Il ko di Nigel Farage: una lezione della storia per il populismo di casa nostra (e non solo). L’elettore medio tra capriccio e senso di responsabilità

farage grilloAll’indomani del successo lepenista nelle ultime amministrative francesi, scrissi un pezzo in cui ridimensionavo, sulla base di alcuni e ben precisi elementi di ordine storico, sociale e culturale, il significato della vittoria del Front National.

Forti nelle competizioni locali, i soggetti a trazione demagogico-populistica tendono infatti a perdere terreno negli appuntamenti più importanti (politiche e presidenziali), laddove, cioè, il voto si fa più vincolante e dunque la riflessione più ragionata e meno istintuale. Questo, almeno, nelle società di più lunga e consolidata tradizione democratica. La debacle dell’UKIP dimostra e conferma, ancora una volta, questa regola della sociologia politica e questo indirizzo della storia.

L’esempio di Cameron e la Bad Godesberg conservatrice

david-cameronLa netta affermazione di David Cameron non è soltanto un riconoscimento da parte del popolo di Sua Maestà ma, anche e prima di tutto, della storia.

All’attuale inquilino di Downing Street, infatti, il merito di aver rinnovato il conservatorismo britannico traghettandolo nel XXI secolo, con una serie di scelte coraggiose e di rottura sia sui temi etici (ad esempio il matrimonio gay) che sul fronte economico-sociale (il cosiddetto “conservatorismo compassionevole”, in antitesi con l’individualismo propugnato dalla “Lady di ferro”).

Liberando i Tories dai legacci del tatcherismo e del conformismo moralista novecentesco, Cameron ha indicato una strada rivoluzionaria alle destre moderate occidentali, strada che, per adesso, lo vede (purtroppo) come unico e solo interprete.

Quando la guerra nei Balcani sembrava dovere finire dopo il primo colpo di fucile. L’incontro tra Serbia e Croazia a Mosca e i problemi nati con la fine dell’URSS

the_socialist_federal_republic_of_yugoslavia_flag_by_ltangemon-d5etxcoIl 15 ottobre 1991, all’indomani della dichiarazione di indipendenza della Slovenia, e dello scoppio delle ostilità tra le forze armate federali e quelle di Zagabria, i presidenti di Serbia e Croazia, Slobodan Milošević e Franjo Tuđman, accettarono di incontrarsi al Kremlino con il presidente sovietico Michail Gorbačëv e il Ministro degli Esteri Boris Pankin per cercare di porre un argine all’escalation armata tra le repubbliche ed al processo disgregativo che stava sconvolgendo lo Stato yugolsavo.

Se Gorbacev e Pankin ambivano ad un ruolo di mediatori non era soltanto per mettere fine alla guerra civile nell’area ma anche per ottenere un successo in termini di immagine da spendere in politica interna in un momento difficile sia per l’URSS che per il padre della perestroika, impegnato in una lotta con Boris El’cin per il mantenimento dell’Unione. Si trattava ad ogni modo di un compito non facile, non soltanto per l’estrema complessità della situazione in esame ma anche per il carattere dei due leader, Milošević e Tuđman , ciascuno arroccato sulle esigenze, le richieste e le rivendicazioni dei rispettivi popoli.

Tuttavia, dopo pochi giorni di negoziato, le due parti sembrarono aver superato le loro diffidenze e differenze, giungendo ad un accordo che prevedeva l’immediata cessazione del fuoco e l’avvio, entro un mese dalla firma, dei negoziati sulle questioni in in campo. Addirittura, al momento di congedarsi, i tre capi di stato invece della tradizionale stretta di mano le posero una sopra quella dell’altro, in segno di affetto e fratellanza.

Il giorno successivo l’accordo, il Parlamento della Bosnia-Erzegovina votò a favore della propria indipendenza, rimettendo così in discussione quanto pattuito a Mosca. La deflagrazione dell’URSS, pochi mesi dopo (gennaio 1992) avrebbe fatto il resto, consegnando la Yugoslavia al caos e ad una guerra intestina che si sarebbe protratta fino alla fine degli anni ’90, lasciando sul campo migliaia di morti ed aprendo ferite destinate, forse, a non trovare mai rimarginazione.

Invocata per anni dall’Occidente per poi venire da esso combattuta ed avversata nel timore dell’instabilità su larga scala, la fine dello Stato sovietico ebbe tra le sue conseguenze anche il naufragio delle molte e proficue iniziative per la pace messe in campo da Mosca in quegli anni, non soltanto nella ex Yugoslavia ma anche in MO (si veda la Conferenza di Madrid).

La scuola in sciopero: perché l’unico vincitore sarà (ancora una volta) Matteo Renzi

renzi_italia_europa-640x400Ostile alle iniziative di piazza, l’ “everyman” nazionale tende a rispondere con un’insofferenza ancor più accentuata alle protese dei lavoratori della scuola e degli studenti. Alla base di questo atteggiamento, un ventaglio di fattori, diversi e di diversa natura ma sinergici:


-la fisionomia politico-ideologica dell’italiano “medio”, tendenzialmente conservatrice, contrapposta a quella, essenzialmente progressista, dei collettivi e delle associazioni di studenti e professori

– la convinzione che i docenti appartengano ad una classe privilegiata, in virtù del maggior numero di giorni di riposo e del minor numero di ore di lavoro rispetto ad altre categorie

– la percezione di un abuso dello strumento del dissenso da parte di studenti e professori

– la sottovalutazione delle esigenze e delle problematiche dello studente, spesso considerate come un capriccio giovanile o, peggio ancora, una scusa per saltare le lezioni

Qui riposano le motivazioni, politiche e sociali, che fanno impattare la protesta contro il biasimo collettivo, producendo come unico risultato, evidente e tangibile, l’irrobustimento della leadership di turno a danno delle rivendicazioni per l’istruzione e dell’istruzione.

Renzi e il siluro che affonda i “figli di papà”. Un saggio di abilità comunicativa.

Teppisti-No-Expo-devastano-Milano-Foto-Ansa-Reuters-Ap-Afp-20Nel bollare come “figli di papà” i teppisti di Milano, Matteo Renzi non è, come suggerito dagli avversari (interni ed esterni), scivolato in una boutade né si è lasciato andare ad in giudizio frettoloso, ma, anzi, ha scelto e seguito un preciso, collaudato ed efficace indirizzo strategico-comunicativo.

Associando i violenti ad un’immagine respingente ma grottesca, appunto quella dei “figli di papà”, mantenuti dai genitori, il Premier li ha infatti colpiti nella loro dignità “rivoluzionaria”, spogliandoli, agli occhi dei cittadini, di ogni credibilità antagonistica. Una presa di posizione più severa, avrebbe al contrario comportato l’elevazione dei facinorosi al rango di nemici del sistema e dello status quo, da Renzi rappresentati.

Di nuovo, abbiamo alcuni elementi chiave del registro comunicativo della propaganda politica: la “proiezione”-”analogia“, l’ “etichettamento” e la “semplificazione”.

L’insegnamento di Lenin e gli errori di chi sfascia le vetrine. Quando la sinistra massimalista non conosce sé stessa-

manifestazioni expoQuando nel 1914 l’Impero Russo venne coinvolto nelle ostilità con la Germania guglielmina e l’Austria-Ungheria, Vladimir Il’ič Ul’janov, detto Lenin, definì l’evento come “il più grande regalo che Nicola II potesse farci”, sottintendendo che, in questo modo, la Russia sarebbe scivolata in una situazione di crisi irreversibile che avrebbe favorito il trionfo della rivoluzione comunista. Così fu.

Secondo Lenin, l’attacco allo “status quo” doveva infatti essere scientifico, sostenuto da condizioni favorevoli e seguire un percorso preciso ed obiettivi precisi.

Colpire vetrine, automobili ed esercizi commerciali, danneggiando persone comuni (lavoratori, pensionati, studenti, ecc) non è soltanto ributtante da un punto di vista etico ma è anche un catastrofico errore sotto il profilo strategico. Questo perché l’azione ”rivoluzionaria” si rivolgerà contro obiettivi (in realtà non-obiettivi) sbagliati e perché la comune indignazione suscitata da simili atti andrà ad avvantaggiare proprio gli Attori che si vogliono contestare e combattere.

Chi, all’interno della sinistra massimalista, si rende complice di tali scorrerie o le giustifica, dimostrerà così di non conoscere proprio le basi dell’ideologia in nome della quale dice di combattere.

Si, ma gli armeni?

La memoria è spogliata del suo valore etico e pedagogico per tramutarsi in un’arma di ricatto, in uno strumento di lotta politica contro l’ “avversario”.

Ecco che la tragedia degli Armeni viene scaraventata sul piatto di un improbabile bilancia dei torti e delle ragioni, alla ricerca di una folle par condicio che assolva il Nazismo ed il Fascismo da colpe differenti e distanti.

Obama e l’affaire Lo Porto. Onestà intellettuale (per un volta) dalla Casa Bianca

Riconoscendo le responsabilità degli USA e le sue, personali, nella morte di Weinstein e Lo Porto, Barack Obama ha dato un segnale apprezzabile, evitando di trincerarsi dietro quella “raison d’État” tanto usata ed abusata da Washington negli ultimi anni.

Un passo che somiglia a quello compiuto da Jimmy Carter nel 1980, dopo il disastro della “Eagle Claw”; l’ex ingegnere di Plains ammise infatti davanti al mondo, senza alibi ed equivoci, il fallimento della sua amministrazione, pur consapevole che la scelta gli sarebbe costata la Casa Bianca.

P.s: Fu sfortunato, ad ogni modo, Carter. Una serie di incredibili coincidenze (?) negative portarono infatti la “Eagle Claw” al fallimento.

Perché il PD non si spacca, perché Landini non fonda un partito. Come e perché è cambiato il “signor Rossi”.

scissione pdLa mancata concretizzazione di un progetto scissorio nella minoranza PD, nonostante le tensioni e le incompatibilità con il segretario, rappresenta una cartina di tornasole per la lettura dei mutamenti, profondi e forse irreversibili, che stanno interessando il Paese, la sua sociologia politica e la fisionomia del suo elettorato.

A frenare la “dissidenza” anti-renziana, all’interno del partito come al suo esterno (Landini), è la consapevolezza dell’irrilevanza, in caso di uscita e-o fondazione di nuovi soggetti e sigle; l’elettore italiano, dopo anni di parcellizzazione delle proposte e di cronica instabilità governativa, si sta infatti sempre più avvicinando al modello bipolare, considerato più solido ed affidabile, rigettando di conseguenza suggerimenti ad esso alternativi o non complementari.

A fare il resto, le soglie sbarramento, penalizzanti in special modo le velleità di elementi quali il leader della FIOM.

Perché Gheddafi non fermava gli sbarchi e perchè non si possono mettere gli africani sotto il tappeto

gheddafi cat reporterLa tragedia dei 900 migranti annegati nel Mar Mediterraneo durante un viaggio della speranza, ha fatto tornare alla ribalta, presso il segmento socialista-massimalista e berlsuconiano della pubblica opinione italiana, la critica all’intervento occidentale che nel 2011 contribuì al rovesciamento del dittatore libico Mu’ammar Gheddafi, nell’ambito delle cosiddette “primavere arabe”.

L’accusa è, in buona sostanza, quella di aver eliminato l’unico argine all’emigrazione selvaggia dal continente africano. Tale impianto teorico riposa su un ventaglio di fraintendimenti, omissioni ed errori, dal punto di vista etico come strategico, politico e statistico, purtroppo condivisi anche dai settori più evoluti del giornalismo come della scienza geopoltica, nazionali come internazionali.

Vediamone alcuni:

-Le partenze dei barconi non hanno luogo soltanto dalla Libia ma da tutta l’Africa del Nord: Egitto (alla volta di Cipro), Tunisia (alla volta dell’Italia), Algeria, Marocco e Shahara Occidentale (tutti e tre alla volta della Spagna). Se ne deduce, pertanto, come la presenza gheddafiana costituisse un argine limitato e limitante.

-Secondo i dati ufficiali del Ministero dell’Interno italiano, gli sbarchi nel nostro Paese furono 49.999 nel 1999, 26.817 nel 2000, 20.143 nel 2001, 23.719 nel 2002, 14.331 nel 2003, 13.635 nel 2004, 22.939 nel 2005, 22.016 nel 2006, 20.165 nel 2007, 36.951 nel 2009. Sarà utile evidenziare come, dopo gli accordi tra Roma e Tripoli (Gheddafi) in materia di emigrazione nel 2003, gli sbarchi avessero conosciuto dei picchi importanti rispetto alle medie precedenti. L’emigrazione era inoltre utilizzata dal dittatore come arma di ricatto nei confronti dell’Italia e dell’Europa, così da ottenere aiuti in termini economici. Se Pyongyang sceglie lo spauracchio nucleare per estorcere denaro a Seul e Washington, il colonnello ricorreva dunque agli esseri umani, ai loro drammi personali ed a quelli dei loro Paesi di origine.

Pensare che un regime dittatoriale possa fungere da soluzione ad un problema di simili proporzioni ed intensità, è dunque una “wishful thinking ” e, quel che è meno accettabile per un consorzio democratico, una misura pilatesca con la quale si pretende di mettere sotto il tappeto la tragedia di milioni di africani, lasciandoli nei loro stati di origine, sotto la minaccia continua della morte e della fame, in una situazione che vede anche la responsabilità storica (colonialismo) e presente (neocolonialismo) del mondo Occidentale.

Tradizionalmente ed inevitabilmente complesse e delicate, le fasi di passaggio dal totalitarismo alla democrazia presentano un bagaglio di criticità ancor più impegnativo quando il Paese in questione è di fatto sprovvisto di un bagaglio storico legato alla prassi liberale, come nel caso degli stati che hanno vissuto l’esperienza delle Primavere Arabe.

E’ dunque così anche per la Libia, che nonostante la conquista democratica subisce oggi la pressione di alcune frange estremistiche, di segno religioso come politico.

Il dato, tuttavia, non dovrà consentire alla semplificazione di rimuovere gli indubbi e straordinari risultati ottenuti a partire dal 2010-2011, non soltanto dalle popolazioni locali, oggi non più compresse nelle loro libertà da regimi dispotici ed illegittimi, ma anche dall’Occidente; la partnership con una democrazia ossequiosa del diritto internazionale è, infatti, sempre preferibile a quella con una dittatura, spesso irrazionale ed anticonvenzionale nelle sue mosse. Questo, non soltanto dal punto di vista politico ma anche economico.