Frammenti di storia e comunicazione – Eisenhower-Nixon

Manifesto elettorale per il ticket Eisenhower-Nixon (elezioni presidenziali del 1956)

Il ricorso ai diminutivi (Ike e Dick) serviva per avvicinare l’immagine dei due candidati all’uomo comune. I consulenti di Eisenhower idearono anche l’efficace slogan “I like Ike”, giocando appunto sul diminutivo dell’ex militare.

Il diminutivo di Nixon fu anche usato in senso dispregiativo. I suoi avversari lo trasformarono infatti in “Tricky Dicky”, ossia “Dick l’imbroglione”.

Perché Obama ha paura di fare il Bush.Che cosa rischia l’Occidente

L’era Bush (2001 – 2009) ha determinato una lacerazione dell’immagine pubblica degli Stati Uniti, facendo scivolare la popolarità e il prestigio internazionali della prima potenza mondiale ai minimi storici, dal dopo Nixon ad oggi.

Questo fattore, unito all’opinione, diffusa e trasversale anche sul fronte interno, di aver sbagliato completamente la politica estera sul piano economico, strategico ed etico, sta quindi condizionando, vincolando e limitando, in modo importante e decisivo, le scelte di Washington negli scacchieri nord-africano e mediorientale.

In buona sostanza, la paura di “emulare” il suo predecessore (sul quale manca ancora un giudizio sufficientemente equilibrato) e di impantanarsi in un nuovo Vietnam, consiglia ed “impone” all’inquilino del numero 1600 di Pennsylvania Avenue una strategia poco assertiva nei confronti delle derive islamiste che si stanno affacciando nel Rimland mediorientale e nei paesi della “primavere arabe”.

Si tratta, ad ogni modo, di un errore grossolano, che rischierà di determinare conseguenze impreviste ed imprevedibili per gli USA e l’Occidente nel suo insieme, esattamente come avvenne nel 1979 con l’allora Persia lasciata scivolare da Jimmy Carter (nonostante gli avvertimenti di Zbigniew Brzezinski, suo Consigliere per la sicurezza nazionale ) nella mani degli ayatollah (l’ingegnere navale di Plains era senza tema di smentita un campione del pensiero liberale, ma poco adatto alle contingenze della “Realpolitik”).

Abbandonare quelle comunità al radicalismo islamico lasciando incompiuta la loro opera di democratizzazione, infatti, significherebbe non soltanto uno sbaglio dal punto di vista morale (consentire, ad esempio, all’ISIS di proseguire la mattanza dei cristiani), ma anche da quello strategico ed economico; i nuovi regimi potrebbero guardare a Russia, Siria, Cina ed Iran come loro partner ed interlocutori, anche per la fornitura ed il trasferimento di gas e petrolio di cui sono ricchissimi, e creare nuovamente una cintura di accerchiamento ai danni di Israele.

Tale scenario impone dunque agli USA l’abbandono della tentazione isolazionista (storicamente radicata in una fetta molto rilevante dell’opinione pubblica e politica) per riappropriarsi della “Dottrina Reagan”, oggi vitale per l’ affermazione e la tutela dei valori e degli interessi occidentali.

Tra gli argomenti maggiormente utilizzati dai teorici della scelta isolazionista, c’è la convinzione dell’impermeabilità dei paesi afro-arabo-islamici alla cultura democratica. Gioverà a questo proposito ricordare il caso del Giappone imperiale, un Paese vincolato e limitato da un sistema di tradizioni molto più antiche di quelle islamiche ed altrettanto incompatibili con la democrazia occidentale (una società fortemente gerarchizzata, la fusione tra l’elemento secolare e quello temprale, un codice etico-religioso, il Bushido, come regolatore della morale e del comportamento, organizzazione feudale, schiavismo, ecc), ma completamente asciugato dalle sue declinazioni più arcaiche e trasformato in una moderna democrazia nel volgere di pochi anni e prima di ogni ricambio generazionale. La caratteristica insulare del Giappone, la mancanza di una qualsiasi esperienza democratica nel suo passato e di ogni commistione con l’elemento occidentale, inoltre, rendevano il Sol Levante molto più isolato e resistente al modello liberale di quanto non siano alcuni paesi arabi, africani e musulmani, al contrario non digiuni di trascorsi democratici e storicamente contigui alla nostra civiltà.

Onore alle armi

“D’ora in poi non avrete più un Richard Nixon da prendere a calci”. Questa la celebre frase rivolta da Nixon ai cronisti durante la conferenza stampa in cui annunciava il suo ritiro dalla vita politica, dopo la sconfitta nelle elezioni del 1962 per la carica di Governatore della California. Bene, d’ora in poi non avrete, non avremo, più un Bersani da prendere a calci. Il bisturi passi nelle mani di chi in poppa ha il vento dell’infallibil­ità.

Che però non si dia la colpa agli scogli.

Un passo verso il basso per farne cento verso l’alto. Dove sbaglia la Sinistra.

Una delle cause più eclatanti delle difficoltà che la Sinistra post-Bolognina incontra nel suo approccio strategico, è data dalla disposizione, costante e reiterata, ad una lettura distorta della fisionomia elettorale italiana. Il Pd in particolar modo, tende infatti a confondere l’elettore “moderato” con l’elettore “medio”, che è maggioranza, o meglio, quella che Richard Nixon ribattezzò “maggioranza silenziosa”. Nulla di più sbagliato, dal momento in cui non potrebbero esistere categorie più dissimili e divergenti. Innanzitutto, l’elettore “moderato” rappresenta una porzione largamente minoritaria; non è necessariamente­ conservatore come non è necessariamente­ cristiano-catto­lico, se vota Pdl lo fa “turandosi il naso” e senza tema di smentita non volge lo sguardo a proposte come Lega, La Destra o Fratelli d’Italia. Vanta una base culturale di livello medio-alto (generalmente è un notabile o un professionista)­, segue le dinamiche politiche nazionali con interesse e continuità e la sua “moderazione” abbraccia l’intero ventaglio letterale, senza limitarsi al solo ambito politico. L’elettore “medio”, invece, è quella maggioranza informe e variopinta che non ha reali riferimenti ideologici (vota Grillo per lo stesso motivo per il quale ieri votava Berlusconi, negli anni ’90 Di Pietro e nei ’70 DP), è sensibile al leaderismo, tendenzialmente­ edonista ed autoreferenzial­e, e alla costante ricerca di risposte pratiche per problemi pratici (sicurezza, tasse, occupazione, spesa pubblica). Nel tentativo di cooptare il “moderato”, che confonde appunto con la massa, la Sinistra non si accorge di questo esercito di uomini qualunque, sterminato e decisivo, e procede ad un’alterazione del proprio DNA ideologico rintanandosi e perdendosi in un labirinto che disorienta se stessa e l’elettore.