Astuzie e banalità della comunicazione III. Fazio, Brunetta, Grillo e l’eterno ritorno gianniniano.

Nel 1980, la finanza statunitense scoprì il grande potenziale che le piattaforme mediatiche potevano offrire in termini commerciali e pubblicitari. Fu così che colossi come la General Elettric, la Disney, la Twentieth Century Fox o, ancora, la Viacom, fagocitarono le maggiori testate cartacee e i maggiori canali audiovisivi. Effetto collaterale di questa operazione fu la nascita dell’ “infotainment” (“intrattenimento-spettacolo”), un genere di informazione variegato e popolare nato con lo scopo di cooptare il maggior numero possibile di spettatori (e quindi di acquirenti). E’, di conseguenza e in senso stretto, il privato a fare e a finanziare l’informazione. Lo sa anche Brunetta, che nella sua incursione contro Fabio Fazio ha però deciso astutamente di virare verso una tematica smaccatamente ventrale, nonché “must” e punta di lancia dell’arsenale retorico di una certa destra qualunquista: il “e io pago”. Sono gli inserzionisti a pagare Fazio, proprio perché Fazio (come Benigni, Littizzetto ed altri) fa alzare l’audience dei programmi nei quali sono collocati gli spot, ma Brunetta è riuscito ad operare un abile sabotaggio della verità attraverso alcune tattiche della comunicazione politica che si possono riassumere nei seguenti punti:

; propaganda di tipo “nero”. Informazione falsa, perché il conduttore non è pagato dalla televisione di Stato ma, appunto, dai privati

; propaganda “grassroots” (diretta agli strati più bassi della popolazione, il “grass”, “prato”).

; propaganda “‘treetops’” (diretta agli strati più alti, il “tree”, “albero”). Le elites non sono tanto evolute ed attrezzate come credono.

; “ripetizione”. La ridondanza del messaggio e la sua continua reiterazione portano alla sua sedimentazione nelle strutture cognitive dell’ascoltatore.

; “attacca il messaggero”. Fazio è benestante (categoria non di rado malvista) perché pagato dal popolo, lavoratore e spremuto dalle tasse. Screditandolo, si scredita anche e di conseguenza il messaggio che lancia.

Stessa cosa ha cercato di fare il leader pentastellato, nel suo “tackle” su “Che tempo che fa”. Grillo, in questo caso prontamente smentito da Endemol, ha voluto associare il conduttore genovese a Berlusconi, in modo da suggerire, implicitamente, una contiguità tra sistemi di potere apparentemente diversi ed opposti (“vedete? Sono tutti uguali, vi prendono in giro”).

Modesto consiglio di chi scrive è quello di tutelarsi attraverso una breve operazione di “Fact checking” (“verifica della notizia”), prima di incamerare e brandire come vessillo qualsiasi dichiarazione e concetto lanciato da questo o da quel politico.

“Ogni uomo mente, ma dategli una maschera e sarà sincero” – Oscar Wilde.

Ai tempi della seconda guerra in Iraq nel 2003, un sondaggio dimostrò come l’86% degli statunitensi che credevano alle informazioni (poi rivelatesi distorte e manipolate) sul regime di Saddam Hussein fosse collocato tra coloro i quali erano comunque favorevoli al conflitto e all’amministrazione Bush. C’era quindi un legame tra queste “misperceptions” (nel gergo della comunicazione “false percezioni”) e l’ideologia-convincimento di base dei cittadini che le accoglievano come veritiere. In poche parole, la propaganda mediatica attecchisce più facilmente se i suoi argomenti sono, in qualche modo, collocati e collocabili sulla stessa traiettoria d’intendimento del bersaglio del messaggio.

Da diversi anni circola in rete e su alcune piattaforme mediatiche una presunta “Relazione dell’Ispettorato per l’immigrazione del Congresso degli Stati Uniti sugli immigrati italiani” datata 1919, nella quale i nostri connazionali sbarcati ad Ellis Island venivano bollati e descritti, tra le altre cose, come di piccola statura e di pelle scura, puzzolenti, dediti all’accattonaggio ed al crimine. Si tratta, però, di un rapporto la cui veridicità non solo non è stata mai provata e dimostrata, sebbene riportata anche da organi come RAINEWS24, ma che viene messa a dura prova da alcuni indizi quali, ad esempio, il linguaggio utilizzato nel rapporto (più simile a quello di un comunicato politico che non ad una relazione governativa) e da alcune discrepanze storiche, come l’utilizzo da parte dei migranti italiani dell’alluminio per costruire le loro abitazioni, materiale in realtà a quel tempo molto costoso e pregiato. E’ e resta comunque innegabile la durezza del trattamento riservato ai nostri connazionali (come alle altre comunità immigrate), per cui nel caso di specie non si potrà parlare di propaganda “nera” (ossia totalmente falsa) ma di propaganda “grigia”, ovvero parzialmente falsa. Scopo di coloro i quali hanno imbastito la (presunta) mistificazione è quello, senza dubbio benefico, di sensibilizzare l’opinione pubblica su una tematica molto delicata attraverso il canale, emotivamente forte, dell’immedesimazione, data la storia recente di disagio economico e sociale che spingeva molti italiani a lasciare la loro terra in cerca di fortuna, e infatti la nota trova larga diffusione ogni volta in cui, purtroppo, si ripetono tragedie come quella lampedusana. E però significativo notare come le strategie della persuasione riescano sempre e comunque a giungere a bersaglio, indipendentemente dal segmento che si desideri cooptare. Non c’è o non sembra dunque esserci differenza tra la vecchina eterodiretta dagli apparati mediatici berlusconiani (e per questo sovente oggetto di scherno ed aristocratico biasimo) e l’intellettuale, apparentemente meglio attrezzato, magari “liberal” e munito di un titolo accademico, che condivide certe informazioni disancorate dal reale senza la tutela del vaglio e della verifica.

Concludo con una piccola digressione storica: è opinione comune sia stato l’affondamento del transatlantico “Lusitania” la molla dell’entrata in guerra degli USA a fianco delle potenze dell’Intesa nel 1917, ma è un dato soltanto parzialmente corrispondente al vero. L’Amministrazione Wilson, infatti, era già riuscita a convincere la recalcitrante opinione pubblica nazionale attraverso l’opera massiva e massiccia del “Committee on Public Information”, un organismo antesignano delle moderne PR guidato dal giornalista George Creel. Creel puntò molto sulla collaborazione con la stampa e sull’azione dei cosiddetti “Four Minute Man” (termine che traeva ispirazione dai famosi “Minuteman”, la milizia che ai tempi della guerra d’indipendenza dagli Inglesi era in grado di intervenire entro 1 minuto). Scopo dei “Four Minute Man”, un corpo di ben 75 mila uomini, era quello di intrattenere i cittadini in luoghi ad alta concentrazione di pubblico come i cinema, i teatri e gli stadi con orazioni patriottiche incisive ma brevi, appunto di 4 minuti. Inoltre, vennero coinvolte le star all’epoca più popolari come Douglas Fairbank e Mary Pickford e i circoli e l’associazionismo, dai clubs femminili ai boy scout, con l’incarico di estendere e diffondere il messaggio interventista e patriottico di casa in casa, di villaggio in villaggio, di città in città. In breve, sugli USA iniziò a soffiare un vento antitedesco che rese possibile non solo l’entrata in guerra ma anche l’accettazione di provvedimenti pesantemente e platealmente illiberali ed anticostituzionali come il “Sedition Act” del 1918, che vietava qualsiasi forma di opposizione al conflitto. Sconvolto da questa torsione collettiva che dimostrava, de facto, l’asservimento dell’opinione pubblica di una democrazia alle opzioni della propaganda, uno dei padri del moderno giornalismo statunitense, Walter Lippman, nel suo “Liberty and News” gettò si semi del cosiddetto “giornalismo scientifico”, elaborando un vademecum che il cronista doveva seguire per sfrondare il suo lavoro dalle seduzioni e dagli inganni della propaganda, in modo da consegnare al lettore una narrazione il più obiettiva e deontologicamente corretta possibile.

“Uroborismi”

L’affaire siriano è ed è stato l’ennesimo palcoscenico per la propaganda cosiddetta “di guerra”, in un continuum che descrive la strategia della persuasione occidentale dal 1917 ad oggi. Come più volte evidenziato, essa si snoda e sviluppa attraverso le seguenti terzine:

A- Ricorso alla paura e identificazione del nemico
1: demonizzazione del nemico
2: uso da parte del nemico di armi letali e non convenzionali
3: guerra come risposta al nemico e non come attacco

B- Bontà delle nostre guerre
1: soccorrere una nazione o un popolo
2: giusta causa
3: estendere la democrazia

Ancora una volta, a fare la parte del leone nel battage mediatico sono le armi di “distruzione di massa”, in questo caso il gas, che ha preso il posto della meno credibile boccetta delle lenti a contatto esibita da Colin Powell a Palazzo di Vetro nel 2003, in uno dei momenti più imbarazzanti dell’intera storia a stelle e strisce. Ad uccidere (e da anni) in Siria non è soltanto il gas, ma anche e soprattutto il piombo ed il cannone, ma è l’arma non convenzionale a smuovere le leve dell’inconscio, e questo per il suo essere e rappresentare un pericolo invisibile, astratto. Non convenzionale, per l’appunto. “Casus belli” forse meno efficace di due grattacieli colpiti a morte, pare comunque sufficiente a raggiungere il bersaglio dello spettatore-cittadino medio della parte del mondo che conta. Aspettando i telefilm di Fox television.

Il bar di Del Debbio

Tempo fa mi capitò tra le mani un’intervista realizzata al giornalista Mediaset (“giornalista” e “Mediaset”: ossimoro, calembour o pareidolia acustica?) Paolo Del Debbio avente come argomento il suo, ahimè popolare, “Quinta colonna”. Del Debbio si vantava di aver trasferito e riprodotto il clima “da bar” nella sua piattaforma televisiva, motivo questo, secondo lui, del successo riscontrato dal format. Chiunque abbia avuto l’occasione di sostare su “Quinta colonna”, non potrà infatti non aver notato il baccanale, la fragorosa pochezza e il qualunquismo spicciolo caratterizzanti il contenitore, più vicinio, giustappunto, ad una bocciofila isterica che ad un programma di approfondimento politico e sociale. Tralasciando le scontate, pedanti e torcicollesche speculazioni storico-sociologiche sulle nobili radici ed i fulgidi esempi a sostegno e a merito del giornalismo, nazionale come estero, episodi di questo genere non possono che far riflettere sulla decadenza e il deterioramento non soltanto di una “disciplina”, ma anche delle capacità percettive delle masse, sempre più attratte dal ribasso, dalla semplificazione primitiva, dall’approssimazione per difetto, sempre più imprigionate in un’aporia mentale e civile preparata e confezionata da decenni di imbarbarimento dell’offerta televisiva e, più in generale, mediatica. Per non parlare di “Quarto Grado”. In questo caso, però, ci trasferiamo in un livello superiore e ben più complesso: non si tratta, infatti ed ufficialmente, di un programma di approfondimento politico, ma viene fatta ugualmente politica con attacchi, continui e costanti, alla magistratura senza che vi siano un contraddittorio, il rispetto delle normative sulla par condicio e senza che (ed è la cosa più importante) il telespettatore abbia attivato quei sistemi di schermatura, filtraggio ed analisi che solitamente vengono messi in funzione durante un dibattito di tipo politico. Ecco quindi che il circuito propagandistico dell’arcoriano penetra, letalmente e subdolamente, nella coscienza culturale della massa, impregnandola, alterandola e indirizzandola. Altri esempi di indottrinamento subliminale possono essere “Forum”, “Buona Domenica” o “Chi vuol essere milionario”

Il Bandito e il Frescone

Con il termine ” treetops’ propaganda “, si intende e circoscrive quel tipo di propaganda diretta agli strati più “alti” della popolazione (intellettuali, artisti, scrittori, cineasti, scienziati, cronisti, opinion makers, ecc). “Treet”, infatti, sta ad indicare i rami più alti dell’albero. Parliamo di una strategia molto più sottile e potente rispetto alla più comune “grassroots propaganda”, diretta al “grass”, alla “massa” (“grass” indica il prato, ovvero la parte che sta alla base dell’albero) perché mirante a catechizzare e plasmare chi fa opinione, chi muove, in un certo senso, i sentimenti collettivi e le leve del consenso. Le dichiarazioni di De Gregori sulla TAV Torino-Lione (“la sinistra strizza l’occhio ai No Tav per provare a fare scouting con i grillini”), rappresentano un caso lampante di propaganda “treetops” ben congegnata e giunta a bersaglio; premettendo, infatti, come la sinistra abbia iniziato la sua battaglia contro la realizzazione della linea quando ancora il M5S non esisteva ed uno dei suoi fondatori, Casaleggio Gianroberto, custodiva nel portafoglio la tessera di Forza Italia, la Torino-Lione si presenta come una soluzione inutile (le due destinazioni sono già abbastanza collegate), potenzialmente dannosa per la salute dei valsusini e costosa (la sua manutenzione sarebbe a carico dello Stato Italiano), voluta come contropartita a Parigi per aver acquistato parte del nostro debito pubblico. Una poderosa campagna mediatica, attuata da un circo-circuito di cronisti ” embedded”, è però riuscita, come vediamo, ad influenzare anche le menti più evolute ed attrezzate, facendo acquisire la traiettoria logica e l’equazione secondo cui il progetto sarebbe indispensabile e chiunque lo combatta un esaltato, un estremista, quasi una sorta di neo-luddista (possiamo intercettare casi sovrapponibili nel dibattito sulla Legge Biagi o sulle missioni di “peacekeeping”); ecco che approdiamo ad un’ altra declinazione del sistema propaganda, ovvero quella “sociologica”. Se il modello degregoriano di sinistra è quello centrista-renziano, appiattito al dettato mediatico irregimentato, beh, i progressisti non possono che rallegrarsi dell’uscita del cantautore dalla loro comunità.

Il nemico-amico.

La costruzione del mito del “nemico comune” viene generalmente associata alla propaganda di tipo bellico (in tempi recenti, gli USA ne hanno offerto esempi paradigmatici in occasione delle operazioni in Iraq ed Afghanistan), ma si tratta di un errore di lettura, valutazione ed interpretazione decisamente ingenuo e grossolano, seppur comprensibile per i non “addetti ai lavori” (stampa, sociologi, politologi, storici, massmediologi). Tale strategia, infatti, costituisce una delle punte di lancia nell’arsenale di qualsiasi propagandista, sviluppandosi attraverso direttrici-base che possono essere riassunte nella seguente terzina:

; assegnazione di un ruolo. Attraverso la creazione del “nemico comune”, il beneficiario dell’azione propagandistica viene investito di un ruolo, positivo, di barriera ed argine ai mali causati dal nemico. Se suddetto “nemico” verrà presentato con una molteplicità di volti ed aspetti (stampa, avversari politici, analisti, intellettuali, internauti, ecc), allora il risultato sarà ancor più soddisfacente (se tutti ce l’hanno con noi, vuol dire che combattiamo per una causa giusta).

; il fattore “nicchia”. Se il nostro nemico (o i nostri nemici) rappresentano una forza numerosa, l’essere minoranza fa sentire parte di una “élite”, di un circolo esclusivo e ristretto di persone “illuminate”, uniche e sole custodi delle coordinate giuste per risolvere il male collettivo. P.s: altra cosa è la “sindrome da accerchiamento” tipica dei circuiti più estremi della Destra, retaggio e conseguenza del bagaglio eroistico-superomistico di stampo nietzscheano-evoliano alla base della loro esperienza culturale ed ideologica.

; catalizzazione delle energie e del consenso. Se individua un soggetto-bersaglio che metta in pericolo ed in allarme la nostra comunità, (politica, culturale, virtuale, sociale che sia), si ottiene un “collante”, un polo di attrazione per forze ed adesioni che, altrimenti, potrebbero rischiare la frammentazione e la dispersione.

A questo va però aggiunta una distinzione, tra la ricerca del “nemico comune” in tempo di guerra ed in tempo di pace. Se nel primo caso, tale soluzione è a termine, finalizzata e propedeutica alla distruzione dell’avversario che si combatte, in tempo di pace può non avere termine e scadenza, con il rischio di scivolare, alla lunga, nella prevedibilità e nella scontatezza, per poi disinnescarsi.

I sondaggi sparlanti.Stay alert

Secondo i sociologi Jowett e O’Donnell, per propaganda si intende “il tentativo deliberato e sistematico di plasmare percezioni, manipolare cognizioni e dirigere il comportamento al fine di ottenere una risposta che favorisca gli intenti del propagandista”. Il sondaggio (parliamo di sondaggi manipolati) è senza dubbio un’arma fondamentale nell’arsenale di qualsiasi politico od “opinon maker”. Si tratta di un tipo di propaganda “verticale”, ovvero diretta e gestita dall’alto, quasi sempre “grigia” (parzialmente falsa) o “nera” (totalmente falsa) mirante, appunto, a “plasmare percezioni, manipolare cognizioni e dirigere il comportamento” allo scopo di avvantaggiare questa o quella posizione. Il sondaggio manipolato crea la falsa percezione di un vasto consenso attorno ad un determinato soggetto o ad una determinata causa, giocando su quella che Newcombe definisce “pluralistic ignorance”, “ignoranza pluralistica”; il soggetto crede di essere l’unico a non condividere un certo orientamento (quello sostenuto dal propagandista) e per paura di risultare impopolare o di essere in errore, tace o si uniforma. Per la sociologa tedesca Elisabeth Noelle Neumann, infatti, “l’opinione pubblica dominante costringe alla conformità di atteggiamento e comportamento nella misura in cui minaccia di isolamento l’individuo che dissente”. Negli ultimi giorni, stanno girando in rete e per le piazze “sondaggi” che vorrebbero in crescendo ed in maggioranza partiti e formazioni in realtà in netto calo; in questo modo, i loro leader cercano di contenere il danno, rilanciando con la manipolazione. Ovviamente, tali sondaggi verrebbero “nascosti” dai media eterodiretti dagli avversari. Si apre così un altro ventaglio di opzioni in dotazione alla propaganda (propaganda di tipo “agitativo”): le frasi allusive e la ricerca del nemico. Stay alert.