Senza dubbio importante nel suo ruolo di apripista per le donne in un mondo, come quello del giornalismo, considerato prerogativa esclusiva dell’elemento maschile, Fallaci fu, tuttavia, una narratrice non affidabile ed inconcreta della storia e della realtá geopolitica. Troppo spesso scollata dal portato documentale, la giornalista fiorentina conferì alle sue analisi un’impronta emotiva e partigiana nonché una forma colloquilale lontane da ogni imperativo scientifico, elementi che segnano una distanza incolmabile tra i suoi lavori, la saggistica accademica e il “modus operandi” di ogni conoscitore del metodo d’indagine storiografico e della riflessione geopolitica più approfondita.
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Renzi e Berlusconi: anomalie della normalità
E’ consuetudine accettata, nella prassi democratica, il dialogo tra i leader dei maggiori schieramenti politici, nell’interesse capitale e supremo dello Stato e della nazione. L’incontro tra il segretario del partito di maggioranza relativa e dell’opposizione, rientra quindi nelle logiche dello scambio liberale e di quella “realpolitik” che è condizione imprescindibile per quel pragmatismo gestionale di cui una comunità ha bisogno, in special modo in una fase delicata e complessa come quella sperimentata e vissuta dal nostro Paese nell’attuale momento storico. Il Cavaliere si è tuttavia dimostrato sempre lontano dagli interessi reali e dalle reali contingenze del Paese, ripiegato su traiettorie di tipo smaccatamente personalistico e tornacontista; dal fallimento del “Patto della crostata”, alle trappole tese al maldestro Veltroni, il tatticismo berlsuconiano si muove attraverso direttrici che non hanno mai avuto la loro meta nella soluzione dei tanti e troppi nodi gordiani che imprigionano il sistema Italia, in ogni suo aspetto e declinazione. Renzi non è un ingenuo e non è imprigionato tra le maglie di una crisi di consensi come il Veltroni del 2008, di conseguenza il “do ut des” non rimane che l’unica spiegazione e l’unica chiave di lettura del contestato meeting con il capo di FI. Ma quali, le condizioni? Quali, i parametri e le loro tappe? Qui, la soluzione di un enigma e le risposte per il nostro futuro
Renzi e il nuovo sicuro. Cicli e ricorsi di una rottamazione
Scelta tattica di insostituibile importanza perché punto di collegamento con il segmento più ventrale ed istintuale dell’elettorato, il “rottamismo” renziano paga tuttavia una vistosa quanto ingenua lontananza dai pensieri lunghi della progettualità strategica, “vulnus” destinato ben presto a far arenare nelle secche dell’equivoco il primo cittadino di Firenze e le sue ambizioni più eloquenti e sostanziose.
Imbastire la propria architettura comunicativa sul principio della determinatezza e della deteriorabilità del “cursus” politico e gestionale, è infatti un’arma che Renzi vedrà ritorcerci contro, non appena l’entità cronologica del suo iter pubblico acquisirà sempre un maggior peso ed una maggiore visibilità.
In poche parole, non saranno molte le candidature e le leadership che il segretario democratico potrà sostenere ed alle quali potrà ambire prima di finire, anch’egli, nella gogna e nel gorgo dei “rottamandi”, pronto allora a difendersi, come altri prima di lui, a colpi di “latinorum” inconforme e relativista.
Matteo Renzi: claustrofobia della comunicazione
La strategia della tensione che Matteo Renzi sta adottando nei confronti del Governo Letta,con ultimatum ed avvertimenti puntuali e continui (l’ultimo in ordine cronologico è giunto ieri) rappresenta un errore di calcolo, sotto il profilo comunicativo e su quello politico, che il borgomastro fiorentino potrebbe pagare a caro prezzo.
Nel primo caso (la comunicazione), Renzi rischia infatti di porsi come lo “yuppie” arrembante ed egoista che pur di bruciare le tappe del suo “cursus honorum” non esita a sacrificare la stabilità del governo, essenziale in un segmento congiunturale critico e complesso come quello che stiamo vivendo e sperimentando. Nel secondo caso, quello politico, dimentica come l’esecutivo Letta (al pari di quello Monti a suo tempo) sia fortemente voluto e sostenuto da Strasburgo e Francoforte proprio per garantire all’Italia quella serie di riforme essenziali (sebbene impopolari) per approdare al risanamento del bilancio pubblico e scongiurare in questo modo ulteriori incognite per la comunità continentale (l’Italia è la terza potenza economico-politica europea ed un suo rovescio produrrebbe danni incalcolabili su scala generale). Il disegno promozionale renziano è e si presenta quindi debole e vulnerabile perché orientato sul breve periodo e non sull’elaborazione dei pensieri lunghi della progettualità.
Più di un analista ha visto negli impulsi centrifughi di Fini ed Alfano una “longa manus” europea (e/o statunitense), ma il primo cittadino di Firenze non ha a tutelarlo né l’arsenale economico e mediatico del Cavaliere né la sue genialità intuitiva.
Berlusconismi gigliati. La comunicazione politica da Arcore a Firenze
A Milano per la presentazione della biografia dello stilista Roberto Cavalli, il borgomastro fiorentino si è difeso dalle accuse (francamente un po’ traballanti) di “frivolezza” istituzionale con un “tackle” sui politici definiti “snob”. Nella sua marcia di avvicinamento a piccoli passi sequenziali verso l’elettorato conservatore e verso il segmento berlusconiano (iniziata con le apparizioni televisive dalla zarina De Filippi), il nostro sta facendo propri anche gli stratagemmi dialettici tipici dell’ ars comunicativa di destra; in questo caso, cerca di disinnescare la polemica con una battuta (nello stile dell’ex Cavaliere) associando i più critici ad epiteti impopolari, come, per l’appunto, l’etichetta di “snob”. Si tratta, insieme a formule come “radical chic”, di un “evergreen”, che la destra nazionale (ma non solo, si veda il M5S con la Boldrini) utilizza per mostrare la (supposta) distanza della sinistra dalle masse, contrapposta, invece, al (supposto) carattere più “popolare” e modesto del comparto conservatore. Ma Renzi rilancia: “Lo stile non è tanto come ci vestiamo o come ci comportiamo nei talk show, ma il rispettare le promesse della campagna elettorale. Troppo spesso la politica discute e non realizza. L’incapacità di realizzare le cose di cui si parla è lo stile della classe politica italiana, che è letale. Il cittadino si aspetta di veder corrispondere i fatti all’impegno preso”. Anche in questo caso, il “must” è quello, smaccatamente populistico e demagogico ma di facile presa, del politico “della gente”, quello che non si preoccupa di andare nei programmi che piacciono al popolo, e del politico “del fare” e non delle “chiacchiere”, delle chiacchiere da salotto, del salotto che fa, giustappunto, “snob”. Se provenisse dal mondo dell’imprenditoria, avrebbe costruito intorno a sé un edificio propagandistico praticamente inattaccabile.
La marcetta su Roma
Traffico romano in tilt. Che strano; ai tempi in cui Grillo esaltava Tony Blair, noi che andavamo a Genova o nelle piazze romane e fiorentine ad alzare la voce contro le acrobazie del turbocapitalismo e le guerre della Unocal, venivamo bollati, anche da lui, come “terroristi”. Adesso che si vuole sfrattare un capo di Stato eletto secondo dettato costituzionale, si parla di “difesa della democrazia”. Alla salute, folla sfollata.
