Coloni e colonizzati: perché l’Italia rischia meno della Francia

colonialismo franceseTra i motivi alla base del successo della politica proiettiva matteiana, la differenza tra il passato coloniale italiano e quello delle altre potenze europee ed occidentali.

I Paesi arabi e terzomondisti, produttori e possessori di petrolio e gas, erano infatti più inclini a dialogare con Roma anziché con Parigi o Londra, colpevoli di una plurisecolare e brutale dominazione ai loro danni.

Accanto all’emergenza legata al fanatismo religioso, i fatti di Parigi di questi giorni e di gennaio hanno senza dubbio evidenziato anche un problema di coabitazione tra i figli degli ex oppressi e degli ex oppressori (la maggior parte degli attentatori sono francesi di origine maghrebina), problema che l’Italia non ha o che ha in modo meno dirompente.

Anche per questo, il nostro Paese potrebbe (forse) trovarsi meno esposto alla rappresaglia del fondamentalismo terrorista.

 

G20 e club dei 5: l’Italia Paese che conta.

Italy-FlagA margine del G20 (organizzazione di cui l’Italia è parte, come è parte del G7-G8) di Antalya, ci sarà un summit “ristretto” a cinque potenze: USA, UK, Francia, Germania e Italia, per discutere dell’emergenza terroristica.

Una “lezione” in più per chi, in patria, considera Roma un Attore di profilo secondario. Il mancato ricorso all’ “hard power” nelle modalità, improprie ed inopportune, di altri stati (ad esempio la Francia) fa di noi una potenza di serie B soltanto agli occhi di chi non padroneggia gli strumenti dell’analisi geopolitica.

In virtù della sua posizione strategica, della sua consistenza demografica, della sua forza economica, del suo ruolo storico e del suo “soft power”, il nostro Paese è e resta infatti un protagonista, nello scacchiere regionale come in quello mondiale.

Perché Oriana non aveva ragione

fallaci catreporter79Scienze e discipline di inaudita complessità, storia e geopolitica non possono, per questo, essere lasciate all’impulso emotivo ma necessitano di un approccio che sia il più possibile scientifico e razionale.

Senza dubbio notevole come cronista e fondamentale nel suo ruolo di “pioniera” per il genere femminile nell’informazione italiana, Fallaci mancò, tuttavia, della maturità necessaria per affrontare una tematica tanto delicata come il confronto-scontro tra Occidente e mondo arabo-musulmano, mai sopito e tornato con tutta la sua carica vitale dopo l’11 settembre 2001.

L’elaborazione fallaciana era, infatti, basata su un un postulato manicheo che espelleva ogni analisi delle colpe occidentali (colonialismo e neo-colonialismo) per concentrarsi in via esclusiva sull’azione-reazione del fondamentalismo di matrice islamico-radicale.

Così facendo, Fallaci operava, “de facto”, una suddivisione puerile dei contendenti nelle categorie dei “buoni” e dei “cattivi”, laddove i primi erano sempre e comunque gli occidentali, bushani e cristiani, e i secondi i loro oppositori con in testa l’Islam anche nelle sue declinazioni più liberali e rispettose dell’Altro, che la penna fiorentina negava procedendo così ad una semplificazione inaccettabile dell’intera religione-civiltà musulmana e dei processi geopolitici.

Per questo, Oriana non aveva ragione né avrebbe potuto avere ragione.

Quando l’apparenza inganna. L’Occidente, l’innamoramento per Jurij Andropov e il rischio della suggestione.

Quando il 12 novembre 1982 Jurij Vladimirovič Andropov fu eletto Segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica , la stampa atlantica sembrò, per un attimo, conquistata da questo anziano e sconosciuto (al grande pubblico) ex capo del KGB, salito alla massima carica dell’URSS.

Si pose infatti l’accento sul presunto stile occidentale di Andropov, sul fatto amasse il whisky americano, la pipa e le letture in inglese e francese; un uomo nuovo, si diceva da più parti e con entusiasmo, se confrontato con il suo rigido e “sovieticissimo” predecessore.

Il tempo avrebbe però dimostrato che si trattava di un’illusione. Sebbene, infatti, in politica interna il nuovo leader avesse cercato di avviare un’opera riformatrice rispetto agli anni della corruzione, del clientelismo e della stagnazione brezneviani, creando così i prodromi della rivoluzione gorbacioviana, in politica estera e sul delicato tema di diritti umani mostrò un appiattimento assoluto alle linee di indirizzo che avevano contraddistinto l’URSS fino al momento della sua elezione (si pensi all’abbattimento del Jumbo sudcoreano, allo schieramento in Europa dei missili balistici nucleari a medio raggio SS-20 ed al congelamento delle iniziative sul disarmo).

Ma come fu possibile che gli analisti occidentali del tempo siano caduti in una “wishful thinking” così grossolana, individuando delle chance di cambiamento per il blocco sovietico negli atteggiamenti privati di un vecchio gerarca, ex capo di un servizio segreto come il KGB? Secondo noi la risposta va cercata nel desiderio, forse inconscio, di un “turning point”, in URSS e dunque nel resto del pianeta, che sollevasse l’umanità da quel carico di angosce e tensioni prodotte della Guerra Fredda e dalla contrapposizione ideologica allora dominante.

In buona sostanza, quei giornalisti e quegli osservatori, preda della sofferenza emotiva e della paura della “bomba” esattamente come ogni altro essere umano ed abituati all’immagine rigida, minacciosa e respingente del gigante d’oltrecortina, si illusero, o scelsero di illudersi, al primo accenno di discontinuità rispetto ad un passato invece ben vivo e pulsante.

La storia e l’oggi ci dimostrano, tuttavia, che non si trattò e non si tratta del primo caso in cui un semplice indizio sia assurto al rango di prova, nella percezione di una figura pubblica e nell’analisi della sua azione, sull’onda lunga del coinvolgimento emotivo. Un rischio presente e sempre esistente, dal quale soltanto l’elaborazione razionale può e potrà mettere al riparo.

Da Capanna a Vendola passando per Occhetto: quando ad essere denunciati sono soltanto i privilegi di alcuni

L’iniquità delle sacche di privilegio che interessano la classe politica italiana non andrà imputata e collegata al singolo beneficiario ma al decisore, che ne è l’artefice e il garante.

Per questo, la polemica sul vitalizio di Nichi Vendola deve essere derubricata come populistica ed inquadrata in un preciso e definito disegno propagandistico; come nei casi, analoghi, di Mario Capanna e Achille Occhetto, ad essere colpiti dalle accuse di parassitismo sono infatti quasi sempre esponenti del centro-sinistra.

La destra italiana, Berlusconi e quei 20 anni da cicala.

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Il conservatorismo italiano è stato, per un ventennio, euforizzato dalla figura di Silvio Berlusconi, in ragione dei successi dell’allora Cavaliere e dell’attrazione che, da sempre, le destre subiscono dinanzi al carisma e al decisionismo autoritario. Questo, tuttavia, li ha imprigionati in un limbo, politico e culturale, impedendo loro quell’evoluzione in senso collegialistico e quella maturazione che, invece, la sinistra ha costruito negli anni.

Oggi che la parabola dell’arcoriano sembra nella sua fase conclusiva, la destra si trova a dover (ri)partire da zero, disabituata alla prassi della democrazia interna (ad esempio le primarie) e sprovvista di un’alternativa moderata ed europea al populismo salviniano.

Uno scenario previsto prevedibile e preconizzato dagli osservatori più razionali, anche e soprattutto negli anni della piena enfasi berlusconiana.

Lo scandalo Volkswagen e il “tanto in Germania pagheranno”. Perché una parte del popolo italiano difenderà sempre i tedeschi.

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“I rapporti tra Italia e Germania si caratterizzano da sempre per una certa dose di ambivalenza: dietro all’aspirazione alla conoscenza e all’intesa si celano sovente il sospetto e l’incomprensione. Gli italiani, per parte loro, hanno sempre avuto un atteggiamento di amore-odio per il mondo tedesco”

Questo, un estratto della prefazione al saggio “L’antigermanismo italiano: da Sedan a Versailles” dello storico ed accademico Federico Niglia.

L’affaire Volkswagen ha fatto emergere in tutta la sua impetuosità questa ambivalenza emotiva che caratterizza la nostra visione dei i tedeschi ed il nostro approcciarsi a loro, al loro mondo e al loro modo di essere e di vivere; da un lato, la soddisfazione nel vedere un Paese circonfuso da un’aura (immeritata) di mito proiettato nel fango dello scandalo, dall’altro (e qui vuole soffermarsi la mia breve analisi), la difesa coriacea, ostinata ed irrazionale della Germania.

L’aggettivo “irrazionale” non sarà scelto a caso, dal momento in cui , pur al cospetto dell’evidenza del fatto, il movimento d’opinione germanofilo sceglie di tenere la posizione, ripiegando sull’esaltazione di un (asserito) maggior rigore della giustizia teutonica che, a loro avviso, colpirà i responsabili e nel “tanto lo fanno tutti”.

A costoro, chi scrive vuole rammentare come la giustizia tedesca ed il sistema tedesco abbiano, ad esempio, molto spesso coperto i criminali nazisti, rifiutando di indagare nei loro confronti, di processarli e creando ostacoli nelle pratiche per le loro estradizioni.

Perché il DDL Cirinnà è slittato ancora, perché slitterà sempre e le speranze da Bruxelles

coppieDeterminato ed efficace nel perseguire gli obiettivi che ritiene più importanti (fino all’abuso dello strumento della fiducia), il Governo lascia, invece ed ancora una volta, slittare il DDL Cirinnà.

Una traiettoria prevista e prevedibile che conferma l’assoluta impossibilità, per un esecutivo retto anche dall’elemento cattolico-conservatore, di allineare il nostro Paese alle democrazie più evolute in materia di diritti delle coppie di fatto e della comunità LGBT.

All’Europa, molto verosimilmente e forse in un futuro non lontano, il compito di obbligare l’Italia e gli altri Paesi più riottosi sul tema ad adeguarsi agli standard occidentali.

Da Zapatero a Corbyn passando per Tsipras: perché la sinistra italiana guarda (sempre) oltreconfine.

corbynTra le basi dell’edificio ideologico socialista, l’internazionalismo marxiano-marxista tende a subire, transitando nel filtro interpretativo della sinistra italiana, una degenerazione radicale e snaturante, vendendo declinato in una forma di anti-italianismo “de facto”.

Tra le motivazioni del fenomeno, senza dubbio la fragilità del nostro sentimento unitario, humus sociale, storico e culturale nel quale si va ad incastonare il già dirompente inclusivismo social-comunista.

Da qui ed anche da qui, l’attrazione per la sinistra di casa nostra (radicale come socialdemocratica) verso ogni leader della medesima estrazione, affermatosi oltreconfine; l’ultimo e più recente esempio, quello del laburista Jeremy Bernard Corbyn.

Nda:  Ecco, ad esempio, il paradosso di una sinistra “dem” che esalta i radicali di Syriza quando contribuì all’uscita di PRC, PDCI e Verdi dal parlamento italiano.

Porta Pia e l’importanza del Concordato.

brecciaportapia3Grazie ai Patti Lateranensi del 1929, il Regno d’Italia e la chiesa cattolica posero fine alla cosiddetta “questione romana”, nata con la presa di Roma del 1870 e vera e propria spina nel fianco per il giovane ed ancora fragile stato unitario.

Senza dubbio discusse e discutibili (soprattutto per il movimento d’opinione laico) le sue clausole erano e sono, dunque, una contropartita accettabile per la salvaguardia dei nostri assetti unitari e della nostra stabilità. Un dato, questo, che è utile e doveroso ricordare nell’anniversario della breccia di Porta Pia.

Nda: non dimentichiamo, infatti, che la Chiesa fu da sempre uno dei nemici più irriducibili dei progetti unitari, non solo ottocenteschi.