La destra italiana, Berlusconi e quei 20 anni da cicala.

berlcat

Il conservatorismo italiano è stato, per un ventennio, euforizzato dalla figura di Silvio Berlusconi, in ragione dei successi dell’allora Cavaliere e dell’attrazione che, da sempre, le destre subiscono dinanzi al carisma e al decisionismo autoritario. Questo, tuttavia, li ha imprigionati in un limbo, politico e culturale, impedendo loro quell’evoluzione in senso collegialistico e quella maturazione che, invece, la sinistra ha costruito negli anni.

Oggi che la parabola dell’arcoriano sembra nella sua fase conclusiva, la destra si trova a dover (ri)partire da zero, disabituata alla prassi della democrazia interna (ad esempio le primarie) e sprovvista di un’alternativa moderata ed europea al populismo salviniano.

Uno scenario previsto prevedibile e preconizzato dagli osservatori più razionali, anche e soprattutto negli anni della piena enfasi berlusconiana.

Perché il DDL Cirinnà è slittato ancora, perché slitterà sempre e le speranze da Bruxelles

coppieDeterminato ed efficace nel perseguire gli obiettivi che ritiene più importanti (fino all’abuso dello strumento della fiducia), il Governo lascia, invece ed ancora una volta, slittare il DDL Cirinnà.

Una traiettoria prevista e prevedibile che conferma l’assoluta impossibilità, per un esecutivo retto anche dall’elemento cattolico-conservatore, di allineare il nostro Paese alle democrazie più evolute in materia di diritti delle coppie di fatto e della comunità LGBT.

All’Europa, molto verosimilmente e forse in un futuro non lontano, il compito di obbligare l’Italia e gli altri Paesi più riottosi sul tema ad adeguarsi agli standard occidentali.

Da Zapatero a Corbyn passando per Tsipras: perché la sinistra italiana guarda (sempre) oltreconfine.

corbynTra le basi dell’edificio ideologico socialista, l’internazionalismo marxiano-marxista tende a subire, transitando nel filtro interpretativo della sinistra italiana, una degenerazione radicale e snaturante, vendendo declinato in una forma di anti-italianismo “de facto”.

Tra le motivazioni del fenomeno, senza dubbio la fragilità del nostro sentimento unitario, humus sociale, storico e culturale nel quale si va ad incastonare il già dirompente inclusivismo social-comunista.

Da qui ed anche da qui, l’attrazione per la sinistra di casa nostra (radicale come socialdemocratica) verso ogni leader della medesima estrazione, affermatosi oltreconfine; l’ultimo e più recente esempio, quello del laburista Jeremy Bernard Corbyn.

Nda:  Ecco, ad esempio, il paradosso di una sinistra “dem” che esalta i radicali di Syriza quando contribuì all’uscita di PRC, PDCI e Verdi dal parlamento italiano.

Il “Pirro” Tsipras e le motivazioni dell’astensionismo record.

tsiprsNel braccio di ferro con i partner europei, la convinzione di Alexis Tsipras era quella di poter trattare da una posizione di forza in ragione del timore suscitato dall’interessamento russo-cinese verso la Grecia e da un possibile effetto domino in caso di uscita di Atene dalla moneta unica e dalla UE (il referendum sul pacchetto di austerity voluto da Francoforte e Berlino andrà inquadrato proprio nell’ambito di questo “modus cogitandi”).

Resosi conto dell’infondatezza della teoria e, anzi, della volontà di alcune cancellerie di espellere il suo Paese dal consorzio monetario unico, il premier e leader di Syriza si è così visto costretto ad una brusca marcia indietro, accettando le misure prima bollate come diktat e tradendo, in modo eclatante e definitivo, il responso referendario.

In una democrazia evoluta, questo avrebbe comportato la fine della sua esperienza politica e la consegna alla disamina storiografica, ma l’elettore greco ha comunque voluto punirlo con un astensionismo record (quasi il 44%). Quest’ultimo dato offrirà all’osservatore razionale più di uno spunto di riflessione sulla nuova affermazione del giovane ingegnere di Atene.

“Nostra patria è il mondo intero”; purché lo sia sempre.

L’emergenza legata al grande afflusso di profughi e richiedenti asilo ha fatto tornare d’attualità, nel movimento d’opinione migrazionista, il motto “Nostra patria è il mondo intero”, tratto da una canzone dall’anarchico italiano Pietro Gori e utilizzato per denunciare una (presunta) illogicità della rappresentazione giuridica dei confini e per rilanciare l’esigenza, morale, dell’ospitalità.

Senza dubbio suggestiva e seducente, la farse si scontra, tuttavia, con la condotta dello stesso movimento d’opinione (o di una sua parte) nell’approccio alle rivendicazioni nazionaliste e identitarie di comunità come, ad esempio, quella palestinese, zapatista o curda ed alle politiche di irrobustimento militare-atomico di Paesi quali la Russia, la Cina, la Corea del Nord o l’India.

All’internazionalismo anarco-marxiano si va sostituendo così una visione socialista-nazionalista, e dunque deviazionista e di opportunità contingente, delle dinamiche geopolitiche.

Orban, Putin e il dilemma della sinistra antioccidentale.

orban putinViktor Orban fa parte, insieme ad altri leader europei e non europei, di quella “collana di perle”* euroasiatica che costituisce, ad oggi, la base della forza proiettiva della Russia putiniana.

Un dato, questo, che dovrebbe offrire più di uno spunto di riflessione a quel settore della sinistra italiana che individua nel leader del Kremlino un modello ed una possibile alternativa agli indirizzi atlantici.

*Il termine “Collana di Perle” (String Of Pearls), coniato nel 2005 dal Dipartimento della Difesa statunitense, identifica in origine la strategia marittima con cui Pechino cerca di evitare il cosiddetto “Dilemma di Malacca”, ovvero la preclusione delle rotte oceaniche. Le perle della collana sono entità statuali alleate ed amiche della RPC e sue basi di appoggio negli oceani.

Tra croce e mezzaluna. La schizofrenia supponente della sinistra italiana.

Esiste, in una parte della sinistra nazionale, un certo snobismo per le tradizioni religiose italiane (specialmente meridionali), bollate e schernite come retaggio di una subcultura superstizioso-escatologica nemica del progresso e del materialismo illuminato.

Di contro, lo stesso movimento d’opinione legittima, giustifica e promuove retaggi ben più oscurantisti, retrivi ed esiziali, legati ad altre culture e religioni, soprattutto all’Islam e all’universo arabo-terzomondista.

Questo atteggiamento, motivato da una pretesa di inclusivismo liberale, è, in realtà, il frutto maligno di un pregiudizio anticristiano ed antinazionale, tanto elitario quanto ipocrita ed immaturo.

11 settembre. Le ragioni del ricordo allendiano* e della dietrologia negazionista

torri_gemelle_flickr_appLa ricorrenza dell’11 settembre diviene, ogni anno, il palcoscenico d’elezione per un anitamericanismo tanto scomposto quanto ipocrita, incapsulato, per ragioni di opportunismo strategico, nel benaltrismo allendiano oppure nel complottismo negazionista.

Il tabù costituito dal gigantesco numero di vittime e dall’eccezionalità dell’evento, fa si che un attacco frontale agli USA risulti, in quella data particolare, respingente sotto il profilo morale e, dunque, inefficace sotto quello comunicativo; da qui, la scelta di un abito propagandistico che veicoli meglio il messaggio, rendendolo più esportabile perché apparentemente slegato dal furor ideologicus e dal cinismo partigiano.

Sbarchi e immigrazione: il fanatismo dell’intolleranza e quello dell’accoglienza “senza se e senza ma”.

MAPPAMONDOA complicare la gestione dell’impasse legata all’esodo di profughi ed immigrati, l’attività di pressione, da parte dell’opinione pubblica, del sentimento xenofobo come di quello xenofilo.

Entrambi, infatti, sono il prodotto di un fanatismo, quello dell’emotività ideologica, che compromette e allontana la visione razionale del problema, incapsulandolo in immagini stereotipiate e ideali, localizzate ai poli, in cui lo straniero rappresenta il male assoluto o, viceversa, un impegno morale e civile inderogabile, nonostante i limiti di ricettività delle comunità ospitanti.

Il “muro” ungherese. Perché non è colpa di Orbán.

filo-spinato-RIDLa diffidenza verso il premier ungherese in ragione della sua appartenenza ideologica e l’impatto emotivo scaturito dalle immagini del muro al confine con la Serbia e del suo filo spinato rappresentano un cocktail che altera la visione dell’emergenza-profughi, suggerendo reazioni ventrali, concentrate ai poli.

E’ tuttavia utile e necessario ricordare come la limitata capacità ricettiva dell’Ungheria (un Paese di soli 93.030 km², con un’economia ancora in fase di ristrutturazione dopo il cinquantennio comunista) e la latitanza di Bruxelles non lascino a Budapest altre soluzioni al di là di una politica di contenimento.

Alle istituzioni comunitarie il dovere e l’obbligo di alleggerire il peso sostenuto dagli stati oggi diventati le porte di accesso della disperazione (sono 3000 gli arrivi di migranti nelle ultime 24 ore nonostante la barriera voluta da Orbán ), abbandonando l’ipocrisia inerte e sterile delle condanne a questa od a quella cancelleria.