Fazio, chi ti paga? Gli inserzionisti. Anatomia di una leggenda populista


Ed anche quest’anno, con l’inesorabile puntualità di un’ingiunzione di pagamento, arriva la polemica sui cachet di presentatori ed ospiti del Festival di Sanremo . Il “masscult” confezionato dalla propaganda che fa della semplificazione la sua arma vincente, vorrebbe infatti che i compensi destinati a Fazio, Littizzetto , Casta e via discorrendo provengano dai soldi del Canone, quindi dalle nostre tasche, per usare un’espressione cara al ventralismo più modaiolo. Ma è davvero così? No, non proprio. Anzi, niente affatto. Manifestazione storicamente di grande successo con medie di milioni e milioni di telespettatori ogni sera, il Festival della Canzone Italiana attira infatti l’interesse dei grandi inserzionisti, disposti a sborsare cifre da capogiro per vedere i loro marchi inseriti negli spazi della kermesse.E’ da questi introiti che la RAI prende le risorse per gli ingaggi delle sue “vedette”, esattamente come fece con Grillo nel 1978, nel 1988 e nel 1989 (nell’edizione del 1989, l’attuale leader pentastellato percepì ben 350 milioni delle vecchie lire, circa 392.000 euro attuali).

Andando più nel dettaglio, i ricavi dai pacchetti pubblicitari ammonteranno quest’anno a ben 20 milioni e 200mila euro, ai quali vanno aggiunti 600mila euro di ricavi RAI dalla vendita dei biglietti. A fronte di un costo totale di 11 milioni di euro (comprendenti i cachet), più 7 milioni di convenzione con il comune di Sanremo, avremo quindi un attivo di circa 2, 8 milioni di euro.

Un inciso: una certa memorialistica vuole Grillo ostracizzato da Viale Mazzini per una battuta sul Partito Socialista Italiano. L’episodio in questione risale al 1986 (Fantastico 7) e l’anno successivo il comico presenziò al Festival di Sanremo.

Perché Grillo ha rovesciato il tavolo con Renzi.Forza e fragilità della politica del “niet”.

Accusare Grillo di disfattismo, protagonismo, irresponsabilità, scarso costruttivismo o, ancora, di tradimento della volontà della sua base dopo la performance con il Premier incaricato e leader democratico Matteo Renzi, significa non padroneggiare gli strumenti basilari per la comprensione e la codificazione di soggetti politici come il Movimento Cinque Stelle. Forza a trazione populistico-demagogica (nell’accezione storica e non popolare-dispregiativa dei termini), il M5S trova infatti nell’ ”alterità” (reale o presunta) e nella sua ostensione la sua punta di lancia e il catalizzatore primo del suo consenso popolare. Qualsiasi apparentamento o “appeasement” si tradurrebbe di conseguenza nella perdita di tale imprescindibile strumento di seduzione ed autopromozione (per questo l’ex comico ha voluto prendere parte al dibattito, nonostante fosse prevista soltanto la presenza dei due capigruppo pentastellati).

Si tratta tuttavia di un’arma a doppio taglio, perché se da un lato è vero che l’isolazionismo garantisce a forze di questo genere la conservazione del loro status verginale, dall’altro le confina nell’immobilismo e nell’inutilità “de facto”, condannandole sul lungo periodo all’estinzione politica. Caso unico di partito antisistema-integrato nel sistema con un’elevata longevità, la Lega Nord riuscì a rimanere agganciata al potere per quasi un 20ennio solo ed esclusivamente in virtù del traino da parte del mercato mediatico berlusconiano e di un generale gradimento da parte dell’informazione (anche di sinistra), sedotta dalla capacità di penetrazione del partito verde nelle realtà locali e dalla sua dimestichezza nel dialogo con la “società civile”.

P.S: da non dimenticare inoltre come il M5S raccolga i suoi voti quasi ugualmente da destra e da sinistra. Legarsi ad uno dei due emisferi della politica significherebbe pertanto andare incontro ad un’emorragia di voti potenzialmente distruttiva.

Uso e abuso della Costituzione ai tempi di renziani e berlusconiani (e grillini).

Quando i padri costituenti (una comunità che spaziava dai marxisti ai monarchici con una netta prevalenza dei centristi moderati) decisero di dotare il nostro Paese di un sistema di tipo inossidabilmente parlamentare, il loro intento era quello di blindare la democrazia con una serie di dispositivi che bilanciassero gli equilibri tra i vari poter dello Stato e della politica. Ancora traumatizzata dall’ esperienza fascista e dal suo strascico bellico, l’Italia voleva intatti scongiurare il pericolo di rimanere imprigionata in un “cul de sac” come quello che aveva prodotto la dittatura tra il 1919 e il 1922.

Chi riferisce di supposte violazioni della democrazia, della libertà e della dignità dei cittadini a proposito della nomina del futuro premier senza il passaggio elettorale, dimostrerà pertanto una scarsa conoscenza della Costituzione “formale” e della storia del nostro percorso repubblicano; in Italia (come nella quasi totalità delle democrazie occidentali) il capo del governo è nominato infatti dal Presidente della Repubblica e il suo esecutivo sottoposto al voto delle Camere. Non esiste elezione diretta del Presidente del Consiglio dei Ministri o della massima carica da parte del popolo. Non esiste presidenzialismo come non esiste “premierato forte”, in nessuna delle loro declinazioni, variabili ed opzioni. (Giovanni Spadolini giunse nel 1981 a Palazzo Chigi sulla scia dell’improbabile 3% raccolto dal suo partito, il PRI, alle consultazioni del 1979, mentre il grande trionfatore dei referendum del 1993, Mario Segni, si vide poi scalzato da Carlo Azeglio Ciampi ). Improprio anche il riferimento all’attuale legge elettorale come ariete per scardinare la legittimità della nomina di Monti, Letta e Renzi, giacché il “Porcellum” “prevede l’obbligo per ciascuna forza politica di indicare il proprio capo. Egli tecnicamente non è candidato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, poiché spetta al Presidente della Repubblica la nomina a quell’incarico.”

Detto questo, non si potrà che evidenziare la capziosa contraddizione di un segmento della sinistra (in questo caso il comparto renziano) tradizionalmente accanita sostenitrice della centralità del cittadino-elettore e del “liquidismo” democratico e impegnata adesso in un duello con la logica e con il portato storico recente , dimenticando e volendo dimenticare come dal 1994 il premier abbia comunque goduto di un’investitura popolare “de facto” e con il placet di tutti, in qualità di leader della colazione uscita vincitrice dalle urne.

Per molto meno, altri sono stati messi all’indice ed alla pubblica ordalia come tiranni e sabotatori della libertà e delle garanzie costituzionali.

Il web e gli anticorpi della democrazia. “Bufalari” e “Debunkers”

Il giovane spin doctor e giornalista Samuel Graham-Felsen è forse stato il più valido alleato di Barack Obama durante le presidenziali del 2008. Profondo conoscitore della rete, dei suoi meccanismi e delle sue inesauribili potenzialità, questo “chief blogger” fu in grado di mobilitare eserciti di simpatizzanti in tutto il Paese grazie alle piattaforme virtuali, raccogliendo ben 500 milioni di dollari (dei 700 totali) per la campagna del candidato democratico. Intervistato in occasione del Festival del Giornalismo di Perugia, così rispondeva a chi si domandava se il web non stesse rischiando di trasformarsi in un megafono per gli estremismi, ideologici come non ideologici: “Nel lungo termine, le persone impareranno ad usare meglio la rete, a sfruttarne gli strumenti per informarsi, per capire cosa accade loro intorno e per formarsi un’opinione più equilibrata che consenta di partecipare alla conversazione politica in modo sempre più civile e costruttivo”.

Benché materia ancora molto “grezza” , la rete sta infatti via via acquisendo le coordinate e gli strumenti necessari per orientarsi e far orientare nell’oceano di informe anarchia che prima la caratterizzava; prendendo ad esempio il fenomeno delle “misperceptions” (“false percezioni” o “bufale”), vera e propria piaga del virtuale, potremo notare come il loro tasso di sopravvivenza si stia sempre più riducendo. Ciò è possibile perché a coloro i quali manomettono e cercano di manomettere (consapevolmente o non consapevolmente ) la notizia, si stanno affiancando i “debunkers”, soggetti che mettono in dubbio, smascherandole, le affermazioni false, esagerate o pretenziose. “Bufale” come quella sull’abolizione dell’insegnamento della Storia dell’Arte dalle scuole italiane o, ancora, quella recentissima sull’ “arresto” (si trattava di un controllo) di Vladimir Luxuria a Sochi, hanno trovato l’immediato fuoco di sbarramento dei “debunkers”, venendo disinnescate e svuotare del loro potenziale infestante. Questo favorirà lo sviluppo e la maturazione di una coscienza critica negli internauti-cittadini, impedendo la sedimentazione e l’ossidazione del falso. La rete non consegnerà alla storia “masscult” dell’ inganno come l’ Italia “espressione geografica” di metternichiana attaribuzione e tanti altri.

La severità coerente della storiografia scientifica e la schizofrenia etica degli ideologismi

Ridimensionando, relativizzando o, addirittura, negando la tragedia italiana in Istria, Dalmazia e nella Venezia Giulia (le Foibe e l’esodo forzato dei nostri connazionali) in nome del fideismo ideologico radicale, il mistificatore (nel caso di specie quasi sempre collocato e collocabile nella sinistra massimalista) non soltanto pone in essere una falsificazione del contributo documentale ma cade, inconsapevolmente, nell’incongruenza dottrinale più evidente. Questo perché il comunismo nazionalista, identitario e imperialista promosso da leader quali Tito, Ceaușescu, Hoxha, Castro, Tôn Đức Thắng, ecc, si pone come formula altra ed antitetica rispetto ai principi dell’internazionalismo, dell’antistato e dell’inclusione sviluppati da Marx e da Lenin, rimodellando l’idea di comunità in senso più reazionario ed esclusivistico.

Proprio per aggirare questa inconciliabilità di fondo, l’ultrasciovinista Corea del Nord della dinastia dei Kim ha dato vita a partire dal 1955 allo Juche, una forma di comunismo “autarchico” e depurato dall’elemento internazionale ed ecumenico classico.

Ernesto Guevara de la Serna fu un autentico socialista (ed internazionalista), infatti Cuba e l’URSS decisero di sbarazzarsene, abbandonandolo al suo destino in terra boliviana.

I crimini borbonici: Il complotto delle corde del Cardinale Ruffo


Cardinale Ruffo

Durante la guerra tra realisti e repubblicani del 1799 , il cardinale Ruffo ricorse ad un particolare stratagemma per aizzare il popolo napoletano contro i nemici dei Borbone: raccontò di aver visto in sogno Sant’Antonio da Padova, il quale lo avvertiva dell’intenzione da parte dei repubblicani di impiccare tutti i Lazzaroni (i fedeli al Re), lasciando in vita i loro fanciulli che sarebbero stati educati all’ateismo ed al giacobinismo. Per dare ulteriore credito al suo racconto, Ruffo fece dipingere un affresco in cui il Santo appariva con le mani piene di corde. Il Cardinale dette inoltre ordine ai suoi di gettare delle funi in casa dei repubblicani (o presunti tali) attraverso le cantine, così da poterli accusare di far parte della congiura e poterli giustiziare. La prima vittima di questa nuova caccia alle streghe fu un incolpevole macellaio, tale Cristofaro, accusato di voler assassinare i realisti perché nella sua bottega furono rinvenuti lacci e cordami utilizzati in realtà per impastoiare gli animali. “Eccole, ecco le corde che dovevano ucciderci tutti!”, iniziarono a gridare i Lazzaroni. Il pover’uomo venne allora ucciso a colpi di spillo, il suo cadavere fatto a pezzi, i brandelli appesi ai ganci della macelleria, la testa “incoronata” con le sue corde da lavoro e infilzata sulla punta di una baionetta.

Scrisse a proposito della vicenda un autore dell’epoca: “ Inoltre, il Cardinale aveva fatto fabbricare una quantità di queste corde, che faceva spargere in certe case per dare a questa impostura l’apparenza della verità: i giovani della città, che erano stati forzati ad iscriversi nella Guardia Nazionale, fuggivano, alcuni travestiti da donne, altri da Lazzaroni e si nascondevano nelle abitazioni le più miserabili ed in case non sospette. Ma quelli stessi che avevano avuta la fortuna di passare in mezzo al popolo senza essere riconosciuti non trovavano nessuno che volesse ricoverarli. Si sapeva pur troppo che le case ove essi fossero trovati, non sarebbero sfuggite ai saccheggi ed all’incendio. Questi infelici, non trovando alcuno che volesse dar loro asilo, furono costretti a nascondersi nelle fogne della città, dove incontravano spesso degli sfortunati come loro, e di dove erano obbligati ad uscire durante la notte, per andare in cerca di qualche nutrimento per non morire di fame e di infezione. I Lazzaroni li scoprivano, trattenendosi verso sera all’apertura dei condotti sotterranei, e facendo spirare quelli che uscivano; in seguito portavano le loro teste al Cardinale Ruffo, che le pagava 10 Ducati l’una”

I crimini del Brigantaggio “politico”.La barbara uccisione de vescovo Francesco Serrao e del suo vicario.


Vescovo Serrao

Noto tra fedeli e concittadini per la sua rettitudine morale, la sua magnanimità e la sua vasta erudizione, durante la guerra del 1799 il vescovo di Potenza Francesco Serrao decise di assumere alcuni briganti calabresi per proteggere la sua città dalle bande sanfediste che all’epoca seminavano morte e distruzione (al pari di altre fazioni) nel meridione italiano. I briganti, guidati da tali Capriglione e Falsetta, passarono tuttavia ben presto dalla parte borbonica, decidendo di sbarazzarsi del mite prelato. Pochi giorni dopo l’arrivo della banda, Capriglione fece così irruzione nella stanza da letto di Serrao urlando: “Monsignore, il popolo vuole la vostra morte.” “Benedico il mio popolo”, fu la risposta del Vescovo, che subito dopo stramazzò a terra, colpito alla fronte da un proiettile sparato dal brigante. Non paghi del gesto, gli uomini di Capriglione e Falsetta si abbandonarono alle più efferate rappresaglie ai danni del clero potentino, colpendo, tra gli altri, anche il vicario di Serrao, barbaramente ucciso mentre pregava con il crocifisso tra le mani. Molte furono le tesi sul tradimento della banda, ma la più accreditata vuole che dietro il complotto vi fosse un prete, tal Angelo Felice Vinciguerra, desideroso di vendicarsi del Vescovo da cui era stato ripreso per la sua condotta sessuale non consona ai dettami cristiani. Non molto tempo dopo, Angelo Felice Vinciguerra si unì al gruppo dei briganti.

Le ambiguità del Brigantaggio “politico”: “Pane di Grano” e i timori di Ferdinando I

Fenomeno conosciuto nell’ intera penisola italiana fin dall’epoca romana, il Brigantaggio viene suddiviso dagli storiografi in “criminale” (formula sezionata ulteriormente in “criminale e “giustiziere” da Manhes e Mc Farlan) e “politico”

brigantaggio.

Spesso collocato nella frazione temporale successiva all’unità d’Italia, il Brigantaggio “politico” si sviluppò in realtà quasi esclusivamente ai tempi dell’occupazione napoleonica del Meridione, quando molti giovani appartenenti ai ceti meno abbienti scelsero di darsi alla macchia per sottrarsi alla coscrizione tra le armate di Parigi. Se è vero che i briganti che decidevano di unirsi alle forze lealiste contro lo straniero erano animati da ideali di tipo patriottico , è comunque necessario che la ricostruzione storiografica non ceda alla tentazione della manipolazione agiografica, valicando i confini dell’indagine razionale (la porzione maggioritaria di questi “partigiani” era infatti costituita da ex delinquenti comuni, spesso graziati da Ferdinando I al solo scopo di essere utilizzati contro i Francesi). E’ il caso di Vincenzo Scalise, detto “Pane di Grano”, rinchiuso in un ergastolo siciliano e liberato dal sovrano in esilio su ordine degli Inglesi, alleati di Napoli, con il proposito di metterlo a capo di un corpo di spedizione antifrancese. Di lui scriveva lo stesso Ferdinando al cardinale Ruffo: “Quale concetto dovranno formarsi di me i bravi calabresi, vedendo in premio della loro fedeltà mandarli tanti scellerati a devastare ed inquietare le loro proprietà e famiglie? Potranno mai credere che ciò siasi eseguito senza mio ordine? Vi assicuro mi sono inquietato che poco non facessi mandare a quel paese Danero: non attendo però che il ritorno del generale Stuart, che si appresta a momenti, per prendere quella rigorosa risoluzione che richiedono le attuali circostanze”.

“Prohibition ends at last”

Nei 18 case circondariali toscane sono detenute (dato risalente al dicembre 2013) 3.859 persone, a fronte di una capienza di 3.278 posti. Il tasso di sovraffollamento nella nostra regione è quindi pari al 117,7%. I detenuti per violazione dell’art. 73 (Legge Fini-Giovanardi) ammontano a ben il 41,4% del totale della popolazione carceraria regionale. Spostandoci sul dato nazionale,invece, noteremo come ben 26.000 detenuti su 65.000, ovvero 2 su 5, si trovino in cella per violazione della sopracitata legge. Il tasso di sovraffollamento arriva in questo caso al 152%.

Dispositivo retrivamente proibizionistico ed intransigente oltre ogni logica (il più severo in materia di tutto il mondo occidentale), la Fini-Giovanardi non rappresentava soltanto una spina nel fianco della nostra cultura democratica ma anche un’emergenza dal punto di vista economico, gestionale e sociale.