“Non sono un eroe. Ho fatto soltanto il mio lavoro”

Stanislav Evgrafovič Petrov: in pochi conoscono questo nome, e ancor meno sono le persone a sapere che Stanislav Evgrafovič Petrov, Tenente Colonnello dell’Armata Rossa in pensione, salvò il pianeta e i suoi abitanti dall’apocalisse­ in una notte di tanti anni fa, precisamente il 26 settembre del 1983. Eravamo nel pieno di quella che viene definita “seconda Guerrra Fredda” e Petrov lavorava nel bunker Serpukhov 15, con il compito di notificare ai suoi superiori un eventuale attacco nucleare contro l’URSS. Quella notte, il computer del bunker commise un errore, segnalando il lancio di 5 ICBM (missili balistici intercontinenta­li) a testata multipla contro il territorio sovietico. Petrov ritenne opportuno non lanciare l’allarme, che avrebbe portato, come da procedura, ad una risposta immediata su larga scala delle forze nucleari sovietiche secondo la strategia della “mutua distruzione”, e questo perché insospettito dall’esiguità del numero dei vettori impiegati dagli americani. La decisione si rivelò giusta. E saggia. L’episodio fu tenuto segreto fino ad una decina di anni fa, e adesso Petrov vive da pensionato in una modesta casa a Fryazino, un villaggio di contadini alle porte di Mosca. Oggi c’è un bel sole, i fiori sono tornati a colorare i nostri prati e le nostre vite, il soffio caldo del vento ci accarezza la pelle e la serotonina vola sulla scia della luce ritrovata; tutto questo grazie all’anonimo pensionato Stanislav Evgrafovič Petrov, uno dei tanti pilastri del quotidiano. Spasibo, Stanislav. до свидани

L’Italia che non capisce l’Euro

L’Italia si è abituata ed è stata abituata, da Giolitti in poi, ad una politica economica sempre più disinvolta e depauperante, orientata allo spreco, all’ assistenzialism­o più parassitario e ad una cultura del non controllo che, de facto, tollerava se non incoraggiava l’evasione e l’elusione fiscale (il boom del secondo dopoguerra si deve anche all’allentament­o delle maglie del fisco sull’imprendito­ria). L’ingresso nell’Euro e la pressione di quella che comunemente viene definita “Europa” (in realtà è la Banca centrale europea), hanno imposto un brusco stop a tale approccio gestionale; essendo infatti l’Italia la terza economia continentale e l’ottava planetaria, il suo peso era ed è troppo vincolante perché l’organismo comunitario possa consentire a Roma il prosieguo di traiettorie rischiose per l’interesse collettivo. Di qui, l’imposizione della revisione dei conti pubblici e di una austerity risanante che è andata scontrarsi, prima di tutto, con una mentalità sedimentata ed incarnita in oltre un secolo di soggiorno in un paese dei balocchi che al posto di giostre e zucchero filato offriva baby pensioni, interessi altissimi sui titoli di Stato ed una PA pachidermica ed improduttiva. Ecco perché il popolo rigetta l’Euro e quella che identifica come “Europa” (aizzato in questa pericolosa deriva isolazionistica­ dall’irresponsa­bilità demagogica delle forze del laissez-faire più peculiarmente destro), ecco perché vede nella Cancelliera tedesca una “culona”; perché non siamo in grado di gestirci e farci gestire con senso di responsabilità ed oculatezza, educati ai pensieri corti dell’interesse del momento da una classe politica immatura. La moneta unica ed il suo braccio politico-econom­ico sono l’unica e l’ultima possibilità che l’Italia (ed anche la Francia) ha per rimettersi in pari. Solo in questo modo potremo tornare a crescere. P.s: Sappiamo dove porta la strada di Weimar.

The iron Lady

L’analisi dell’evento storico e/o dell’azione delle personalità ad esso coeve, contigue e satellitanti, non può prescindere dall’opera di contestualizzazione (e dal faro della terzietà scientifica). Disancorare la Thatcher dal suo alveo temporale per porla dinanzi ai codici morali ed alle prassi politico-economiche del presente post 1989-1991, sarebbe stupido, nonché inutile.

Se consideriamo lo scontro con l’Argentina, ad esempio,dobbiamo aver presente che questa invase un territorio politicamente britannico perché un dittatore sanguinario e fascista, Videla, voleva far salire le proprie quotazioni, al minimo date le pessime condizioni economiche in cui versava il Paese, giocando la carta dell’orgoglio nazionale. Si può discutere sulla questione Falkland-Malvinas finchè si vuole, ma l’invasione era e rimane contraria al diritto internazionale. Se l’Italia dichiarasse guerra alla Francia per riavere Mentone e la Corsica (storicamente ed etnicamente italiane) , io mi schiererei dalla parte di Parigi.

Tucidide e il giornalismo

Tucidide viene unanimamente riconosciuto come il padre della storiografia moderna intesa come ricerca ed analisi secondo criterio scientifico, e a ben vedere lo è, molto più di Erodoto, la cui narrazione risulta inquinata e indebolita da un eccessivo ricorso ad elementi di natura mitologica, mistica ed escatologica. L’ateniese però non è soltanto il padre della storiografia, ma anche del giornalismo moderno; seguendo in prima persona la Guerra del Peloponneso, infatti, il nostro riuscì a consegnarci una ricostruzione “live” del conflitto, sincronica e non diacronica (l’elemento di confine tra giornalismo e ricerca storica). Possiamo quindi considerarlo come un inviato “ante litteram”. E’ grazie a lui che abbiamo la possibilità di sapere ciò che avvenne ai tempi del contenzioso armato tra Sparta ed Atene, ed è grazie agli inviati di guerra, quando non siano ” emebedded ” o prigionieri dei catenacci della “Sidle Commision”, che la democrazia e la storiografia possono nutrirsi di elementi e informazioni, costruendo il loro edificio. E’ grazie a loro che il cittadino sa cosa sta facendo il governo cui ha dato il voto, come sta impiegando il denaro dei suoi contribuiti e ste sta oltrepassando il perimetro della legalità. Accade però molto di frequente che mentre i militari, i Marò in quest’ultima frazione temporale, siano presentati come eroi al servizio del popolo (e non di interessi economici particolari e/o di “poteri altri”), gli inviati di guerra, come ad esempio Giuliana Sgrena o Enzo Baldoni, vengano bollati dal qualunquismo più odiosamente individualista e benaltrista come ostacoli, come escrescenze e vesciche del sistema, inutili e per questo motivo da estirpare. Si invoca il loro abbandono quando vengono catturati, ci si indigna quando viene pagato un riscatto per la loro liberazione e viceversa si gioisce quando vengono trucidati, dimenticando che è grazie a quegli elementi, indipendentemente dal colore politico di appartenenza, che noi e le generazioni a venire avremo la possibilità di sapere, di conoscere, di nutrire la nostra capacità critica e, soprattutto, è grazie a loro che possiamo disporre di un mezzo per difenderci dal potere, perché qui sta la linea di demarcazione tra società aperta e tirannia, tra libertà e sopraffazione.

Quagliariello, saggio su Eluana.

Ha destato estrema perplessità (quando non vera e propria ilarità) l’inclusione del Senatore Gaetano Quagliariello nel gruppo di “saggi” nominati dal Capo dello Stato per creare una testa di ponte tra le forze politiche, arroccate su posizioni che, de facto, si stanno traducendo nell’empasse istituzionale più pericolosa. Tra i “capi d’accusa” contestati a Quagliariello spicca, in particolare, una frase, pronunciata in merito al caso Englaro: “Eluana non è morta, è stata ammazzata”. Chi scrive è convinto e indefesso assertore del diritto alla “dolce morte”; allo spirito libero ed alla coscienza liberale, infatti, non può che apparire intollerabile il fatto che lo Stato si spinga a valicare la porta dell’intimità più profonda dell’individuo,­ imponendo all’individuo una sofferenza psicofisica che solo l’individuo sperimenta, subisce e conosce e sulla quale solo l’individuo ha diritto di arbitrio. Il diritto di arbitrio. Quando esplose il caso Englaro, mi trovai ferocemente dalla parte del padre della ragazza, convinto, come tutti noi che accompagnavamo il signor Giuseppe nella sua iniziativa, che in gioco vi fosse, prima di tutto, la libertà delle istituzioni laiche dal gioco clericale. Forse era così, forse è così, ma ci dimenticammo di una vita, quella di Eluana, sacrifciandola sull’altare di una battaglia che tanto, troppo, aveva di politico. Eluana era in stato di morte cerebrale e non poteva per questo disporre di quel libero arbitrio che fa dell’uomo un animale senziente. Non era indipendente, non poteva decidere, e né lo Stato, né il Vaticano, né la Magistratura né noi avremmo potuto osare decidere per lei, valicando quella porta, gettandola nel baratro. E’ vero, il signor Englaro sosteneva che la figlia prima dell’incidente avesse più volte espresso il desiderio di venire eutanasizzata, qualora si fosse trovata in stato vegetativo, ma le prove cui la vita ci sottopone spesso riescono a mutare e limare anche le posizioni più solide e radicali, senza contare le opzioni potenzialmente salvifiche che il futuro potrà consegnare alla scienza medica. A questo proposito, mi piace ricordare il capolavoro di Victor Hugo “L’ultimo giorno di un condannato a morte”, il cui protagonista, un detenuto in attesa di giudizio, si dimostra inorridito dinanzi all’ipotesi dell’ergastolo,­ salvo invocarlo con disperazione quando apprende di essere stato condannato alla pena capitale.

“L’una e un quarto. Ecco che cosa provo in questo momento: Un violento dolore alla testa. Freddo alle reni, la fronte bruciante. Ogni volta che m’alzo o mi piego, è come se nella testa si agitasse un liquido che manda il cervello a sbattere contro le pareti del cranio. Ho degli scatti convulsi, e come in preda a una scossa elettrica la penna di tanto in tanto mi cade dalla mano.
Gli occhi mi bruciano come fossi in mezzo al fumo. I gomiti mi dolgono. Ancora due ore e quarantacinque minuti, e sarò guarito.”

“Le galere mi vanno bene. Cinque anni di galere e che tutto finisca! Oppure venti anni, oppure l’ergastolo, con il ferro rosso! Ma la grazia della vita”

Il prigioniero di Hugo cambiò opinione, al cospetto della morte. E forse l’avrebbe cambiata anche Eluana. Per questo, l’ho cambiata anche io. Si, Eluana è stata uccisa, perché spogliata del suo arbitrio due volte, prima dalla natura e dopo dagli uomini. Su questo, Quagliarello, pur in tutto l’opportunismo clericale del suo circuito politico, ha avuto ragione. In questa occasione, è stato un saggio. Più di me.

Leopoldo II di Toscana: la nostra tradizione per Miguel Angel Torres

L’Articolo 27 della Costituzione repubblicana ci vieta la consegna di Miguel Angel Torres alle autorità statunitensi. Il precedente di Pietro Venezia ci vieta la consegna di Miguel Angel Torres alle autorità statunitensi. La nostra tradizione in difesa dei diritti umani, da Leopoldo II ad oggi, ci vieta la consegna di Miguel Angel Torres alle autorità statunitensi. Il nostro orgoglio di civiltà pentamillenaria­ ci vite la consegna di Miguel Angel Torres ai macellai del Cermis. Coraggio, Miguel

Differenza e difference

La differenza tra lo storico e lo scienziato politico sta nel fatto che il primo, a differenza del secondo, non fa un ricorso grottescamente “ad nauseam” alle terminologie inglesi. La legittimazione del proprio lavoro non passa attraverso l’esibizione di ramaioli pieni di nulla gettati nel pozzo di un dizionario straniero. Tra l’altro, cosi’ ogni testo risulta farraginoso e poco chiaro. Sono pennellate di dilettantismo ornato di cipria e merletti

I saggi di Napolitano e il paleofemminismo

Uno dei “problemi” evidenziati da talune porzioni della sinistra nazionale riguardo le due squadre di “saggi” volute e composte dal Capo dello Stato per cercare di condurre il Paese fuori dalle sabbie mobili del vuoto esecutivo in cui è precipitato, è il fatto che i membri delle equipes siano esclusivamente soggetti “maschi”. Attenzione, non uomini. “Maschi”. Un po’ come se stessimo parlando di esemplari di criceti da laboratorio. Le formazioni devono ancora mettersi al lavoro, ma la retrocultura caricata ad odio del pianeta “liberal” ha già emesso la sua inappellabile sentenza di condanna. Non importa che l’Italia sia legata ad un asino che sta per essere gettato in fondo al mare, come non importa che il genere non rappresenti, di per sè, un valore o un disvalore; il furor ideologicus esige il suo sacrificio di sangue. L’altare è quello del fanatasimo e ad essere sgozzata è la ragione. La sinistra si dimostra, ancora una volta e per l’ennesima volta, sideralmente distante dal Paese reale e dalle “issues” della sua piattaforma civile. Per questo, il Paese reale continua a bocciarla in cabina elettorale. E fa bene. P.s: Il paleofemminismo­ ha segnato il passo, mentre al politically correct l’evoluzione del pensiero critico sta prendendo le misure per l’abito funebre. Ma la sinistra preferisce la rendita della retorica al guadagno della progettualità.

Almeno la DC…con Grillo,invece, tutto piu’ difficile

E’ vero, la DC sapeva mediare, anche in virtù delle garanzie che il suo interclassismo forniva ai “poteri altri” e ai riottosi delle ali più estreme del Parlamento, Botteghe Oscure in testa. Ma è altrettanto vero che Piazza del Gesù poteva contare sulla bussola e sul catenaccio yaltiani, non era una barca di legno acerbo sconquassata dai marosi dell’interesse finanziario privato e del pancismo oclocraticoide. Ps. Una riproposizione (rivisitata ed adattata ai nuovi scenari) dell'”interdipendenza” sulla falsa riga delle direttrici andreottiana e craxiana è pura utopia, se non si ha alle spalle la solidità di cassa.

Quando Grillo parlava di pace…

“Scemo di guerra”; un piccolo capolavoro da inserire nella cineteca delle testimonianze contro la guerra di cui la Settima Arte ha saputo farci dono. La regia era di Dino Risi e il protagonista un magistrale Beppe Grillo nelle vesti di un giovane sottotenente di fanteria alle prese con un alto ufficiale demagogo, tirannico e fanatico della disciplina. Il film mette a nudo tutta la stupidità non solo della guerra ma anche e soprattutto del potere piramidale nella sua declinazione più ottusa e costringente. Un atto di accusa contro la gerarchia intesa come carcere del pensiero e della libera interazione. Chi avrebbe mai potuto immaginare che….