The iron Lady

L’analisi dell’evento storico e/o dell’azione delle personalità ad esso coeve, contigue e satellitanti, non può prescindere dall’opera di contestualizzazione (e dal faro della terzietà scientifica). Disancorare la Thatcher dal suo alveo temporale per porla dinanzi ai codici morali ed alle prassi politico-economiche del presente post 1989-1991, sarebbe stupido, nonché inutile.

Se consideriamo lo scontro con l’Argentina, ad esempio,dobbiamo aver presente che questa invase un territorio politicamente britannico perché un dittatore sanguinario e fascista, Videla, voleva far salire le proprie quotazioni, al minimo date le pessime condizioni economiche in cui versava il Paese, giocando la carta dell’orgoglio nazionale. Si può discutere sulla questione Falkland-Malvinas finchè si vuole, ma l’invasione era e rimane contraria al diritto internazionale. Se l’Italia dichiarasse guerra alla Francia per riavere Mentone e la Corsica (storicamente ed etnicamente italiane) , io mi schiererei dalla parte di Parigi.

Tucidide e il giornalismo

Tucidide viene unanimamente riconosciuto come il padre della storiografia moderna intesa come ricerca ed analisi secondo criterio scientifico, e a ben vedere lo è, molto più di Erodoto, la cui narrazione risulta inquinata e indebolita da un eccessivo ricorso ad elementi di natura mitologica, mistica ed escatologica. L’ateniese però non è soltanto il padre della storiografia, ma anche del giornalismo moderno; seguendo in prima persona la Guerra del Peloponneso, infatti, il nostro riuscì a consegnarci una ricostruzione “live” del conflitto, sincronica e non diacronica (l’elemento di confine tra giornalismo e ricerca storica). Possiamo quindi considerarlo come un inviato “ante litteram”. E’ grazie a lui che abbiamo la possibilità di sapere ciò che avvenne ai tempi del contenzioso armato tra Sparta ed Atene, ed è grazie agli inviati di guerra, quando non siano ” emebedded ” o prigionieri dei catenacci della “Sidle Commision”, che la democrazia e la storiografia possono nutrirsi di elementi e informazioni, costruendo il loro edificio. E’ grazie a loro che il cittadino sa cosa sta facendo il governo cui ha dato il voto, come sta impiegando il denaro dei suoi contribuiti e ste sta oltrepassando il perimetro della legalità. Accade però molto di frequente che mentre i militari, i Marò in quest’ultima frazione temporale, siano presentati come eroi al servizio del popolo (e non di interessi economici particolari e/o di “poteri altri”), gli inviati di guerra, come ad esempio Giuliana Sgrena o Enzo Baldoni, vengano bollati dal qualunquismo più odiosamente individualista e benaltrista come ostacoli, come escrescenze e vesciche del sistema, inutili e per questo motivo da estirpare. Si invoca il loro abbandono quando vengono catturati, ci si indigna quando viene pagato un riscatto per la loro liberazione e viceversa si gioisce quando vengono trucidati, dimenticando che è grazie a quegli elementi, indipendentemente dal colore politico di appartenenza, che noi e le generazioni a venire avremo la possibilità di sapere, di conoscere, di nutrire la nostra capacità critica e, soprattutto, è grazie a loro che possiamo disporre di un mezzo per difenderci dal potere, perché qui sta la linea di demarcazione tra società aperta e tirannia, tra libertà e sopraffazione.

Differenza e difference

La differenza tra lo storico e lo scienziato politico sta nel fatto che il primo, a differenza del secondo, non fa un ricorso grottescamente “ad nauseam” alle terminologie inglesi. La legittimazione del proprio lavoro non passa attraverso l’esibizione di ramaioli pieni di nulla gettati nel pozzo di un dizionario straniero. Tra l’altro, cosi’ ogni testo risulta farraginoso e poco chiaro. Sono pennellate di dilettantismo ornato di cipria e merletti

Almeno la DC…con Grillo,invece, tutto piu’ difficile

E’ vero, la DC sapeva mediare, anche in virtù delle garanzie che il suo interclassismo forniva ai “poteri altri” e ai riottosi delle ali più estreme del Parlamento, Botteghe Oscure in testa. Ma è altrettanto vero che Piazza del Gesù poteva contare sulla bussola e sul catenaccio yaltiani, non era una barca di legno acerbo sconquassata dai marosi dell’interesse finanziario privato e del pancismo oclocraticoide. Ps. Una riproposizione (rivisitata ed adattata ai nuovi scenari) dell'”interdipendenza” sulla falsa riga delle direttrici andreottiana e craxiana è pura utopia, se non si ha alle spalle la solidità di cassa.

L’Italia,i Maro’ e quella liberta’ che non sappiamo di avere

« Dobbiamo morire per restituire al Giappone il suo vero volto! È bene avere così cara la vita da lasciare morire lo spirito? Che esercito è mai questo che non ha valori più nobili della vita? Ora testimonieremo l’esistenza di un valore superiore all’attaccamento alla vita. Questo valore non è la libertà! Non è la democrazia! È il Giappone! È il Giappone, il Paese della storia e delle tradizioni che amiamo. »

Queste le parole pronunciate da Yukio Mishima prima di compiere il suicidio rituale. Era il 25 novembre del 1970. Mishima, paramilitare e patriota, non poteva tollerare quello che reputava un asservimento del Giappone agli USA e all’Occidente entro i termini, durissimi (ma giusti), del Trattato di San Francisco. Tale carta impediva infatti al Giappone di possedere un esercito, che non fosse di autodifesa, affidando la protezione dei confini agli Stati Uniti. Dopo la resa, l’ex impero del Sol Levante subì un’occupazione “manu militari” da parte di Washington che si protrasse per anni ed il totale smantellamento della sua architettura costituzionale, sociale e culturale. Stessa sorte toccò alla Germania e all’Austria. Solo una potenza, tra quelle uscite sconfitte dall’esperienza bellica, seppe scampare ad una punizione tanto dura: l’Italia. Questo perché la co-belligeranza del demonizzato Maresciallo Badoglio (demonizzato da chi non possiede gli strumenti di analisi necessari all’interazione con le scienze storiche oppure è accecato dal furor ideologicus) ed il ruolo della lotta partigiana, indussero gli Alleati a concedere a Roma un trattato di pace entro termini più morbidi ed elastici rispetto a quelli dei nostri ex compagni si sventura. Evitammo così l’occupazione del suolo nazionale, la destrutturazione del nostro edificio civile e potemmo disporre, e possiamo disporre, di una libertà di manovra mai concessa, o concessa molto tardivamente, a Berlino e Tokio (si pensi alla coraggiosa ed illuminata politica filo-araba di Craxi e della DC, a Sigonella, alla possibilità di inviare truppe all’estero già dagli anni ’40-50, di possedere portaerei e di progettare armi nucleari per una “force de frappe” con Parigi, progetto poi accantonato all’inizio degli anni ’80, al numero relativamente limitato di truppe americane sul nostro suolo, ecc). A molti nazionalisti a corrente alternata che fanno spallucce, per mero e squallido calcolo elettorale e di pentola, quando Bossi&co dicono di volersi mondare l’orifizio anale con il tricolore, piacerebbe che Monti inviasse la portaerei Cavour nell’Oceano Indiamo o i Tornado armati di bombe nucleari sui cieli di Nuova Dehli, ma il nostro Paese non può farlo, e non può farlo, ripetiamolo, perchè ha perduto quella scommessa armata scelleratamente voluta da Benito Mussolini e perchè per 50 anni ha avuto bisogno (come la Germania, il Giappone e la Sud Corea) della subordinazione-protezione degli ed agli USA in ragione del nostro ruolo di cuscinetto tra l’EST e l’OVEST. Motivo, tra l’altro, per cui abbiamo dovuto soprassedere sul Cermis, così come tedeschi, giapponesi e sudcoreani soprassiedono, dal 1945-1953, sui crimini che gli “yankees” perpetrano spavaldamente in casa loro. Per quel che concerne il caso Marò, Monti non avrebbe potuto fare altrimenti, salvo condurre alla garrota 400 aziende italiane che operano in India per un fatturato di 10 miliardi di euro e migliaia di posti di lavoro. Indubbio, ovviamente, esista un “secret deal” sotto forma di piano b che consenta a noi di riportarle in patria i fucilieri non appena placatasi la tempesta e ai nostri “contenders” di salvare la faccia.

Francesco I e il complottismo che si fa tifo.

L’elezione di Jeorge Mario Bergoglio al soglio pontifico ha acceso, come prevedibile, il motore dell’ovvietà complottardo-co­mplottistica più truculenta e fragorosa. Persone che fino a ieri confondevano Jorge Rafael Videla con un bagnoschiuma aromatico e i Gesuiti con i cugini minori di Gesù Cristo, adesso si scoprono dotti dell’esegesi e delle scienze storiche contemporanee. A costoro, in perenne ricerca di qualche proto-para verità wikipediana che ne mascheri l’ignoranza e la debolezza intellettiva e di analisi, si affiancano gli ultras dell’ideologia,­ i frondisti del manicheismo più intransigente ed immaturo. “Se non vivrà come uno straccione, allora non sarà degno del nome che ha scelto”, è, per sommi capi, il refrain della categoria, il grimaldello arrugginito con il quale tentare di scardinare il portone dell’edificio che custodisce la credibilità di quello che reputano il “nemico”. Nessun leader, spirituale o politico che sia (Francesco I addiziona entrambe le cose), può e deve permettersi inversioni di marcia troppo brusche e radicali. Sarà la Storia, con il suo dinamismo fatto della somma delle singole istanze ed energie, ad arricchire il puzzle del progresso in ogni sua declinazione, tassello dopo tassello. Auguriamoci che il nuovo Pontefice sappia e voglia colorare questo grande mosaico, ma sarebbe sciocco ed ingenuo attenderci sforzi che travalichino il suo ruolo e le sue possibilità. Non si commetta, con Francesco I, lo stesso errore fatto a suo tempo con Barack Obama o Jimmy Carter. A tal proposito, ricordiamo come persino il Mahatma Gandhi non poté dire di no alla massiccia militarizzazion­e del proprio Paese (tra i pochi a disporre di una Triade Nucleare), e questo per contenere le mire sino-sovietiche­, oltre al (ri)montante sciovinismo britannico. Per adesso, nelle sue prime due uscite, il Vescovo di Roma ha saputo fornire segnali di rottura e cambiamento, così come fecero Giacomo della Chiesa e Albino Luciani. Accontentiamoci­ di questo primo, piccolo, tassello

Tutti gli uomini sono uguali,ma i Maro’ sono piu’ uguali di Forti

Dopo l’entrata in guerra nel 1940, in Italia ci fu, come prevedibile, un brusco calo nell’offerta dei carburanti per le aziende che gestivano il trasporto pubblico (la precedenza veniva assegnata ai mezzi militari). A questo si sommarono l’arresto della circolazione automobilistica privata e la difficoltà nel reperire pezzi di ricambio per i veicoli a motore. Il risultato fu un sovrautilizzo dei bus e dei tram, che in brevissimo tempo si trasformarono in veri e propri carri bestiame stipati fino al limite dell’immaginabile. Dal momento in cui tale condizione favoriva coloro i quali salivano senza biglietto, le aziende del trasporto pubblico imposero che non si potesse salire se non dalla porta posteriore e uscire da quella anteriore, in modo che chiunque fosse costretto a passare davanti al bigliettaio. Enormi erano i disagi per i passeggeri, costretti ad uno slalom soffocante tra decine e decine di persone, ma c’era una categoria che, in barba alle regole, si arrogava il diritto di salire dalla parte anteriore (quella adibita alla discesa) evitando così questa stressante gimkana: i poliziotti. Ad essi si aggiunsero nel giro di brevissimo tempo i Vigli del Fuoco, poi ancora le Fiamme Gialle, i militari della Milizia e via discorrendo. Non avevano nessuna dispensa per godere di un tale favoritismo, ma veniva loro concesso perché indossavano una divisa. Tutto qua. Celebre fu il caso di una vecchietta che, stremata dalla fatica, chiese al controllore di salire dalla parte anteriore, cosa che le fu negata. “Se ne stia a casa. Siamo in guerra!”, fu la sentenza di quel piccolo e “solerte” capetto, anch’egli munito di un’ uniforme, di una parvenza di testosteronica autorità. Ora, i Marò rimpatriati e tenuti in Italia in barba (almeno ufficialmente) agli accordi con l’India, sono rei dell’uccisione di due poveri pescatori, due padri di famiglia, scambiati per pirati. La macchina ideologica patriottarda (spenta e parcheggiata quando il micropartito Lega Nord dice di volersi pulire il culo con il tricolore), si è subito messa in moto per “liberare” i due reclusi, alimentata e sostenuta dalle forze delle istituzioni e dei partiti, in uno sforzo comune che ha prodotto i risultati attesi: Salvatore Girone e Massimiliano Latorre sono e resteranno a casa. Potere di quella divisa, di quel catalizzatore di pulsioni ideologiche che, invece, un Chico Forti non può vantare e mettere in campo. Mentre io sto scrivendo e voi mi state leggendo, Forti si trova in una cella di 2 metri X 2 di un penitenziario federale della Florida, tra spacciatori, mafiosi, stupratori ed assassini, per un crimine che, molto verosimilmente, non ha commesso e sulla base di un impianto accusatorio lacunoso ed indiziario. Ma per lui nessuno si muove, anzi; l’ex ministro degli Esteri Frattini depose il sigillo sul’ amara condizione di quel nostro connazionale con un laconico e sgangherato: “la giustizia americana non è quella dei films”. Qual prodigio di ars bene loquendi, il nostro ministro, nevvero? In un’eterna riproposizione dei ruoli di forza, del concetto orwelliano di disparità mascherata dal garantismo più ipocritamente ecumenico, ai due Marò potremmo assegnare il ruolo di quei poliziotti che montavano sui tram e sui bus dalla parte anteriore, e al povero Forti quello della vecchietta.

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Corsi, ricorsi e rincorse: il muro contro muro che non giova alla sinistra

Quando nel 1944 il Qualunquismo fece la sua apparizione nel panorama politico italiano con l’impatto di una cometa impazzita dai colori bislacchi, le sinistre gli riservarono lo stesso trattamento “ab irato” con il quale oggi si approcciano al M5S ed al suo leader. Il PCI arrivò persino a chiedere (ed ottenere per un brevissimo periodo) la sospensione delle pubblicazioni dell’ organo ufficiale del partito gianniniano, mentre l’Unità, così si esprimeva nel suo numero del 7 gennaio 1945: “Quando un uomo qualunque ci dice che non crede più a niente nè a nessuno, che sono la stessa cosa Fascismo ed antifascismo e cento altre cose del genere che non possono in nessuno modo contribuire allo sforzo di guerra, nessuno può contestarci il diritto di affermare che quest’uomo qualunque è oggettivamente un fascista e un provocatore”. Nulla, nel programma qualunquista, dava adito e spazio ad interpretazioni­ in grado di sostenerne la vocazione fascista o reazionaria, anzi; l’UQ metteva sul tavolo un programma evoluto mirante a liberare il sistema-paese dai rami secchi del dirigismo e dello statalismo (il contrario di quello che avvenne nel 20ennio), così da iniettare linfa e vitalità a quel travet, a quella piccola e media borghesia imprenditoriale­ che da sempre costituisce l’ossatura di qualsiasi circuito capitalista (e non solo). Non era sufficiente, anzi, era proprio questo il “male”. Il rifiuto dell’UPP (uomo politico di professione), di qualsiasi tipo di legaccio, statale o clericale che fosse, dell’ideologia intesa come morbo di ultrastica fisionomia, non potevano essere tollerati dal monolite di Botteghe Oscure. Con il tempo, però, le cose cambiarono. Togliatti comprese infatti che il corpo a corpo non solo non avrebbe pagato, ma che, piuttosto, avrebbe finito con l’irrobustire Giannini e i suoi, facendo loro pubblicità (come sta avvenendo oggi con il comico genovese) e catalizzando verso l’UQ l’attenzione dei moderati, spaventati da quello che veniva inteso e percepito come pericolo comunista. Decise così, il “Migliore”, di deviare la barra, di strizzare l’occhio a Giannini, di blandirlo, di accarezzare il suo orgoglio di parvenu della politica. Al commediografo, da sempre snobbato da quel De Gasperi di cui tanto aveva bramato il riconoscimento e la stima, non sembrò vero che un altro totem della politica nazionale gli tributasse rispetto e considerazione,­ e con una mossa scellerata decise allora di avvicinarsi al PCI, con il risultato di perdere, soffocato da questo abbraccio mortale, il suo elettorato storico e di scomparire dallo scenario politico ad appena 4 anni dalla sua straordinaria apparizione. Togliatti aveva mosso la pedina giusta, e l” ’avversario” era caduto nella trappola. Prenda esempio, la sinistra attuale, dall’estro togliattiano. Smetta con questo boomeranghesco gioco al massacro imbastito su pseudo-conti cifrati, autisti, colf, assalti all’arma facebookiana , imbarazzanti accuse di populismo e di supposte nostalgie di un’ideologia consegnata al passato più remoto. Cambi tattica e non continui a disegnare la sua immaturità su tele a 9 colonne.

P.S rifiuto e rigetto il paragone, semplicistico e banalizzante, tra i due movimenti. Entrambi non sono “qualunquisti” nell’accezione popolar-dispreg­iativa del termine e Grillo non lo è in quella storica. Diversi i segmenti elettorali di riferimento e diversi gli orizzonti programmatici. Come fenomeni sociali e politici, però, esistono varie ed importanti analogie.

“Quei maledetti lobbisti !”

Il 18º presidente degli Stati Uniti Ulysses Simpson Grant viene ricordato come un validissimo militare ma come uno dei peggiori inquilini del 1600 di Pennsylvania Ave. Con indosso la giubba blu, sconfisse (uno dei pochi) Lee ad Appomattox Court House e fu uno dei pilastri della leggendaria Armata del Potomac, ma salito alla presidenza, forte del prestigio conquistatosi in battaglia, si dimostrò debole, incerto ed eccessivamente influenzato dai suoi collaboratori. Quasi travolto dallo scandalo del “Whiskey Ring” (anche se non vi furono mai le prove di un suo coinvolgimento diretto), aspramente contestato per il perdono presidenziale concesso ad uno dei protagonisti dell’affaire, il suo segretario privato Orville E. Babcock, visse gli ultimi anni da Presidente con insofferenza, desideroso soltanto di arrivare alla scadenza del suo mandato (in tutto furono due). L’ex Generale si rifugiava sempre più spesso all’ Hotel Willard, per bere whiskey, gustare buoni sigari e sfuggire alla schiera di politici, imprenditori, banchieri e collaboratori che lo attendevano nell’atrio (“lobby”) della Casa Bianca. “Quei maledetti lobbisti !” Questa, forse, è l’unica traccia significativa di quel turbolento ottennato: grazie a Grant sappiamo come fare per indicare molti mali con un termine solo..

Armistizio di Natale del 1914

“La piccola pace nella grande guerra”; questa l’espressione coniata dal reporter tedesco Jürgs Michael per descrivere il miracolo che nel Natale del 1914 si verificò in un piccolo segmento della sterminata linea di trincee che divideva in due le Fiandre. Tutto ebbe inizio quando i sodati tedeschi decisero di esporre dai loro ripari alcuni cartelli con su scritto “We not shoot, you not shoot” (noi non spariamo, voi non sparate). Superati i comprensibili timori iniziali, inglesi e francesi non solo accettarono la proposta, ma fraternizzarono con i loro avversari, scambiando regali natalizi con loro e disputando addirittura un piccolo torneo di calcio (il trofeo messo in palio, un ricco boccale prussiano, è tuttora conservato). I rispettivi comandi non la presero bene e decisero di trasferire tutti i soldati protagonisti della fraternizzazione nelle linee più pericolose; un’esecuzione di massa avrebbe catalizzato su questo momento di umanità un’attenzione considerata ad alto potenziale sovversivo e così il lavoro sporco fu lasciato agli shrapnel del nemico. Ci furono altri “armistizi” di Natale dopo quel 1914, anche se sotto le festività gli stati maggiori davano ordine di intensificare la pressione delle artiglierie proprio con l’intento di scongiurarli.