Qualche giorno fa ho visto una controllora avere dei problemi con un tizio. Quando mi è passata accanto le ho chiesto: “Tutto bene?” e lei mi ha risposto di sì, con un mix di tensione ed orgoglio. Se mi capitano situazioni in cui qualcuno si trova in difficoltà (viaggio molto) intervengo quasi sempre, chiamando la polizia o mettendomi davanti al potenziale aggressore tentando di calmarlo e distrarlo. Per fortuna non ho mai dovuto alzare le mani, anche perché l’idea di prendere a pugni una persona fuori dalla palestra mi terrorizza. La vita non è un film, potrei ucciderlo o lui potrebbe essere armato. Il caso della povera Iryna è tuttavia diverso: troppo rapido, troppo improvviso l’assalto, troppo sconvolgente. Inoltre, lui aveva un coltello e quel tipo di arma è ancor più ingovernabile di una pistola (io mi sono trovato in mezzo agli spari, ma non avevo la paura che proverei di fronte ad una lama). Per questo non punterei il dito contro i presenti e non parlerei nemmeno di “effetto spettatore”; semplicemente, come ho già detto, Charles Bronson o Superman esistono solo al cinema. Purtroppo.
Quello dell’improbabile Hadja Lahbib è molto più di un pittoresco siparietto, ma risponde ad una precisa strategia politico-comunicativa (non a caso è stato diffuso dai canali YouTube della Commissione). Sebbene sia difficile individuarne con certezza gli obiettivi, è possibile delineare, con un certo margine di ragionevolezza, alcune ipotesi:
1) un “ballon d’essai”, con cui sondare i sentimenti dell’opinione pubblica
2) un tentativo di “alleggerire il clima”, in una fase percepita come critica
3) preparare psicologicamente il cittadino a quelli che si ritengono scenari futuribili
4) convincere, mediante un richiamo velatamente terroristico, il cittadino della bontà dei programmi di riarmo (che, è bene ricordare, sono a scopo di deterrenza e distraggono una cifra irrisoria rispetto al PIL della UE)
5) inviare un messaggio a Putin (“attenzione, siamo pronti”)
Ad esclusione dei punti 2 (due) e 5 (cinque) saremmo, di nuovo, di fronte a PsyOps mosse dal presupposto che i cittadini siano “stupidi”, incapaci cioè di elaborare spiegazioni più articolate e mature. Verrebbe insomma “rispolverato” lo stesso approccio, opaco, odioso e paternalistico, usato nel biennio “pandemico”, dimenticando quanto esso abbia contribuito a minare la credibilità delle istituzioni. Se tuttavia poteva risultare facile allarmare l’ “uomo della strada” agitando la minaccia, comunque concreta (almeno per una parte della popolazione) di un virus, ben più difficile sarebbe convincerlo, e con questi mezzi, della concretezza e credibilità dell’ipotesi di un’invasione su larga scala messa in atto da un Paese lontano (almeno per l’Europa occidentale), oltretutto in gravi difficoltà sul piano economico-militare.
Le stesse considerazioni varranno per il governo italiano: quando ad esempio Crosetto dice che l’Italia non sarebbe in grado di resistere ad un blitz simile a quello subito da Israele nell’ottobre 2023, cosa intende? Forse che la Russia (perché il riferimento era quello) potrebbe invadere lo Stivale? E come? Per “corrispondenza”? Oppure, c’è altro?
Aumentare subdolamente il carico di stress emotivo e tensioni, non avrà altro esito che quello opposto, inducendo la gente a sganciarsi da qualsiasi progetto contrappositivo rispetto a Mosca e Miensk.
Se le leadership continentali vogliono ricomporre lo strappo con un segmento consistente dell’opinione pubblica, anche in modo da elaborare soluzioni di contrasto alle minacce esterne ed interne di qualsiasi natura, dovranno come prima cosa adottare una postura il più possibile trasparente ed onesta. Quella va messa nel kit e per molto più di 72 ore.
Se in Occidente la propaganda russa è di fatto libera di filtrare, senza limiti e condizionamenti ma anzi amplificata dai numerosi canali di appoggio di Mosca, non è così a parti invertite. Questo senza dimenticare che, essendo società “aperte”, plurali e democratiche, le occidentali non hanno una propaganda univoca, standardizzata ed “ufficiale”.
Per il Kremlino è dunque più facile destabilizzare l’ opinione pubblica avversaria, ad esempio con la ciclica minaccia nucleare intervenendo con la “grassroots propaganda” (dirett al “grass”, il “prato”, appunto il cittadino comune), bloccando e manomettendo eventuali contrattacchi.
In questa fase della “guerra grigia” in atto (gray zone warfare), la Russia è insomma favorita e avvantaggiata, benché non si tratti di un aspetto realmente decisivo.
L’espressione “flashbulb memories” indica una tipologia di ricordo personale rimasto impresso nella memoria in quanto collegato ad un evento di grande rilevanza per il mondo o la nostra comunità. Eccezionali meccanismi di “codifica” in entrata come potenziali stimoli per “falsi ricordi”, consentono comunque di rafforzare il sentimento di appartenenza alla nostra comunità ed alla sua storia (“io c’ero”). Nel ricordo, falso come autentico, gioca infatti un ruolo d’importanza fondamentale la sfera emozionale
« Caro XX perché ti scrivo questa lettera: a dire il vero, papà, ricordo quasi tutto quello che mi hai fatto. Che tu lo ricordi o no, non ha importanza, l’importante è che io ricordi. L’altro giorno ho avuto questa esperienza di regressione fino a quando ero bambina. Stavo urlando e piangendo ed ero assolutamente isterica. Avevo paura che saresti venuto a prendermi e a torturarmi. Questo è ciò che l’abuso sessuale rappresenta per un bambino: la peggiore tortura… Avevo bisogno della tua protezione, guida e comprensione. Invece ho ricevuto odio, violazione, umiliazione e abuso. Non devo perdonarti…non ti do più l’onore di essere mio padre. “C” »
Questa lettera, dal contenuto drammatico e terribile, fu scritta da una figlia al proprio padre. La donna aveva creduto, a seguito di alcune sedute con lo psicanalista, di aver “recuperato” i ricordi delle violenze subite dal genitore. Da qui, anche la decisione di citare in giudizio l’uomo. La “False Memory Sindrome Foundation”, associazione statunitense composta da psicologi, medici e avvocati che si occupa di fornire assistenza alle persone colpite da false accuse dovute a falsi ricordi, riuscì tuttavia a dimostrare l’infondatezza della denuncia, facendo assolvere l’uomo.
In un’indagine del 2001, il “Death Penalty Information Center” aveva invece rilevato come il grosso delle condanne a morte sulla base di errori giudiziari fosse dovuta, ancora, ad errori di testimonianza determinati da false accuse scaturite da falsi ricordi. Entrando più nel dettaglio, “The Innoncent Project” osservò come le false accuse da falsi ricordi colpiscano, nella maggior parte dei casi, cittadini afro-americani (negli USA).
Come abbiamo visto, la vittima o il testimone possono mentire non per malafede ma, appunto, perché convinti di dire la verità e il giusto.
Un falso ricordo può essere “spontaneo” (Roediger e McDermott) e “indotto” (Loftus) o il prodotto di “false aspettative” (cliché ) mentre le giurie possono, se ben manipolate dagli avvocati e dagli investigatori, cadere nella bias della “sicurezza del testimone”, ovvero credere al testimone quando egli si dimostra sicuro di ciò che afferma.
Le false accuse, pure in ambito sessuale, non sono, insomma, una mistificazione misogina e patriarcale, come vorrebbe suggerire un certo movimento d’opinione, ma una drammatica realtà con solidissime evidenze scientifiche.
Nel 2001 un informatico italo-americano di nome Jonah Peretti inviò provocatoriamente alla NIKE la richiesta di personalizzare le proprie scarpe con la scritta “Sweatsop”*, termine che indica un luogo di lavoro caratterizzato da condizioni povere e socialmente inaccettabili per il dipendente. L’allusione era alle fabbriche della multinazionale nei paesi del Secondo e Terzo Mondo.
Il vivacissimo scambio di mail che ne derivò (“potete mandarmi un paio di scarpe del colore della pelle della bimba vietnamita di dieci anni che ha lavorato per farle?”) fu reso virale da una catena partita dagli amici dell’informatico, che nel giro di poche settimane si ritrovò famoso a livello globale e a dibattere sui media dei diritti dei lavoratori. Lui, senza alcuna competenza ed esperienza a riguardo, come infatti ebbe a riconoscere per primo.
L’aneddoto è emblematico non solo dei meccanismi della viralità ma pure dell’informazione, specialmente al giorno d’oggi; più del messaggio, in sé, conta chi lo veicola. Anche il caso di Gino ed Elena Cecchettin può essere per certi versi paragonabile a quello di Peretti.
*la NIKE aveva lanciato un sito tramite il quale i clienti avrebbero potuto scegliere colore e scritta delle loro scarpe
Ognuno gestisce, o prova a gestire, il dolore come sa e può, pertanto evito l’errore di cadere nelle “norme emozionali” e scelgo di non giudicare le reazioni e i comportamenti del signor Cecchettin. Può darsi abbia solo bisogno di “caos” intorno, di sentirsi attivo e circondato da impegni, energie e persone. Quella che ha vissuto negli ultimi due anni è, non va dimenticato, una situazione gravemente destabilizzante.
Resto ad ogni modo perplesso nel vedere la sua “iconizzazione” e quella della figlia Elena, come fossero numi oracolari, esempi da prima pagina virtuosi ed infallibili. Non è così ed un simile approccio può condurre, di nuovo, alla polarizzazione, con ricadute negative anche su quel padre e quella sorella.
Ad li là delle considerazioni sulle opacità che ne accompagnarono l’ascesa, il Berlusconi-imprenditore fu per certi versi una figura straordinaria ed unica nel suo genere. Non solo seppe rinnovare la televisione italiana, anche liberandola da un anacronistico monopolio di Stato, ma riuscì a trasformarla e metterla al passo con i tempi nelle forme e nei contenuti, “svecchiando” lo stesso Paese, nel suo insieme. Chi giudica la sua Fininvest con termini apocalittici, vedendo in essa l’inizio di un decadimento dei costumi se non di un’ipnosi di massa, tradisce quindi una visione limitata, limitante e ideologica, derivata da quel pedagogismo marxiano e della Scuola di Francoforte che assegna alla cultura e ai media un ruolo unicamente didascalico (politicamente indirizzato), aborrendo ogni altra opzione come ad esempio l’intrattenimento. Un approccio che un segmento della sinistra adottò pure negli anni ’50 e ’60, verso la RAI (ed anche per questo la sinistra italiana comunista/post-comunista, che fino al 1993 mantenne un ottimo e proficuo rapporto con l’allora Cavaliere, fu per anni persino contraria alla programmazione a colori, giudicandola immorale, frivola e forviante).
Altra riflessione merita invece il Berlusconi-politico. Se menzionare i suoi discutibili atteggiamenti, a danno dell’immagine di un’intera Nazione, e le innumerevoli violazioni e gli innumerevoli abusi compiuti sarà pleonastico, gioverà tuttavia ricordare come egli avesse l’opportunità di costruire, finalmente dopo quasi un secolo, una destra moderata e di rinnovare il Paese potendo contare su un consenso molto ampio, ma non lo fece. Al contrario, radicalizzò talune posizioni ormai superate dalla Storia e dalla fine della contrapposizione bipolare e bloccò quel processo di crescita civile e politica iniziato nel 1992. Semplicemente, la politica gli interessava solo nella misura in cui gli sarebbe servita a proteggersi e a proteggere le sue aziende, come peraltro ammise lui stesso nel corso degli incontri avvenuti ad Arcore nel 1992-1993 con Fedele Confalonieri, Adriano Galliani, Franco Tatò, Gianni Letta, Paolo Del Debbio, Giorgio Gori, Carlo Vetrugno, Michele Franceschelli, Maurizio Costanzo, Emilio Fede, Enrico Mentana, Andrea Monti, Roberto Briglia, Edvige Bernasconi, Carla Vanni e Federico Orlando*. Una grande, e forse unica ed irripetibile, occasione persa.
*Tra il 1992 e il 1993, nell’epicentro cronologico del terremoto polito-istituzionale causato dall’inchiesta “Mani Pulite”, Silvio Berlusconi organizzò una serie di briefing nella sua villa di Arcore, con lo scopo di studiare e mettere in campo una strategia che consentisse alle sue aziende di attraversare in modo indenne il delicato passaggio storico e di potere.
Agli incontri, verbalizzati da Guido Possa e sequestrati il 22 giugno del 1993 dalla procura di Milano nell’ambito di una delle inchieste sul gruppo Fininvest, presero parte Fedele Confalonieri, Adriano Galliani, Franco Tatò, Gianni Letta, Paolo Del Debbio, Giorgio Gori (direttore di Canale 5), Carlo Vetrugno (direttore di Italia 1), Michele Franceschelli (direttore di Retequattro), Maurizio Costanzo, Emilio Fede, Enrico Mentana, Andrea Monti (direttore di “Panorama”), Roberto Briglia (direttore di “Epoca”), Edvige Bernasconi (direttore di “Donna Moderna”), Carla Vanni (direttore di “Grazia”) e Federico Orlando (direttore de “Il Giornale”).
Nelle riunioni, il gruppo decise anche l’adozione di una strategia editoriale di pieno e totale sostegno al pool di Milano*, “nonostante Craxi” (Federico Orlando, seduta del 24 ottobre 1992); da allora, sia le emittenti televisive che i giornali al servizio del futuro Presidente del Consiglio si allinearono infatti a quel discusso e discutibile giacobinismo mediatico che caratterizzò quegli anni e che avrebbe convinto l’Ordine a varare la Carta di Milano sulla deontologia da osservare nel trattamento delle inchieste e per la salvaguardia dei diritti degli indagati-imputati.
L’appoggio di Berlusconi al pool meneghino non si limitò a questa scelta editoriale ma proseguì con l’offerta, una volta vinte le elezioni del 1994 , del ministero dell’ Interno a Di Pietro e della Giustizia a Davigo.
Se a questo si aggiungerà la partnership tra FI, la Lega Nord ed il MSI (due tra i più accaniti avversari del Pentapartito nel periodo di “Mani Pulite”), la ricostruzione che vuole Berlusconi difensore e paladino dei diritti degli indagati di allora, dei principi del garantismo democratico e dell’ amico Bettino Craxi, non potrà dunque che venire ridimensionata se non addirittura smentita e confinata nel perimetro del mero e più interessato propagandismo.
Approfondimento
La sinistra e il falso mito del Biscione-burattinaio
Fin dal 1954, quando la RAI inaugurò i suoi programmi, la postura del PCI (e più in generale delle sinistre comuniste) alla televisione si è sempre caratterizzato per una certa diffidenza e ostilità, con rare, deboli e tardive aperture. Emblematici a riguardo gli attacchi a programmi come “Lascia o raddoppia?”, “Canzonissima” e “Il Musichiere”, le battaglie contro il colore e la creazione dei “teleclub” per educare i telespettatori ad un uso critico e distaccato del piccolo schermo.
Un simile atteggiamento traeva origine dall’impianto ideologico marxista e della Scuola di Francoforte, che assegnava e assegna alla cultura e all’arte un ruolo pedagogico. I programmi di evasione e l’intrattenimento leggero erano quindi percepiti dai comunisti come strumenti usati dal potere democristiano e pentapartitista per tenere le masse nell’ignoranza, in modo da gestirle e controllare meglio. Un “modus cogitandi” rimasto inalterato con l’avvento delle tv commerciali. Dopo l’entrata in politica di Silvio Berlusconi, in particolare, prese piede a sinistra la convinzione che il successo nelle urne del tycoon milanese fosse dovuto ad una manipolazione continua e costante delle coscienze degli italiani messa in pratica dalle sue reti televisive. Come la DC grazie a “Lascia o raddoppia?” e “Il Musichiere” , Berlusconi avrebbe creato un nuovo tipo di italiano, servendosi ad esempio di “Ok, il prezzo è giusto” o “Drive in”*. Un cittadino superficiale, orientato esclusivamente al profitto e all’edonismo, compatibile quindi con il messaggio forzista.
Si tratta ad ogni modo di un’analisi ideologica, sommaria e grossolana, che non tiene conto dell’evidenza che i programmi offerti da Canale 5, Italia Uno e Rete Quattro fossero perlopiù format stranieri e/o in ogni caso diffusi anche all’estero, mentre un fenomeno quale il berlusconismo è e resta peculiarità esclusiva del nostro Paese, senza riscontri nemmeno nelle democrazie occidentali più fragili.
La chiave del successo politico dell’ex Cavaliere fu invero la sua capacità di porsi come uomo nuovo in una fase di crisi sistemica e valoriale acuta (1992-1994) e di coagulare intorno a se un elettorato già esistente e molto ben definito e definibile, quello missino, leghista e del pentapartito in disfacimento, ossia le forze che durante l’intera storia repubblicana si erano contrapposte alle sinistre comuniste, post-comuniste e ai loro alleati. Pur riconoscendo al suo arsenale mediatico e al suo prestigio come imprenditore un ruolo forse fondamentale nella sua ascesa politica, la teoria che vuole le tre reti di Cologno Monzese come oscure burattinaie della psicologia del popolo italiano non ha drtitto di cittadinanza nell’elaborazione di alcuno storico.
*Molta dell’offerta del Biscione rispondeva inoltre a standard qualitativi elevati. Il già citato “Drive In”, emblema con le sue soubrette discinte dell’ imbarbarimento collettivo che avrebbero esercitato i canali di Berlusconi, non era né il primo né l’unico programma a mostrare vallette poco vestite mentre si trattava prima di tutto di un contenitore comico con artisti di indiscussa professionalità. Ricordiamo a tal proposito Giorgio Faletti, Gaspare e Zuzzurro, Corrado, Guido Nicheli, ecc. “Drive in” traeva inoltre ispirazione anche da programmi come “Carosello”.
Lasciare un partner violento (e ricordiamo che esistono molte e differenti tipologie di violenza) non è facile come qualcuno crede, anche perché spesso la vittima viene sottoposta ad un vero e proprio processo di “manipolazione”. Per questo è necessario saper cogliere i segnali di allarme, se e quando si è ancora in tempo, e allontanarsene.
Un’altra riflessione merita il drammatico e odioso fenomeno dello stalking, che la giurisprudenza e le forze dell’ordine non riescono spesso a contrastare con efficacia, non solo in Italia. Qui la politica dovrebbe intervenire con maggior decisione, colmando un vuoto di fatto (magari stabilendo una soglia oltre la quale far scattare una lunga pena detentiva, così proteggere e tutelare la vittima). A tal proposito, il mio pensiero va alla mia ex baby sitter Ester Pasqualoni, oncologa e madre di due bambini sgozzata nel parcheggio dell’ospedale dal suo stalker dopo anni di persecuzioni (stalker che aveva contribuito a causare un malore fatale al compagno di Ester). Era impossibile salvarla? Io non credo.
Già negli anni ’60, Ronald Reagan fu uno dei pochi a predire che l’URSS avrebbe vissuto uno scontro tra i politici e i militari, da un lato, e i cittadini-consumarori (frustrati) dall’altro. Oltre a non permettere a Mosca di inseguire un eventuale riarmo americano e occidentale su ampia scala, questo conflitto avrebbe portato al crollo del regime sovietico.
La Storia validerà la tesi di Reagan, il quale riuscì a trascinare nelle secche l’avversario proprio con una politica di massiccio riarmo (che ebbe anche lo scopo di ridare fiducia agli americani ed agli alleati).
Nota: numerosi “addetti ai lavori”, come ad esempio gli analisti dei servizi segreti occidentali, avevano comunque previsto già allora il crollo del blocco orientale entro breve tempo