Perché Gheddafi non fermava gli sbarchi e perchè non si possono mettere gli africani sotto il tappeto

gheddafi cat reporterLa tragedia dei 900 migranti annegati nel Mar Mediterraneo durante un viaggio della speranza, ha fatto tornare alla ribalta, presso il segmento socialista-massimalista e berlsuconiano della pubblica opinione italiana, la critica all’intervento occidentale che nel 2011 contribuì al rovesciamento del dittatore libico Mu’ammar Gheddafi, nell’ambito delle cosiddette “primavere arabe”.

L’accusa è, in buona sostanza, quella di aver eliminato l’unico argine all’emigrazione selvaggia dal continente africano. Tale impianto teorico riposa su un ventaglio di fraintendimenti, omissioni ed errori, dal punto di vista etico come strategico, politico e statistico, purtroppo condivisi anche dai settori più evoluti del giornalismo come della scienza geopoltica, nazionali come internazionali.

Vediamone alcuni:

-Le partenze dei barconi non hanno luogo soltanto dalla Libia ma da tutta l’Africa del Nord: Egitto (alla volta di Cipro), Tunisia (alla volta dell’Italia), Algeria, Marocco e Shahara Occidentale (tutti e tre alla volta della Spagna). Se ne deduce, pertanto, come la presenza gheddafiana costituisse un argine limitato e limitante.

-Secondo i dati ufficiali del Ministero dell’Interno italiano, gli sbarchi nel nostro Paese furono 49.999 nel 1999, 26.817 nel 2000, 20.143 nel 2001, 23.719 nel 2002, 14.331 nel 2003, 13.635 nel 2004, 22.939 nel 2005, 22.016 nel 2006, 20.165 nel 2007, 36.951 nel 2009. Sarà utile evidenziare come, dopo gli accordi tra Roma e Tripoli (Gheddafi) in materia di emigrazione nel 2003, gli sbarchi avessero conosciuto dei picchi importanti rispetto alle medie precedenti. L’emigrazione era inoltre utilizzata dal dittatore come arma di ricatto nei confronti dell’Italia e dell’Europa, così da ottenere aiuti in termini economici. Se Pyongyang sceglie lo spauracchio nucleare per estorcere denaro a Seul e Washington, il colonnello ricorreva dunque agli esseri umani, ai loro drammi personali ed a quelli dei loro Paesi di origine.

Pensare che un regime dittatoriale possa fungere da soluzione ad un problema di simili proporzioni ed intensità, è dunque una “wishful thinking ” e, quel che è meno accettabile per un consorzio democratico, una misura pilatesca con la quale si pretende di mettere sotto il tappeto la tragedia di milioni di africani, lasciandoli nei loro stati di origine, sotto la minaccia continua della morte e della fame, in una situazione che vede anche la responsabilità storica (colonialismo) e presente (neocolonialismo) del mondo Occidentale.

Tradizionalmente ed inevitabilmente complesse e delicate, le fasi di passaggio dal totalitarismo alla democrazia presentano un bagaglio di criticità ancor più impegnativo quando il Paese in questione è di fatto sprovvisto di un bagaglio storico legato alla prassi liberale, come nel caso degli stati che hanno vissuto l’esperienza delle Primavere Arabe.

E’ dunque così anche per la Libia, che nonostante la conquista democratica subisce oggi la pressione di alcune frange estremistiche, di segno religioso come politico.

Il dato, tuttavia, non dovrà consentire alla semplificazione di rimuovere gli indubbi e straordinari risultati ottenuti a partire dal 2010-2011, non soltanto dalle popolazioni locali, oggi non più compresse nelle loro libertà da regimi dispotici ed illegittimi, ma anche dall’Occidente; la partnership con una democrazia ossequiosa del diritto internazionale è, infatti, sempre preferibile a quella con una dittatura, spesso irrazionale ed anticonvenzionale nelle sue mosse. Questo, non soltanto dal punto di vista politico ma anche economico.

Il caso africano. Perché non è solo colpa dell’Occidente e perché non è colpa delle cooperative.

barconi cat reporter79Nell’analisi dei problemi alla base del fenomeno migratorio dall’Africa, le vicende storiche e politico-economiche del colonialismo e dal neocolonialismo, di matrice occidentale come euroasiatica (URSS/Russia e Cina) non saranno sufficienti ad offrire una lettura completa ed esaustiva. Se, infatti, l’interesse di attori esterni nell’area ha sempre e indubbiamente disegnato un elemento perturbante e destabilizzante, è altrettanto vero che il Continente Nero presenta una storia di conflitti e vulnerabilità anteriore all’intrusione delle potenze straniere o da essa indipendente.

L’individuazione di un archè nella scorreria coloniale-neocoloniale sarà quindi una spiegazione valida ma incompleta, non di rado frutto di un senso di colpa collettivo che rende difficile anche un intervento europeo-nordamericano pieno e risolutivo nella zona.

Allo stesso modo, la pretesa di attribuire alle cooperative del soccorso e dell’accoglienza la responsabilità degli esodi non potrà che risultare, dinanzi ad una tale mole di intrecci storici e geopolitici, una boutade, improbabile e puerile.

Nda: Tra i maggiori fattori di instabilità in Africa, andrà menzionato l’estremismo islamico, elemento di esportazione araba e non europea.

Lo scoglio armeno e l’integrazione turca nella UE

detay-turchia-mogherini-avverte-erdogan-per-entrare-in-ue-risolva-la-questione-armenaIl genocidio degli Armeni avrebbe potuto assumere contorni ancor più drammatici se la Repubblica Democratica di Armenia nata nel 1920 a seguito del Trattato di Sèvres non avesse deciso, intimorita dalla ripresa dell’espansionismo turco, di entrare nell’orbita sovietica ( Repubblica Socialista Federativa Sovietica della Transcaucasica, nata nel 1922, poi divenuta repubblica autonoma dell’URSS nel 1936)*.

Il negazionismo arrogante di Ankara, inaccettabile sotto il profilo morale prima ancora che politico, rischia oggi di gettare una pietra tombale (se tale linea di indirizzo non andrà incontro a modifiche) sul processo di integrazione della Turchia in seno alla UE.

*Da qui, il motivo dello smaccato atlantismo della Turchia durante la Guerra Fredda (divenuta rampa naturale dei missili USA-NATO puntati contro l’URSS) e i problemi sulla questione, potenzialmente pericolosissima, del Nagorno Karabakh.

Quando antieuropeismo ed europeismo sono le facce della stessa medaglia. Il nodo tedesco.

Euro-Europa-300x288Irrazionale, ottuso ed obsoleto come l’antieuropeismo estremista, il filoeuropeismo “senza se e senza ma” e manicheo, ossia l’atteggiamento di rifiuto di qualsiasi critica all’attuale assetto continentale, alle sue dinamiche di funzionamento, alla sua architettura normativa ed alle sue “governace”, centrale come periferiche.

In particolar modo, la difesa della linea merkeliano-tedesca risulterà azzardata e controproducente come lo fu, nella prima decade del 2000, quella della politica bushana; entrambe visioni unilateraliste, entrambe velleità di potenza, entrambe esumazioni di un “old thinking” ottocentesco basato sulla “raison d’etat” e l’egoismo nazionale, entrambe fallimentari.

Il peggior nemico del progetto dei padri comunitari è e sarà dunque questa miopia acritica, risposta inadeguata ed emotiva a quell’insofferenza verso Bruxelles e Strasburgo dilatata dalla non facile congiuntura economica post 2008.

Quando il PSI faceva il tifo per i carri armati del Patto di Varsavia. I “carristi”

psi--400x300Tra i “capi d’accusa” rivolti al PCI ed alla sua condotta politica nel corso della settantennale storia di Botteghe Oscure (1921-1991), l’appoggio ad alcune violazioni del diritto internazionale da parte del blocco sovietico, come la repressione dei moti ungheresi del 1956.

La critica, che omette di segnalare il notevole dibattito interno e la grande emorragia di consensi che interessarono il partito per questa scelta d’indirizzo, proviene, anche e non di rado, da ambienti del socialismo italiano, “depuratisi”, agli occhi dell’opinione pubblica nazionale, dei loro trascorsi massimalisti in ragione del craxismo e del sostegno ai governi atlantici nelle ultime tre decadi della I Repubblica.

Sarà a questo proposito utile ricordare come anche dal PSI giunsero, nel 1956, voci favorevoli all’invasione della capitale ungherese , da una forte corrente filo-sovietica che sarebbe stata ribattezzata dei “carristi” (in opposizione a quella degli “autonomisti”) e che avrebbe dato non pochi problemi a Nenni anche in seguito, come ad esempio ai tempi della crisi dei missili di Cuba (1962), considerata da Washington un test decisivo per sondare l’affidabilità atlantica del partito quando ormai la fase del “centrismo” aveva esaurito la sua spinta e si rendeva vitale la ricerca di partner per la DC*.

* La CMC segnò l’esordio sui palcoscenici più importanti della politica per Bettino Craxi, all’epoca 28enne. Il futuro leader del Garofano venne infatti consultato da un funzionario del Dipartimento di stato americano, George Lister, proprio per sondare gli umori dei socialisti in merito alla crisi con Mosca.

G8: perché l’italiano è dalla parte delle forze dell’ordine. Il garantismo schizofrenico

g8 poliziaGli errori, le omissioni e le mancanze da parte delle autorità investigative e del decisore nella gestione dei fatti di Genova, sono il prodotto di un intreccio di fattori, politici e sociologici, che hanno avuto come inevitabile conseguenza la condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo.

La presenza al G8 di sigle appartenenti alla sinistra radicale come vettori della protesa e gli episodi di violenza urbana verificatisi nel capoluogo ligure, hanno indotto e inducono infatti, l’ “everyman” italiano, culturalmente e politicamente conservatore (e non moderato), a schierarsi con le forze dell’ordine, confondendo il diritto con la rappresaglia, il legittimo dissenso con la violenza eversiva, il manifestante rispettoso della legge con il teppista. Per lo stesso motivo, una legge contro la tortura sarà di difficile concezione ed applicazione, nel nostro Paese, lasciando così aperto un varco all’abuso.

Una dimostrazione ulteriore dell’invasività dell’elemento politico nel giudizio sulla vicenda genovese, il diverso metro adottato dal cittadino nell’approccio alla violenza dei “Forconi” e rispetto alle prevaricazioni (o presunte tali) della magistratura nei confronti di esponenti del blocco conservatore o della “governance” travolta da Mani Pulite.

A dieci anni dalla scomparsa. Perché Giovanni Paolo II non sconfisse il comunismo: “causa” ed “effetto”

woytLa lettura che vuole Karol Józef Wojtyła (di cui ieri si celebrava il decennale della scompara) quale distruttore del comunismo europeo, è una “wishful thinking”, un artificio che non trova né potrebbe trovare accoglienza nella storiografia scientifica più rigorosa ed imparziale. Egli, al pari di Lech Wałęsa, Václav Havel ed altri ( e forse dello stesso Gorbačëv) , non è stato, infatti, una “causa”, bensì un “effetto”, sebbene di non trascurabile rilevanza.

Dopo l’illusione brezneviana, Il blocco sovietico (l’ “impero interno”, l’URSS, e l’ “impero esterno”, i Paesi satellite di Mosca) mostrò tutta la sua fragilità, la sua inadeguatezza, le sue deficienze economico-strutturali ed un “gap” ormai inaccettabile nei confronti di un Occidente in netta e definitiva ripresa dopo le crisi degli anni ’70, elementi che furono il vettore, unico e solo, del crollo (1989-1992) non appena il Kremlino scelse di alleggerire la sua opera di vigilanza e contenimento.

A confermare la secondarietà e la debolezza dell’influenza wojtyłiana, tre dati:

1) l’immobilità della situazione nelle democrazie socialiste durante i suoi primi anni di pontificato prima dell’avvento della perestrojka

2) la preponderanza dell’elemento cristiano-ortodosso e musulmano in URSS e nei Paesi dell’Est

3) la difficoltà di penetrazione della propaganda vaticana in contesti regolati dalla censura

Forse differente e più importante la figura di Ronald W.Reagan nel processo di sfaldamento del comunismo. Risulta infatti indubbio che la brusca impennata delle spese militari da parte di Washington abbia prodotto una risposa analoga a Mosca, mettendo così a dura prova la già fragilissima economica sovietica. A Reagan, inoltre, il merito di avere infuso nuovo ottimismo agli USA e all’Occidente dopo il non facile decennio nixoniano-carteriano.

“Rally round the flag”. Perché radunarsi intorno alla bandiera non è sempre un bene. I limiti della democrazia americana, tra stereotipi e realtà

riceTra le mitologie che alterano la percezione della società americana nell’osservatore esterno, consegnandogli un’idea agiografica, e quindi irreale, degli USA, il valore positivo e salvifico del cosiddetto “rally round the flag”, formula coniata dal sociologo statunitense John Mueller in un suo articolo dal titolo “Presidential popularity from Truman to Johnson” per spiegare l’attaccamento, trasversale, alle istituzioni ed alla bandiera da parte del suo popolo nei momenti di maggior crisi e difficoltà.

Questo atteggiamento, generalmente presentato come sinonimo di robustezza della coscienza nazionale americana, nasconde, a ben vedere, una lacuna di fondo, ovvero l’incapacità di elaborare una fisionomia critica efficace, in grado di proporre una visione d’insieme diversa da quella dell’establishment, nel solco di quell’eterodossia che dovrebbe caratterizzare le società aperte. Al contrario, anche gli intellettuali (sebbene con rare e famose eccezioni, come ad esempio Eugene V.Debs) appaiono allineati con l’emotività diffusa di vicinanza alle istituzioni, lontani dal ruolo di apripista del dissenso razionale ricoperto dai loro omologhi in altri Paesi.

L’archè del fenomeno va cercato senza dubbio nel patriottismo che anima il popolo americano (pur minacciato nella sua unitarietà da spinte separatiste non marginali) ma anche in una certa prassi intimidatoria con la quale la governance a stelle e strisce si è sempre relazionata alla protesta, specialmente dagli anni dell’amministrazione Wilson.

Scriveva a questo proposito Italo Calvino, in occasione della Crisi missilistica di Cuba* del 1962: «In America il livello culturale è alto […] questo dovrebbe dare all’intellettuale americano una posizione di primo piano, ma non è così. Il maccartismo ha creato , a suo tempo, un clima di sospetto e di paura; […] la ferita no è sta ancora rimarginata. Ho avuto cioè l’impressione che l’intellettuale americano , il quale prima si manifestava il meno possibile per non essere accusato di essere un “agente di Mosca”, oggi persiste nel suo silenzio perché si sente più o meno impotente».

Questo, è bene ricordarlo, non nega né vuol negare l’esistenza di un conflitto dialettico, nella comunità e nella cultura statunitensi, ma ne evidenzia la scarsa importanza proprio nelle fasi in cui il suo contributo risulterebbe più vitale per la vita democratica. Il ritardo con cui “western revisionista” è giunto rispetto all’olocausto dei nativi ed alla filmografia western tradizionale, così come la pellicola “governativa” sull’11 Settembre di un registra “non allineato” come Oliver Stone, sono dimostrazioni ulteriori e tangibili di questo “vulnus”.

*salvo rare eccezioni, il consenso degli americani verso l’operato del loro governo fu quasi unanime. In buona sostanza, mentre i missili nucleari sovietici alle porte degli USA (a Cuba) venivano considerati un “male”, quelli americani alle porte dell’URSS (in Turchia) venivano considerati un “bene”.

Bongiorno notte. L’omicidio Kercher e l’affaire Andreotti tra emotività e semplificazione .

Amanda-KnoxLo scuotimento emotivo per la sentenza di Perugia, sta portando con sé anche un’esaltazione professionale dell’avvocatessa Bongiorno, presentata oggi come una sorta di infallibile “deus ex machina” in grado di strappare a condanne che sembravano certe non solo Knox e Sollecito ma anche Giulio Andreotti.

Si renderà a questo proposito utile e necessario rammentare come il Tribunale di Palermo riconobbe precisi e duraturi legami tra l’ex Presidente del Consiglio e la Mafia siciliana, stabilendo in particolare che Andreotti “con la sua condotta (non meramente fittizia) ha, non senza personale tornaconto, consapevolmente e deliberatamente coltivato una stabile relazione con il sodalizio criminale ed arrecato, comunque, allo stesso un contributo rafforzativo manifestando la sua disponibilità a favorire i mafiosi”.

Trattandosi ad ogni modo di eventi anteriori al 1980, le accuse caddero per avvenuta prescrizione.

Elezioni in Israele: una lettura diversa

Molto è stato scritto e molto è stato detto, sulle recenti elezioni israeliane. Dal testa a testa tra Netanyahu ed Herzog, con il rischio di una paralisi per la Knesset, alla vittoria al fotofinish del Likud, alla reazione (senza dubbio fuori luogo) di Barack Obama che non telefona a “Bibi” per congratularsi con lui, alle paure per una convergenza tra il premier e la destra di Naftali Bennet, Avigdor Lieberman e Moshe kahlon.

Tuttavia, poco, troppo poco, è stato detto, e troppo poco è stato scritto, sulla presenza e sul successo della Lista Araba Unita di Ayman Odeh, il partito degli arabi d’Israele che si pone come terza forza con ben quattordici seggi.

Proviamo infatti per un istante a giocare con la fantasia ed immaginiamo una lista di ebrei in Palestina, oggi governata da un soggetto (Hamas) che ha come obiettivo statutario la cancellazione di Israele, od in qualsiasi altro Paese della Lega Araba, organizzazione che vede soltanto due membri (Egitto e Giordania) riconoscere Tel Aviv; possiamo immaginarlo, ma dopo pochi secondi la ratio ci direbbe che, no, non è proprio possibile. In Israele, invece, un arabo-musulmano, Ayman Odeh, può candidarsi alla guida del Paese, ed un altro arabo-musulmano, Raleb Majadleh, può rivestire la carica di ministro per le Scienze e le tecnologie (2007, Governo Olmert).

Al di là di ogni speculazione mediatica, Israele dimostra dunque con i fatti di essere la sola democrazia completa ed inclusiva dell’aera, l’unica comunità in cui ognuno può sentirsi a casa, nel rispetto ed entro il rispetto dell’Altro.