Un personaggio famoso sfugge alla sua dimensione privata, per appartenere a quella pubblica, al pubblico che lo sente legato a sé, come una figura familiare. È dunque normale, fisiologico, nel quadro di tale dinamica psicologico-sociale-culturale, l’affetto e il trasporto dimostrati ad Edoardo Bove, la preoccupazione per lui quasi fosse un amico, un parente (qualcuno si è non a caso spinto a chiamarlo confidenzialmente “Edo”).
Un disincantato realismo ci obbliga tuttavia al confronto con l’indifferenza verso tragedie analoghe, quando colpiscono estranei-sconosciuti, addirittura sotto i nostri occhi. Non solo; e se Bove avesse militato in una squadra “polarizzante” ? Sarebbe stato circondato da tanta, premurosa, attenzione?
Nonostante il trend negativo degli ultimi mesi si confermi, intonare il requiem per il Movimento Cinque Stelle sarebbe un errore di valutazione grossolano.
Anche se il soggetto pentastellato ha da tempo esaurito la sua spinta propulsiva ed imboccato una tendenza declinante, occorre infatti mettere sul tavolo alcune valutazioni: 1) neanche durante i suoi giorni migliori il M5S è stato particolarmente competitivo nelle elezioni di carattere locale e questo perché manca, per ragioni storiche ed “ontologiche”, di un reale radicamento territoriale 2) tra tre anni potrà contare su una fisiologica fase di logoramento e perdita di consenso degli avversari 3) può fare affidamento, in virtù del suo status e di quello dei suoi due leader, su una rilevante esposizione mediatica, che aumenterà a ridosso del voto nazionale 4) Giuseppe Conte gode di buona stampa, soprattutto perché molti “opinion maker” ne hanno apprezzato le politiche “a-là cinese” di contenimento del Covid 5) se prima il Movimento aveva un’identità definita, l’ha invece paradossalmente oggi, ed è un’identità “localista” strutturata intorno al consenso, al Sud, verso provvedimenti quali il RdC, che molti elettori meridionali sperano di veder riattivati
Si è anticipato che i “grillini” non torneranno mai al 30%, ma resteranno, almeno nel futuro prossimo, una forza tra le più rilevanti, intorno ad un 9-11% (come peraltro confermano quasi tutti i sondaggi). Questo, a meno che “Giuseppi” non decida di cambiare nome e simbolo, mettendo così in atto un meccanismo dalle conseguenze imprevedibili.
Come previsto e prevedibile, l’ennesimo “spauracchio nucleare” ha ceduto il posto a nuove notizie, regredendo nelle prioriotà di pubblico e stampa. L’aver bruciato troppe “linee rosse” potrebbe indurre Putin, qualora si trovasse in una situazione critica (secondo la maggior parte degli analisti, l’esercito russo non riuscirà ad andare oltre il 2025) ad un’azione “di rottura”, eclatante, quale ad esempio la detonazione, a scopo dimostrativo, di un’atomica a bassa potenza.
Va ad ogni modo ricordato che mosse simili, come pure il ricorso alla retorica minacciosa (tratto peraltro distintivo della comunicazione sovietico-russa da sempre) hanno l’obiettivo di influenzare le pubbliche opinioni occidentali (“grassroots propaganda”), ma producono effetti scarsi, se non nulli, sulle loro classi dirigenti, ovvero sulle reali leve del potere “nemico”.
Benché suggestivo e di forte impatto emotivo, il messaggio secondo cui il gesto di Ahoo Daryaei sarebbe l’emblema di una rinascita, di un cambiamento e di un’energia che possono arrivare solo dalle donne e con le donne, sarà ad ogni modo concettualmente sbagliato e fuorviante.
Se, come premesso, l’immagine di una donna iraniana che cammina in slip e reggiseno in mezzo alla folla e ad altre donne, velate, costituisce un “frame” dall’importantissima valenza simbolica e storica, è infatti bene ricordare come la stragrande maggioranza dei dissidenti iraniani sia composta da uomini e come solo gli uomini abbiano, in una società così strutturata, la capacità effettiva di incidere contro la ierocrazia dominante. Questo non vuol dire, si faccia attenzione, marginalizzare o sottovalutare il potenziale “rivoluzionario” delle donne e delle ragazze iraniane, ma ricondurre l’analisi ad una dimensione razionale e realistica.
Il 20 settembre 1973, la leggenda del tennis Billie Jean King sconfisse il collega maschio Bobby Riggs in quella nota come la “Battaglia dei sessi”. Anni dopo, sarebbe stata emulata dalla climber Lynn Hill e dalla maratoneta Pamela Reed. Eccezioni, che infatti sono passate alla storia. Eccezioni, come quei casi che hanno visto uomini battere bestie feroci. Ma la regola è un’altra. La regola dice che le potenzialità fisiche ed atletiche di un uomo non sono paragonabili a quelle di una donna, come un essere umano soccomberà il 99,9% delle volte contro una tigre od un leone.
Le nove sconfitte (su 45 match) di Imane Khelif, incassate peraltro ad inizio carriera, dicono poco o nulla nell’economia del dibattito, non fanno venir meno e non negano gli indubbi vantaggi strutturali, contestati oggi e ieri da avversarie e federazioni, derivati dalla sua particolare condizione, ma potrebbero essere riconducibili ad una preparazione insufficiente, ad una non buona forma psico-fisica al momento, a torti arbitrali, ecc. Molto semplicemente, nella classifica del “gradimento” di una certa cultura liberal, politically correct, inclusivista, woke o che dir si voglia (i concetti non sono “ipso facto” intercambiabili) , una donna bianca, occidentale e fino a prova contraria eterosessuale, è la seconda linea del fronte subito dopo l’omologo maschio, ha quindi un perso specifico minore rispetto ad un’intersessuale africana. Se, volendo intenderci, Carini fosse stata nera e Khelif una bianca-statunitense od israeliana, le cose sarebbero cambiate, come sarebbero cambiate se al posto della Di Francisca ci fosse stata una Egonu.
Ampliando il campo d’indagine, la tragedia di una Giulia Cecchettin ha guadagnato la ribalta perché l’omicida era un italiano autoctono e di buona famiglia, ma, se si fosse trattato di un immigrato, molti indignati avrebbero tenuto un profilo più basso (chi conosce Sofia Castelli?), se non assunto un atteggiamento giustificazionista. La stessa ragione che porta costoro a denunciare il sessismo e la misogina in Italia e in Occidente salvo fare del relativismo assolutorio davanti ai soprusi ed alle negazioni delle libertà fondamentali subiti dalle donne ad altre latitudini (“è la loro cultura”, questo il refrain. Ricordiamo che pure la pedofilia e la Mafia hanno un, poderoso, retroterra culturale).
Siamo in presenza, insomma, di ipocrisie distopiche figlie tanto di un senso di colpa tutto occidentale quanto, paradossalmente, di un paternalismo razzista, che induce un certo movimento d’opinione a credere che gli occidentali bianchi siano gli unici ed i soli capaci di una riflessione critica sul proprio modo di essere. A questi individui non interessa realmente il benessere delle donne, come non interessa la causa delle iperandrogeniche, ma sarebbero pronti a scaricare una Khelif, lo si è già detto, di fronte ad un argomento ritenuto più sensibile.
Il fatto che il centro-destra abbia infine preso le parti di Carini contribuisce ad aumentare e radicare la polarizzazione, impedendo ancor più l’elaborazione razionale.
La soluzione? Adesso che transessuali, intersessuali, iperandrogeniche, transgender, ecc, sono divenute/i, per fortuna, “rappresentazioni sociali”, sarebbe logico ed opportuno inserirle/i in categorie sportive formalmente definite, così da tutelare i loro diritti e quelli altrui.
Nota: chi dice che Carini si è arresa “solo” dopo 46 secondi o dopo “soltanto” un pugno o ancora dopo “appena” un pugno alla mandibola, non si rende conto dell’assurdità di un simile ragionamento, che denota un’ignoranza totale e pericolosa riguardo la boxe ed il combattimento. Insultare la pugilessa azzurra, darle della “pancina” o della vigliacca, rimanda infine al concetto sopraesposto, ovvero che la donna viene difesa e rispettata a seconda del suo contraltare del momento; eroina, martire e giusta in un caso, per poi tornare ad essere senza carattere, superficiale o poco di buono in un altro.
Il caso Khelif-Carini riapre la questione, delicatissima, che vede l’esigenza di tutelare, facendoli convivere, i diritti delle atlete “nate donne” e quelli delle colleghe appartenenti alle categorie: transessuale, intersessuale, iperandrogeniche, ecc, ecc.
Al di là della polemica odierna, si ha tuttavia l’impressione che un certo pensiero “inclusivista”, definito da qualcuno “woke” forse cedendo alla semplificazione, sia più attendo ai diritti del secondo gruppo rispetto a quelli del primo. Le donne, “nate donne”, dimenticate, se non addirittura colpevolizzate, anche quando chi fa loro del male o le sfrutta, danneggia o ancora toglie loro la libertà di scelta non è (più) un bianco autoctono, cristiano e occidentale. Una dissonanza stridente ed inaccettabile, che “last but not least” finisce giocoforza col pesare nelle urne.
Se far gareggiare chi ha un evidente vantaggio “strutturale” può essere un’ingiustizia ed un sopruso nel nuoto, nel tennis o nel calcio, nel pugilato diventa un crimine legalizzato.
Dopo il raid d’inizio mese a Damasco, una reazione iraniana era prevista e prevedibile perché inevitabile. Conscia della pericolosità di qualsiasi atto ritorsivo che potesse portare ad uno scontro militare su larga scala contro una grande potenza nucleare (e largamente superiore anche sotto il profilo convenzionale), Teheran ha quindi scelto una risposta dimostrativa, sostanzialmente innocua, addirittura annunciata. Una forma di propaganda “interna”, più nello specifico, rivolta innanzitutto alla propria opinione pubblica ed a quelle della porzione di mondo arabo e musulmano che guardano alla teocrazia del Golfo come ad un (nuovo) punto di riferimento.
Se non è irrazionale che l’uomo “comune”, l’ “everyman”, il quale non sempre padroneggia certe dinamiche della storia, della geopolitica e della comunicazione, si metta in allarme, preoccupato per escalation distruttive prima locali e poi globali (i puntuali ed immancabili riferimenti all’estate 1914), non è invece accettabile che ad alimentare certi timori siano i professionisti dell’informazione, che anche se posizionati ideologicamente e politicamente sono tenuti a seguire ben precisi e rigorosi indirizzi deontologici.
Restando agli agit-prop, fa sorridere (volendo ricorrere ad un’espressione indulgente) un Corradino Mineo, quando annuncia adrenalinico e trionfante il presunto successo bellico iraniano (“ha dimostrato stanotte di poter rispondere”, “ha mandato una pioggia di droni e missili su Israele ma non ha affondato il colpo”) e mette in guardia circa una presunta “rete di solidarietà atomica” composta da Russia e Cina, che a tutto ambiscono fuorché a scomparire dalle mappe sacrificandosi per gli ayatollah.
Il Sistema Motivazionale Interpersonale (SMI) dell’ “accudimento”, reciproco a quello dell’ “attaccamento”, si attiva quando abbiamo di fronte un soggetto che percepiamo come più fragile, in difficoltà, bisognoso di aiuto. Se impossibilitati ad assisterlo, proveremo ansia, tenerezza protettiva e senso di colpa, emozioni che giocano un ruolo intermedio tra la presa d’atto della situazione e il comportamento per raggiungere l’obiettivo, nel caso di specie il soccorso*.
Non si tratta, è bene evidenziarlo, di teorizzazioni e ipotesi astratte, bensì di meccanismi psicobiologici facenti capo al sistema limbico (amigdala e giro del cingolo).
Appellarsi alle ragazze affinché non facciano da “crocerossine” a individui problematici e narcisisti**, è quindi un approccio scorretto, superficiale e sostanzialmente privo di utilità, com’è sbagliato colpevolizzare le famiglie delle vittime (anch’esse inconsapevoli di certe dinamiche complesse), imputando loro disattenzioni e mancanze di iniziativa. Le istituzioni dovrebbero invece, tramite la scuola, “educare” i giovani a riconoscere certi segnali di allarme nell’altro e, nel caso, a chiedere aiuto.
*Bowlby-Liotti
**la cosa riguarda anche gli uomini, dato che anche loro possono diventare vittime di relazioni “tossiche” e pericolose
Durante l’ultimo (e in corso) conflitto arabo-israeliano, l’Iran si è limitato a manifestazioni di solidarietà verso Ḥamās senza tuttavia spingersi oltre ed anzi mostrando più volte irritazione verso l’ “alleato”. L’ipotesi di un attacco diretto e frontale ad Israele da parte di Teheran, usando come “casus belli” l’attentato di oggi (rivendicato dall’ISIS), è anche per questo del tutto irrazionale, com’è irrazionale credere che qualcuno, soprattutto una potenza non-nucleare, possa realmente voler muovere guerra ad una potenza nucleare.
Chi di nuovo paventa imminenti scenari apocalittici, e di nuovo una Terza Guerra Mondiale, è poco attrezzato per l’analisi geopolitica o cerca di spaventare il proprio bersaglio, di destabilizzarlo nel quadro di un disegno tattico o strategico preciso.
Nel 2001 un informatico italo-americano di nome Jonah Peretti inviò provocatoriamente alla NIKE la richiesta di personalizzare le proprie scarpe con la scritta “Sweatsop”*, termine che indica un luogo di lavoro caratterizzato da condizioni povere e socialmente inaccettabili per il dipendente. L’allusione era alle fabbriche della multinazionale nei paesi del Secondo e Terzo Mondo.
Il vivacissimo scambio di mail che ne derivò (“potete mandarmi un paio di scarpe del colore della pelle della bimba vietnamita di dieci anni che ha lavorato per farle?”) fu reso virale da una catena partita dagli amici dell’informatico, che nel giro di poche settimane si ritrovò famoso a livello globale e a dibattere sui media dei diritti dei lavoratori. Lui, senza alcuna competenza ed esperienza a riguardo, come infatti ebbe a riconoscere per primo.
L’aneddoto è emblematico non solo dei meccanismi della viralità ma pure dell’informazione, specialmente al giorno d’oggi; più del messaggio, in sé, conta chi lo veicola. Anche il caso di Gino ed Elena Cecchettin può essere per certi versi paragonabile a quello di Peretti.
*la NIKE aveva lanciato un sito tramite il quale i clienti avrebbero potuto scegliere colore e scritta delle loro scarpe