Lyndon Johnson, Andrew Johnson e Gerald Ford: la rivoluzione silenziosa dei comprimari

E’ stato, Lyndon Baynes Johnson, un Presidente “migliore” di quanto non lo fu il suo predecessore, John Fitzgerald Kennedy. A lui, gli USA devono la cosiddetta “Great Society”, l’avveniristico programma di riforme sociali che andò a colmare (sebbene in parte) una vergognosa lacuna nel sistema welfare statunitense togliendo, non sia dimenticato, anche un pericoloso argomento alla propaganda antidemocratica e rivoluzionaria fascista, neofascista e marxiano-marxista.

Questa, la Grande Società d’ideazione johnsoniana:

-varo del programma “Medicare” (assicurazione ospedaliera e assicurazione medica gratuite per chi abbia superato i 65 anni)

-varo del programma “Medicaid” (assistenza sanitaria a cittadini e nuclei familiari al di sotto di una determinata soglia reddituale).

-varo del “Civil Rights Act”, la legge che pose fine (“de iure”) alla segregazione razziale sull’intero territorio degli Stati Uniti.

Meno brillante in politica estera, segmento nel quale sarà ricordato per la regia del “casus belli” dell’ Incidente del Golfo del Tonchino e per l’aggressività militare nei confronti del Vietnam del Nord (i bombardieri in volo sul sul Paese asiatico venivano raffigurati dai vignettisti americani con il naso di Johnson sul muso). Questo, però, non inficia e non deve inficiare la considerazione storica, storiografica e politica sull’importanza e la genuinità del lavoro e della vocazione solidarista dimostrati dal 36º presidente degli Stati Uniti d’America nell’affrontare e risolvere le delicate complessità socio-culturali che cristallizzavano il suo Paese all’era post-lincolniana. Johnson era però un “vice”, non aveva dalla sua una bella consorte, una presenza esteriore spendibile, proveniva da una famiglia di vaccari del Sud “redneck” e non dalla crema dell’aristocrazia finanziaria nordista e, ancora e per sua fortuna, non fu scalzato dalla storia in modo platealmente drammatico, così da consegnarsi alla leggenda attraverso la porta principale, quella dell’emotività. In questo, condivise e condivide la sorte di due altri altri grandi inquilini del numero 1600 di Pennsylvania Avenue: Gerald Ford (vice di Richard Nixon), l’ ”everyman” che resse il timone dello Stato in una delle fasi più critiche dell’intera storia americana ed occidentale (contestualmente ad una crescita esponenziale, globale e trasversale dei rigurgiti estremistici) e Andrew Johnson (vice di Abramo Lincoln), l’uomo della tentata pacificazione tra Nord e Sud dopo l’orrore della Guerra Civile, non meno liberale ed accorto dell’avvocato di Hodgenville ma, per l’appunto, “soltanto” un vice.

A F.V. di anni 16

Non è vero che non ti dimenticheranno mai.

Sarai dimenticato, e forse presto, da molti dei tuoi amici o da chi ritenevi tale. E’ l’età, e così è la vita.

Ma c’è e ci sarà sempre un gruppo di persone che non potranno scordarti mai e che parleranno di te, celebrando la tua memoria, prima con la voce e poi, dopo tanti anni, soltanto con il silenzio.

Ti ricorderanno, sempre, con la ritualità di un gesto ripetuto o con un intreccio di sguardi da ex adolescenti.

Da zero a dieci

“Vado a vedere dove finiscono i ragazzi di 16 anni che saltano in aria per una bomba. Se lo trovo gli parlerò un po’ di com’è andata in questi ultimi 20 anni, e deciderà lui se si è perso qualcosa o no. Salutami gli altri e non portarmi mai dei fiori. Casomai venite con una birra a raccontarmi le ultime stronzate che avete fatto. Buona vita socio”

“Non siamo né destra né sinistra”. Ovvero, la banalità prevedibile della comunicazione politica dei “fratelli minori”.

Caratteristica comune a tutte le forze politiche a trazione demagogico-populistica o di ispirazione rivoluzionaria, è l’ostensione dell’alterità, reale o presunta, dagli altri altri partiti, i cosiddetti “partiti tradizionali”.Questa alterità viene manifestata anche e soprattutto mediante il linguaggio e l’estetica, sempre anticonvenzionali, informali e detonanti gli schematismi della prassi politica più consueti ed accettati. C’è, però, un altro elemento che si fa punta di lancia di detta strategia promozionale: il rifiuto, radicale ed insistente, delle categorizzazioni di “destra” e “sinistra” e dell’incapsulamento al loro interno (modus cogitandi atque operandi iniziato con i comunisti russi e proseguito con le forze di ispirazione fascista e, in epoca democratica, ripreso dall’ UQ; il famoso “Abbasso tutti” di gianninaia memoria). Se a tutta prima può sembrare un argomento di una qualche densità concettuale, un lavoro di scavo più rigoroso e capillare dimostrerà e paleserà tutta l’insipienza propagandistica della soluzione. Con “destra”e “sinistra”, infatti, si intendono, principalmente e comunemente, delle coordinate di riferimento per orientarsi ed orientare all’interno della galassia politica e non intenzionalità demolitive del patrimonio di questo o di quel partito o il tentativo di ingabbiarlo in allestimenti predefiniti, omologati e omologanti. Le forze sopracitate, però, attuano una distorsione dei percorsi intenzionali dei loro interlocutori in modo da porsi in posizione a loro (e più un generale) antitetica ed opposta.

I Simpson e il Parlamento italiano: quando menzogna e pregiudzio si tingono di giallo.

Il caso Jimmy Carter e le elezioni del 1963.

Da qualche giorno a questa parte sta rimbalzando da un capo all’altro del web la notizia secondo cui in una puntata dei “Simpson”, il celeberrimo ed osannato cartoon “stras&stripes”, una scuola indisciplinata sarebbe stata definita dal suo preside “più corrotta del Parlamento italiano”. La vicenda ha trovato immediatamente il riscontro di quel segmento nazionale incline all’autolesionismo esterofilo più compiaciuto (“guarda cosa dicono di noi all’estero!”) e il pregiudizio, sebbene confezionato in un cartoon ed affidato alla sua ambasceria, è tornato ad essere, ancora una volta e per l’ ennesima volta, elemento didascalico e normativo, quando buonsenso e buongusto imporrebbero la sua espulsione dai paradigmi e dai tessuti intellettuali e culturali di qualsiasi comunità abbia la pretesa di definirsi civile. E’ vero, il Parlamento italiano non è/o non è stato, nella sua storia unitaria, sinonimo di limpidezza e rettitudine adamantina, ma che cosa dire di quello statunitense? Davvero gli americani hanno le carte in regola per attribuire patenti ed imprimatur di agibilità democratica o morale a questo e a quel Paese? Forse no. Anzi, no. No di sicuro. Si, perché gli Stati Uniti hanno, fin dalla loro indipendenza (1779) malcostume morale e corruzione come scomodo corollario alla loro vita politica: dalle costosissime (per il contribuente) manie verrine del presidente William Henry Harrison, allo scandalo del “Whisky Ring” , che per poco non costò l’impeachment al Generale Grant, al dominio dei trust e degli affaristi della speculazione edilizia, della Borsa e delle ferrovie, sul quale si scagliò un’agguerrita pattuglia di cronisti senza macchia e senza paura (“i Muckrackers ”), alla lottizzazione parlamentare da parte di questa o quella setta evangelica o di questa o quella compagnia, lobby o multinazionale, al “Watergate”, al caso Iran-Contra per arrivare alla contestata elezione di G.W.Bush, quando ad una rilevante porzione dell’elettorato ispano-americano della Florida fu impedito l’accesso al voto e non vennero effettuati i riconteggi delle schede in 18 contee dello Stato (il Governatore era Jab Bush, fratello del futuro Presidente), il tutto nel silenzio assordante del tanto decantato giornalismo americano, che insisteva soltanto affinché fosse proclamato un eletto, indipendentemente dalla validità della consultazione.

C’è però un episodio che ci sembra utile portare all’attenzione del lettore, perché poco conosciuto e per questo paradigmatico di quello che avviene con consueta ed accetta regolarità nel sottobosco della politica degli USA2, in special modo al di sotto della “Mason-Dixon Line”: era il 1963, e un giovane e intraprendente ingegnere della Georgia correva per un seggio al Senato dello Stato. Si chiamava James Earl Carter, futuro Presidente degli Stati Uniti d’America. Il 39eseimo. Carter era in gamba, un giovane con già alle spalle una prestigiosissima carriera come ufficiale di marina, una laurea in ingegneria navale e adesso un’azienda che andava a gonfie vele. Era in gamba, si, ma ingenuo, perché credeva che in Georgia come nel resto dell’ Unione le lezioni si svolgessero nel rispetto e nell’osservanza della legge, ma dovette presto ricredersi. Giunto nel collegio di Georgetown, nella Contea di Quitman, assistette ad episodi che lo lasciarono a bocca aperta: il presidente di seggio, nonchè notabile locale, non soltanto invitava gli elettori a votare per il suo antagonista (“questo è un brav’uomo ed è amico mio”) ma addirittura metteva le mani nelle urne, tirando fuori le schede per esaminarle. Sconvolto e incredulo (come dargli torto!), Carter chiamò immediatamente il giornale più vicino, nella contea di Columbus, salvo trovare uno dei redattori in amichevole conversazione proprio con quel notabile che aveva manomesso le schede elettorali. Fu soltanto dopo giorni e giorni di spese legali, ricorsi ed estenuanti trattative con testimoni intimiditi, avvocati, cronisti e scrutatori, che Carter potè vedere riconosciuta la sua vittoria da una sentenza dell’allora giudice Crowe

Tempo dopo, l’ormai Presidente tornò sull’argomento, nella sua autobiografia: “Cominciai a capire quanto il nostro sistema politico era vulnerabile di fronte al potere illegale incontestato. Persone oneste e coraggiose si rassegnavano al silenzio rendendosi contro che un’aperta opposizione era infruttuosa. I pavidi e gli incerti venivano intimiditi. I disonesti si alleavano dividere il bottino ed eleggevano facilmente funzionari che, il più delle volte sembravano rispettabili , ma collaboravano per assicurarsi un titolo o una carica”

Meditiamo su queste parole e sui fatti di oggi e di allora, prima di consentire ad un cartone animato tinto di giallo di mortificare la nostra dignità e la nostra storia..

Il sondaggio: istruzioni per l’uso

Il ballo delle cifre da parte di questo o di quell’istituto demoscopico sulle primarie del Partito Democratico, non può che imporre una riflessione su quella che si presenta, dal secolo XXesimo ad oggi, come una punta di lancia dell’impianto propagandistico e della persuasione: il sondaggio.

Attraverso questo strumento, il propagandista cerca un punto di entrata nel tessuto intellettivo del suo bersaglio, trasmettendogli la sensazione della certezza, e quindi dell’inevitabilità, di un determinato risultato. Ecco che il sistema della persuasione aggancia altri due dei suoi capisaldi, ovvero il “senso comune” (con tale tecnica si cerca di convincere il target di riferimento che le posizioni espresse e portate avanti dal propagandista riflettono il senso comune, ovvero il comune sentire della popolazione), la “grande menzogna” ( quanto più la notizia è falsa tanto maggiore è la possibilità che venga accettata acriticamente) e la “ripetizione” (la ridondanza del messaggio e la sua reiterazione conferiscono al messaggio maggiore credibilità)

Il prestigio pubblico di cui molti degli istituti demoscopici sono ammantati ed ammantabili, fa il resto, conferendo loro e, di conseguenza, ai loro prodotti, uno status di infallibilità.

“Stati Uniti d’Europa”

Da una dichiarazione di Emma Bonino:

“Questa Europa, così com’è, è inadeguata, ma il problema è dei nostri Stati nazionali. Il nostro sogno sugli Stati Uniti d’Europa è sempre più in controtendenza, dobbiamo saperlo e anche noi ci stiamo avvicinando a derive populiste”.

Come evidenziato in un precedente intervento, l’elemento “euroscettico” (sostenuto anche da vari segmenti del mondo liberale di notevole autorevolezza sotto il profilo pubblico ed intellettuale) viene rivestito di una connotazione negativa ed associato all’estremismo di matrice demagogico-populistica. Ma non solo: l’architettura progettuale europeista va ben oltre oltre, arrivando ad espellere dal proprio sistema normativo e dalle sue concezioni democratiche anche e persino l’idea di stato nazionale identitario, presentato come elaborazione “inadeguata” ed obsoleta, incapsulata in un indumento ideologico che si vuole superato dalle moderne convenzioni dell’evoluzione partecipata e dalle prassi sociali.
La mia personalissima analisi non è e non deve essere interpretata come un “tackle” su Bonino (visto il suo “cursus honorum” in seno alla UE, certi orientamenti risultano comprensibili ed ovvi) e nemmeno sull’ideale inclusivo strasburghiano; è opportuno notare e rilevare, però, come la critica e/o la distanza da taluni allestimenti programmatici venga, de facto, ostracizzata e marginalizzata, assegnata al primitivismo intellettuale e all’azzardo.

Altra cosa, la democrazia.

Ps. Soprattutto in un Paese come l’Italia, traiettorie di questo genere possono trovare e trovano facile accoglimento. La debolezza della nostra coscienza nazionale, il trauma collettivo (antropologico e sociale) dell’esperienza fascista (elemento ideologico a trazione ultranazionalista), il portato culturale internazionalista della sinistra comunista (fortissima e determinante nella e dalla nostra fase repubblicana) e l’universalismo cristiano di partiti come la DC, hanno sfilacciato ulteriormente il nostro patrimonio collettivo, facendo della sua difesa un tabù culturale. Di qui, l’ipertrofismo esterofilo, utilizzato e concepito quale terapia e naturale soluzione

AQ

Quando la nostalgia si fa particolarmente indiscreta, monto sulla mia macchina spazio-temporale preferita, Google Earth, e faccio un viaggio di 600 chilometri più a sud, nello spazio geografico, e di quasi 30 anni più indietro, in quello cronologico. Percorro idealmente certi vicoli, torno in certi bar, premo il viso contro la vetrina di questa o quella confetteria e, soprattutto, torno nella mia vecchia casa, che non ho più. La tecnologia non mi permette di varcare la soglia, e allora aggiungo un po’ di fantasia emotiva a quella evanescente e stilizzata del mezzo tecnologico, ed entro. Mi sdraio sul letto e chiudo gli occhi, mettendo in moto la manovella dell’immaginazione, ancora, e del ricordo. Accade, però, che ad un tratto qualcosa interrompa le risate degli amici, la musica dell’orchestra sul palco in piazza e il vociare dalle bancarelle colorate; è LUI, perché anche LUI fa parte di me e di noi. Arriva, con il suo urlo innaturale perché così assurdamente naturale, e sporca, macchia, inquina e sabota il mio mondo, il mio sentiero di rose.

Si, perché, quel giorno, quella casa e quella terra/mamma avrebbero potuto farmi del male, se non fosse stato per la pigrizia di un viaggio evitato all’ultimo secondo.

Si, perché in quelle stanze non c’è solo il ricordo di una festa e delle feste, ma anche quello di bicchieri che cadono, di stoviglie che sbattono e di mattoni che ululano promettendoti di schiaffeggiarti con l’inferno.

Si, perché poco più distante c’erano le telecamere del mondo, di un mondo estraneo, puntate con invadenza su quella fila di involucri di legno, di legno scuro e di legno bianco.

Chi lo avrebbe detto? Chi avrebbe mai potuto soltanto pensarlo? L’orrore che rovista nel tuo bozzolo segreto ed irraggiungibile. O almeno è quello che pensavi.

Ognuno la vive e lo vive a suo modo; non esistono codici, schemi o sentieri preordinati. Sia rispettato il silenzio, comunque, anche quando si fa parola o lettera scritta.

Lo Stato ero io, lo Stato sono io. Il partito ero io, il partito sono io. Eziologia di un equivoco e fenomenologia di una tirannide.

Da “Il Giornale“:

“Alfano tradisce”

“Alfano pugnala il Cavaliere”

“Al-fini il traditore”

«Gianfranco da salvatore della patria a traditore»

Come vediamo, c’è sempre una linea di continuità da parte del maggiore organo di stampa del Gruppo Berlusconi nell’ etichettare e definire il dissenso e i dissenzienti. La destra italiana (o meglio, la sua porzione maggioritaria e più esposta), si dimostra, ancora una volta e per l’ennesima volta, incommensurabilmente distante dal solco della condivisione democratica e della dialettica liberale. La collegialità viene espulsa dal sistema normativo dell’elemento destrorso-berlusconiano (ne ha mai fatto parte?) per lasciare il posto a traiettorie semantiche e retoriche rozze e volgari, cristallizzate al muscolarismo ventrale di stampo fascista. Il capo e i suoi cultori e sacerdoti sono e diventano così gli unici e i soli dispensatori di verità e legittimità politica e ideologica, costi quel che costi, esattamente come avvenne in quel 18 settembre 1943, quando le Camicie Nere voltarono le spalle alla nazione e a chi la rappresentava, legittimamente ed in modo “super partes” ( Vittorio Emanuele III e il Maresciallo Pietro Badoglio) per dar vita ad un segmento secessionista, abusivo ed arbitrario, altro ed antitetico rispetto allo Stato unitario e a chi lo aveva reso tale.

“Genitore 1” e “Genitore” 2: l’equivoco dispotico del progressismo

Il godimento, l’esercizio e l’ostensione dei processi e delle prerogative emanazione di una determinata cultura o comunità, non devono né dovrebbero mai, quando e se confinati nel perimetro del buongusto, della discrezione e del rispetto, essere percepiti come una violazione dei diritti dell’altro ma, al contrario, come una prassi della democrazia, della condivisione e del dettato liberale. L’espulsione della formula “padre” e “madre” dal sistema normativo del linguaggio istituzionale, si annuncia come una discriminazione ai danni di una comunità (la piattaforma genitoriale eterosessuale) a (presunto) vantaggio di un’altra (la piattaforma genitoriale di tipo omosessuale che, ricordiamo, ha già insita in sé la determinazione ruolistica ). Privando la prima di un diritto formale senza consegnare una contropartita alla seconda, gli ideatori ed attuatori del progetto dimostrano, ancora una volta, di promuovere e sussidiare la cultura dell’esclusione e della prevaricazione omologante nel tentativo, paradossale, di evitarle e scongiurarle.

Ps. La stessa cosa vale per l’elemento religioso.

Un triste “cadeau” della memoria ai tifosi partenopei: l’Assedio di Messina e le violenze borboniche.

Nato come costruzione politica fittizia ed avamposto aragonese nella penisola italica, il Regno delle Due Sicilie si segnalò non soltanto per l’estrema povertà ed arretratezza del suo sistema economico e sociale (punte di analfabetismo vicine al 100% in regioni quali Calabria e Basilicata, un impianto produttivo cristallizzato sul settore agricolo ed organizzato su base latifondistica in un’epoca che stava assistendo all’ esplosione industriale, un sistema bancario ridotto ai minimi termini, quasi totale assenza di servizi ed infrastrutture, occupazione, in Sicilia, delle prerogative dello Stato centrale ad opera della famiglie mafiose, flotta commerciale inadatta ai mercati internazionali, ecc) ma anche per la ferocia del suo sistema repressivo. Percorso da Sud a Nord da rivolte popolari continue e costanti (Palermo, Napoli, Reggio Calabria, Messina, spesso filo-sabaude), la corona borbonica non esitò a soffocare nel sangue e nella brutalità coercitiva le velleità democratiche e liberali del “suo” popolo. A questo proposito, è utile indicare all’attenzione il caso dell’ Assedio di Messina del 1848, pagina tra le più orribili dell’intera storia europea contemporanea. Penetrate in città dopo un accerchiamento durato diversi mesi, le truppe di
Ferdinando II (che da quel momento fu noto con l’appellativo di “Re bomba”) capitanante dal Generale Filangeri, si resero protagoniste di massacri, stupri e violenze di ogni sorta ai danni della popolazione civile incolpevole ed inerme, spingendosi addirittura a fare irruzione nelle chiese, dove molti dei malcapitati si erano illusi di trovare asilo e rifugio, per commettere i loro abomini. Drammaticamente celebri i casi dell’ Ospizio di Collereale e dell’Ospedale Civico , luoghi di sofferenza che non furono risparmiati dai miliziani borbonici, che brutalizzarono i malati, violentando, mutilando ed accecando, di nuovo ed ancora ed ancora. Molti furono i messinesi che cercarono di fuggire via mare, “assalendo” le imbarcazioni francesi ed inglesi alla fonda nel porto cittadino, tanto è vero che i responsabili delle diplomazie dei due Paesi chiesero al Filangeri di sospendere le operazioni militari in modo da consentire alle navi di offrire assistenza e ricovero ai fuggiaschi.

Sarebbe opportuno lo studio di queste dolorose pagine di storia meridionale da parte di chi, imbevuto di revanscismo miope e disancorato dal dettato documentale, inveisce negli stadi contro Bixio, Cialdini e Garibaldi. La borghesia più illuminata del Sud Italia collocava le proprie aspirazioni nella corona piemontese perché sapeva essere garanzia di libertà (come fu e sarebbe stato) a differenza di un Paese che conservava l’assolutismo monarchico di stampo 700esco quando  Vittorio Emanuele II veniva considerato soltanto un “Primus inter pares” da una delle carte costituzionali più avanzate del mondo occidentale.