Corazzata austriaca “Santo Stefano”

Appunti di Storia
La leggendaria corazzata austriaca “Santo Stefano” (“Szent István”), affondata il 10 giugno 1918 dai motosiluranti italiani MAS 15 e MAS 21 del capitano Luigi Rizzo. Il Cappellano benedì l’equipaggio, che non tentò si salvarsi finché non ne ebbe l’ordine. I fuochisti della corazzata perirono invece ai loro posti, nell’estremo tentativo di salvare la nave.

Santo StefanoEsisteva, tra il comando austriaco e quello italiano, un grande rispetto cavalleresco, testimoniato dai vari rapporti stilati durante il conflitto. Dopo la sconfitta della Bainsizza, ad esempio, il Capo di Stato Maggiore imperiale, generale Arthur Arz von Straussenburg , ebbe parole di lode per l’efficienza ed il coraggio dimostrati dalle truppe italiane. Questo dovrebbe insegnare molto, ai revisionisti dell’ultima ora.

Il IV Novembre e le tante amnesie della destra “nazionale”

Le esperienze ideologiche 900esche ci hanno consegnato la spaccatura immaginifica, sedimentatasi ed ossificatasi nelle nostre strutture culturali più profonde, tra una destra patriottica ed una sinistra antinazionale. Si tratta, però e a ben vedere, di un falso storico, facilmente smentibile dall’osservazione e dallo studio dei processi materiali e filosofici più recenti. Se, infatti, è vero che la sinistra di ispirazione massimalista era ed è portata, in virtù del principio basico dell’internazionalismo marxiano, ad un rifiuto dell’idea di comunità identitariamente organizzata, è altrettanto vero che la restante porzione dell’emisfero “progressista”, nella sua accezione democratica e liberale, non solo ha sempre abbracciato gli ideali della condivisione unitaria ma prende le mosse proprio da quegli uomini e da quei segmenti concettuali che furono anima e linfa dei processi risorgimentali per sfociare, di lì a poco, nella Sinistra Storica e nell’estrema Sinistra Storica. Al contrario, la comunità conservatrice offre e presenta, accanto ad una nutrita pattuglia di ispirazione smaccatamente patriottica, anche un ricchissimo sottobosco antiunitario; da segnalare e da non sottovalutare, altresì, la profonda e preoccupante mutazione culturale che la prima fazione sta avendo per effetto dell’apparentamento politico con la seconda, tradottosi e concretizzatosi nel fiorire di tutta una bibliografia revisionista in senso antirisorgimentale proveniente dagli ambienti ex aenniani ed ex missini un tempo “appaltatori” unici (ed abusivi) degli ideali sciovinisti. Ma non solo: eventi come la prima Guerra Mondiale o le guerre di indipendenza o, ancora, importanti conquiste coloniali come quella di Libia (che segnò l’ingresso del nostro Paese nel club delle grandi potenze), vengono spesso ignorati oppure accolti tiepdiamente proprio dalle destre a vocazione nazionalista-fascista in quanto slegate dalla paternità mussoliniana e, anzi, merito di quell’Italia liberale che l’ex marxista predappiese bollava come “Italietta” e che combatté fino a distruggere, disperdendone le ceneri nell’oblio del trascorso.

P.s: la realizzazione della Repubblica Sociale, entità secessionista e giuridicamente inammissibile perché altra e contraria rispetto alla Stato legittimo delineato nella Brindisi libera da Pietro Badoglio e da Vittorio Emanuele III, è la prova provante dell’aderenza, da parte fascista e vetero-fascista, non agli ideali di “patria” e nazione bensì a quelli mussoliniani e partitici.

Sul IV Novembre

Sono nato e cresciuto “accompagnato” dagli sguardi dei caduti della prima Guerra Mondiale, impressi nelle lapidi a ricordo poste sulle facciate delle case del mio paese, nell’Abruzzo aquilano. Ho fatto in tempo a conoscere molti di quei reduci e le vedove, vestite di nero, ancora e dopo decenni e decenni. Per questo, per me, il IV Novembre non sarà mai una data come le altre. La memoria non è uno sterile esercizio retorico, una passi castrante od inutile. Al contrario, è, si pone e si staglia come imperativo etico, soprattutto in momenti storici come quello attuale, in cui maldestri revisionismi alimentati dal revanscismo più gretto mettono in discussione l’atomo primo del nostro edificio nazionale e comunitario. Un tributo ai 650mila caduti che hanno consegnato all’Italia le terre irredente, ultimando i nostri processi risorgimentali e liberali. P.S: la nazione può e deve essere criticata, anche in modo aspro (io lo faccio molto spesso) ma non possiamo permettere che il dettato storico e documentale venga insozzato da una canea di dilettanti della storiografia e del giornalismo.

“Se l’Austria, come avevamo ragione di temere, cadeva, la guerra era perduta. Per la prima volta avemmo la sensazione della nostra sconfitta. Ci sentimmo soli. Vedemmo allontanarsi fra le brume del Piave quella vittoria, che eravamo già certi di cogliere sulla fronte di Francia”. Questo scriveva Erich Ludendorff, capo di Stato Maggiore dell’esercito tedesco. Il ruolo italiano viene non di rado minimizzato da una certa storiografia internazionale, ma si tratta di un’ evidente e partigiana alterazione del portato storico. L’azione del Regio Esercito, lasciato quasi da solo a lottare contro le forze austro-tedesche, fu determinante per l’esito finale del conflitto.

Secinaro_Monumento_ai_caduti

L’Abruzzo aquilano rappresenta, insieme al Trentino ed al Friuli, l’unico forziere della memoria della Grande Guerra. I motivi sono, essenzialmente, due: il considerevole tributo di sangue pagato dalla regione nel conflitto (circa 30 mila morti) ed il massiccio numero di alpini inviati al fronte. In ogni borgo, paese e frazione, è possibile ancora oggi notare le scritte fatte sui muri delle case dai militari in partenza , i cenotafi e le targhe sulle dimore dei caduti, strade e piazze intitolate a Diaz, Cadorna, al IV Novembre, a Trieste, Trento e Gorizia (le città “irredente”) e monumenti come quello in foto, dedicati alla “Vittoria Alata” e recanti i nomi dei martiri del luogo. Ai quattro angoli di queste strutture, inoltre, sono spesso collocate delle ogive di cannone. Ogni IV Novembre, giornata che ricorda il trionfo su Vienna, le bande intonano la canzone del Piave e l’Inno nazionale, in un perpetuarsi di simbolismi e ritualità che costituiscono e delineano una stringa di connessione con un passato importante, pur nella sua efferatezza, ed oggi riposto nei cassetti della dimenticanza proprio da chi, un tempo cultore dei valori nazionali, ha subito una mutazione culturale, politica e ideologica a seguito dell’innaturale ed opportunistico apparentamento con le (micro)forze centrifughe che scuotono la nostra cultura collettiva. Personalmente feci in tempo a vedere le ultime vedove di quella tragedia ormai lontana, ancora e nei decenni velate di nero, in ricordo di quei mariti morti per chi adesso riempie la propria bocca ed il proprio petto con improbabili e sconnessi revisionismi astorici.