escludere anche l’utilizzo di mini-ordigni nucleari tattici controllati,
Dette “massed manpower”, le guerre di prima generazione (1GW) erano invece guerre di conquista tra imperi e stati, basate sullo scontro fisico e frontale, corpo a corpo, per il dominio di territori e spazi. Sopravvissero fino al Settecento.
Iniziate nell’Ottocento, le guerre di seconda generazione (2GW), o “industriali, erano guerre a distanza, in cui le armi da fuoco (massed fire power) sostituirono progressivamente quelle bianche e lo scontro fisico diretto.
Con il Novecento si hanno invece le guerre di terza generazione (3GW), conflitti “post-industriali” tra stati e super-potenze che videro l’ascesa della tecnologia e della propaganda.