Berlusconismi gigliati. La comunicazione politica da Arcore a Firenze

A Milano per la presentazione della biografia dello stilista Roberto Cavalli, il borgomastro fiorentino si è difeso dalle accuse (francamente un po’ traballanti) di “frivolezza” istituzionale con un “tackle” sui politici definiti “snob”. Nella sua marcia di avvicinamento a piccoli passi sequenziali verso l’elettorato conservatore e verso il segmento berlusconiano (iniziata con le apparizioni televisive dalla zarina De Filippi), il nostro sta facendo propri anche gli stratagemmi dialettici tipici dell’ ars comunicativa di destra; in questo caso, cerca di disinnescare la polemica con una battuta (nello stile dell’ex Cavaliere) associando i più critici ad epiteti impopolari, come, per l’appunto, l’etichetta di “snob”. Si tratta, insieme a formule come “radical chic”, di un “evergreen”, che la destra nazionale (ma non solo, si veda il M5S con la Boldrini) utilizza per mostrare la (supposta) distanza della sinistra dalle masse, contrapposta, invece, al (supposto) carattere più “popolare” e modesto del comparto conservatore. Ma Renzi rilancia: “Lo stile non è tanto come ci vestiamo o come ci comportiamo nei talk show, ma il rispettare le promesse della campagna elettorale. Troppo spesso la politica discute e non realizza. L’incapacità di realizzare le cose di cui si parla è lo stile della classe politica italiana, che è letale. Il cittadino si aspetta di veder corrispondere i fatti all’impegno preso”. Anche in questo caso, il “must” è quello, smaccatamente populistico e demagogico ma di facile presa, del politico “della gente”, quello che non si preoccupa di andare nei programmi che piacciono al popolo, e del politico “del fare” e non delle “chiacchiere”, delle chiacchiere da salotto, del salotto che fa, giustappunto, “snob”. Se provenisse dal mondo dell’imprenditoria, avrebbe costruito intorno a sé un edificio propagandistico praticamente inattaccabile.

La via dei dane’

Dopo la condanna dell’arcoriano e il palesarsi di un rischio “sudden death” per l’esecutivo Letta, i più moderati, nel M5S, avevano lanciato l’ipotesi di una convergenza con il centro-sinistra da tradursi in un governo di “scopo” che avesse come fine ed orizzonte alcuni punti, tra i quali la riforma elettorale. Puntuali e prevedibilissime, sono arrivate le smentite dei “pasdaran” pentastellati e del grande capo genovese. Perché? Non solo perché il M5S sviluppa nell’orgoglioso distacco dalle forze politiche “tradizionali” l’atomo primo della sua “alterità” (l’arma più potente ma allo stesso tempo la zavorra, sul lungo periodo, dei partiti catalizzatori il voto di protesta), non solo per le (probabili) riflessioni statunitensi (il M5S ha soppiantato, per il momento, la destra berlusconiana nella tutela degli interessi e negli indici di gradimento del grande fratello d’oltreoceano) ma, innanzitutto, per una ragione sociale e sociologica; Grillo e Casaleggio sono fondamentalmente due “ganassa”, che identificano nella sinistra l’archè e la trama di ogni male. Per loro, imprenditorotti arricchiti dell’opulento e produttivo Nord “che si dà da fare”, sinistra è tasse (il programma del Movimento è molto povero di traiettorie sulla lotta all’evasione), sinistra è difesa dei dipendenti incapaci e della pubblica amministrazione inefficiente (“eliminiamo i sindacati, voglio uno Stato con le palle”, ebbe a dire qualche mese fa l’ex comico), sinistra è immigrazione selvaggia (l’asserragliamento grilliano contro lo Ius Soli la dice lunga a riguardo), sinistra è caos (non come per Pizzarotti che stanga i barboni che “bivaccano”). Per questo, anche per questo, il Beppe nazionale e l’ex forzista di Ivrea non accetteranno mai un patto con quello che reputano il grande nemico culturale e sociale di ogni tempo e che, infatti, non perdono occasione di bersagliare con i loro strali, molto di più di quanto non facciano con il PdL o con i loro predecessori nelle preferenze dell’italico ventre, ovvero la Lega bossiana. Acquattati nel “grembo della provincia del Nord” (Belpoliti), i due compagni di viaggio incarnano alla perfezione i valori del “privatismo” ripiegato su se stesso tipico di quella borghesia italiana eternamente terrorizzata da un inesistente fantasma bardato da un lenzuolo rosso, quella borghesia “dell’ineleganza che si mette in mostra con il cartellino bene in vista” (Pellizzetti), quando il cartellino batte il prezzo di un panfilo alla fonda in Costa Smeralda o di una magione tran i boschi di Quincinetto.

Morra genovese

Il neo-capogruppo pentastellato al Senato Morra è apparso ieri, su La 7, intervistato da Luca Telese. Morra fa parte di quella ristretta cerchia di “eletti” che l’esperto di marketing Gianroberto Casaleggio (già “spin doctor” di Di Pietro) ha scelto per rappresentare il M5S sulle piattaforme mediatiche. La sensazione che ne ho ricavato è stata quella di una sorta di creatura mitologica, a metà tra l’impaccio del principiante e la sapienza retorica della vecchia volpe della politica, un centauro rivisitato e riadattato per i nostri tempi, insomma. Morra, difatti, in 40 minuti di trasmissione ha detto tanto, tantissimo, senza però dire nulla. Certo, ha teatralmente srotolato lo striscione che annunciava la restituzione di (parte) della diaria (le rimanenze), ha accusato di illegittimità Mediaset (quando lo facevano altri, Grillo era ancora un berlusconiano dichiarato), ma niente di più. La sua formazione filosofica (è docente della materia) gli ha consentito di districarsi negli scambi dialettici meno ardui, di alzare e lanciare un po’ di polvere, ma nessun lavoro di scavo, nessuna proposta, nessuna analisi economica e finanziaria di peso e densità concettuale. Il tutto, incorniciato dal quell’odioso complesso di superiorità morale che nemmeno la sinistra più snob della “Terza Via” e dell’ “esempio Emilia” riuscì mai a mettere in campo.

La minaccia (televisiva) sovietica

Pensare che Berlusconi e la destra siano riusciti e riescano a catalizzare buona parte del proprio consenso politico-elettorale brandendo la minaccia comunista, la dice lunga sull’immaturità di una porzione dell’elettorato italiano e sulla capacità di manipolazione, sociale e mentale, del dispositivo mediatico-televisivo. Già nei momenti più bui dello stalinismo e della prima Guerra Fredda, il “pericolo” di una presa del potere nel nostro Paese da parte del PCI era infatti assolutamente fuori discussione, e per ordine proprio del Cremlino; dopo gli accordi di Jalta, Stalin, proverbialmente ossessionato dalla tutela della sicurezza sovietica (secondo alcuni storici, il cosiddetto “impero esterno”, ovvero i paesi del blocco orientale, non sarebbe stato il frutto di una strategia espansionistica quanto di contenimento) convocò sia Togliatti che Thorez (leader del Partito Comunista Francese, altro totem del comunismo occidentale) per comunicare loro che mai l’URSS avrebbe appoggiato un tentativo di colpo di stato marxista, perché questo avrebbe condotto ad un’alterazione degli equilibri con gli USA, allora unica potenza nucleare. Ancora nel 1990, l’allora capo del KGB Vladimir A.Krjuckov ebbe a dire al capo del SISMI italiano Fulvio Martini, in visita a Mosca: “Noi sovietici siamo i più ligi e scrupolosi nell’applicare gli accordi del 1943. Ci ha fatto comodo un PCI forte, ma entro una certa misura. Non avremmo potuto tollerare che il PCI, anche con mezzi democratici, si fosse avvicinato troppo al potere. Gli Americani avrebbero potuto accusarci di non rispettare i patti, decidendo così di intervenire maggiormente nella nostra fascia di sicurezza”. D’altro canto, la Svolta di Salerno e i governi di solidarietà nazionale con le forze liberali costituiscono la prova materiale e provante di questa traiettoria strategica. Lo stesso Che Guevara ebbe molti problemi con Mosca negli anni ’60, proprio a causa dei suoi tentativi di dare vita alla “rivoluzione permanente” estendendola al di fuori dell’assetto perimetrale jaltiano. Il boicottaggio delle sue spedizioni in Congo e Bolivia da parte dei sovietici ne sono la dimostrazione (il Primo Ministro sovietico Aleksej Kosgyin minacciò Castro di ridurre drasticamente le forniture di petrolio a Cuba, se lui e Guevara non avessero abortito le loro velleità rivoluzionarie in America Latina). Tali acquisizioni contribuiscono a consegnarci una lettura ben diversa degli anni della Guerra Fredda e delle dinamiche dualistiche che la caratterizzarono, conducendo l’osservatore ad un ripensamento sul ruolo sovietico e ad un’analisi più equilibrata del fenomeno e dell’epifenomeno, sfrondata dagli irriducibili pregiudizi ideologici antisocialisti. La contrapposizione “buono” contro “cattivo” non ha diritto di cittadinanza nell’analisi storiografica…

Che cos’e’ la Destra,che cos’e’ la Sinistra,che cos’e’ Renzi. Ma il PD cos’e’?

Renzi non è un socialdemocrati­co; è un centrista di provenienza margheritiana e di formazione, cultura e famiglia peculiarmente democristiane (è un lapiriano). Ovvia e comprensibile, di conseguenza, la perplessità nell’elettore di sinistra, all’idea di liquidare per sempre gli ultimi scampoli di socialismo democratico “consegnando” il cartello politico-eletto­rale “liberal” ad un vetero democrtistiano.­ Mi fa sorridere, però, che le accuse di “destrismo” e di “berlusconismo”­ provengano dall’apparato ex PCI-PDS-DS e dai fuoriusciti PRC adesso accasatisi sotto l’ombrello vendoliano (appena la nave ha iniziato ad imbarcare acqua, molti “compagni” non hanno esitato ad abbandonarla). Ricordiamo che sono stati loro ad imbastire un governo con Silvio Berlusconi (indipendenteme­nte da quello che può essere il giudizio sull’esecutivo Letta); ricordiamo che sono stati loro ad eleggere un capo dello Stato in fronte compatto con il centro-destra (indipendenteme­nte da quello che può essere il giudizio su Napolitano); ricordiamo che sono stati loro a salvare l’arcoriano dall’ineleggibi­lità nel 1996 (e in misura minore nel 1994); ricordiamo che sono stati loro ad introdurre, istituzionalizz­are e rafforzare il precariato, sconquassando il mercato del lavoro (Pacchetto Treu e Protocollo sul Welfare); ricordiamo che sono stati (anche) loro a votare la nefasta Legge Biagi (per paura di essere dipinti come fiancheggiatori­ delle BR dal serraglio mediatico berlusconiano);­ ricordiamo che sono loro a detenere il record di privatizzazioni­ nella storia repubblicana (Governo D’Alema. Solo la coppia Eltisn- Gajdar arrivò a tanto); ricordiamo che sono stati (anche) loro a finanziare ed appoggiare tutte le iniziative militari USA/­UNOCAL-NATO (anche la signora Rame votò in tal senso, nel 2007); ricordiamo che sono stati loro a consegnare il Ministero di Grazia e Giustizia nelle mani di Clemente Mastella (come nominare Pacciani presidente di un’associazione­ contro la violenza sulle donne); ricordiamo, altresì, che sono stati loro a governare con i diniani; ricordiamo ecc, ecc, ecc. Il tutto, corroborato e sostenuto da un’insopportabi­le quanto ipocrita retorica di odore migliorista sul senso di responsabilità istituzionale. I vecchi “apparatčik” hanno attestato la loro linea di galleggiamento,­ a partire dal 1995, sull’appeasemen­t con il Cavaliere, e questo allo scopo di congelare i loro privilegi e il loro potere contrattuale. Le riforme ed il governo del Paese non sono, alla luce del segmento storico recente, ai vertici delle priorità di Via Sant’Andrea delle Fratte numero 16. Chi ha paura? Di chi?

Caso Maro’: elogio controcorrente del governo

Quali che fossero i termini che articolavano il “secret deal” tra Italia e India in merito all’ affaire Marò, il lavoro del nostro Governo si era dimostrato, ancora una volta, eccellente. L’obiettivo di riportare a casa i due militari era stato pienamente centrato, mentre sulla sponda opposta, il premier indiano non aveva fatto i conti con la propria opposizione interna (socialdemocrat­ica ma non antinazionale, a differenza dei nostri “liberal” cresciuti alle Feste dell’Unità) e con la virulenta pressione della stampa. Una svista non di poco conto, tanto da costringere Nuova Dehli ad una brusca inversione di rotta tradottasi nel ricatto di far saltare affari e commesse a ben 400 aziende italiane. Il Governo Monti si è quindi trovato a dover scegliere tra l’interesse di migliaia di nostri imprenditori e lavoratori (e su entrate per miliardi di euro) ed un principio che si presentava con il volto del nazionalismo più puerile, obsoleto e pancista. Come buonsenso detta, ha optato per la prima soluzione. Solo un osservatore molto ingenuo o del tutto contaminato dal furor ideologicus potrebbe ignorare l’esistenza di un nuovo “patto” tra noi e gli Indiani, in modo da rendere salva la vita (e la libertà) ai due fucilieri non appena placatasi la tempesta e da permettere a Nuova Dehli di salvare, com’è giusto che sia, la faccia. Molti si chiedono che cosa avrebbe fatto Berlusconi, qualora si fosse trovato al posto di Terzi e di Monti; la stessa cosa, giacché altro non era possibile né sensato fare. Una postilla: chi blatera di dignità nazionale violata ed offesa, dov’era quando la Lega Nord per l’indipendenza della Padania diceva di volersi mondare l’orifizio anale con il tricolore? Faceva spallucce e minimizzava, e questo per squallido calcolo elettorale. Nazionalismo a targhe alterne? No, grazie. P.s: Chico Forti è ancora rinchiuso in un carcere federale della Florida. In questo momento sta contando le ore in un buco di 2 metri per due.

Sant’Iene

Ricordiamoci qual è la proprietà del canale televisivo che manda in onda “Le Iene”. Ricordiamolo, prima di farci prendere la mano da facili entusiasmi e prima di costruire vitelli d’oro da mettere sugli altari della cultura civile. I più attenti ricorderanno l’operazione sistematica di demonizzazione posta in atto dal programma ai danni dell’operatore di telefonia mobile Blu dopo che Berlusconi aveva ritirato le sue quote azionarie dal gruppo.

La battaglia della cronaca nera

La forza della propaganda mediatica berlusconiana è quella di essere, per la maggior parte, subliminale, sottotraccia, non manifesta. Tralasciando momentaneamente il ruolo persuasivo dei programmi di intrattenimento ­ leggero, vere e proprie batterie campali dell’arsenale mediatico dell’arcoriano,­ c’è un altro segmento, altrettanto importante e micidiale: la cronaca nera e i contenitori sulle relative inchieste giudiziarie (in primis “Quarto Grado”). Se esaminiamo le vicende di sangue più eclatanti degli ultimi anni, potremo infatti renderci conto di come Mediaset e i giornali del gruppo Berlusconi abbiano sempre e sistematicament­e assunto le difese dei vari imputati e condannati. Questa strategia è funzionale all’ opera berlusconiana di demonizzazione,­ screditamento e demolizione della magistratura, presentata come forcaiola, accanita, illiberale e nemica del Diritto. L’arringa dei tribuni mediatici targati Mediaset si articola e sviluppa sommariamente attraverso le seguenti formule, ripetute e riproposte ogni volta in modo mantrico e uguale:

1: Processo indiziario. Mancano prove reali. La magistratura si accanisce senza un reale ancoraggio ai principi del Diritto e della Costituzione.

2: Manca l’arma del delitto (come se un’autopsia non potesse risalirvi e come se un omicida che scelga di farla ritrovare fosse tanto sprovveduto da lasciarvi impresse le sue impronte)

3: Manca il movente (impossibile da individuare con certezza in assenza di confessione, data la complessità della psiche di un criminale e, più in generale, dell’essere umano).

Inoltre, eventuali errori nel corso dell’inchiesta vengono enfatizzati, ridicolizzati e attribuiti ai GIP, sempre, comunque ed in ogni caso, anche quando sono opera dei reparti delle forze dell’ordine (RIS, ROS, ecc). Il tutto confeziona, come già evidenziato, il ritratto di una magistratura non solo violenta, liberticida ed antigarantista,­ ma anche pasticciona e dilettantesca. Va rilevato come quest’opera massiva e massiccia di manipolazione e ipnosi catodica riesca a violare con il suo subdolo grimaldello anche le difese intellettuali di chi berlusconiano non è, spargendo come un seme maligno la convinzione di un apparato giudiziario inaffidabile e indebolendone così e implicitamente il lavoro agli occhi della pubblica opinione quando le inchieste toccano Silvio Berlusconi o il suo apparato politico-econom­ico. A tal proposito, trovo paradigmatica la vicenda dell’ingegner Elvo Zornitta, indicato come “Unabomber”, il famigerato bombarolo che insanguinò il Nord-Est negli anni ’90; durante le indagini, il poliziotto e perito della scientifica Ezio Zernar fu accusato di aver alterato una prova (un lamierino) per appesantire la situazione dell’indagato. Zernar, il poliziotto, finì così sotto inchiesta e sotto processo, mentre la posizione di Zornitta fu archiviata (dopo che l’ingegnere veneto fu messo sotto i riflettori, le azioni di Unabomber cessarono). Il risultato fu un pesante attacco mediatico nei confronti della magistratura, con Zornitta dipinto e presentato come il nuovo Enzo Tortora, anche se l’errore, chiamiamolo così, era stato commesso da un poliziotto, non da un GIP. Ancora e per concludere: ogni volta in cui la giustizia mette a segno un colpo importante, la macchina mediatica berlusconiana ne conferisce il merito alle forze dell’ordine o al Ministero dell’Interno (quando al governo c’è il centro-destra),­ mai alle procure. In un Paese alimentato politicamente dall’informazio­ne televisiva, tutto questo rappresenta un veleno letale, in grado di contaminare ed alterare la nostra struttura culturale e valoriale, e, purtroppo, anche percettiva.