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Storiografo, giornalista, spin doctor. Come i gatti ho più vite. Ma in tutte la passione di raccontare l'attualità, la storia e la comunicazione.

Dalla Cecenia all’Ucraina: nella mente dei russi

“Lo dico subito che Putin non mi piace, ma sulla Cecenia ha ragione. Se diventa indipendente per la Russia è finita. Dopo la Cecenia sarà il Tatarstan, dopo il Tatarstan sarà la Siberia, poi verrà chissà chi altro, ogni regione vorrà staccarsi da Mosca. E noi, che ne sarà dei russi? Questo Paese ha una storia imperiale, noi siamo cresciuti con l’idea di appartenere a un Paese grande, enorme, sterminato. E non è una questione di orgoglio, non solo almeno. Solo se ti senti parte di una cosa grande puoi sopportare la via quando è molto dura. […] Accade spesso, per un russo, che l’unica consolazione della sua vita sia per l’appunto esser russo. E basta”.

Così una cittadina russa ad un troupe internazionale di giornalisti, nel 2006/7.

Parole che offrono una chiave di lettura utilissima per comprendere non solo quello che è accaduto in Cecenia ma anche quello che sta accadendo in Ucraina e, più i generale, la politica internazionale di Vladimir Putin e dei suoi predecessori.

E’ poi interessante osservare come la colonizzazione forzata dei popoli non-russi che oggi compongono la Federazione e lo sfruttamento sistematico delle risorse delle loro terre di origine sia argomento marginale e trascurato, a differenza di quanto accaduto ad esempio con i nativi americani negli attuali Stati Uniti e nel resto del continente.

All’origine del falso mito dell’Ucraina nazista: le elezioni del 2004

Per le presidenziali ucraine del 2004 (poi perse dopo aver cercato di manomettere il voto), Viktor Janukovyč elaborò insieme ad un gruppo di consulenti russi una serie di strategie che avevano lo scopo di:

-alimentare le tensioni tra la componente ucraina e quella russa

-alimentare le tensioni tra ucraini e polacchi

-alimentare le tensioni tra le chiese ucraine

-rafforzare i movimenti separatisti nel sud-est del Paese

-dipingere il rivale moderato Viktor Juščenko e i sui alleati come filo-americani, nazionalisti, nazisti, violenti

L’ultimo passaggio, in particolare, destruttura il mito che vuole l’Ucraina dominata dall’estrema destra, dai “nazisti”. Come vediamo, si è trattato di un messaggio studiato ad arte riprendendo un “must” delle scuole propagandistiche d’impronta socialista e facendo leva sul carico emotivo del 1941-1945.*

*propaganda “agitativa”, tecnica della “proiezione” o “analogia” (associare il bersaglio ad un’immagine negativa e respingente)

In principio furono la Cecenia e il Tibet: quella sinistra tra bombe e colombe

“Vietnam vince perché spara”; così recitava un slogan della sinistra negli anni ’60 e ’70. La resistenza armata dei nord-vietnamiti, esaltata e mitizzata come quella dei “palestinesi” , dei tupamaros, degli zapatisti, dei sandinisti, dei partigiani della II Guerra Mondiale. Da questo “pantheon” erano (e sono) tuttavia esclusi popoli come ad esempio i ceceni, gli afghani, i kosovari o i pacifici tibetani, trascurati quando non proprio apertamente osteggiati con accuse pesantissime e spesso false (nazionalismo, nazismo, revanscismo, fanatismo religioso, ecc).

L’incoerenza di una certa sinistra davanti alla questione, delicatissima e fondamentale, del diritto dei popoli e degli Stati all’indipendenza e all’autodeterminazione, non è, come vediamo, emersa con la guerra in Ucraina. C’è sempre stata, rumorosa e vivida, risultato di scelte tattico-strategiche discutibili e, andando ancor più in profondità, di una scarsa conoscenza di ciò che si è e si dovrebbe essere, delle proprie stesse fondamenta ideologiche. Costoro non conoscono sé stessi e non conoscono i loro teorici, non conoscono Marx e soprattutto non conoscono Lenin.

“Studiare, studiare, studiare!” (Vladimir Il’ič Ul’janov)

I “denazificatori” in incognito: lo strano caso di SouthLoneStar

Nel marzo 2017 ci fu su internet una vera e propria offensiva contro una donna musulmana fotografata su ponte di Westminster subito dopo l’attentato e fatta passare dagli “hater” come indifferente alla tragedia (secondo i testimoni presenti sul posto era invece terrorizzata e in più al momento dello scatto stava telefonando ai familiari per rassicurarli).

La “shitstorm” era partita da un utente Twitter, all’apparenza un texano con il nickname SouthLoneStar*. Sospeso dal social da lì a poco, il suo account era invece riconducibile, come poi si sarebbe scoperto, all’IRA (Internet Research Agency, Агентство интернет-исследований ), la grande “troll factory” russa di Evgenij Prigožin, stretto collaboratore nonché amico intimo di Vladimir Putin.

Seguito da circa 5mila persone, SouthLoneStar aveva pubblicato oltre 4mila post di contenuto islamofobo, violento e a sostegno di Donald Trump e della BREXIT.

Il caso di questo profilo fasullo dimostra e conferma non solo le interferenze russe nella politica occidentale ma anche l’allineamento strategico del Kremlino alle destre più radicali o comunque nazionaliste e sovraniste.

*Lone star, ovvero la “stella solitaria”, è uno dei nomi della bandiera del Texas. La parola “south” stava invece a ribadire l’appartenenza del fantomatico texano ai valori del Sud

Quando Tito uccise i partigiani italiani: la testimonianza di un comunista, il comandante “Giacca”

“Nel ’48 quando il COMINFORM condannò la politica di Tito, la polizia jugoslava cominciò la caccia ai comunisti. La maggioranza di essi fu incarcerata, molti furono uccisi. Tra questi molti italiani. Tito ha sterminato la classe dirigente del Partito Comunista in Jugoslavia. Molti furono mandati nei campi di concentramento, nel famigerato campo di Goli Otok. Io conoscevo molti di questi compagni slavi e italiani. Ancora oggi il loro ricordo non mi abbandona. Zagabria è un’eroica città, la prima città partigiana in Jugoslavia. Là c’erano lavoratori, operai, professori, dottori, che lottavano dal primo giorno e sono stai ammazzati. Tito ha voluto cancellare il Partito Comunista Jugoslavo. Vorrei che fosse scritto un libro su quegli eroici combattenti. Io stesso dovetti scappare e nell’ottobre del 1949 andai in Cecoslovacchia dove rimasi 18 anni.”

A parlare, durante un’intervista rilasciata nel marzo 1998, non è, come si può facilmente intuire, un uomo di destra, ma il partigiano gappista e stalinista Mario Toffanin, detto “comandante Giacca”*.

Le parole di “Giacca” confermano le ricostruzioni storiografiche sulle persecuzioni messe in atto dal regime titino ai danni degli italiani, pure quando non compromessi in alcun modo con il fascismo. Se infatti il racconto si focalizza su eventi successivi alla tragedia delle foibe, è altrettanto vero che a finire negli inghiottitoi carsici e ad essere fucilati e imprigionati dalle milizie jugoslave nel 1943-1945 furono appunto anche normali civili italiani o addirittura ex partigiani.

*Toffanin fu condannato all’ergastolo nel 1952 per il massacro dei partigiani cattolici e laico-socialisti della Brigata Osoppo. L’episodio è meglio noto come “Eccidio di Porzûs”

Nella foto: Toffanin “Giacca”

Il Kosovo, l’Occidente e l’Ucraina: “esegesi” di Vladimir Putin

“Ho letto tutti i documenti della Corte internazionale di Giustizia dell’Onu riguardanti la situazione in Kosovo, e ricordo molto bene la sentenza che dice che nell’esercizio del diritto all’autodeterminazione un territorio di uno Stato non è obbligato a ottenere il permesso delle autorità centrali del proprio Paese per dichiarare la propria sovranità, una sentenza sostenuta da tutti che costituisce un precedente”.

Così Vladimir Putin al segretario generale dell’ONU António Guterres, durante il loro incontro al Kremlino.

Il fatto che il leader russo abbia menzionato, e per l’ennesima volta, la questione kosovara, non è casuale. Per lui come per molti suoi connazionali, l’operazione della NATO nel 1999 rappresentò infatti un vero e proprio trauma storico, al punto che secondo molti analisti fu allora che si interruppe la fase di buone relazioni tra Mosca e l’Occidente* avviata già con Michail Gorbačëv, che i russi decisero di guardare al mondo sulla base di una nuova prospettiva. Non va dimenticato che fino agli inizi di quello stesso decennio Belgrado era stata la capitale di un Paese socialista sostanzialmente alleato del Kremlino, dunque un attacco occidentale sarebbe stato impensabile solo fino ad una manciata di anni prima.

L’operazione “Allied Force” fu insomma la prova plastica del nuovo monopolarismo occidentale, del declino della Russia e della sua marginalizzazione. Qualcosa che i russi non avrebbero potuto e non possono accettare (non senza ragioni). La guerra in Ucraina è quindi anche il risultato di quella campagna di oltre 20 anni fa contro le forze di Slobodan Milošević.

*Si pensi all’incidente di Pristina e al dietrofront, appena saputo dell’attacco, del ministro degli Esteri russo Evgenij Primakov, mentre era in viaggio diplomatico verso gli Stati Uniti

Dove ha ragione e dove ha torto Lavrov

Il ministro Lavrov ha senza dubbio ragione quando dice che il monopolarismo occidentale è ingiusto, obsoleto e che va dunque superato. E dicendolo, oltre a ricollegarsi ad un indirizzo dello stesso Gorbačëv*, rivela anche quello che è stato ed è il motivo principale (tra l’altro già facilmente intuibile) dell’ “operazione militare” russa in Ucraina.

Mosca, Pechino e i loro alleati non possono tuttavia avere la pretesa di cambiare lo “status quo” ricorrendo a mezzi ottocenteschi, con la vecchia “politica di potenza” muscolare, tantomeno quella di difendere e garantire, oltre l’irrazionale e l’accettabile, regimi e sistemi aggressivi e/o che violano i diritti fondamentali dell’uomo e del cittadino (cosa che vale anche per noi).

La costruzione di un sistema di relazioni internazionali più equo, più sicuro e più evoluto, passa quindi innanzitutto dalla comprensione dell’Altro e dalla logica della rinuncia come opzione possibile, oltre che da una radicale riforma dell’ONU, organizzazione ossificata ad un meccanismo elitario ed esclusivo ormai fuori dalla storia.

*Approfondimento: Stanford 1990, la lezione inascoltata del Prof.Gorbačëv

Il 4 giugno del 1990, Michail Gorbačëv pronunciò un memorabile discorso davanti agli studenti e ai professori della Stanford University. Nell’intervento, l’allora primo ministro sovietico dichiarò conclusa la Guerra Fredda*, aggiungendo: “E non mettiamoci a discutere su chi l’abbia vinta”.

Non erano casuali, quelle parole, né lo era il loro utilizzo; Gorbačëv voleva infatti mettere in guarda gli americani dalla pericolosa seduzione di una “wishful thinking” , ovvero considerare vinto il cinquantennale confronto e messo all’angolo l’ex avversario. Un avvertimento caduto in buona parte nel vuoto, quello del padre della “perestrojka”, dal momento in cui gli USA scelsero (a cominciare dal 1992 e principalmente con Bill Clinton e George Bush jr) una politica sempre più unilateralista e di “potenza” di stampo ottocentesco, abbandonando i principi dell’ “equal footing” e del “predictability” che avevano regolato i rapporti con Mosca dal 1942** e cercando così la marginalizzazione (e, de facto, l’umiliazione) del gigante dell’Est.

Da qui, l’inevitabile ritorno ad un clima di sospetto e paura nei confronti di Washington da parte dei russi ed alle antiche pulsioni revansciste e scioviniste, sulle quali la disastrosa congiuntura economico-sociale pre-putiniana ha giocato un ruolo propulsivo di importanza fondamentale.

Leggendo le considerazioni sull’argomento di Dinesh Joseph D’Souza , ex consulente per la comunicazione di Ronald Reagan e convinto repubblicano, potremo notare e verificare la totale mancanza di realismo di una fetta del movimento d’opinione statunitense e delle istituzioni del Paese sui rapporti con la Russia e su quella fase storica: ”Per la terza volta nel XX secolo, gli USA hanno combattuto e vinto una guerra mondiale. Nella Guerra Fredda, Reagan è stato il nostro Churchill: è stata la sua visione e la sua leadership a condurci alla vittoria”.

Il temerario manifesto di una vera e propria “pax americana”, in sintesi, un’illusione tanto anacronistica quanto pericolosa, destinata a riesumare i fantasmi dei Versailles.

*La conclusione della Guerra Fredda fu sancita ufficialmente da Boris El’cin e George H. W. Bush nel febbraio del 1992

**I primi contatti tra USA, Regno Unito ed URSS sulla sistemazione post-bellica si ebbero agli inizi del 1942

Chi parla di Terza Guerra Mondiale e perché

Da una rapida analisi sarà possibile rendersi conto di come le minacce, gli avvertimenti od anche le preoccupazioni più insistenti circa una Terza Guerra Mondiale e/o uno scontro nucleare giungano soprattutto da:

-l’establishment russo

-alleati esterni e canali di appoggio dell’establishment russo

-il movimento d’opinione occidentale ostile agli USA ed alla NATO o comunque critico verso il blocco atlantico

Se nei primi due casi siamo in presenza di una forma di propaganda diretta o indiretta per spaventare e destabilizzare il bersaglio (i cittadini dei paesi “avversari” della Russia), nel terzo può trattarsi di un escamotage psicologico usato, anche inconsciamente, per camuffare le proprie reali posizioni (ritenute motivo di imbarazzo se dichiarate in modo aperto) ricorrendo ad un argomento più nobile e accettabile, come appunto la difesa della pace e della vita. Un elemento che può aiutare a riconoscere gli appartenenti a quest’ultima categoria è l’assenza totale o quasi totale di empatia verso l’Ucraina, al di là di qualche parola di circostanza.

L’Ucraina, la Russia e il “piano Kalergi” sovietico

Soprattutto in epoca sovietica, il potere centrale decise di “spostare” milioni di russi nelle altre repubbliche così da favorirne la “colonizzazione” ad opera dell’elemento dominante nel Paese. Una sorta di “piano Kalergi” (tanto caro ad un certo cospirazionismo che guarda anche a Putin), alla base di molte delle tensioni emerse nell’ex spazio dell’Unione a partire dal 1992. I russi sono dunque in buona parte responsabili di quegli stessi problemi che oggi lamentano, fuori dai confini nazionali.

Se l’unica propaganda “giusta” è quella degli altri (russi e cinesi)

Il movimento d’opinione occidentale che guarda a Mosca, o comunque critico verso il blocco atlantico, pone molto l’accento sulla propaganda occidentale, sulla sua pervasività e sui suoi aspetti più discutibili. Costoro sembrano tuttavia dimenticare come anche la Russia, i suoi canali di appoggio e i suoi alleati vi facciano ricorso, e in modo ancor più massiccio ed opaco potendo contare su margini di manovra assai più ampi. In Occidente, e questo è innegabile, esistono infatti un pluralismo ed un contraddittorio impensabili in Russia oppure in Cina. Un simile doppiopesismo distopico è un effetto, l’ennesimo, della polarizzazione, del predominio dell’elemento ideologico (emotivo) su quello razionale.