A Milano per la presentazione della biografia dello stilista Roberto Cavalli, il borgomastro fiorentino si è difeso dalle accuse (francamente un po’ traballanti) di “frivolezza” istituzionale con un “tackle” sui politici definiti “snob”. Nella sua marcia di avvicinamento a piccoli passi sequenziali verso l’elettorato conservatore e verso il segmento berlusconiano (iniziata con le apparizioni televisive dalla zarina De Filippi), il nostro sta facendo propri anche gli stratagemmi dialettici tipici dell’ ars comunicativa di destra; in questo caso, cerca di disinnescare la polemica con una battuta (nello stile dell’ex Cavaliere) associando i più critici ad epiteti impopolari, come, per l’appunto, l’etichetta di “snob”. Si tratta, insieme a formule come “radical chic”, di un “evergreen”, che la destra nazionale (ma non solo, si veda il M5S con la Boldrini) utilizza per mostrare la (supposta) distanza della sinistra dalle masse, contrapposta, invece, al (supposto) carattere più “popolare” e modesto del comparto conservatore. Ma Renzi rilancia: “Lo stile non è tanto come ci vestiamo o come ci comportiamo nei talk show, ma il rispettare le promesse della campagna elettorale. Troppo spesso la politica discute e non realizza. L’incapacità di realizzare le cose di cui si parla è lo stile della classe politica italiana, che è letale. Il cittadino si aspetta di veder corrispondere i fatti all’impegno preso”. Anche in questo caso, il “must” è quello, smaccatamente populistico e demagogico ma di facile presa, del politico “della gente”, quello che non si preoccupa di andare nei programmi che piacciono al popolo, e del politico “del fare” e non delle “chiacchiere”, delle chiacchiere da salotto, del salotto che fa, giustappunto, “snob”. Se provenisse dal mondo dell’imprenditoria, avrebbe costruito intorno a sé un edificio propagandistico praticamente inattaccabile.
Archivi tag: politica
Imperativi della memoria
Nel pantheon della cultura femminile nazionale non trovano spazio, purtroppo, figure come Margherita D’Incisa Rossi Passavanti, Sita Camperio Mejer, Beatrice Donghi-Balwin o, ancora, Costanza di Colloredo Mels, crocerossine, pioniere del soccorso nel nostro Paese fin dai tempi del conflitto italo-turco e volontarie nel servizio sanitario durante la a Grande Guerra. Agiate nobildonne, non esitarono a recarsi a ridosso delle prime linee, rischiando la vita e l’incolumità e rinunciando ad ogni agio e privilegio, per soccorrere i feriti che a centinaia di migliaia giungevano, straziati, dalle zone di combattimento. Alla luce di una candela, sotto il sibilo inquietante degli shrapnels e tra i topi e gli scarafaggi, queste giovani eroine seppero vincere il pregiudizio maschilista che le avrebbe volute in posizione subordinata e ininfluente, rappresentando un inaspettato valore aggiunto per l’Italia e l’esercito italiano non solo con un aiuto medico, ma anche e soprattutto attraverso un’ impareggiabile opera di sostegno morale ai militari ed alle loro famiglie. Si, perché il loro lavoro non si limitò agli ospedali, ma anche alla raccolta di denaro, mezzi e derrate alimentari per le vedove e gli orfani. Mentre molti uomini cercavano (comprensibilmente) di imboscarsi, loro non avevano paura e non dettero mai segno di cedimento, nemmeno quando gli austrotedeschi di Rommel sfondarono le liee italiane a Caporetto (“Io..andarmene quando qui ci sono ancora i miei feriti inermi? Ma lei scherza! Io seguo la bandiera”, scrisse in quel tragico 1917 la Mejer). Concludo, con una piccola nota: nei loro diari non si troveranno mai insulti o sortite razziste nei confronti del nemico invasore, sempre rispettato, seppur odiato; in un’Italia che celebra sguaiate scrittrici banderuola affamate di odio xenofobo e/o politiche bramanti pericolosi ed autolesionistici revanscismi di genere, l’esempio di questo manipolo di coraggiose dovrebbe risplendere e risuonare alto.
Il bar di Del Debbio
Tempo fa mi capitò tra le mani un’intervista realizzata al giornalista Mediaset (“giornalista” e “Mediaset”: ossimoro, calembour o pareidolia acustica?) Paolo Del Debbio avente come argomento il suo, ahimè popolare, “Quinta colonna”. Del Debbio si vantava di aver trasferito e riprodotto il clima “da bar” nella sua piattaforma televisiva, motivo questo, secondo lui, del successo riscontrato dal format. Chiunque abbia avuto l’occasione di sostare su “Quinta colonna”, non potrà infatti non aver notato il baccanale, la fragorosa pochezza e il qualunquismo spicciolo caratterizzanti il contenitore, più vicinio, giustappunto, ad una bocciofila isterica che ad un programma di approfondimento politico e sociale. Tralasciando le scontate, pedanti e torcicollesche speculazioni storico-sociologiche sulle nobili radici ed i fulgidi esempi a sostegno e a merito del giornalismo, nazionale come estero, episodi di questo genere non possono che far riflettere sulla decadenza e il deterioramento non soltanto di una “disciplina”, ma anche delle capacità percettive delle masse, sempre più attratte dal ribasso, dalla semplificazione primitiva, dall’approssimazione per difetto, sempre più imprigionate in un’aporia mentale e civile preparata e confezionata da decenni di imbarbarimento dell’offerta televisiva e, più in generale, mediatica. Per non parlare di “Quarto Grado”. In questo caso, però, ci trasferiamo in un livello superiore e ben più complesso: non si tratta, infatti ed ufficialmente, di un programma di approfondimento politico, ma viene fatta ugualmente politica con attacchi, continui e costanti, alla magistratura senza che vi siano un contraddittorio, il rispetto delle normative sulla par condicio e senza che (ed è la cosa più importante) il telespettatore abbia attivato quei sistemi di schermatura, filtraggio ed analisi che solitamente vengono messi in funzione durante un dibattito di tipo politico. Ecco quindi che il circuito propagandistico dell’arcoriano penetra, letalmente e subdolamente, nella coscienza culturale della massa, impregnandola, alterandola e indirizzandola. Altri esempi di indottrinamento subliminale possono essere “Forum”, “Buona Domenica” o “Chi vuol essere milionario”
La novità del vecchio, la presunzione del nuovo non nuovo
Nota peculiare delle forze politiche “nuove”, è l’ostensione odiosa, boriosa, insipiente e puerile dell’alterità e della superiorità morale. Dato che nulla si genera dal nulla, soprattutto in politica, questi soggetti sono quasi sempre il prodotto di rimescolamenti, aggregazioni, convergenze di e tra altre forze, quelle tradizionali, quelle vecchie, quelle “sporche”, sotto altre vesti ed insegne. Ciò che viene spacciato come verginità morale e politica. è in realtà la truffa di un “lavaggio” fatto con l’acqua avanzata dalle pulizie della volta precedente.
Ereditarietà del malcostume
Politichetti di lungo corso, consiglieri “ad nauseam”, che passano ai figli il proprio “pacchetto” storico di voti, e con esso il loro seggio, come se si trattasse di un feudo. Rampolli digiuni di politica e di prassi della pubblica gestione che, forse, otterranno addirittura una sedia dietro la grande scrivania, quella al centro della sala. Perché, si sa, una mano lava l’altra, anche se la faccia poi rimane sporca. Ma il pesce non puzza dalla testa, come una vulgata ultimamente tanto in voga vorrebbe far credere alla “massa” tanto desiderosa di assoluzione, bensì dalla coda; colpa prima ed ultima è di chi accetta questi immondi travasi, colpa è dell’uomo qualunque, che sceglie di non scegliere, affossandosi per innalzare il nulla di nulla agghindato Bonne nuit.
P.s: se questo è il nuovo, io sono Georges Jacques Danton
“Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi” (Le quirinarie sulla Gabanelli)
L’investitura di Milena Gabanelli da parte del M5S come candidato alla Presidenza della Repubblica, è senza dubbio la spia rivelatrice, l’ennesima, di un corto circuito tra il cittadino, il suo rapporto con l’edificio politico-istituzionale e la gestione della res-publica. Premesso come le “Quirinarie” incarnino tutta la vocazione autoritaria e partitocratica di un soggetto politico che “pretende” di imporre un capo di stato a 61 milioni di individui mediante una consultazione ristretta tra 50 mila militanti (la città di Cascina sceglie per l’Italia), si sterza verso il dilettantismo più sciatto e deleterio nominando una cronista, perché estranea ad un mondo, quello politico, percepito e presentato (con una pericolosa dose di faciloneria) quale inaffidabile, inadeguato, corrotto. In questa castrante disaffezione per la πόλις-τέχνη, anche nelle sue declinazioni ideologiche e non solo amministrative, gioca sicuramente un ruolo capitale il circo-circuito mediatico, perennemente alla caccia della sensazione che la “notiziabilità” (e non la notizia) può garantire, soprattutto nei segmenti congiunturali più critici e sensibili. Lo scenario nazionale viene quindi raccontato come avversativamente complesso, senza speranza, caotico, corroborando ed alimentando la deleteria vocazione al qualunquismo caratteristica del popolo italiano. Si dimentica, però (e lo dimenticano i “Grillini”) che il ruolo del Presidente della Repubblica richiede una padronanza degli strumenti politici, giuridici e diplomatici di cui non tutti possono essere in possesso; non basta avere un ruolo “pulito”, saper far bene il proprio mestiere (la Gabanelli è soltanto la “frontwoman” di una equipe) e ancor meno basta essere donne per fornire e mettere in campo sufficienti garanzie per un ruolo come quello dell’inquilino di Piazza del Quirinale. Le architetture intellettive più elementari giubilano per questa “nomination”, senza comprenderne la preoccupante sintomatologia.
I grillini e la gavetta politica
Più volte ho espresso la mia contrarietà alla politica intesa nell’ accezione ideologica e non storico-etimologica del termine, auspicando un ritorno alla sua funzione meramente amministrativa (πόλις – τέχνη, “gestione della città”) con il “buon ragioniere” di gianniniana memoria al posto dell’odiato uomo politico di professione. Le ultime vicende nazionali mi hanno però indotto a rivedere, almeno in parte, questa convinzione, un tempo in me tanto solida e radicata. Il professionismo politico aveva ed ha infatti dalla sua una dote ed un punto di forza di cui l’improvvisazione popolare è sprovvista: la gavetta. A meno che non si possieda una dote da spiattellare sul tavolo, tanto ricca e pesante da consentirci di saltare a piè pari i gradini della gerarchia, fare politica significa partire dal basso, da quella che una volta si chiamava “cellula”. Questo non si traduce soltanto nell’attaccare manifesti o nel distribuire volantini nei mercati, ma anche nell’acquisire, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, gli strumenti necessari all’interazione ed al confronto con la stampa, con i settori della società civile e delle istituzioni. Significa imparare a conoscere il territorio, strato per strato, con le sue problematiche e le sue multiformi complessità, e gli attori e le leve della sua gestione. I Grillini stanno dimostrando tutta la pericolosità della loro inesperienza, tanto più devastante in considerazione della delicatezza del momento che stiamo vivendo e dell’opportunismo elettoralistico del loro leader, sempre più novello uomo del “niet”; gestire una comunità non è un gioco, non è uno scherzo e non è impresa per tutti. E, soprattutto, la vita del cittadino non è un terreno sul quale provare la forza dei propri muscoli in un braccio di ferro con le “kaste”, vere o immaginarie che siano.
Che cosa non è giornalismo
Un’intera prima pagina dedicata ad un solo candidato ed alle sue proposte; quel giornalismo che non piace, quel giornalismo che fa lo sgambetto, autosgambettandosi, al Decalogo di deontologia giornalistica dell’UNESCO.
Suicidio
Tra le tante e discutibili strategie messe in campo dalla propaganda politica, quella in assoluto più squallida, abietta ed infame è la strumentalizzazione delle morti per suicidio. Il suicidio rappresenta molto probabilmente l’atto più indecifrabile che la mente umana possa giungere a produrre e concepire, in quanto assale e contraddice l’istinto di conservazione, la molla primordiale di salvaguardia della vita in e per ogni essere vivente, animale come vegetale. Nessuno è (ancora) in grado di venire a capo della complessa intersezione minoica di fattori genetici, ambientali, biochimici e psicologici alla base di una tanto drammatica decisione, tantomeno può essere accettata nel dibattito l’intrusione dell’opportunismo politico, con il suo carico di semplificazione e miseria tornacontista. Vergognatevi, sciacalli