Eversione e politici: una “partnership” pericolosa

L’ “endorsement” di Berlusconi, Meloni e Grillo nei confronti dei “Forconi” e delle loro iniziative ai margini della legalità, non deve stupire, disorientare né cogliere impreparati.

Al di là del duropurismo etico, politico e ideologico del loro rivestimento promozionale, infatti, micro-gruppi come quelli che stanno animando i sommovimenti forconiani (in questo caso collocabili e collocati nelle porzioni più estreme e radicali della destra nazionale) usufruiscono, da sempre, di sponsor istituzionali, partiti maggiori ai quali delegano la loro rappresentanza nelle assise locali e nazionali convogliando e trasferendo, “sottobanco”, voti e consensi al loro indirizzo. Non è del resto un caso che i “Forconi”, così come gli autotrasportatori, abbiano sempre agito quando a Palazzo Chigi non c’era il centro-destra berlsuconiano (2007, 2012, 2013).

La situazione si presenta tuttavia assolutamente eccezionale e inedita per le turbolente sacche di anarchismo che si stanno venendo a creare in tutto il Paese, e qualora dovesse sfuggire di mano, il pur micidiale arsenale di Cologno Monzese o l’istrionica abilità persausiva da palcoscenico portrebbero non essere più sufficienti

Attenti, i “Forconi”, all’ira dei mansueti.

Ezio Pace e gli altri che non hanno avuto “culo”

Si chiamava Ezio Pace, morto a 19 anni in Via XX settembre 79, a L’Aquila. Giovane promessa del tennis, i Vigili del fuoco lo hanno trovato abbracciato alle sue racchette e al suo computer portatile, nel tentativo di cercare protezione dall’Orco che lo stava terrorizzando e uccidendo. Caro Lisi, se ne ricordi. E si vergogni.

 

ezio pace

‘L’Aquila città aperta’

Una stretta di mano non cambierà il mondo

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Di forte impatto emotivo, mediatico ed immaginifico, la stretta di mano tra Barack Obama e Raoul Castro in occasione dei funerali del Presidente Mandela è da considerarsi e da archiviarsi come una semplice formalità diplomatica che non sposta, non modifica e non altera gli equilibri tra i due Paesi, cristallizzati al 1962 e protetti da un immobilismo a vocazione trasversale. Soltanto l’amministrazione Carter provò a mettere sul campo il progetto, concreto, di un’ apertura a Cuba che prevedesse anche la fine dell’embargo (l’idea trovava il sostegno delle grandi corporations alimentari del Sud, desiderose di riagganciare il mercato dell’isola caraibica), ma l’intraprendenza castrista in Somalia , il caso della (presunta) brigata sovietica (2 mila o 3 mila uomini) di stanza a Cuba (si sarebbe trattato di una violazione degli accordi Kennedy-Chruščëv del 1962) ed altri incidenti ed incomprensioni, fecero arenare il progetto

I “Forconi” e la miopia rumorosa delle piazze

“If a vocal minority, however fervent in its cause, prevails over reason and the will of the majority, this nation has no future as a free society. So tonight, to you, the great silent majority of my fellow Americans, I ask for your support. Because, let us understand: North Vietnam cannot defeat or humiliate the US, only americans can do that.”

Queste le parole pronunciate da Richard Nixon, 37esimo Presidente degli Stati Uniti d’America, nel discorso alla Nazione del 3 novembre 1969 in cui difese la sua politica nel Viet Nam.

Quel giorno, fece il suo ingresso il concetto di “maggioranza silenziosa” (“silent majority”), usato per definire e catalogare quella porzione, maggioritaria di elettorato, prevalentemente collocato e collocabile nella “middle class”, che non si riconosceva nelle agitazioni della piazza e nel linguaggio e nelle istanze provenienti dai cantieri ideologici delle ali più rivoluzionarie della politica.

“We need Nixon”, fu infatti lo slogan sui manifesti elettorali dell’avvocato di Yorba Linda nella campagna presidenziale del ’68, proprio per rimarcare, suggerire e assecondare quel bisogno di quiete e serenità sociale di cui la massa monolitica dei lavoratori americani, bianchi e protestanti, aveva bisogno. Vinse, convinse e stravinse, Nixon, nel 1968 come nel 1972, prendendosi la rivincita dopo le debacle del 1960 contro John Kennedy e del 1962 nella sfida per la carica di Governatore della California .”La più grande resurrezione dai tempi di Lazzaro”, titolarono i giornali. E avevano ragione. Vinse, stravinse e convinse grazie a questa traiettoria intenzionale, alla capacità di intercettare gli umori, i bisogni , le paure e le aspirazioni degli “everyman”, a padroneggiare, in poche parole, il cosiddetto “Fattore K” .

La storia recente dimostra come nelle democrazie occidentali le forze più attive sulle piazze siano quelle che poi non riescono a replicare il successo nelle urne, proprio perché incorreggibilmente diverse e distanti dalla comunità di “uomini qualunque”, gli uomini “della strada” che rigettano e respingono l’impegno costante frutto del normativismo didascalico-pedagogico e il principio di “stato etico”, preferendo ripiegare su un lasseferismo che non è e non va snobisticamente interpretato come mero individualismo (errore commesso da molti politici e “strategists” specialmente di sinistra) ma come legittima aspirazione ad un produttivismo pacato e rassicurante.

La protesta dei “Forconi” si dimostra quindi vulnerabile e destinata all’archiviazione perché ricalca e ripropone gli sbagli che furono dei movimenti che animarono e sconvolsero le piazze negli anni ’60 come nei ’70, sbagli di tipo essenzialmente politico e strategico. Concentrare l’esplicazione del dissenso su strade, binari oppure creare disagi alle attività commerciali, ad esempio, significa colpire e danneggiare le persone comuni, spostando il “focus” dalla classe dirigente al popolo (errore politico) e producendo, di conseguenza, una reazione negativa da parte di quella piattaforma che si vorrebbe orientare a proprio favore (errore strategico).

Quando la propaganda indossa il casco e impugna il manganello

Il falso “scoop” degli agenti che a Torino si sarebbero tolti i caschi per solidarizzare con i manifestanti emerge come un esempio, paradigmatico, di “propaganda grigia”; la notizia è vera (i poliziotti si sono realmente tolti il casco) ma allo stesso tempo falsa, perché il messaggio che gli “strategists” cercano di confezionare e consegnare è quello di una condivisione pubblica, da parte dei tutori dell’ordine, degli ideali dei “Forconi”. Ma non è così. In realtà, il gesto è stato motivato dal fatto che “erano venute meno le esigenze operative che ne avevano imposto l’utilizzo”, come illustrato in una nota dalla Questura di Torino.

Il casco non è del resto uno strumento di offesa ma di difesa, pertanto sarebbe stata l’eventuale deposizione del manganello o delle armi da fuoco in dotazione ai poliziotti a segnalare una volontà partecipativa

Agnizioni.Renzi e la via “clintoniana”

Laboratorio e contenitore di esperimenti ed esperienze di raffinatissima qualità culturale, il Democratic Party inanellò tuttavia una sconfitta dietro l’altra, dal 1980 al 1992. Si trattò, a dire il vero, di autentiche debacle , che vedevano il partito fondato da Thomas Jefferson e Martin Van Buren sideralmente distante dagli avversari, e non soltanto a livello nazionale. Questa inabilità all’affermazione trovava il suo archè nell’incapacità, da parte dei dirigenti democratici, di penetrare il bozzolo ideologico nel quale si trovavano rinchiusi dagli anni ’60, senza pertanto riuscire a leggere, interpretare e codificare la nuova istologia sociale, culturale e politica del loro Paese. Fu l’ala clintoniana (i “New Democrats”) ad imprimere una svolta radicale al partito dell’ Asinello, attraverso una politica di dialogo con la “middle class” (tradizionalmente bacino di utenza goppista) che li portò ad intercettarne i valori, gli umori e le necessità più profonde. In un certo senso, Clinton e i clintoniani seppero guardare avanti volgendo la testa all’indietro.

Se da un lato l’elezione, trionfale e plebiscitaria, di Matteo Renzi alla carica di segretario del Partito Democratico non può che disorientare e stupire, dal momento in cui un centrista si trova alla guida di un soggetto di ispirazione socialdemocratica e membro del PSE, dall’altro potrebbe rappresentare l’atomo di un cambiamento di portata storica per la sinistra italiana, ammanettata a dogmatismi ideologici dimostratisi ormai obsoleti e fallimentari sul piano teorico e concettuale come su quello pratico e materiale.

Gli “apparatchik” che adesso si stracciano le vesti parlando di sconfitta o, peggio ancora, di morte della sinistra, dovrebbero impegnarsi in una riflessione seria e concreta sui rovesci elettorali collezionati in questi 20 anni e sui loro errori gestionali quando hanno occupato il governo del Paese.

Grillo e la stampa: una colpa per due

Irricevibile, perché collocata e collocabile al di fuori di qualsiasi ottica democratica e liberale, la proposta grilliana di dar vita a liste di proscrizione per segnalare i giornalisti “ostili” (o supposti tali) al Movimento. E’ una logica che trova un ancoraggio temporale e concettuale inquietante nella famosa “Lettera aperta a L’Espresso sul caso Pinelli”, la raccolta firme contro il commissario Calabresi (personaggio sul quale non deve comunque mancare una sosta analitica rigorosa ed imparziale).

D’altra parte, il giornalismo non dovrebbe mai venir meno alle sue traiettorie deontologiche, magistralmente condensate nello “Statement of Principles ” del 1975 e nel saggio “Liberty and the News” (1929) di Walter Lippman, padre del “Precision Journalism” (il giornalismo scientifico). Le accuse, continue e costanti, quando di fascismo o quando di comunismo, rivolte al leader pentastellato e quelle, ancor più scomposte, di indottrinamento lanciate contro la sua piattaforma elettorale, non soltanto si allontanano dal sentiero della buona narrazione ma contribuiscono ad iniettare tossine nelle vene della dialettica pubblica e politica.

Il “terrorista” Mandela e l’insipienza prevedibile del razzismo biologico

Il Paese che Frederik Willem de Klerk , uomo coraggioso e politico illuminato, lasciò nelle mani di Nelson Mandela, si presentava come un immenso giardino, nel quale ad una piccola parte degli occupanti era data la possibilità di consumare la quasi totalità dei frutti, facendoli però raccogliere ai veri proprietari, nutriti con le bucce e con i semi di quei frutti, se e quando non cadevano dall’ albero, morendo per coglierli.
Ecco come si snodava la quotidianità, in quel giardino:

“I neri vivono o ai margini delle grandi città (in miniere e fabbriche), o nelle grandi fattorie degli afrikaaners (ognuno dei quali ha dagli 8 ai 16.000 ha): questi operai non percepiscono un salario, ma possono coltivare un pezzo di terra e avere del bestiame per poter vivere. Infine ci sono quelli che vivono nelle riserve.

I neri non possono scegliere il luogo dove vivere, dove lavorare, il tipo di educazione da dare ai figli. Sono soggetti a trasferimenti forzati ogni volta che il governo scopre che nel loro sottosuolo vi sono minerali preziosi (è successo ad es. di recente con il rame). Non hanno diritti e la legge non punisce polizia e militari che commettono reati contro di loro.

La spesa totale pro-capite per l’educazione è di 780 $ per i bianchi e di 110 $ per i neri.

La pensione media mensile è di 94 $ per un bianco e 41 $ per un nero.
L’87% del territorio (con oro e diamanti) è assegnato alla minoranza bianca.

Gli africani vivono in riserve che rappresentano meno del 13% della superficie sudafricana.

Il lavoratore nero abbassa lo sguardo in segno di inferiorità quando incontra un bianco, il quale non vuole sentirsi osservato.

C’è un medico ogni 330 bianchi e uno ogni 91.000 neri (nel bantustan KwaZulu ce n’è uno ogni 150.000 ab.: è la proporzione più bassa di tutto il Terzo mondo). Un medico bianco non può soccorrere un nero.

I bambini neri in carcere sono sempre privi di assistenza legale e i genitori non sanno dove vengono rinchiusi né di cosa sono accusati. Le condanne per loro variano da un minimo di 6 a un massimo di 9 anni di reclusione.

Nessun genitore può entrare nelle scuole senza il permesso della polizia.

Uno studente che passeggia per strada durante l’orario scolastico può essere imprigionato per due settimane.

Qualsiasi alunno o persona colpevole di gettare sassi, appiccare fuochi o usare altre forme di violenza può essere immediatamente arrestato o ucciso dalla polizia.

Nei ghetti le scuole possono anche avere classi di 70 ragazzi.

Nessuno può parlare agli studenti, nell’ambito della scuola, di argomenti che esulano dal programma ufficiale. Ancora oggi le scuole si attengono al Manifesto dell’educazione nazionale cristiana, che afferma: “il compito del sudafricano bianco nei confronti dell’indigeno è quello di cristianizzarlo e aiutarlo a progredire culturalmente.

L’istruzione degli indigeni deve essere basata sui principi di custodia, non-uguaglianza e segregazione (ed è un’istruzione bantu, cioè molto povera, in quanto riservata ai neri.

Più volte il governo ha cercato d’imporre come lingua d’insegnamento l’afrikaans e non l’inglese). Lo scopo di questa educazione è quello di far capire qual è lo stile di vita dell’uomo bianco, specialmente quello della nazione boera”.

A scuola non ci si può andare se non si ha un nome “cristiano”, che i bianchi sappiano pronunciare.

La divisa scolastica dei neri è giacca e pantaloni scuri senza cravatta. Le ragazze portano una gonna blu e una camicia bianca abbottonata fin sotto il mento.

Sui banchi c’è un vocabolario di inglese/afrikaans (lingua dei boeri): la parola “baas”, che in afrikaans significa “padrone”, viene tradotta con “uomo bianco, eroe e uomo intelligente”.

Un tribunale bianco, per mandare a morte 14 persone nere, ha usato come formula il “common purpose”, ovvero la “comune volontà” di aver ucciso un poliziotto collaborazionista nero durante una manifestazione politica (è la cd. “responsabilità indiretta”, che oggi viene invocata dal governo USA per giustiziare coloro che provocano, anche indirettamente, la morte per overdose).

Una donna vedova o abbandonata dal marito o che rifiuta un lavoro sgradito può essere trasferita in un altro posto, anche molto lontano. La legge vieta i matrimoni misti.

Dal 1985 vige lo stato di emergenza.

Non è possibile distinguere tra l’uccisione di una persona per reati “comuni” e per reati “politici”, perché il Sudafrica non riconosce questa seconda categoria.

Il Sudafrica (se si esclude l’Iran su cui non si hanno dati certi) detiene il record del più alto numero di condanne a morte e di esecuzioni del mondo (negli anni 70 in media 79 all’anno; negli anni 80, 119). Oltre a ciò andrebbero conteggiati i decessi che si verificano nelle carceri prima della sentenza”

A questo corteo di abomini morali, vanno aggiunti i massacri, gli strupri e le umiliazioni giornaliere che la maggioranza nera fu costretta a subire, nella più completa impotenza, per quasi 4 secoli.

Questi, i cardini e i perimetri di quel sistema che vede il suo atomo tra il 1652 e il 1657, quando l’olandese Jan van Riebeeck fondò la colonia del Capo, e concretizzatosi in un agghiacciante rivestimento istituzionale dal 1948 al 1993.

Questo, l’irrazionale sistema che la minoranza bianca (9%-10%) aveva imposto, prima per convenienza economica e dopo per paura, agli autoctoni, ovvero al restante 75% della popolazione.

L’ iconoclastismo ideologico (quando non egocentrico) di chi cerca di destrutturare l’immagine comunemente accettata e condivisa di Nelson Mandela, non potrà che apparire quindi immaturo, fragile vulnerabile. Ma ecco perché ed ecco di che cosa si tratta:

-Mandela viene accusato di essere stato un “terrorista”, di aver cioè fatto parte del braccio armato del l’ ANC. E’ vero (o meglio, lo fu per una parte della sua vita), ma la lotta armata, specialmente se e quando volta all’annientamento di un sistema irricevibile come quello imposto dalla comunità anglo-boera in Sud Africa, non è di per sé esecrabile e, spesso, emerge come l’unica strategia possibile ed ipotizzabile verso il raggiungimento di uno status quo formulato sull’emancipazione e la consapevolezza (ampie porzioni di Santa Romana Chiesa ammettono la lotta armata e lo stesso Mahatma Gandhi acconsentì a dotare il suo Paese di un imponente arsenale bellico)

-Mandela avrebbe beneficiato di finanziamenti dalle potenze straniere, USA, GB ed Israele in testa. Premesso come, anche in questo caso, ricevere appoggi o finanziamenti da soggetti altri, esterni e diversi, non sia di per sé condannabile (UQ, PLI, DC, MSI, FI,Lega Nord hanno giovato per anni di iniezioni economiche e di appoggi politici da parte di USA, stato ebraico e Vaticano), le potenze occidentali hanno, invero, sempre favorito e foraggiato il Sud Africa bianco, perché visto come un contraltare all’intraprendenza castrista nel continente africano-

-Mandela sarebbe il responsabile primo del caos e delle divisioni etniche che ammorbano e sconvolgono in Sud Africa, nonché del “genocidio bianco” (fenomeno reale e preoccupante) in atto dal 1994. In realtà, è stata la minoranza bianca, attraverso una gestione nefanda sul piano morale e folle su quello strategico-politico, a creare le condizioni, mattone dopo mattone , per la situazione che sta sperimentando nel suo quotidiano, dal dopo de Klerk ad oggi. Sebbene inaccettabile sotto il profilo etico, il razzismo cosiddetto di “reazione” è una risposta “fisiologica” alla prevaricazione ed alle violenze che una comunità è stata costretta a subire (in storiografia si chiama “Legge del pendolo”)

Una minoritaria (ma rumorosa) porzione del conservatorismo internazionale, si dimostra ancora una volta indefessamente legata ai frame del razzismo classico-biologico, ammanettata ad un passato che non conosce e ad un presente che non riesce a codificare. Per alcuni, è ancora l’elemento biologico a fare l’uomo. Per costoro, autoghettizzatisi al di là della Colored Lines, la “Doccia salutare”, il “Brusca e striglia” e il “Saettino puro sangue meneghino”sono e rimangono il baricentro cognitivo e il sentiero ideologico d’elezione.

Perché Grillo non attacca mai Berlusconi?

Analisi che personalmente condivido ma alla quale ritengo vadano aggiunte alcune iniezioni valutativeLa contiguità, sotto il profilo antropologico, sociale, politico e culturale tra Grillo e Casaleggio e il “tycoon” di Arcore. Tutti e tre imprenditori, tutti e tre “self made man”, tutti e tre grandi comunicatori, tutti e tre settentrionali, tutti e tre allergici all’impianto pedagogico e normativo del dirigismo sindacale

“Strategists” e “specilaist” dei leader pentastellati sanno bene che la porzione maggioritaria dell’elettorato italiano si riconosce nel moderatismo e nel conservatorismo (segmenti tuttavia distinti e non sovrapponibili), collocandosi a destra; pertanto, un urto costante e virulento contro Berlusconi ed il suo cartello politico-elettorale risulterebbe controproducente perché confinerebbe il M5S a sinistra, nell’immaginario dell’ italiano (esplicativa a tal proposito la presa di posizione, immediata, contro l’abolizione del reato di clandestinità e l’ambiguità su Resistenza e 25 aprile). Berlusconi non è meno rapace di Togliatti ma Grillo e Casaleggio sono più astuti di Giannini.

Grillo e Casaleggio sanno di non avere nessuna possibilità di sopravvivenza, in un confronto diretto con l’arsenale mediatico berlusconiano. Il M5S non dispone infatti (almeno in via ufficiale) di emittenti televisive, radio e nemmeno di testate cartacee (eccezion fatta per una quota de Il Fatto Quotidiano detenuta dal creativo di Ivrea). Attraverso un metodo “mielkiano” di dossieraggio-killeraggio sostenuto dalle sue batterie della persuasione, il Cavaliere è stato in grado di esiliare dalla vita pubblica e politica personalità come Boffo, Fini, Giannino e Marcegaglia, e Grillo non sarebbe certo un bersaglio difficile, considerate le molte zone d’ombra nella sua vita privata come nella sua carriera imprenditoriale (immaginiamo sotto elezioni uno speciale su Canale 5 avente come oggetto un’intervista-confessione a Cristina Giberti, astutamente corredata dalle immagini della sua famiglia prima e da quelle del fuoristrada ridotto in un ammasso lamiere poi. Lo shock emotivo nella pubblica opinione causerebbe un’ emorragia di milioni di voti, per il soggetto pentastellato)

 

Perché Grillo non attacca mai Berlusconi?
Pietro Salvatori Giornalista politico, L’Huffington Post
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In buona sintesi, la risposta alla domanda posta nel titolo è: perché vuole i suoi voti. La spiegazione richiede qualche parola in più. Se si prendono i post delle ultime settimane, su beppegrillo.it non si troverà mai un attacco diretto contro il Cavaliere. Certo, molto risalto è stato dato all’attività dei parlamentari impegnati a finalizzare l’obiettivo della decadenza con voto palese (l’acme è stato raggiunto con la pubblicazione della dichiarazione di voto di Paola Taverna, che l’ha resa una star tra la propria gente), ma nei post che danno la linea politica al M5s, quelli firmati dall’ex comico e quelli non firmati – frutto per lo più dell’attività della Casaleggio&associati – non c’è posto per il leader azzurro.I bersagli preferiti da Grillo e dal guru sono Enrico Letta, aka Capitan Findus, “Matteo Renzie” e Giorgio Napolitano, con rapide puntate contro il malcapitato di turno, che un giorno è Pippo Civati e quello dopo Rosario Crocetta. La linea politica del Movimento è tutta sbilanciata in un attacco costante e salace contro la parte sinistra dell’emisfero politico, quasi trascurando l’altra metà del cielo.

Alessandro Di Battista, solitamente buon interprete della linea dello staff, tra le cose che lo hanno colpito del terzo V-day inserisce il fatto che “a una settimana dal voto sulla decadenza, Beppe non abbia mai nominato dal palco Berlusconi”. Sono lontani i tempi nei quali il blog si scagliava quasi quotidianamente contro lo “psiconano”. Di Battista aggiunge che “inizierò a farlo anche io”, e lo motiva spiegando che “ormai è politicamente morto, la gente non ne vuol più sentir parlare”.

Una presa di distanze che vuole marcare una superiorità metodologica rispetto agli argomenti solitamente usati nella contesa politica. Ma che è anche il modo migliore per incunearsi nel parziale vuoto che la caduta del Cavaliere ha lasciato aperto.

Spostare sulle liste a 5 stelle l’elettorato di centrodestra è uno degli obiettivi che si è dato il Movimento per far fronte all’astensionismo crescente che li vede coinvolti e confermare anche le europee le percentuali conseguite alle politiche.

E la strategia per conseguirlo è duplice. Da un lato non cadere nell’errore storico del centrosinistra, che nel suo continuo attaccare Berlusconi ha portato ad una polarizzazione dello scenario politico che spesso non gli ha giovato, anzi. Dall’altro iniziare a battere, pur con altri modi e con altri toni, sui temi strutturali rispetto ai quali gli elettoridel berlusconismo potrebbero sentirsi orfani. A partire da un pugno tutt’altro che morbido sui temi dell’immigrazione, passando per un forte scetticismo nei confronti di provvedimenti quali l’amnistia e l’indulto, finendo per intestarsi la leadership dell’euroscetticismo.

Su quest’ultimo fronte il V-day è stata un’ottima cartina tornasole, con i suoi tanti grafici, numeri, termini tecnici. Evidenza di come, oltre i generici “vaffanculo” (di cui lo stesso Grillo è stato per una volta avaro), gli strateghi del Movimento stanno provando a creare un humus contenutistico che possa attrarre parte della diaspora del centrodestra.

Senza mai cadere nell’errore di demonizzare (non troppo, almeno) la ‘concorrenza’, per non esasperare gli animi e portare chi ha votato fino a ieri il leader azzurro ad un rigurgito di appartenenza che sarebbe elettoralmente penalizzante per le truppe stellate.

Così gli avversari da battere si trovano dall’altra parte, in un campo nel quale le istanze e i valori fondanti dei 5 stelle non avrebbero in alcun modo cittadinanza. Una grancassa suonata contro i principali esponenti del centrosinistra che ha l’obiettivo di sterilizzare qualunque altro tipo di opposizione, e drenare in direzione di Genova pacchetti di voti fino ad oggi indirizzatisi verso Arcore. Che Grillo e Casaleggio ci abbiano visto giusto saranno le urne di Strasburgo a dirlo.

Rimane il fatto che il V-day sotto le tre caravelle ha celebrato un cambio di passo rispetto al passato (quello stellato in qualche misura, ma soprattutto quello della tradizionale avversione del centrosinistra per il Cavaliere) che potrebbe, nel medio periodo, modificare gli assetti del M5s e quelli del quadro politico tutto.

La tragedia pratese e il qualunquismo della “pietas”

L’interazione con le comunità cinesi si rivela, da sempre, estremamente complessa e difficile, per le autorità dei paesi ospitanti. La loro vocazione esclusivista, la mancanza di un moderno ed evoluto equipaggiamento normativo per quel concerne la cultura sindacale e del lavoro, la presenza, massiccia, di soggetti privi di documenti, fanno si che esse siano, troppo spesso, delle sacche silenziose di anarchismo sociale.

L’urto emotivo e l’astuzia dolciastra delle piattaforme mediatiche per quanto e su quanto successo a Parto, non devono intaccare i nostri meccanismi di filtraggio critico e cognitivo, ammanettandoci alla tentazione di voler individuare un colpevole, ad ogni costo; “Fact checking”, “gatekeeping” e “discovery” non sono, infatti e per fortuna, strumenti accessibili al solo comunicatore, ma anche al fruitore della notizia. A tutt’oggi non abbiamo la certezza vi sia stata un’omissione dei controlli (tantomeno sotto tangente), riguardo le condizioni di vita e di lavoro in quel capannone, ma la valvola del ragionamento critico corale si è subito occlusa, lasciando campo libero alle tautologie qualunquistiche, demagogiche e manichee di ogni genere.

Ancora una volta, l’accusa, indiscriminata e radicale, al sistema Paese, emerge come la “condicio sine qua non” per l’affrancamento da un supposto provincialismo identitario.

Ancora una volta, la colpa non può essere altra e di altri, ma va ricercata, imperativamente, al proprio interno, nel proprio tessuto nazionale, perché non sono, non possono e, soprattutto, non devono essere gli altri a sbagliare, dobbiamo essere noi, imprescindibilmente e sempre, quasi vi fosse, nel nostro bagaglio genetico, un “vulnus” o come se si avvertisse il bisogno di uno snodo catartico che offra l’espiazione per chissà quale colpa

Ancora una volta, il trauma-tabù dell’esperienza fascista (ecco la “colpa”) , allacciato al portato internazionalista marxiano (PCI) e all ‘universalismo cristiano (DC), fanno sentire tutto il loro peso , alterando i nostri schemi valutazionali, esiliando la “ratio” e la maturità della “medietas” del nostro impianto normativo, tramutando la panoramica pensante e pensata nell’approssimazione, ovviamente per difetto.