
La nuova ondata di terrore che si è abbattuta sull’Europa ha fatto tornare, nell’agenda del dibattito, l’urgenza di un intervento basato sull’ “hard power” e, con esso, il paragone tra la resistenza davanti alla soluzione muscolare e l’attendismo dimostrato dalle grandi democrazie di fronte al nazifascismo nel secolo scorso.
La tesi (proposta anche da Enrico Mentana in un suo recente intervento) si dimostra, tuttavia, inefficace e semplicistica, perché disancorata dal criterio della contestualizzazione, base e snodo di qualsiasi indagine storiografica.
E’ infatti opportuno ricordare come l’Europa e gli Stati Uniti degli anni ’30 fossero reduci da un conflitto dalle proporzioni fino a quel momento inedite ed impensabili, la Prima Guerra Mondiale, che aveva coinvolto decine di stati , centinaia di popoli e tre continenti, seminando distruzione nel cuore dei centri abitati e lasciando sul campo 17 milioni di morti*, 20 milioni di feriti e mutilati e generando una crisi economico-finanziaria dalle proporzioni catastrofiche.
L’intreccio e l’analisi di questi elementi aiuteranno dunque a comprendere, e forse a giustificare, le resistenze di quei segmenti della pubblica opinione e della politica di allora dinanzi all’ipotesi di un nuovo e più devastante scontro con la Germania, forte, in aggiunta, dell’appoggio di due potenze vincitrici del precedente conflitto (Italia e Giappone).
*al numero di morti della Prima Guerra Mondiale andrà aggiunto quello dell’Influenza Spagnola (50 milioni stimati), pandemia direttamente legata la conflitto in quanto “esportata” dalle truppe statunitensi.

“Putin è una grande figura per il mondo attuale”; così l’Ayatollah Ali Khamenei, guida suprema della Repubblica Islamica dell’Iran, a proposito del leader russo.
Tra i momenti più bui della Guerra Fredda vi furono l’abbattimento, da parte della contraerea sovietica, di un areo-spia statunitense U-2 (venne distrutto per errore anche un Mig-19 della Voenno-vozdušnye sily SSSR) e l’abbattimento sui cieli della penisola di Sachalincon, ad opera di un caccia intercettore sovietico Sukhoi Su-15, di un jumbo della Korean Air Lines con a bordo 269 civili, tutti deceduti.
resentato e rivendicato come risposta alle politiche proiettive dell’Eliseo nello scacchiere africano, il blitz terroristico in Mali dimostra e conferma, al pari degli attentati dei giorni scorsi, come alla base dell’ondata di violenza che sta sconvolgendo la Francia non vi sia soltanto il fondamentalismo di stampo islamista.
Intervistato dal think tank internazionale PS21 (Project for the study of the 21St Century), Sir Lawrence Freedman, ex consulente di Tony Blair ed oggi professore alla facoltà di “War Studies” del King’s College, ha detto che la Russia “di fatto non è una superpotenza perché ha un prodotto interno lordo basso e non potrebbe mai sostenere un conflitto di lunga durata”.