Inginocchiarsi?

Il riferimento al solo razzismo contro i neri, da parte dei bianchi o comunque dei non-neri, e alla vicenda di George Floyd (il gesto di inginocchiarsi), in cui il movente razziale è solo un’ipotesi (la squadra di Derek Chauvin comprendeva anche un asiatico e un mulatto e sia Chauvin che i suoi compagni erano finiti sotto accusa anche per abusi ai danni di bianchi), rende ambigua e discutibile la politica del Black Lives Matter, non a caso stigmatizzata pure dal Muhammad Ali Center.

Ferma restando la condanna del razzismo, di ogni razzismo, una tematica tanto delicata e complessa andrebbe affrontata con il massimo equilibrio e la massima onestà intellettuale, evitando gerarchizzazioni e fraintendimenti potenzialmente divisi e impliciti ricatti morali a chi manifesta, con ragionevolezza, posizioni difformi.

Funivia: video shock?

Quante volte abbiamo osservato le immagini del delitto Kennedy o quelle di una battaglia delle due guerre mondiali? O, ancora, di uno dei tanti conflitti del passato o che insanguinano, anche nel presente, il pianeta? E’ capitato spesso, ma non ci hanno scosso o comunque non così tanto da determinare un’ondata di sdegno contro chi le he divulgate. Questo perché la patina del tempo e la distanza geografica ci permettono di guardarle con distacco, lo stesso distacco con il quale andiamo a vedere le mummie, anche di bambini, nei musei. E’ Storia, ci piace (giustamente) e ci incuriosisce (giustamente).

Pure le immagini del disastro della funivia sono Storia, sono documenti storici, ma la prossimità temporale dell’evento e il fatto si sia verificato in Italia rendono difficile, se non impossibile, l’approccio distaccato. Si tratta di una ferita ancora aperta, apertissima, ma quel filmato non è meno cruento (anzi) della visione di un soldato che salta in aria, del cervello di JFK sulla carrozzeria di un auto o di un sarajevese che cade colpito da un cecchino. D’altro canto, se gli ultimi istanti di quei poveri turisti fossero stati mostrati tra dieci, venti o trent’anni, la cosa non avrebbe destato il minimo scalpore o non come adesso, neanche lontanamente.

Al di là di ogni commento di natura legale e giuridica sulla liceità di quella diffusione, parlare di “pornografia del dolore”, di “macabro voyeurismo “, ecc, è quindi una reazione emotiva, di “pancia”, forse poco lucida e poco razionale.

Se i bulli, i giustizieri e gli indignati sono le facce della stessa medaglia

Alla base del cyberbullismo, ma più in generale del cattivo modo di porsi con gli altri e l’Altro sui social, c’è anche il nostro bisogno/desiderio di approvazione (si pensi che un “like” è sufficiente a rilasciare “scariche” di dopamina). Un elemento decisivo e fondamentale, che il giornalista e massmediologo britannico Jon Ronson spiega con grande chiarezza.

Bullizziamo anche per piacere a sconosciuti e amici ma, si faccia attenzione, attacchiamo il “bullo”, o comunque chi ha sbagliato o crediamo abbia sbagliato, usando spesso i suoi stessi metodi (shitstorm) e per i suoi stessi motivi. Come lui siamo in cerca di attenzione, di approvazione. E questo trasforma pure noi in bulli, in cattivi fruitori della rete. In persone omologate che non pensano abbastanza, prima di schiacciare il tasto “Invio”.

Una dinamica tossica e intossicante che si auto-alimenta all’infinito e difficile da contrastare e arginare, in un contesto con la potenza diffusiva e la “memoria storica” del web.

Saman, la sinistra, il dito, la Luna e il “patriarcato”

Non potendo più proseguire nel loro pesantissimo silenzio sul dramma di Saman Abbas, una certa sinistra e un certo femminisno hanno scelto e stanno scegliendo di optare una condanna, generica, del “patriarcato” e della cultura maschilista. Un guardare il dito invece della Luna che sa di exit strategy, la proverbiale “toppa ” che è peggiore del “buco”.

Si tratta, andando più in profondità, di un escamotage politicamente corretto per sorvolare sulle reali motivazioni alla base della vicenda, legate intrinsecamente e storicamente alla cultura/comunità di appartenenza della ragazza. Si vuol far finta, insomma, che una certa interpretazione dell’Islam non c’entri, che non c’entri una certa e ben precisa visione della società e della donna ma che Saman sia stata vittima di quello stesso maschilismo rintracciabile ovunque, anche in Italia e in Occidente, tra i cristiani e i cattolici.

Un “tutti colpevoli” per semplificare e non voler vedere, in questo caso, nessun vero colpevole. Un atteggiamento che rivela e conferma l’incapacità che una parte della nostra politica, del nostro Paese e dello stesso mondo occidentale ha (per complesse ragioni storiche e ideologiche) di approcciarsi in modo lucido ai problemi legati alla convivenza e all’interazione con culture ancora immature e primitive nell’ambito dei diritti, nell’ intendere e nel concepire l’Altro.

Le incognite del “criterio di eccezionalità”, tra passato e presente

« Lo Stato liberale, con la circospetta e ferrea limitazione della dei suoi interventi nella sfera collettiva (se non sotto la forma del paternalismo scelto, in una certa fase, da qualche da qualce frazione dei suoi gruppi dirigenti), venne colpito in pieno (e travolto) dalle “tempeste d’acciaio” scatenate dalla Prima Guerra Mondiale. E il controllo dell’informazione e le attività propagandistiche totalizzanti che esso mise in campo e dispiegò rappresenteranno altresì il viatico e il brodo di coltura per una serie di apprendisti stregoni che sapranno appropiarsene, trasformandosi, per molti versi, nelle avvisaglie e nei laboratori del totalitarismo. »

Sociologo della comunicazione, massmediologo, saggista e consulente di comunicazione politica e pubblica, il Prof. Panarari offre uno spunto per una riflessione sulla fase storica odierna.

Benché oggi la democrazia occidentale sia senza dubbio molto più matura e solida rispetto al 1914-1918, il “criterio di eccezionalità” (impiegato con le sue varie ramificazioni nell’emergenza Covid) resta uno strumento ambiguo e in linea teorica pericolosissimo, per i suoi effetti nell’immediato ma soprattutto per il precedente che è andato a creare.

Non va tuttavia escluso che la sua adozione possa anche determinare una “reazione di rigetto”, capace di irrobustire, invece di indebolire, la democrazia formale, quella sostanziale e, più in generale, la cultura democratica.

Se diventerà tutta colpa dei baristi (di nuovo)

Colpire un ristoratore, un barista, un negoziante o il proprietario di una palestra significa colpire anche i loro dipendenti, che si troveranno senza lavoro o con un’importante compressione degli stipendi. E’ d’altro canto pacifico che in ogni momento di crisi economico-sociale le categorie più esposte siano quelle già meno solide e influenti a cose normali.

Un’evidenza che una certa sinistra, imbrigliata in dogmatismo chiusurista forse determinato anche dalla sua avversione culturale alla piccola-media imprenditoria e da un improbabile disegno “decrescista” , ha dimenticato, salvo accorgersene adesso, con lo sblocco dei licenziamenti e degli sfratti alle porte.

Il “bombing”, e non solo social, contro i piccoli esercenti cui stiamo assistendo negli ultimi giorni, potrebbe dunque rispondere anche al bisogno di trovare un capro espiatorio sul quale far ricadere la responsabilità dello sconquasso sociale che il Paese rischia di attraversare.

Se così fosse avremmo uno scenario di guerra civile a “bassa intensità”, con una una parte della politica italiana e delle istituzioni in aperto conflitto con una parte della Nazione, del popolo.

Saman e l’inferiorità del male

Esistono culture inferiori. Questa affermazione non andrà intesa come razzista, xenofoba o estrema, ma come una logica e lucida constatazione.

Inferiori nel senso che si distinguono per un inferiore livello di empatia verso l’Altro, per un inferiore livello di accettazione dell’Altro, per un’inferiore coscienza democratica e civile più in generale.

Negarlo o relativizzarlo, magari per effetto del tipicamente occidentale senso di colpa nei confronti di certi popoli o per qualche velleitaria interpretazione ideologica e politica della società, significherebbe negare la realtà e rimandare, se non impedire, l’emancipazione e la stessa inclusione delle comunità meno mature ed evolute nella sfera dei diritti civili e umani

Significherebbe condannare altre Samam Abbas, per sempre.

Maledetti baristi?

Se è vero che molti esercenti sottopagano i loro dipendenti e pretendono troppo da loro, è altrettanto vero che si dovranno evitare ingiuste e pericolose generalizzazioni, specialmente in una fase storica delicata come quella attuale.

Ecco perché non vorremmo che certi sfoghi dell’ultima ora verso questo o quel ristoratore o verso questo o quel barista “sfruttatori” avessero in realtà lo scopo di delegittimare categorie che più di altre hanno fatto sentire la loro voce contro le restrizioni governative (discusse, discutibili e talvolta inutili se non dannose) e contro lo stesso esecutivo.

Di continuare a delegittimare, per meglio dire, se si considerano le offese e gli attacchi di questi mesi a negozianti e piccoli imprenditori, accusati di irresponsabilismo, sovversivismo, egoismo, evasione fiscale, e addirittura fascismo (!), per le loro critiche alla gestione pandemica dei governi Conte II e Draghi.

Complottismi e dintorni, tra ingenuità e strategia (altrui)

Secondo alcuni analisti, certe teorie del complotto, oggettivamente oltre il limite del ridicolo, sarebbero create e diffuse ad arte per delegittimare il pensiero critico, favorendone l’ associazione con cliché grotteschi e respingenti (tecnica della “proiezione” o “analogia”).

Un’ipotesi non irrazionale, come non è irrazionale pensare che anche molti e famosi “sfondoni” grammaticali e linguistici, attribuiti spesso agli utenti che rientrano nel movimento d’opinione vicino ad una certa destra (cosiddetta “populista” e sovranista”*) o scettico verso la narrativa scientifica “mainstream”, siano in realtà costruiti e resi virali con malizia e intenzione dai loro “avversari”.

Ipotesi non irrazionale, si è detto, anche perché si tratterebbe, come ben sappiamo, di qualcosa già visto, nel web e prima del web

*concetti, è bene ricordarlo, di per sé non negativi

Patrick Zaki e il dovere di essere “impopolari”

Patrick Zaki non è Giulio Regeni ma un cittadino egiziano residente in Egitto, che in Italia frequentava semplicemente un master universitario da pochi mesi. Se il nostro Paese vorrà continuare ad aiutarlo e difenderlo farà senza dubbio un’opera meritoria, ma in ogni caso nessuno può pretendere che l’Italia si faccia carico del problema (di vicende come la sua ne esistono purtroppo a milioni in tutto il mondo), magari andando contro l’interesse nazionale, né potrà rimproverala se non dovesse fare “abbastanza”.

Tantomeno si può pretendere che Roma conceda la cittadinanza allo studente, considerando l’iter, difficile e lungo, che molti “anonimi” immigrati o figli di immigrati devono seguire, e spesso senza successo, per ottenere lo status di cittadini italiani.