Chi di volgarità ferisce..

Alessandra Mussolini ha contribuito, in modo attivo e consapevole, all’affermazione ed all’ossidazione di quella cultura e di quel clima di sciatteria comportamentale dei quali adesso sta pagando le conseguenze. Volgarità verbale e concettuale, disprezzo per l’avversario finanche nel suo intimo più recondito (“meglio fascista che frocio”), il tutto nella più rutilante e fragorosa cocciutaggine, senza mai un’esitazione, senza mai un ripensamento od un passo indietro.

Ridicolo ed improbabile chiedere che, adesso, si applichi nei suoi confronti un trattamento differente e le regole del buongusto (che, pure, non dovrebbero mai venire disattese). Ridicolo ed improbabile chiedere per lei la protezione dell’ombrello del “politcally correct”, soltanto in ragione della sua collocazione biologica, del suo genere di appartenenza. Chi tutelò, da lei e dagli altri megafoni del giustizialismo spicciolo e villano, la famiglia Marrazzo?

Ecco perché Beppe Grillo “odia” Laura Boldrini

Da Spengler ad Evola, oltre la misoginia, oltre la tattica

Corrente politica interconfessionale sviluppatasi dal Fascismo e in via minoritaria dal Socialismo e dall’anarchismo classico, il Nazional-Anarchismo (o Anarco-Nazionalismo o Anarco-Fascismo), ha nella sua istologia dottrinale e nel suo indirizzo programmatico la lotta al mondialismo, al liberalcapitalismo, all’ inclusivismo-fusionismo etnico e culturale, alle organizzazioni internazionali (quali ONU o UE) per sostenere il mutualismo, il distributismo, il mutualismo , l’ etnonazionalismo il ruralismo, il luddismo e la permacultura. Precursori del Nazional-Anarchismo sono e possono essere individuati in Celine, Evola, Mishima, D’Annunzio, Topfer, Jünger, Spengler, Yockey, ecc. E’ attraverso una ricognizione sull’ideologia nazional-anarchista che si potrà trovare la chiave di lettura del pensiero politico grilliano, della sua grande capacità di attrazione presso segmenti del tutto diversi ed antitetici tra di loro e delle sue direttrici comunicative, come, ad esempio, il martellamento nei confronti della Presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini. Se la componente misogina o strategica (la ricerca dell’attenzione mediatica in vista delle consultazioni europee) possono essere alcune delle cause di questo indirizzo politico, proporle come uniche e sole spiegazioni non è infatti che un atteggiamento limitato e limitante. L’aver fatto parte di un organismo internazionale, nato come espressione degli assetti sviluppatisi dopo la II Guerra Mondiale come l’ONU, per di più in veste di “missionaria” in aiuto alle popolazioni africane e, ancora, il suo “politically correct” ecumenizzante, liquido e trasversale, fanno di Laura Boldrini l’esemplificazione di quello che, per un anarco-nazionalista (o anarco-fascista) qual è il leader pentastellato, è l’ atomo primo di ogni deriva etica e di ogni pericolo sociale. Beppe Grillo non odia Laura Boldrini perché donna, ma perché donna in carriera, di sinistra, ed espressione di quel sistema liberal-democratico sorto dopo il 1945 che forza e valica i confini della sua etica politica e della sua formazione culturale ed antropologica improntata al tradizionalismo rivoluzionario.

“I figli sono delle madri” (anche quando li lasciano uccidere?)

Baby P’s mother Tracey Connelly released

La donna in questione consentì all’amante di torturare a morte suo figlio. Non solo è stata rilasciata “sulla parola” dopo 4 anni di carcere ma le sarà permesso il cambio di identità che le consentirà di “rifarsi una vita”.

Notizia che, anche in questo caso, irrita ma non stupisce. Tra i nefasti protagonisti della triste vicenda figura infatti anche un uomo, ovvero il “transfert” ideale offerto al “poltically correct (in questo caso nella sua declinazione femminista-misandrica) per alleggerire la posizione della donna-madre, dislocando ogni colpa e responsabilità, di nuovo, sull’uomo-maschio. Di più e non solo: la nostra società non è ancora pronta all’acquisizione dell’idea della madre-matrigna; la cultura mariano-mammista di cui i nostri tessuti cognitivi sono intrisi non lo consente, almeno per adesso, cristallizzandoci su un’immagine ideale ma irreale in cui la madre è forziere di ogni dote e virtù, nonché “padrona” e “responsabile” prima ed assoluta della vita della prole (“i figli sono delle madri”, recita un pessimo detto). L’auspicio è quello di arrivare, un giorno, ad una catarsi edipica di massa che consenta una maggiore serenità per l’interazione di genere.

Capire la propaganda

Cuperlo

 

Questo manifesto costituisce un piccolo saggio di genialità propagandistica da parte dei creativi al servizio di Gianni Cuperlo.

Abbiamo un messaggio forte, conciso e convincente, a favore delle donne, collocato sopra l’immagine dell’Italia. Ma, a ben vedere, non si tratta di un’immagine qualsiasi; nel tipo di prospettiva opzionata, infatti, la figura del nostro Paese si va restringendo, mano a mano che si sale, da Sud a Nord, fino a far quasi scomparire il Settentrione. A dominare la scena, il Sud e, in particolare, la Sicilia. E’ stato quindi scelto un accostamento ed un frullato concettuale tra due simbologie ad altissimo impatto emotivo e sociale perché caratterizzate (ed offese) dal pregiudizio e da una cultura di tipo discriminatorio: le donne e, appunto, il Meridione italiano. Sarà quindi lecito parlare di propaganda di tipo “sociologico”, dove il messaggio, incapsulato nell’emotività e nel “politically correct”, viene, in parte, sottaciuto.

Il mio vuol essere un contributo (personalissimo) sul metodo e non sul merito.

 

Il politically correct a targhe alterne

Parte (consistente) della sinistra nazionale è solita redarguire con didascalica pedanteria chiunque osi valicare il confine di un certo “politically correct” semantico e simbolico, salvo poi cercare di colpire l’avversario canzonandolo per i suoi difetti fisici o supposti tali.

Allora si fa e si farà puerile ironia sulla statura di un Berlusconi, su quella di un Brunetta o, ancora, sull’obesità di un Giuliano Ferrara.

Bellimbusti pronti a spiegarti quanto certe leve possano essere pericolose, se mosse, in quanto collegate alle debolezze più recondite della psiche umana, non si fanno scrupolo di gozzovigliare con epiteti grevi e triviali, sminuendo, in ultima analisi, anche il loro impianto retorico e politico con il ricorso a scorciatoie tanto rozze e volgari quanto inutili e scontate.

Maturate.

Il politically correct delle tragedie

“Se sapessi con sicurezza che c’è un uomo che sta venendo a casa mia con il piano consapevole di farmi del bene, scapperei a rotta di collo” – Henry David Thoreau

Alcune testate nazionali stanno evidenziando il fatto che più della metà dei morti nel naufragio lampedusano appartengano al genere femminile. Sono donne. La restante porzione non è che un numero, una statistica, un’ombra non degna di nota. Vite, sofferenze, congiunture di emozioni che valgono, si, ma che valgono meno. O così sembra. Il politically correct si esprime, in questa come in altre occasioni, nella sua declinazione meno nobile e più ottusa; attraverso una politica falsamente compensatoria e risarcitoria, infatti, non soltanto viene fatto torto al genere umano, incapsulandolo in gerarchie qualitative criterizzate sull’identità biologico-genetica (secondo la traiettoria del Nazismo e del razzismo classico) ma viene fatto torto anche allo stesso genere femminile, implicitamente dipinto come più debole, più pavido, meno adatto ad affrontare il pericolo, in questo caso proveniente dal mare. Il nuovo si dimostra quindi permeato di antico, anzi, di primitivo. Due volte.

Rivoluzionari da salotto: la malinconia della prevedibilità.

Pur essendo un irriducibile nemico del “politically correct”, che ritengo scudo e spada del neofascismo politico-mediatico più infido e devastante (dato il suo nascondersi dietro la veste, positiva, dell’ecumenismo), non posso che (sor)ridere degli affannosi ed ingenui tentativi posti in essere da alcuni nel momento in cui cercano di farsi passare come rivoluzionari del linguaggio e grimaldelli dello status quo sociale e culturale attraverso incursioni “razzistoidi” e “sessistoidi”. Il vertice della malinconia di tale modus operandi è senza tema di smentita la sua sconcertante prevedibilità, ancor più paradossale e stridente se si considera che l’obiettivo primigenio di questi “strali” è proprio quello di suggerire originalità ed indipendenza di ragionamento

I saggi di Napolitano e il paleofemminismo

Uno dei “problemi” evidenziati da talune porzioni della sinistra nazionale riguardo le due squadre di “saggi” volute e composte dal Capo dello Stato per cercare di condurre il Paese fuori dalle sabbie mobili del vuoto esecutivo in cui è precipitato, è il fatto che i membri delle equipes siano esclusivamente soggetti “maschi”. Attenzione, non uomini. “Maschi”. Un po’ come se stessimo parlando di esemplari di criceti da laboratorio. Le formazioni devono ancora mettersi al lavoro, ma la retrocultura caricata ad odio del pianeta “liberal” ha già emesso la sua inappellabile sentenza di condanna. Non importa che l’Italia sia legata ad un asino che sta per essere gettato in fondo al mare, come non importa che il genere non rappresenti, di per sè, un valore o un disvalore; il furor ideologicus esige il suo sacrificio di sangue. L’altare è quello del fanatasimo e ad essere sgozzata è la ragione. La sinistra si dimostra, ancora una volta e per l’ennesima volta, sideralmente distante dal Paese reale e dalle “issues” della sua piattaforma civile. Per questo, il Paese reale continua a bocciarla in cabina elettorale. E fa bene. P.s: Il paleofemminismo­ ha segnato il passo, mentre al politically correct l’evoluzione del pensiero critico sta prendendo le misure per l’abito funebre. Ma la sinistra preferisce la rendita della retorica al guadagno della progettualità.

(Bio) politically correct Vs Battiato

Troia: fig., spreg., volg. Donna dalle disinvolte abitudini sessuali
‖ Prostituta. Fonte, Grande Dizionario Italiano.

Le dichiarazioni di Battiato, ormai ex assessore alla Cultura per la Regione Sicilia, hanno dato il là alla prevedibile crociata delle forze del provincialismo più ipocrita ed oscurantista. Se, però, ci soffermiamo ad analizzare le parole del cantante, spogliandoci dei vari e multicromatici carichi ideologici che gravano sulle nostre spalle di uomini liberi e del portato di quella (non)cultura politicamente corretta che tanto soffoca ed appanna la capacità di discernimento, personale e collettiva, ci accorgeremo che Battiato non ha fatto altro che enunciare e proporre una verità sostanziale, cristallina ed apodittica; “In Parlamento ci sono troie che farebbero di tutto”. Bene. Non è forse vero? Non è in linea con la nuda, cruda ed apolitica semantica del dizionario? Quante donne (e quanti uomini) si sono prestati e si prestano alla prostituzione fisica e morale per un incarico parlamentare o per una poltrona di livello più elevato? Gli esempi di sicuro non mancano. La “colpa” di Battiato, anzi, le “colpe” di Battiato, sono però state principalmente e fatalmente due: quella di essere uomo e quella di aver violato le leggi del politicamente corretto. Quando parliamo di politicamente corretto, è bene sapere e ricordare che facciamo riferimento a quanto di più vicino alla tirannide esista nelle società aperte, ad un’affezione purulenta per la democrazia moderna; una metastasi che infetta, uccidendolo, il libero scambio del pensiero. Più dannoso, ancora, di qualsiasi dottrina manifestamente liberticida perché subdolo e strisciante. Il politicamente corretto si presenta infatti come strumento di tutela, come scudo e baluardo a difesa dell’etica civile e del buon comportamento, ma in realtà si tratta di una forma di fascismo evoluto contro il quale nessun dispositivo difensivo si sta purtroppo rivelando efficace. Gli anni ’30 del secolo XXesimo erano agli albori, quando negli Stati Uniti un gruppo di intellettuali di sinistra dette vita a questa creatura frankensteinian­a, deviazione di un benefico intento risarcitorio e riparatorio, destinata a spazzare via la logica e l’arbitrio democratico. La proposta di sostituzione del vocabolo “history” (storia) con “herstory” in quanto “history” contiene il pronome maschile “his”, l’idea di modificare il testo biblico, passando dalla definizione di “Dio Padre” a quella di “Dio Madre”, furono e sono alcune delle pietre miliari di questo fascismo del 2000, gli assunti base della sua follia ipocrita. Le donne, insieme ad altre comunità penalizzate dalla storia e dal quotidiano (disabili, omosessuali, ebrei, afroamericani),­ sono una delle categorie di elezione del politicamente corretto, di conseguenza il “maschio” Battiato non poteva disporre della libertà dialettica cui avrebbe avuto il sacro diritto. Avrebbe, come suggerito dagli squadristi dell’omologazio­ne, dovuto far ricorso a termini più “soft”, più rassicuranti, ma l’estro anarcoide tipico degli artisti non può tollerare (e per fortuna) simili costrizioni, simili legacci e catene. Ben diverso, ovviamente, il trattamento riservato sull’altra sponda al genere maschile, sottoposto ad un’azione quotidiana di martellamento delegittimante,­ con gli uomini dipinti e presentati alla stregua di una sottocategoria genetica condotta dal cromosoma XY alla violenza (quando le statistiche ci consegnano una verità ben differente), al lassismo, all’irresponsab­ilità e costretti ad un’autodafè tafazziana volta al rinnegamento della propria connotazione testosteronica come mezzo per potersi accreditare nel panorama sociale. Spesso, nella sua ramificazione più astuta, il sessismo misandrico di questo (bio)politicall­y correct a vocazione mengeliana, ancor più devastante perché innaturale nella sua settorializzazi­one che vede uomo e donna gli uni contro gli altri, attinge all’ironia ed alla comicità, per esempio con messaggi sottotraccia che ci presentano la donna tuttofare con 42 di febbre mentre l’uomo, lo stesso uomo che va in fabbrica o nei campi o nei cantieri o in battaglia, alle corde per un raffreddore. Che cosa dire, poi, della mortificazione del maschio per il fatto di non poter subire i dolori del parto? Riuscireste ad immaginarvi tutto questo a parti invertite? No, non credo. Bravo Franco. I cittadini liberi, uomini e donne, sono con te