Una stretta di mano non cambierà il mondo

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Di forte impatto emotivo, mediatico ed immaginifico, la stretta di mano tra Barack Obama e Raoul Castro in occasione dei funerali del Presidente Mandela è da considerarsi e da archiviarsi come una semplice formalità diplomatica che non sposta, non modifica e non altera gli equilibri tra i due Paesi, cristallizzati al 1962 e protetti da un immobilismo a vocazione trasversale. Soltanto l’amministrazione Carter provò a mettere sul campo il progetto, concreto, di un’ apertura a Cuba che prevedesse anche la fine dell’embargo (l’idea trovava il sostegno delle grandi corporations alimentari del Sud, desiderose di riagganciare il mercato dell’isola caraibica), ma l’intraprendenza castrista in Somalia , il caso della (presunta) brigata sovietica (2 mila o 3 mila uomini) di stanza a Cuba (si sarebbe trattato di una violazione degli accordi Kennedy-Chruščëv del 1962) ed altri incidenti ed incomprensioni, fecero arenare il progetto

Beppe Grillo invita….

Gli inviti di Beppe Grillo alle forze dell’ordine affinché abbandonino il loro ruolo di custodi dell’integrità fisica delle istituzioni liberali e democratiche per schierarsi con una minoranza priva di qualsiasi legittimazione politica, è e rappresenta un salto di qualità nella strategia e nella dialettica del leader genovese che non può lasciare indifferenti.

In buona sostanza, Grillo chiede un punto di entrata per scardinare le fondamenta dello Stato liberale come lo conosciamo dal 1945, mediante un disegno che si presenta, “de iure” e “de facto”, eversivo. L’Italia può andare incontro ad un pericolo che non conosceva dall’estate del 1964.

I “Forconi” e la miopia rumorosa delle piazze

“If a vocal minority, however fervent in its cause, prevails over reason and the will of the majority, this nation has no future as a free society. So tonight, to you, the great silent majority of my fellow Americans, I ask for your support. Because, let us understand: North Vietnam cannot defeat or humiliate the US, only americans can do that.”

Queste le parole pronunciate da Richard Nixon, 37esimo Presidente degli Stati Uniti d’America, nel discorso alla Nazione del 3 novembre 1969 in cui difese la sua politica nel Viet Nam.

Quel giorno, fece il suo ingresso il concetto di “maggioranza silenziosa” (“silent majority”), usato per definire e catalogare quella porzione, maggioritaria di elettorato, prevalentemente collocato e collocabile nella “middle class”, che non si riconosceva nelle agitazioni della piazza e nel linguaggio e nelle istanze provenienti dai cantieri ideologici delle ali più rivoluzionarie della politica.

“We need Nixon”, fu infatti lo slogan sui manifesti elettorali dell’avvocato di Yorba Linda nella campagna presidenziale del ’68, proprio per rimarcare, suggerire e assecondare quel bisogno di quiete e serenità sociale di cui la massa monolitica dei lavoratori americani, bianchi e protestanti, aveva bisogno. Vinse, convinse e stravinse, Nixon, nel 1968 come nel 1972, prendendosi la rivincita dopo le debacle del 1960 contro John Kennedy e del 1962 nella sfida per la carica di Governatore della California .”La più grande resurrezione dai tempi di Lazzaro”, titolarono i giornali. E avevano ragione. Vinse, stravinse e convinse grazie a questa traiettoria intenzionale, alla capacità di intercettare gli umori, i bisogni , le paure e le aspirazioni degli “everyman”, a padroneggiare, in poche parole, il cosiddetto “Fattore K” .

La storia recente dimostra come nelle democrazie occidentali le forze più attive sulle piazze siano quelle che poi non riescono a replicare il successo nelle urne, proprio perché incorreggibilmente diverse e distanti dalla comunità di “uomini qualunque”, gli uomini “della strada” che rigettano e respingono l’impegno costante frutto del normativismo didascalico-pedagogico e il principio di “stato etico”, preferendo ripiegare su un lasseferismo che non è e non va snobisticamente interpretato come mero individualismo (errore commesso da molti politici e “strategists” specialmente di sinistra) ma come legittima aspirazione ad un produttivismo pacato e rassicurante.

La protesta dei “Forconi” si dimostra quindi vulnerabile e destinata all’archiviazione perché ricalca e ripropone gli sbagli che furono dei movimenti che animarono e sconvolsero le piazze negli anni ’60 come nei ’70, sbagli di tipo essenzialmente politico e strategico. Concentrare l’esplicazione del dissenso su strade, binari oppure creare disagi alle attività commerciali, ad esempio, significa colpire e danneggiare le persone comuni, spostando il “focus” dalla classe dirigente al popolo (errore politico) e producendo, di conseguenza, una reazione negativa da parte di quella piattaforma che si vorrebbe orientare a proprio favore (errore strategico).

Quando la propaganda indossa il casco e impugna il manganello

Il falso “scoop” degli agenti che a Torino si sarebbero tolti i caschi per solidarizzare con i manifestanti emerge come un esempio, paradigmatico, di “propaganda grigia”; la notizia è vera (i poliziotti si sono realmente tolti il casco) ma allo stesso tempo falsa, perché il messaggio che gli “strategists” cercano di confezionare e consegnare è quello di una condivisione pubblica, da parte dei tutori dell’ordine, degli ideali dei “Forconi”. Ma non è così. In realtà, il gesto è stato motivato dal fatto che “erano venute meno le esigenze operative che ne avevano imposto l’utilizzo”, come illustrato in una nota dalla Questura di Torino.

Il casco non è del resto uno strumento di offesa ma di difesa, pertanto sarebbe stata l’eventuale deposizione del manganello o delle armi da fuoco in dotazione ai poliziotti a segnalare una volontà partecipativa

Agnizioni.Renzi e la via “clintoniana”

Laboratorio e contenitore di esperimenti ed esperienze di raffinatissima qualità culturale, il Democratic Party inanellò tuttavia una sconfitta dietro l’altra, dal 1980 al 1992. Si trattò, a dire il vero, di autentiche debacle , che vedevano il partito fondato da Thomas Jefferson e Martin Van Buren sideralmente distante dagli avversari, e non soltanto a livello nazionale. Questa inabilità all’affermazione trovava il suo archè nell’incapacità, da parte dei dirigenti democratici, di penetrare il bozzolo ideologico nel quale si trovavano rinchiusi dagli anni ’60, senza pertanto riuscire a leggere, interpretare e codificare la nuova istologia sociale, culturale e politica del loro Paese. Fu l’ala clintoniana (i “New Democrats”) ad imprimere una svolta radicale al partito dell’ Asinello, attraverso una politica di dialogo con la “middle class” (tradizionalmente bacino di utenza goppista) che li portò ad intercettarne i valori, gli umori e le necessità più profonde. In un certo senso, Clinton e i clintoniani seppero guardare avanti volgendo la testa all’indietro.

Se da un lato l’elezione, trionfale e plebiscitaria, di Matteo Renzi alla carica di segretario del Partito Democratico non può che disorientare e stupire, dal momento in cui un centrista si trova alla guida di un soggetto di ispirazione socialdemocratica e membro del PSE, dall’altro potrebbe rappresentare l’atomo di un cambiamento di portata storica per la sinistra italiana, ammanettata a dogmatismi ideologici dimostratisi ormai obsoleti e fallimentari sul piano teorico e concettuale come su quello pratico e materiale.

Gli “apparatchik” che adesso si stracciano le vesti parlando di sconfitta o, peggio ancora, di morte della sinistra, dovrebbero impegnarsi in una riflessione seria e concreta sui rovesci elettorali collezionati in questi 20 anni e sui loro errori gestionali quando hanno occupato il governo del Paese.

Jimmy Carter e la Crisi degli ostaggi del 1979.Storia, storiografia e rigore metodologico

Il più pesante tra i capi d’accusa contro Jimmy Carter e la sua amministrazione, è e rimane senza tema di smentita il fallimento dell’operazione “Eagle Claw” (o “Evening Light”), studiata ed organizzata per liberare i 52 ostaggi appartenenti al corpo diplomatico statunitense tenuti prigionieri nella loro ambasciata a Teheran.

“Eagle Claw”, voluta dal Presidente in persona conto il parere dell’allora Segretario di Stato Cyrus Vance (favorevole alla prosecuzione delle trattative diplomatiche), prevedeva l’allestimento di una base d’appoggio nel deserto dalla quale lanciare un “blitz” contro la capitale iraniana. La missione si segnalò tuttavia fin dal principio per una serie di problematiche tanto impreviste quanto sfortunate: uno degli elicotteri (in tutto erano otto) venne immediatamente abbandonato dall’equipaggio per un guasto, mentre un altro dovette rientrare alla base (la portaerei a propulsione nucleare “Nimitz”) per problemi al motore causati da una tempesta di sabbia.

Per quanto riguarda gli aerei ( tre C-130), i loro equipaggi furono sorpresi nel deserto da un gruppo di civili e quindi impossibilitati a prender parte all’operazione.

Un altro elicottero, infine, risultò inservibile per problemi idraulici.

Il Presidente si vide così costretto ad interrompere “Eagle Claw”, assumendosi pubblicamente la responsabilità di quanto accaduto. Lo smacco fu e rappresentò il colpo di grazia decisivo, per la sua amministrazione, già menomata dalla crisi economica ed occupazionale che stava attanagliando il Paese, dai dissidi nell’ immaturo staff presidenziale (la cosiddetta “Mafia georgiana”), da una politica giudicata eccessivamente distensiva nei confronti dell’intraprendenza brezneviana e da alcuni “cedimenti” in politica estera (in realtà si trattava di concessioni all’autodeterminazione dei popoli, soprattutto panamense ed iraniano, che si inserivano nell’ottica democratica e liberale della politica e dell’ideologia carteriane). Ronald Reagan, abile comunicatore e politico astuto, seppe sfruttare al meglio il clima di sfiducia generalizzata venutosi a creare, e il refrain “no more Carter” (lanciato dal senatore Edward “Ted” Kennedy, rivale di Carter alle primarie del 1980), divenne ben presto la sintesi collettiva e condivisa di questo stato di cose. Ciò nonostante, è possibile constatare come la responsabilità del fallimento del salvataggio degli ostaggi non fu di Jimmy Carter quanto di un intreccio di accadimenti avversi, imprevisti ed imprevedibili; se tutto si fosse svolto come da programma, probabilmente i pur abili “spin doctor” e “strategists” dell’ex attore repubblicano non avrebbero potuto nulla per impedire la rielezione del Presidente.

Secondo una certa pubblicistica, William Casey, responsabile della campagna elettorale di Ronald Reagan, si sarebbe accordato durante un incontro svoltosi a Parigi con alcuni funzionari del governo iraniano per il rilascio dei 52 ostaggi ostaggi solo dopo la scadenza del mandato di Jimmy Carter (cosa che infatti avvenne). La tesi (“October Surprise conspiracy theory”) lanciata, accreditata e sostenuta soprattutto dal politologo Gary Sick, non dispone di elementi concreti, documentabili e verificabili, ma può tuttavia contare sulle testimonianze del Ministro degli Esteri iraniano Sadegh Ghotbzadeh, da quello della Difesa Ahmad Madani , del Presidente Abol Hassan Bani Sadr e del capo dell’ intelligence francese Alexandre de Marenches , il quale ammise di aver organizzato l’incontro a Parigi. Il Congresso statunitense creò una commissione di indagine per far chiarezza sulla vicenda, ma il suo lavoro si dimostrò fin da subito difficile e improduttivo, anche perché i repubblicani erano riusciti ad imporre il divieto di indagini all’estero e un tetto di spesa estremamente limitato (75 mila dollari).

Grillo e la stampa: una colpa per due

Irricevibile, perché collocata e collocabile al di fuori di qualsiasi ottica democratica e liberale, la proposta grilliana di dar vita a liste di proscrizione per segnalare i giornalisti “ostili” (o supposti tali) al Movimento. E’ una logica che trova un ancoraggio temporale e concettuale inquietante nella famosa “Lettera aperta a L’Espresso sul caso Pinelli”, la raccolta firme contro il commissario Calabresi (personaggio sul quale non deve comunque mancare una sosta analitica rigorosa ed imparziale).

D’altra parte, il giornalismo non dovrebbe mai venir meno alle sue traiettorie deontologiche, magistralmente condensate nello “Statement of Principles ” del 1975 e nel saggio “Liberty and the News” (1929) di Walter Lippman, padre del “Precision Journalism” (il giornalismo scientifico). Le accuse, continue e costanti, quando di fascismo o quando di comunismo, rivolte al leader pentastellato e quelle, ancor più scomposte, di indottrinamento lanciate contro la sua piattaforma elettorale, non soltanto si allontanano dal sentiero della buona narrazione ma contribuiscono ad iniettare tossine nelle vene della dialettica pubblica e politica.

Il “terrorista” Mandela e l’insipienza prevedibile del razzismo biologico

Il Paese che Frederik Willem de Klerk , uomo coraggioso e politico illuminato, lasciò nelle mani di Nelson Mandela, si presentava come un immenso giardino, nel quale ad una piccola parte degli occupanti era data la possibilità di consumare la quasi totalità dei frutti, facendoli però raccogliere ai veri proprietari, nutriti con le bucce e con i semi di quei frutti, se e quando non cadevano dall’ albero, morendo per coglierli.
Ecco come si snodava la quotidianità, in quel giardino:

“I neri vivono o ai margini delle grandi città (in miniere e fabbriche), o nelle grandi fattorie degli afrikaaners (ognuno dei quali ha dagli 8 ai 16.000 ha): questi operai non percepiscono un salario, ma possono coltivare un pezzo di terra e avere del bestiame per poter vivere. Infine ci sono quelli che vivono nelle riserve.

I neri non possono scegliere il luogo dove vivere, dove lavorare, il tipo di educazione da dare ai figli. Sono soggetti a trasferimenti forzati ogni volta che il governo scopre che nel loro sottosuolo vi sono minerali preziosi (è successo ad es. di recente con il rame). Non hanno diritti e la legge non punisce polizia e militari che commettono reati contro di loro.

La spesa totale pro-capite per l’educazione è di 780 $ per i bianchi e di 110 $ per i neri.

La pensione media mensile è di 94 $ per un bianco e 41 $ per un nero.
L’87% del territorio (con oro e diamanti) è assegnato alla minoranza bianca.

Gli africani vivono in riserve che rappresentano meno del 13% della superficie sudafricana.

Il lavoratore nero abbassa lo sguardo in segno di inferiorità quando incontra un bianco, il quale non vuole sentirsi osservato.

C’è un medico ogni 330 bianchi e uno ogni 91.000 neri (nel bantustan KwaZulu ce n’è uno ogni 150.000 ab.: è la proporzione più bassa di tutto il Terzo mondo). Un medico bianco non può soccorrere un nero.

I bambini neri in carcere sono sempre privi di assistenza legale e i genitori non sanno dove vengono rinchiusi né di cosa sono accusati. Le condanne per loro variano da un minimo di 6 a un massimo di 9 anni di reclusione.

Nessun genitore può entrare nelle scuole senza il permesso della polizia.

Uno studente che passeggia per strada durante l’orario scolastico può essere imprigionato per due settimane.

Qualsiasi alunno o persona colpevole di gettare sassi, appiccare fuochi o usare altre forme di violenza può essere immediatamente arrestato o ucciso dalla polizia.

Nei ghetti le scuole possono anche avere classi di 70 ragazzi.

Nessuno può parlare agli studenti, nell’ambito della scuola, di argomenti che esulano dal programma ufficiale. Ancora oggi le scuole si attengono al Manifesto dell’educazione nazionale cristiana, che afferma: “il compito del sudafricano bianco nei confronti dell’indigeno è quello di cristianizzarlo e aiutarlo a progredire culturalmente.

L’istruzione degli indigeni deve essere basata sui principi di custodia, non-uguaglianza e segregazione (ed è un’istruzione bantu, cioè molto povera, in quanto riservata ai neri.

Più volte il governo ha cercato d’imporre come lingua d’insegnamento l’afrikaans e non l’inglese). Lo scopo di questa educazione è quello di far capire qual è lo stile di vita dell’uomo bianco, specialmente quello della nazione boera”.

A scuola non ci si può andare se non si ha un nome “cristiano”, che i bianchi sappiano pronunciare.

La divisa scolastica dei neri è giacca e pantaloni scuri senza cravatta. Le ragazze portano una gonna blu e una camicia bianca abbottonata fin sotto il mento.

Sui banchi c’è un vocabolario di inglese/afrikaans (lingua dei boeri): la parola “baas”, che in afrikaans significa “padrone”, viene tradotta con “uomo bianco, eroe e uomo intelligente”.

Un tribunale bianco, per mandare a morte 14 persone nere, ha usato come formula il “common purpose”, ovvero la “comune volontà” di aver ucciso un poliziotto collaborazionista nero durante una manifestazione politica (è la cd. “responsabilità indiretta”, che oggi viene invocata dal governo USA per giustiziare coloro che provocano, anche indirettamente, la morte per overdose).

Una donna vedova o abbandonata dal marito o che rifiuta un lavoro sgradito può essere trasferita in un altro posto, anche molto lontano. La legge vieta i matrimoni misti.

Dal 1985 vige lo stato di emergenza.

Non è possibile distinguere tra l’uccisione di una persona per reati “comuni” e per reati “politici”, perché il Sudafrica non riconosce questa seconda categoria.

Il Sudafrica (se si esclude l’Iran su cui non si hanno dati certi) detiene il record del più alto numero di condanne a morte e di esecuzioni del mondo (negli anni 70 in media 79 all’anno; negli anni 80, 119). Oltre a ciò andrebbero conteggiati i decessi che si verificano nelle carceri prima della sentenza”

A questo corteo di abomini morali, vanno aggiunti i massacri, gli strupri e le umiliazioni giornaliere che la maggioranza nera fu costretta a subire, nella più completa impotenza, per quasi 4 secoli.

Questi, i cardini e i perimetri di quel sistema che vede il suo atomo tra il 1652 e il 1657, quando l’olandese Jan van Riebeeck fondò la colonia del Capo, e concretizzatosi in un agghiacciante rivestimento istituzionale dal 1948 al 1993.

Questo, l’irrazionale sistema che la minoranza bianca (9%-10%) aveva imposto, prima per convenienza economica e dopo per paura, agli autoctoni, ovvero al restante 75% della popolazione.

L’ iconoclastismo ideologico (quando non egocentrico) di chi cerca di destrutturare l’immagine comunemente accettata e condivisa di Nelson Mandela, non potrà che apparire quindi immaturo, fragile vulnerabile. Ma ecco perché ed ecco di che cosa si tratta:

-Mandela viene accusato di essere stato un “terrorista”, di aver cioè fatto parte del braccio armato del l’ ANC. E’ vero (o meglio, lo fu per una parte della sua vita), ma la lotta armata, specialmente se e quando volta all’annientamento di un sistema irricevibile come quello imposto dalla comunità anglo-boera in Sud Africa, non è di per sé esecrabile e, spesso, emerge come l’unica strategia possibile ed ipotizzabile verso il raggiungimento di uno status quo formulato sull’emancipazione e la consapevolezza (ampie porzioni di Santa Romana Chiesa ammettono la lotta armata e lo stesso Mahatma Gandhi acconsentì a dotare il suo Paese di un imponente arsenale bellico)

-Mandela avrebbe beneficiato di finanziamenti dalle potenze straniere, USA, GB ed Israele in testa. Premesso come, anche in questo caso, ricevere appoggi o finanziamenti da soggetti altri, esterni e diversi, non sia di per sé condannabile (UQ, PLI, DC, MSI, FI,Lega Nord hanno giovato per anni di iniezioni economiche e di appoggi politici da parte di USA, stato ebraico e Vaticano), le potenze occidentali hanno, invero, sempre favorito e foraggiato il Sud Africa bianco, perché visto come un contraltare all’intraprendenza castrista nel continente africano-

-Mandela sarebbe il responsabile primo del caos e delle divisioni etniche che ammorbano e sconvolgono in Sud Africa, nonché del “genocidio bianco” (fenomeno reale e preoccupante) in atto dal 1994. In realtà, è stata la minoranza bianca, attraverso una gestione nefanda sul piano morale e folle su quello strategico-politico, a creare le condizioni, mattone dopo mattone , per la situazione che sta sperimentando nel suo quotidiano, dal dopo de Klerk ad oggi. Sebbene inaccettabile sotto il profilo etico, il razzismo cosiddetto di “reazione” è una risposta “fisiologica” alla prevaricazione ed alle violenze che una comunità è stata costretta a subire (in storiografia si chiama “Legge del pendolo”)

Una minoritaria (ma rumorosa) porzione del conservatorismo internazionale, si dimostra ancora una volta indefessamente legata ai frame del razzismo classico-biologico, ammanettata ad un passato che non conosce e ad un presente che non riesce a codificare. Per alcuni, è ancora l’elemento biologico a fare l’uomo. Per costoro, autoghettizzatisi al di là della Colored Lines, la “Doccia salutare”, il “Brusca e striglia” e il “Saettino puro sangue meneghino”sono e rimangono il baricentro cognitivo e il sentiero ideologico d’elezione.

Il Meridione che amava i Savoia e Garibaldi.Le manomissioni del revisionismo astorico

La pubblicistica divulgativa più approssimativa, ideologica e ideologizzata ( di conseguenza distante dal vaglio della metodologia analitica scientifica) ci ha consegnato e ci sta consegnando il ritratto di un Meridione violentemente antiunitario e antisabaudo, in forza di un carburante culturale che trova e troverebbe il suo snodo e il suo principio in quella che viene presentata come una conquista e non come la realizzazione dei processi unitari, democratici e liberali nati nel XII secolo e sviluppatisi nel XIXesimo. Una ricognizione nel nostro passato, dimostrerà invece tutta l’infondatezza, l’ipocrisia e il dilettantismo di questo impianto argomentativo.

Se è infatti ben noto come le regioni meridionali fossero profondamente monarchiche (ad attestarlo, le percentuali plebiscitarie nelle consultazioni referendarie del 1946 e la presenza di sindaci legittimisti in città importanti come Napoli, Foggia, Taranto, ecc), la storiografia e la pubblicistica hanno però fatto calare un velo di silenzio ed oblio su alcuni eventi collocati nel 1946 e categoricamente esplicativi del legame tra il Sud e Casa Savoia.

Ma vediamo di che cosa si tratta

-manifestazioni filo-sabaude in tutto il Meridione . Il 6 giugno, A Napoli, una folla di monarchici (persone sempre sprovviste di un’organizzazione partitica) cerca di impedire la partenza di S.M Maria José e dei figli, imbracciando le armi.

-Taranto: tafferugli in Corso Archita tra i monarchici e i marinai repubblicani della S.Marco, alla fonda nel porto cittadino. 36 feriti in totale tra i civili, di cui 10 in gravissime condizioni.

-6 giugno: prima grande manifestazione monarchica a Napoli. Si hanno degli scontri e un militante fedele alla corona, Ciro de Martino, muore a seguito dell’esplosione di un ordigno

– 7 giugno: sempre a Napoli, una manifestazione oceanica dei monarchici sfocia nel sangue, con la morte (accidentale) di un ausiliario di polizia, Alfonso Proto, e di quella di un giovane monarchico, il 16enne Carlo Russo, assassinato da una raffica di mitra mentre cercava di andare pacificamente incontro ai celerini avvolto dalla bandiera con lo stemma sabaudo

-9 giugno: un altro giovane monarchico, Gaetano D’Alesandro, viene ammazzato a colpi di mitra per aver accusato gli ausiliari della morte di Russo (stava ritornando dalle esequie del ragazzo)

-nuovo corteo monarchico a Napoli: i legittimisti si raccolgono in Via Medina, dove ha la sua sede provinciale il PCI. Alcuni attivisti fedeli alla Corona tentano di rimuovere la bandiera senza stemma sabaudo posta sul pennone della sede comunista e parte la rappresaglia armata degli ausiliari. Sul selciato rimangono 9 persone. I feriti saranno 150.

Dell’episodio sarà ritenuto diretto responsabile Amendola,. Arrestato dagli angloamericani, verrà successivamente rilasciato, sotto pressione del Governo italiano.-

Arché della rivendicazione monarchica erano i sospetti di brogli perpetrati dal ministro di Grazia e Giustizia, Togliatti, e da quello dell’ Interno (Romita), accusati di aver “gonfiato” il numero degli elettori in modo da assorbire il disavanzo repubblicano e di voler impedire il riconteggio delle schede.

Ma c’è di più: alle elezioni siciliane del 20 aprile 1947, il Fronte Popolare (comunisti e socialisti) decide di utilizzare nel suo simbolo l’immagine di Giuseppe Garibaldi, nel tentativo di attirare maggiori consensi. Il cartello socialista e comunista otterrà un risultato epocale: 742.449 voti rispetto ai 508.390 del 2 giugno 1946. Un balzo dal 26,58 %al 37, 19 %, tanto è vero che la dirigenza decise di adottare il simbolo con il volto dell’ Eroe dei Due mondi anche per le successive consultazioni politiche, quelle del 1948. Strano se si considera come, per Aprile ed i suoi epigoni, Garibaldi sarebbe visto e “ricordato” come assassino e tagliaborse.

La storia è il fatto; la storiografia ne è la ricostruzione. Non c’è e non deve esserci spazio per chi non ha equilibrio e ponderazione.

Ancora consigli sulla comunicazione

Una piccola, umile ma, soprattutto, gratuita consulenza di “public affairs” e marketing politico: quando si ricopre un ruolo pubblicamente esposto (indipendentemente dal suo ambito e dalla sua tipologia) è sempre e comunque preferibile evitarne l’ostensione. Incursioni quali: ” tra un impegno istituzionale e l’altro non ho nemmeno il tempo di andare dal barbiere/parrucchiere” o “riunione per l’argomento XX, poi riunione per la tematica XY e poi di corsa all’asilo a riprendere la bambina” o, ancora “ogni tanto mi stupisco delle notizie sul giornale anche se poi sono io a scriverle”, seppur mimetizzate dietro una patina di spiritosa familiarità, non serviranno ad ingannare neanche l’osservatore meno equipaggiato e più sprovveduto dal punto di vista sensoriale; il rischio è e sarà quello di apparire presuntuosi, distanti o, cosa fatale nelle relazioni esterne, insicuri.