La tragedia pratese e il qualunquismo della “pietas”

L’interazione con le comunità cinesi si rivela, da sempre, estremamente complessa e difficile, per le autorità dei paesi ospitanti. La loro vocazione esclusivista, la mancanza di un moderno ed evoluto equipaggiamento normativo per quel concerne la cultura sindacale e del lavoro, la presenza, massiccia, di soggetti privi di documenti, fanno si che esse siano, troppo spesso, delle sacche silenziose di anarchismo sociale.

L’urto emotivo e l’astuzia dolciastra delle piattaforme mediatiche per quanto e su quanto successo a Parto, non devono intaccare i nostri meccanismi di filtraggio critico e cognitivo, ammanettandoci alla tentazione di voler individuare un colpevole, ad ogni costo; “Fact checking”, “gatekeeping” e “discovery” non sono, infatti e per fortuna, strumenti accessibili al solo comunicatore, ma anche al fruitore della notizia. A tutt’oggi non abbiamo la certezza vi sia stata un’omissione dei controlli (tantomeno sotto tangente), riguardo le condizioni di vita e di lavoro in quel capannone, ma la valvola del ragionamento critico corale si è subito occlusa, lasciando campo libero alle tautologie qualunquistiche, demagogiche e manichee di ogni genere.

Ancora una volta, l’accusa, indiscriminata e radicale, al sistema Paese, emerge come la “condicio sine qua non” per l’affrancamento da un supposto provincialismo identitario.

Ancora una volta, la colpa non può essere altra e di altri, ma va ricercata, imperativamente, al proprio interno, nel proprio tessuto nazionale, perché non sono, non possono e, soprattutto, non devono essere gli altri a sbagliare, dobbiamo essere noi, imprescindibilmente e sempre, quasi vi fosse, nel nostro bagaglio genetico, un “vulnus” o come se si avvertisse il bisogno di uno snodo catartico che offra l’espiazione per chissà quale colpa

Ancora una volta, il trauma-tabù dell’esperienza fascista (ecco la “colpa”) , allacciato al portato internazionalista marxiano (PCI) e all ‘universalismo cristiano (DC), fanno sentire tutto il loro peso , alterando i nostri schemi valutazionali, esiliando la “ratio” e la maturità della “medietas” del nostro impianto normativo, tramutando la panoramica pensante e pensata nell’approssimazione, ovviamente per difetto.

Centro trattino sinistra.Unicità di un equivoco


Ibrido sprovvisto dell’umanitarismo utopistico del Socialismo classico come del pragmatismo delle socialdemocrazie europee, il PD ha molte “Bad Godesberg” sul suo cammino, prima a di affrancarsi dal timoroso provincialismo che individua il suo arché in quel fascio di vincoli e suggestioni storico-culturali connaturato alla realtà italiana.

Si continua a cercare il modello di riferimento nei democratici americani, in un esercizio demagogico che azzera le dissomiglianze , gigantesche, tra i due paesi. In ogni caso, l’esempio da seguire sarebbe quello dell’ ala NDC clintoniana e non di quella “liberal” obamiana.

Perché Fo deve rimanere su quel palco

Nonostante la mia identità etica e politica si collochi agli antipodi del progetto pentastellato (soprattutto per quel che concerne il suo snodo leaderistico), ho trovato il messaggio di Vauro a Dario Fo insopportabilmente retorico, inopportuno ed intrinsecamente belluino. In sostanza, il vignettista rimprovera al Nobel quella che è una libera e legittima scelta di campo, maturata nel pieno esercizio delle prerogative assegnateci dalla nostra democrazia, e lo fa mediante gli stilemi del didascalismo normativo e pedagogico tipico della sua cultura politica di provenienza. La democrazia, secondo il postulato vauriano, va bene, ma solo quando e finché si posiziona all’interno di schemi e perimetri determinati e predeterminati. Ancora una volta, la rivendicazione liberale si fonde e confonde con il manicheismo e l’assolutismo evangelizzante, disperdendo ed alterando così il suo patrimonio o quello che dovrebbe essere tale. Non si dimentichi, inoltre (e non lo dimentichi Vauro) il legame che probabilmente lega Fo a Grillo sul piano extrapolitico, dopo che il capo del M5S ha ospitato nella sua piattaforma internetica l’omaggio di un uomo alla compagna di una vita appena scomparsa.

Diffidiamo di chi dispensa patenti di agibilità democratica.

“Noi siamo diversi”: le destre radicali, il mito dell’ “omologazione” e la sua vulnerabilità

Caposaldo dell’impianto promozionale delle destre radicali, politiche come ideologiche, è l’utilizzo, sotto forma di accusa, del concetto di “omologazione”. Anche in questo caso, scopo ed obiettivo dell’itinerario tattico è l’acquisizione e l’ostensione dell’ “alterità” rispetto alle formazioni più consuete (“tradizionali”), percepite e consegnate come sinonimo di appiattimento culturale, antropologico e sociale; “omologate” ed “omologanti”, per l’appunto. Ma non solo: a ben vedere, l’impiego della nozione è spesso pleonastico, vuoto ed inappropriato, ma consente allo “stategist” che ne fa ricorso di ammantare sé stesso e la sua comunità di un valore esclusivista ed elitario, rafforzando in lui la convinzione di essere minoranza nel giusto. Ecco allora l’aggancio alle teorie eroistico-superomistiche di stampo evoliano-nietzschano, perno e snodo dell’intelaiatura ideologica della dottrina fascista e di alcuni dei settori più estremi e rivoluzionari del conservatorismo.

Una pennellata dialettica di forte impatto immaginifico (a seconda del bersaglio), ma tendenzialmente debole e vulnerabile al primo lavoro di scavo e penetrazione.

Berlusconi e la “via giudiziaria” della persuasione. Dalle Crociate a Sallusti: anatomia della-di una “menzogna”

Individuo esecrabile sotto il profilo morale e criminale seriale, Joseph Goebbels era e si dimostrò tuttavia un abilissimo comunicatore, tra i primi ad intuire l’importanza della reiterazione e della sloganizzazione della menzogna nell’impianto propagandistico moderno (le prime forme di propaganda organizzata si hanno già in epoca romana, con gli “Acta Diurna” , e il ricorso alla falsificazione conobbe già un’efficacissima diffusione ai tempi delle Crociate, per iniziativa della Chiesa). Se ripetuta, la menzogna tende infatti a sedimentarsi nei tessuti cognitivi, culturali ed emotivi più profondi del bersaglio, fino ad impregnarli ed orientarli.

Dalla condanna in Cassazione di Silvio Berlusconi, stiamo assistendo alla riproposizione di un refrain, martellante ed uniformante, che vorrebbe l’ex Premier eliminato per “via giudiziaria” e non per via politica, in modo quindi anticonvenzionale e illiberale. Molti esponenti della stessa sinistra si dolgono e rammaricano di quella che , anche ai loro occhi, appare quasi come una sorta di scorciatoia, come se la magistratura italiana fosse in realtà un “gavroche” che ha scippato la democrazia di uno dei suoi fondamenti e non un organismo autonomo che agisce in base ai principi del diritto e dell’equità.

Ecco l’ingresso della “menzogna” nei meccanismi della persuasione, di una menzogna sloganizzata e reiterata, appunto, fino a farsi “verità”. La decisione da parte delle camere di far decadere il Cavaliere, rientra infatti in quella che è la nostra intelaiatura giuridica e normativa; nessun abuso, nessun scorciatoia, nessuna soluzione punitiva “ad personam”, come in tanti altri casi, come per tanti altri casi.

Buonanotte, notte. Bellocchio, Moro e la costruzione del pathos

Di notevole urto emotivo, adrenalinico, trascinante ed astuto. “Buongiorno Notte” di Marco Bellocchio presenta tuttavia una manomissione della ricostruzione storica che , seppur irrilevante dal punto di vista narrativo e cronistico, appare intollerabile sotto il profilo etico e morale.

Nel’esposizione bellocchiana, lo spettatore assiste alla vicenda del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro attraverso gli occhi di uno dei suoi carcerieri, la brigatista Anna Laura Braghetti; ebbene, il regista si sofferma in modo particolare sui (presunti) sensi di colpa e sulle (presunte) esitazioni che i (presunti) meccanismi frenanti dell’impianto morale della terrorista avrebbero messo in atto, portandola quasi sul punto di liberare il suo “prigioniero”. Ma Bellocchio si spinge oltre, arrivando a mostrarci la “scarcerazione” dell’ex Presidente del Consiglio e la sua uscita in strada, sotto la pioggia (in uno scaltro ammiccamento all’evasione di Andy Dufresne ed al suo “bagno purificatore” sotto il diluvio del Maine) in un crescendo di cromatismi emotivi e sotto lo sguardo commosso della terrorista. Si tratta di una soluzione capziosa perché collocata e collocabile, ancora una volta, nel “point of view” di quella che nella realtà dei fatti fu la sua carnefice, come a voler“confondere” il giudizio dello spettatore sulla vicenda, sovrapponendo alla durezza del vero un’ immagine ad elevatissima carica sentimentale nonché decisamente più accettabile e spendibile sotto il profilo etico.

Nemmeno l’osservatore più scrupoloso ed attento può sapere o potrà verificare che cosa, di fatto, albergasse nei tessuti emotivi più intimi e profondi della Braghetti, ma il portato documentale (quindi il dato più affidabile perché accertabile) ci consegna una storia ben diversa, una storia fatta di 55 giorni di detenzione forzata in un covo grande come un ripostiglio, ci racconta dello sterminio di una scorta di giovani agenti di polizia (figli, mariti e padri), ci racconta le umiliazioni, gli sputi e gli insulti ad un anziano ferito, e, soprattutto, ci racconta di quei sette proiettili calibro 32 Winchester che Anna Laura Braghetti, propostaci da Bellocchio come gravida di torsioni emozionali di ogni ordine e grado, esplose sul volto di un timido professore universitario, Vittorio Bachelet, mentre questi chiedeva di venire risparmiato “proteggendosi” con le buste della spesa. Questo nuovo fatto di sangue sconvolse l’Italia nemmeno due anni dopo il delitto Moro; si ricava quindi il ritratto di un sicario a sangue freddo più che di una giovane timida e sprovveduta in balia delle paure e dei rimorsi.

Perchè questa alterazione? Le motivazioni possono essere varie e variegate: chi scrive ne ha individuate due, in particolare.

1. il tentativo di “alleggerire” dal peso di una colpa terribile ed eticamente non negoziabile quello che, de facto, era un segmento (sebbene minoritario ed imbizzarrito) della sinistra, la comunità ideologico-politica di cui fa parte il cineasta di Bobbio

2: l’impostazione culturale di riferimento, che espelle dalla propria architettura normativo-pedagogica l’idea della violenza femminile, confinandola nell’immagine stilizzata di un’anomalia sociale di derivazione altra ed antitetica. La nostra società non è ancora pronta a fare i conti con l’idea di una parità piena ed amplipensante, anche nei segmenti più bui dell’azione femminile, ma si presenta ancora ripiegata su un politically correct risarcitorio e compensatorio nei confronti della donna.

E’ questo il liquido amniotico nel quale trova vita e sviluppo la manomissione bellocchiana.

Non avrebbe mai immaginato, l’Onorevole Moro, quando rischiava la vita contro il nazi-fascismo, quando scriveva una delle carte costituzionali più avanzate di ogni tempo (con il contributo dei monarchici come dei marxisti-leninisti), quando difendeva la democrazia, ancora ed ancora, quando lavorava per l’inclusione delle proposte della socialdemocrazia nelle progettualità governative, che chi non era ancora nato, quelle future generazioni per le quali si batteva, quei ragazzi che lui aveva fatto nascere nel benessere e nell diritto, si sarebbero spinti fino a schiacciare la sua libertà, la sua dignità, la sua vita.

Aldo Moro, classe 1916.

Oreste Leonardi, Raffaele Jozzino, Francesco Zizzi, Giulio Rivera, Domenico Ricci.

Buongiorno, Storia.

Matteo Renzi: claustrofobia della comunicazione

La strategia della tensione che Matteo Renzi sta adottando nei confronti del Governo Letta,con ultimatum ed avvertimenti puntuali e continui (l’ultimo in ordine cronologico è giunto ieri) rappresenta un errore di calcolo, sotto il profilo comunicativo e su quello politico, che il borgomastro fiorentino potrebbe pagare a caro prezzo.

Nel primo caso (la comunicazione), Renzi rischia infatti di porsi come lo “yuppie” arrembante ed egoista che pur di bruciare le tappe del suo “cursus honorum” non esita a sacrificare la stabilità del governo, essenziale in un segmento congiunturale critico e complesso come quello che stiamo vivendo e sperimentando. Nel secondo caso, quello politico, dimentica come l’esecutivo Letta (al pari di quello Monti a suo tempo) sia fortemente voluto e sostenuto da Strasburgo e Francoforte proprio per garantire all’Italia quella serie di riforme essenziali (sebbene impopolari) per approdare al risanamento del bilancio pubblico e scongiurare in questo modo ulteriori incognite per la comunità continentale (l’Italia è la terza potenza economico-politica europea ed un suo rovescio produrrebbe danni incalcolabili su scala generale). Il disegno promozionale renziano è e si presenta quindi debole e vulnerabile perché orientato sul breve periodo e non sull’elaborazione dei pensieri lunghi della progettualità.

Più di un analista ha visto negli impulsi centrifughi di Fini ed Alfano una “longa manus” europea (e/o statunitense), ma il primo cittadino di Firenze non ha a tutelarlo né l’arsenale economico e mediatico del Cavaliere né la sue genialità intuitiva.

“Non siamo né destra né sinistra”. Ovvero, la banalità prevedibile della comunicazione politica dei “fratelli minori”.

Caratteristica comune a tutte le forze politiche a trazione demagogico-populistica o di ispirazione rivoluzionaria, è l’ostensione dell’alterità, reale o presunta, dagli altri altri partiti, i cosiddetti “partiti tradizionali”.Questa alterità viene manifestata anche e soprattutto mediante il linguaggio e l’estetica, sempre anticonvenzionali, informali e detonanti gli schematismi della prassi politica più consueti ed accettati. C’è, però, un altro elemento che si fa punta di lancia di detta strategia promozionale: il rifiuto, radicale ed insistente, delle categorizzazioni di “destra” e “sinistra” e dell’incapsulamento al loro interno (modus cogitandi atque operandi iniziato con i comunisti russi e proseguito con le forze di ispirazione fascista e, in epoca democratica, ripreso dall’ UQ; il famoso “Abbasso tutti” di gianninaia memoria). Se a tutta prima può sembrare un argomento di una qualche densità concettuale, un lavoro di scavo più rigoroso e capillare dimostrerà e paleserà tutta l’insipienza propagandistica della soluzione. Con “destra”e “sinistra”, infatti, si intendono, principalmente e comunemente, delle coordinate di riferimento per orientarsi ed orientare all’interno della galassia politica e non intenzionalità demolitive del patrimonio di questo o di quel partito o il tentativo di ingabbiarlo in allestimenti predefiniti, omologati e omologanti. Le forze sopracitate, però, attuano una distorsione dei percorsi intenzionali dei loro interlocutori in modo da porsi in posizione a loro (e più un generale) antitetica ed opposta.

I Simpson e il Parlamento italiano: quando menzogna e pregiudzio si tingono di giallo.

Il caso Jimmy Carter e le elezioni del 1963.

Da qualche giorno a questa parte sta rimbalzando da un capo all’altro del web la notizia secondo cui in una puntata dei “Simpson”, il celeberrimo ed osannato cartoon “stras&stripes”, una scuola indisciplinata sarebbe stata definita dal suo preside “più corrotta del Parlamento italiano”. La vicenda ha trovato immediatamente il riscontro di quel segmento nazionale incline all’autolesionismo esterofilo più compiaciuto (“guarda cosa dicono di noi all’estero!”) e il pregiudizio, sebbene confezionato in un cartoon ed affidato alla sua ambasceria, è tornato ad essere, ancora una volta e per l’ ennesima volta, elemento didascalico e normativo, quando buonsenso e buongusto imporrebbero la sua espulsione dai paradigmi e dai tessuti intellettuali e culturali di qualsiasi comunità abbia la pretesa di definirsi civile. E’ vero, il Parlamento italiano non è/o non è stato, nella sua storia unitaria, sinonimo di limpidezza e rettitudine adamantina, ma che cosa dire di quello statunitense? Davvero gli americani hanno le carte in regola per attribuire patenti ed imprimatur di agibilità democratica o morale a questo e a quel Paese? Forse no. Anzi, no. No di sicuro. Si, perché gli Stati Uniti hanno, fin dalla loro indipendenza (1779) malcostume morale e corruzione come scomodo corollario alla loro vita politica: dalle costosissime (per il contribuente) manie verrine del presidente William Henry Harrison, allo scandalo del “Whisky Ring” , che per poco non costò l’impeachment al Generale Grant, al dominio dei trust e degli affaristi della speculazione edilizia, della Borsa e delle ferrovie, sul quale si scagliò un’agguerrita pattuglia di cronisti senza macchia e senza paura (“i Muckrackers ”), alla lottizzazione parlamentare da parte di questa o quella setta evangelica o di questa o quella compagnia, lobby o multinazionale, al “Watergate”, al caso Iran-Contra per arrivare alla contestata elezione di G.W.Bush, quando ad una rilevante porzione dell’elettorato ispano-americano della Florida fu impedito l’accesso al voto e non vennero effettuati i riconteggi delle schede in 18 contee dello Stato (il Governatore era Jab Bush, fratello del futuro Presidente), il tutto nel silenzio assordante del tanto decantato giornalismo americano, che insisteva soltanto affinché fosse proclamato un eletto, indipendentemente dalla validità della consultazione.

C’è però un episodio che ci sembra utile portare all’attenzione del lettore, perché poco conosciuto e per questo paradigmatico di quello che avviene con consueta ed accetta regolarità nel sottobosco della politica degli USA2, in special modo al di sotto della “Mason-Dixon Line”: era il 1963, e un giovane e intraprendente ingegnere della Georgia correva per un seggio al Senato dello Stato. Si chiamava James Earl Carter, futuro Presidente degli Stati Uniti d’America. Il 39eseimo. Carter era in gamba, un giovane con già alle spalle una prestigiosissima carriera come ufficiale di marina, una laurea in ingegneria navale e adesso un’azienda che andava a gonfie vele. Era in gamba, si, ma ingenuo, perché credeva che in Georgia come nel resto dell’ Unione le lezioni si svolgessero nel rispetto e nell’osservanza della legge, ma dovette presto ricredersi. Giunto nel collegio di Georgetown, nella Contea di Quitman, assistette ad episodi che lo lasciarono a bocca aperta: il presidente di seggio, nonchè notabile locale, non soltanto invitava gli elettori a votare per il suo antagonista (“questo è un brav’uomo ed è amico mio”) ma addirittura metteva le mani nelle urne, tirando fuori le schede per esaminarle. Sconvolto e incredulo (come dargli torto!), Carter chiamò immediatamente il giornale più vicino, nella contea di Columbus, salvo trovare uno dei redattori in amichevole conversazione proprio con quel notabile che aveva manomesso le schede elettorali. Fu soltanto dopo giorni e giorni di spese legali, ricorsi ed estenuanti trattative con testimoni intimiditi, avvocati, cronisti e scrutatori, che Carter potè vedere riconosciuta la sua vittoria da una sentenza dell’allora giudice Crowe

Tempo dopo, l’ormai Presidente tornò sull’argomento, nella sua autobiografia: “Cominciai a capire quanto il nostro sistema politico era vulnerabile di fronte al potere illegale incontestato. Persone oneste e coraggiose si rassegnavano al silenzio rendendosi contro che un’aperta opposizione era infruttuosa. I pavidi e gli incerti venivano intimiditi. I disonesti si alleavano dividere il bottino ed eleggevano facilmente funzionari che, il più delle volte sembravano rispettabili , ma collaboravano per assicurarsi un titolo o una carica”

Meditiamo su queste parole e sui fatti di oggi e di allora, prima di consentire ad un cartone animato tinto di giallo di mortificare la nostra dignità e la nostra storia..

Il sondaggio: istruzioni per l’uso

Il ballo delle cifre da parte di questo o di quell’istituto demoscopico sulle primarie del Partito Democratico, non può che imporre una riflessione su quella che si presenta, dal secolo XXesimo ad oggi, come una punta di lancia dell’impianto propagandistico e della persuasione: il sondaggio.

Attraverso questo strumento, il propagandista cerca un punto di entrata nel tessuto intellettivo del suo bersaglio, trasmettendogli la sensazione della certezza, e quindi dell’inevitabilità, di un determinato risultato. Ecco che il sistema della persuasione aggancia altri due dei suoi capisaldi, ovvero il “senso comune” (con tale tecnica si cerca di convincere il target di riferimento che le posizioni espresse e portate avanti dal propagandista riflettono il senso comune, ovvero il comune sentire della popolazione), la “grande menzogna” ( quanto più la notizia è falsa tanto maggiore è la possibilità che venga accettata acriticamente) e la “ripetizione” (la ridondanza del messaggio e la sua reiterazione conferiscono al messaggio maggiore credibilità)

Il prestigio pubblico di cui molti degli istituti demoscopici sono ammantati ed ammantabili, fa il resto, conferendo loro e, di conseguenza, ai loro prodotti, uno status di infallibilità.