Mangia le ciliegie, mangia le pesche, si fa i selfie ed è fascista: la sinistra e la comunicazione “salvinicentrica”: cause, precedenti ed incognite

salvini odioSe la comunicazione del centro-destra si basa quasi sempre sui programmi e su tematiche di natura contingente (questo a prescindere dal giudizio che se ne vuole dare), escludendo la pandemia, fenomeno peraltro eccezionale e transitorio, la comunicazione e l’attenzione della sinistra sembrano invece orientate quasi soltanto su Matteo Salvini.

Ogni sua dichiarazione, ogni suo post sui social ed ogni suo scatto provocano infatti una catena di reazioni critiche , stizzite, violente e sarcastiche, negli avversari. Il leader del Lega sembra cioè l’oggetto di un’ossessione che va oltre le logiche del dualismo politico, come ieri lo fu Silvio Berlusconi. E proprio come ieri, la sinistra rischia di cadere in un errore marchiano, regalando visibilità al capo del Carroccio (quello che cerca) e favorendo una narrazione vittimistica che lo vuole bersaglio dell’odio.

Non è da escludere che dietro questo atteggiamento vi sia ancora il “trauma” storico legato al Ventennio, per cui la figura “forte”, il leader cosiddetto “agentico”, viene associato all’immagine e al ricordo del Fascismo (accadeva anche con il già citato Berlusconi e persino con Renzi), oltre un’intolleranza, qui eredità della pedagogia marxista e della Scuola di Francoforte, verso le tecniche della comunicazione propagandistica.

Appunti elettorali

(Di CatReporter79)

Il PD
Limitarsi a considerare il risultato del PD come una catastrofe, innanzitutto del suo segretario, sarebbe un approccio troppo semplicistico e poco razionale. Al netto degli errori di Renzi (ottimo comunicatore ma pessimo stratega, a differenza di quel Berlusconi che gli viene paragonato ma che sapeva essere sia ottimo comunicatore che ottimo stratega), il PD paga un momento negativo comune a quasi tutti i grandi partiti socialdemocratici occidentali. In un’epoca di profonda crisi economico-sociale, di emergenza legata al terrorismo e all’immigrazione, usare un linguaggio ponderato ed europeista è infatti scommessa difficile e rischiosa. Risalire la china sarà un’impresa ardua, al di là di chi guiderà il partito, che in ogni caso resta il secondo del Paese. Solo un cambiamento radicale degli scenari internazionali potrà invertire questa fase negativa per le sinistre moderate.

Il M5S
Il M5S stravince senza vincere, tagliando l’Italia in due secondo un cliché socio-politico-culturale che ricorda quello del 2 Giugno 1946. Oggi, il Movimento si trova davanti al suo più grande nemico, che è allo stesso tempo la sua forza più grande: l’ “alterità”. Se vorrà governare dovrà perderla, accettando il compromesso con altre forze, cosa che provocherà anche un’emorragia di consensi in quei sostenitori che non si riconosceranno ideologicamente nella nuova alleanza. Mantenerla significherà invece restare in panchina, fino a data da destinarsi.

Il centro-destra
Il centro-destra vince, di nuovo, ma ha anch’esso la sua debolezza nella sua forza. Le colonne portanti di questa orchestra polifonica sono cioè due partiti, FI e Lega, basati a loro volta esclusivamente sui singoli e pertanto legati alle loro fortune e ai loro destini destini. FI, creazione di Berlusconi (ormai al tramonto) e sprovvista di un suo “background” e la Lega, che Salvini non ha creato ma che Salvini ha saputo resuscitare dal baratro dove era precipitata. La più grande resurrezione dopo quella di Lazzaro e di Richard Nixon, parafrasando il New York Times.

La sinistra della sinistra
La debacle di LEU e di PAP conferma in modo eclatante lo scollamento delle sinistre “radicali” rispetto al Paese “reale”. L’incontro (la contaminazione?) con il movimentismo ha determinato un loro slittamento verso obiettivi e valori che la classe lavoratrice e il “proletariato” percepiscono come lontani. L’assegnazione di un ruolo apicale a tematiche come il femminismo, il migrazionismo, il terzomondismo, l’animalismo, l’anti-specismo e l’ecologismo e la conseguente relegazione delle battaglie storiche sul lavoro e i diritti sociali a un velleitarismo ideologico anacronistico e inattuabile, hanno in buona sostanza fatto sentire solo e senza più tutela il loro elettorato tradizionale. Operai, precari, cassintegrati, disoccupati, cittadini in emergenza abitativa, delle periferie, ecc, si spostano così, in Italia come altrove, verso le destre radicali, sociali e identitarie, maggiormente collegate, almeno nel loro abito propagandistico, alle esigenze dei ceti “autoctoni” in difficoltà. LEU ricalca inoltre un tipo di civismo anni ’90 (vedi l’uso di un magistrato come “frontman”) oggi superato.

Un commento a parte meritano i media: sebbene in democrazia all’informazione non spetti un ruolo “pedagogico”, è comunque dovere dei professionisti del settore (e questo è un principio già di memoria tucididea) non manipolare il fatto. Un errore che invece il giornalismo italiano ha commesso, giocando con l’emotività dei cittadini, stuzzicando la loro rabbia e le loro paure. Ciò ha contribuito a creare un’immagine “percepita” ben differente da quella “reale” e ben più negativa e compromessa, avvantaggiando l’opzione populista.

Da Zapatero a Sanders passando per Tsipras e Blair: il perché delle “sbandate” della sinistra nostrana

La sinistra italiana viene spesso accusata di provincialismo per la sua disposizione ad “adottare” figure politiche (socialiste o socialdemocratiche) straniere. Questa tendenza, diffusa in misura minore anche all’estero, può invece trovare spiegazione in un’esegesi viziata dell’internazionalismo marxiano-marxista, trasformato in una lettura precipuamente antinazionale.

A fare il resto, la fragilità del sentimento patrio italiano, “vulnus” che ha alla sua base la relativa limitatezza del nostro percorso unitario, il tabù dell’esperienza fascista e l’azione dell’universalismo cristiano da parte di soggetti ed Attori quali, ad esempio, DC e Vaticano.

L’allergia alle primarie del Centro Destra

Personalmente non ravviso nell’istituto delle primarie un totem dinanzi al quale prostrarmi come feticcio salvifico della democrazia e del libero scambio intellettuale. Trovo siano, almeno nella loro fase presente, ancora acerba ed embrionale, una trasposizione delle vecchie dinamiche politico-clientelari dal palazzo (un tempo si diceva “segrete stanze”) al gazebo. E’ pur vero che nella veste verginale della formalità “de iure” e se applicate secondo il loro criterio ispiratore, costituiscono un anello di congiunzione essenziale tra il cittadino e la gestione della cosa pubblica, l’unico esempio fattibile e razionale di democrazia liquida e partecipata sull’impronta delle vecchie ἀγορά. Pertanto, non può che strapparmi un sorriso l’atteggiamento che di fronte a tale strumento mostrano e stanno mostrando le forze del centro-destra; l’avere un candidato imposto, un “Presidente Eterno” sul nazionale, impedisce loro di scegliere dalla base e con la base i candidati, con gli spiacevoli risultati che a livello periferico tutti possiamo osservare (spaccature, scissioni, frondismi, ecc). Di conseguenza, più per imbarazzo che per reale acquisizione ideologico-politica, scatta un dispositivo di difesa che si traduce quando nella richiesta, populistica, di versare al popolo i denari ricavati dalle consultazioni (se non si vuole il finanziamento pubblico ai partiti e nemmeno il contributo volontario, non restano che le rapine di autofinanziamento), quando nella fabbrica del sospetto sul destino dei “trombati” o sulla reale efficacia delle elezioni di coalizione. Il centro-destra, pur di non perdere il consenso che l’arcoriano, forte del suo potere mediatico.-economico può garantire nell’immediato, sacrifica il proprio futuro sull’altare del calcolo di bottega, deponendo i pensieri lunghi della progettualità politica firmando una cambiale che si tradurrà , una volta scaduta, in un brusco risveglio con i connotati dell’estinzione politica.